Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile
LA LINEA DOVEVA ESSERE UN’ATTRAZIONE TURISTICA… DOPO VENTI ANNI DI LAVORI ED ESBORSI PUBBLICI VERRA’ SMANTELLATO PER ERRORI DI PROGETTAZIONE E DI ESECUZIONE… LA CORTE DEI CONTI HA APERTO UN PROCEDIMENTO
Doveva essere una delle più singolari attrazioni turistiche della regione ed invece è
diventato l’emblema dello spreco pubblico valdostano.
Dopo vent’anni di lavori e 30 milioni di euro di spesa, il famoso “trenino dei minatori” in servizio tra i comuni di Pila e Cogne si è trasformato in poco più di un triste e costoso ricordo.
La Giunta regionale lo ha definitivamente dichiarato “inservibile, ai fini di un sistema di trasporto pubblico”, decidendo la riconversione delle stazioni, la vendita di locomotori e vagoni e, dove sarà conveniente, addirittura lo smantellamento di quanto costruito.
Un autentico fallimento.
È dal 1985 che la Regione autonoma vagheggia di trasformare in un’opportunità per i turisti la tratta un tempo utilizzata per trasportare il ferro delle miniere da Cogne a fondo valle. Fino al 2007, quando ne sembrava ormai prossima l’inaugurazione.
A quel punto sono trapelate le prime notizie sui problemi della tranvia. Errori di progettazione ed esecuzione: si è scoperto ad esempio che il rivestimento delle gallerie cedeva a causa delle infiltrazioni d’acqua e che i locomotori scelti non avevano la necessaria autonomia.
Morale della favola, cinque anni dopo la Regione guidata dal partito Union Valdà’taine, lo stesso che poco tempo prima prospettava il successo dell’iniziativa, deciderà di celebrarne invece i funerali.
Addio al sogno di centinaia di passeggeri felicemente trasportati su e giù per i dodici chilometri di binari e storiche gallerie.
Addio ai tre locomotori verdi e alle 10 carrozze “Firema R27″ che probabilmente nessuno ricomprerà mai.
Ma soprattutto addio ai milioni di euro stanziati per il progetto, di fatto a fondo perduto.
Nessun addio invece all’idea di collegare i due comuni, attualmente connessi attraverso una strada di 40 chilometri.
Dall’aprile 2011 si è affacciata l’ipotesi di costruire al posto del trenino una funivia e lo scorso dicembre la giunta ha incaricato la Finaosta Spa di studiarne la fattibilità .
Si è anche deciso di trasformare in strada un tratto del percorso ferroviario e di realizzare una pista ciclabile tra Cogne ed Epinel.
Altri soldi insomma e una tempestività nella conversione del progetto, dopo i milioni già spesi, che hanno generato perplessità e proteste tra gli oppositori della maggioranza di giunta.
Tra questi anche Legambiente e un comitato spontaneo di cittadini che chiedevano di mantenere utilizzabile il collegamento almeno per le eventuali emergenze. Intanto della vicenda si sta occupando anche la Corte dei Conti che ha messo sotto accusa l’ingegnere Alberto Devoti, progettista e direttore dei lavori della struttura, chiedendogli un maxi risarcimento da 15 milioni di euro.
Il procedimento è sospeso da due anni, in attesa dei risultati della perizia tecnica chiesta dai legali di Devoti, che rischia di diventare il capro espiatorio dell’intera vicenda. Il processo riprenderà nei prossimi mesi.
Elena Ciccarello
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
PROTESTE DI ASSESSORI E CONSIGLIERI REGIONALI, DALLA PUGLIA AL VENETO, CONTRO I TAGLI ANNUNCIATI DAL GOVERNO DELLE MAXI-INDENNITA’ FINORA PERCEPITE
Se non è rivolta poco ci manca.
Sono fortissimi i maldipancia degli eletti nelle Regioni di fronte al decreto con cui il governo intende dare una bella sforbiciata agli emolumenti dio consiglieri e assessori.
Tagli che arrivano addirittura «fino al 95 per cento» dei fondi oggi elargiti ai gruppi consiliari, come spiega il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà .
Da Nord a Sud c’è maretta, a cominciare dal caso monstre dell’assessore lombardo alle Infrastrutture, il pidiellino di osservanza ciellina Raffaele Cattaneo, che fa due conti e si lamenta perchè alla fine – dice – non riuscirà neppure a pagare il mutuo.
Prendendosi gli sberleffi del popolo di twitter, dove in molti gli rispondono con un sarcasmo velenoso: «Allora faremo una colletta in suo favore».
Nel Veneto, il governatore leghista Luca Zaia sente il bisogno di alzare gli scudi contro il malessere che serpeggia tra i consiglieri regionali, anche del gruppo del Carroccio (le Regioni entro il 30 ottobre dovrebbero adeguare gli emolumenti a quelli della Toscana, considerata la più virtuosa, e se non rispettassero il termine sarà il governo a decidere per loro entro il 30 novembre).
«Il decreto del governo – sbotta Zaia – va nella giusta direzione, se qualcuno si mette di traverso gli passo sopra, perchè sono io a metterci la faccia. Fischiano le orecchie al consigliere leghista (e iperbossiano) Santino Bozza, che interpreta così un “sentimento” assai diffuso: «Tagliare gli stipendi nelle Regioni? Si cominci dalla Sicilia, dove i consiglieri guadagnano 17mila euro al mese contro i nostri 8mila: i diritti acquisiti non si toccano».
In Puglia il consigliere del Pdl Lucio Tarquinio parla addirittura di «schiaffo» del governo: «Se lo accettassimo, riconosceremmo di essere Batman anche noi; non accetto che un Consiglio dei ministri in cui non c’è neppure un eletto dal popolo cancelli di fatto la Costituzione italiana; la dignità e le competenze del consiglio regionale non possono essere svendute».
In Piemonte, dove tre giorni fa il governatore leghista Roberto Cota ha minacciato di espellere dalla maggioranza il consigliere dei Pensionati Michele Giovine che faceva ostruzionismo contro i tagli decisi dalla giunta, c’è una forte preoccupazione per il destino del personale in forza ai gruppi consiliari, che addirittura si dice possa essere azzerato.
Aldo Reschigna, capogruppo del Pd: «Chiediamo una riflessione a governo e Parlamento, perchè sono coinvolte decine e decine di persone; la casta non c’entra, parliamo di gente spesso con un reddito limitato e anche di una certa età ».
Su questa linea pure Francesco Storace, consigliere nel disastrato Lazio: «Applaudiremo se a questi tagli si aggiungeranno quelli del numero dei parlamentari, di cui non si parla più, se i rimborsi ai partiti saranno finalmente aboliti, se anche le indennità di deputati e senatori subiranno un dimagrimento».
Via libera al decreto dal presidente della Toscana Enrico Rossi, che però non rinuncia a una puntuta precisazione: «Ci vuole il pugno di ferro, ma dev’essere selettivo, perchè non tutte le Regioni sin comportano allo stesso modo, e quelle virtuose vanno premiate».
E il capogruppo del Pd, sempre in Toscana, dice in chiaro ciò che in moltissimi sussurrano: «Bene il decreto, ma sarebbe stato meglio se le Regioni avessero presentato al governo una loro proposta; invece sull’onda dello scandalo del Lazio i governatori hanno delegato ogni scelta a Monti, e questo è stato un errore».
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
L’ORDINE DESTINATO A SODDISFARE I “BISOGNI” DEL COMANDANTE DELLA SQUADRA NAVALE ITALIA, L’AMMIRAGLIO DE GIORGI
“Ogni mattina, in particolar modo quando il Signor Cinc è in base Navale a Taranto, l’ufficiale in Comando di ispezione dovrà accertarsi della effettiva presenza in quadrato Ufficiali di una idonea bottiglia di spumante/champagne tenuta in fresco in riposto Ufficiali, nonchè biscotti al burro e mandorle da tostare al momento a cura del cuoco di servizio addetto al Quadrato Ufficiali/quadrati Unificati”.
Potrebbe sembrare un documento ripescato dagli archivi storici del Regno delle due Sicilie, se non fosse per la data che porta in calce: l’8 settembre 2012.
Ossia mentre l’Italia tira la cinghia, è schifata per gli sprechi della politica, la disoccupazione ha superato il 10 per cento e chi un lavoro ce l’ha paga il 44 per cento di tasse, c’è chi usa le nostre imposte per pasteggiare con vini francesi e tartine.
Per capire di chi stiamo parlando bisogna innanzitutto tradurre dal burocratese militare la sigla Cinc.
Si tratta del Comandante in capo della Squadra navale italiana, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
Ossia il comandante delle navi militari del nostro Paese. Ammiraglio che lavora nella sede di Santa Rosa, sulla Cassia a Roma.
Ma che spesso prende il suo bell’elicottero e fa visita alle imbarcazioni della squadriglia, dislocate nei vari porti italiani.
A Taranto è ormeggiata la portaerei Cavour, che assieme alla Garibaldi rappresenta il fiore all’occhiello della Marina.
Subito dopo arrivano gli incrociatori: la Francesco Mimbelli è la nave da guerra che ci interessa.
Nel settembre scorso il comandante in seconda ha diramato la “Comunicazione di servizio permanente numero 17”, che alla voce “argomento” recita: “Organizzazione di bordo per la visita del signor Comandante in capo della squadra navale”.
Il documento entra subito nel merito: “L’Unità dovrà essere in ogni momento in grado di gestire eventuali visite del Sig. Comandante. Pertanto la presente è tesa a strutturare una organizzazione tale da permettere di accogliere adeguatamente l’Autorità in argomento” .
Poi si passa all’inchino a suon di champagne, fresco ovviamente, e biscottini al burro e mandorle.
Per non lasciare nulla al caso viene spiegata per filo e per segno come si deve organizzare l’evento, un altro paragrafo da Marina “borbonica”: “Il capo reparto logistico, avvalendosi del Capo Gamella (ossia del sottufficiale che comanda la Mensa, gamella significa gavetta, ndr) dovrà accertarsi che sia prontamente reperibile dal personale addetto al quadro Ufficiali il materiale di consumo sopra indicato”.
Non sia mai che si resti senza. Quando il comandante sale a bordo scatta la chiamata. A quel punto “il personale addetto dovrà essere in tenuta di rappresentanza pronto a servire mandorle tostate e spumante/champagne” . Ma non è tutto: “La cucina dovrà approntarsi, nel caso in cui il Sig. Cinc sia in Base Navale, a preparare bruschette e pizzette calde da servire in Quadro Ufficiali”.
A fine settembre il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Luigi Binelli Mantelli, aveva sottolineato “la necessità di mantenere l’operatività delle forze armate pur in un periodo di ristrettezze economiche. C’è un livello al di sotto del quale non si può scendere, in materia di risorse, tagli e spending review”. Qualche idea su dove poter risparmiare c’è.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 5th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI USA LA SCURE SUI COSTI DELLA POLITICA: 600 POLTRONE IN MENO, ESPULSIONI DALLA VITA PUBBLICA, ABOLIZIONE DEI VITALIZI
Pareggio di bilancio anche per gli enti locali, tagliate 600 poltrone nei consigli regionali,
abolizione dei vitalizi e pensioni col sistema contributivo, tracciabilità delle spese dei gruppi consiliari, controlli preventivi sugli atti di spesa da parte della Corte dei Conti, della Ragioneria dello Stato e della Guardia di Finanza, espulsione per dieci anni dalla vita pubblica per sindaci e governatori responsabili di dissesti finanziari.
E ancora: scioglimento dei consigli regionali che si rifiutino di adempiere ai tagli previsti.
Multe salate agli amministratori che sgarrano mentre per le Regioni inadempienti si potrà arrivare al taglio dell’80% dei trasferimenti erariali ad eccezione di sanità e trasporto pubblico locale.
È finita la pacchia per gli spendaccioni del denaro pubblico e gli scandalosi casi Fiorito-Daccò non dovrebbero ripetersi più.
Il governo ha dato il via libera al decreto legge sui tagli alla politica introducendo una serie di paletti senza precedenti sull’onda dell’indignazione popolare.
E ha prorogato fino al 30 giugno la riscossione dei tributi locali da parte di Equitalia in attesa di una riforma.
Il presidente del Consiglio Mario Monti usa parole misurate, ma è deciso ad agire in profondità . E ringrazia anche le Regioni per la collaborazione.
Un passaggio questo politicamente molto importante, teso a evitare ogni scontro con le autonomie locali. «Il decreto va nella direzione che le Regioni hanno proposto e indicato», ha affermato il presidente della Conferenza dei governatori Vasco Errani anticipando che «se questo verrà confermato non ci sarà alcuna impugnativa».
Meno soddisfatti i sindaci. «Non ci sottraiamo alle responsabilità che per forza si devono avere quando si gestisce denaro pubblico – commenta con un certo sarcasmo Graziano Delrio, presidente Anci (Associazione nazionale comuni italiani) – però mi chiedo se non sarebbe il caso di sanzionare allo stesso modo quei ministri che hanno portato il debito italiano a quasi 2 mila miliardi»
Il giro di vite arriva per tutti gli amministratori locali.
Sindaci e presidenti di Provincia o Regione responsabili di dissesti finanziari non si potranno candidare per dieci anni e dovranno pagare mega multe.
Sarà la Corte dei Conti a imporre una sanzione da 5 a 20 volte la retribuzione percepita al momento della violazione.
Nel lungo comunicato diffuso alla fine del Consiglio dei ministri si precisa che tutti gli amministratori pubblici «dovranno pubblicare sul sito internet di appartenenza redditi e patrimonio».
«La stessa trasparenza che ha introdotto per sè il governo» ha voluto ricordare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà .
Scure anche sui compensi degli assessori e consiglieri che saranno regolati sul livello della Regione più virtuosa e stabiliti dalla Conferenza Stato-Regioni entro il termine perentorio del 30 ottobre.
Stesso termine per calcolare i finanziamenti pubblici in favore dei gruppi che comunque saranno tagliati del 50% e che, dice Catricalà , saranno sottoposti a meccanismo di tracciabilità .
Nel mirino finiscono anche le società partecipate degli enti locali e i bilanci dei Comuni di oltre 5 mila abitanti: per tutti si avvia un «controllo strategico» per verificare l’attuazione dei programmi.
In prospettiva, la conferma che il governo entro breve presenterà una legge costituzionale per riesaminare la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni maldestramente modificate con il nuovo Titolo V.
Infine, approvato un regolamento per la riduzione degli organici delle forze armate da 190 mila a 170 mila unità .
Roberto Bagnoli
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 4th, 2012 Riccardo Fucile
GLI SPRECHI DELLA VECCHIA GESTIONE DELL’AZIENDA CHE GESTISCE GAS, ACQUA E RIFIUTI FINIRANNO ALLA CORTE DEI CONTI
Un albero di Natale costato 20 mila euro: certo non basterà questo scintillante cadeaux festivo a giustificare il tracollo finanziario della Amsc, società pubblica del comune di Gallarate che pur gestendo i servizi di acqua, gas, rifiuti in regime di monopolio quasi totale è riuscita a passare in dieci anni da un attivo di 12 milioni di euro depositati in banca a un «rosso» di 26 milioni.
IL NUOVO CDA
Ma una cosa è certa: i nuovi amministratori della società chiamati al capezzale del malato, hanno messo in fila una serie di «perle» che raccontano una storia non semplicemente locale.
Raccontano di come si può sperperare denaro pubblico con regalie, sprechi, progetti strampalati.
La storia di questa «piccola bottega degli orrori» verrà messa a disposizione della magistratura ordinaria e di quella contabile: il nuovo presidente di Amsc, Sergio Praderio, ha infatti annunciato che chiederà l’intervento del tribunale e della Corte dei Conti.
L’albero di Natale da 20 mila euro, comunque sia, dice già molto di una mentalità diffusa non certo solo a Gallarate sull’uso del denaro pubblico.
«A bilancio gli alberi erano addirittura due – conferma Praderio – entrambi sotto forma di sponsorizzazioni. Ma che attività promozionale può esserci dove Amsc era l’unica azienda sul campo, nel suo settore?».
I DEBITI
Facendo le pulci alle amministrazioni passate, i nuovi dirigenti hanno scovato anche 47mila euro lasciati a ristoranti per spese di rappresentanza, l’acquisto di tre auto di grossa cilindrata per i dirigenti, la moltiplicazione di incarichi e poltrone.
«Nel 2001 – racconta ancora il presidente -, Amsc era una società unica, dieci anni dopo ne erano sorte 12, spesso senza dipendenti ma con consiglio d’amministrazione e consulenti. Il ruolo di direttore generale era stato raddoppiato e ai due era stato affiancato un procuratore generale. Per il loro appannaggio si spendevano 470mila euro l’anno».
Tra i progetti meno comprensibili finanziati con soldi pubblici si trova la costruzione di una piscina a Saltrio, che è un paese ai confini con la Svizzera («Che cosa c’entrano i soldi dei cittadini di Gallarate?»), mentre sono stati spesi anche 138mila euro per «strenne natalizie» per i dipendenti o 200mila euro per sponsorizzare la fondazione teatrale cittadina, ora finita in liquidazione.
GLI SPRECHI
Al di là degli episodi di colore, tuttavia, all’attenzione della magistratura verranno portate voci e capitoli di spesa assai più significativi: ad esempio il fatto che per l’appalto per le pulizie della sede venissero spesi 400mila euro, quando oggi quel servizio è garantito con poco più di un quarto di quei soldi.
O ancora c’è il fatto che alcuni lavori non siano stati assegnati con una gara ma con la formula del «consorzio». «Per i lavori di scavo e posa delle tubature – racconta ancora Praderio – Amsc aveva stretto un consorzio con una ditta esterna per un valore di 3 milioni di euro: a nostro modo di vedere l’affidamento di quei lavori non poteva essere fatto con quella formula».
Il corollario di questa vicenda è ancora una volta affidato ai numeri messi insiemi dai nuovi amministratori della società : in dieci anni sono stai «bruciati» 38 milioni di euro in investimenti e spese che non hanno avuto risultati. E tutto questo in una città di 50mila abitanti.
Claudio Del Frate
(da “Il Corriere della Sera“)
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Ottobre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
FINITI NELLE CASSE DI TELECOM CHE HA FORNITO I DISPOSITIVI DI CONTROLLO
Quattordici bracciali al modico prezzo di 81 milioni di euro. 
Un regalo da sceicco?
Oppure è Silvio Berlusconi che torna alla carica con le Olgettine?
No, nessuna serata elegante in vista. Il conto l’ha saldato il Ministero degli Interni. Denaro pubblico, una montagna di soldi sprecati per finanziare un progetto fallimentare.
Un’ideona, almeno in teoria.
Che c’è di meglio dei braccialetti elettronici per sorvegliare i detenuti ai domiciliari? Lo fanno anche in America.
Già , solo che da noi, in Italia, si sono persi per strada più di 80 milioni di euro. Risultato: il nulla, o quasi.
Perchè l’ideona del governo è rimasta sulla carta.
I bracciali entrati davvero in funzione sono solo 14 nell’arco di 10 anni, dal 2001 al 2011. In media fanno 5,7 milioni a pezzo, una spesa da gioielleria di gran lusso.
Questo fiume di denaro è finito in gran parte nelle casse del gruppo Telecom Italia, che sin da 2001 ha fornito i dispositivi elettronici di controllo “nei confronti di persone sottoposte alle misure cautelari e detentive per l’intero territorio nazionale”, secondo quanto recita la convenzione ad hoc stipulata tra il ministero degli Interni e il più grande gruppo di telecomunicazioni nazionale.
A tirare le somme di questa incredibile vicenda è stata la Corte dei conti che al termine di un’indagine chiusa pochi giorni fa, il 14 settembre, ha definito “antieconomica e inefficace” la gestione dell’affare braccialetti.
Un affare solo per Telecom, a quanto pare.
Tutto comincia nel 2001, quando viene siglata una prima convenzione definita sperimentale e limitata a sole cinque province: Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania.
Nel 2003 il servizio viene esteso a tutto il territorio nazionale: Telecom si impegna a fornire e gestire 400 dispositivi elettronici di controllo, come li definisce la Corte dei conti. Insomma, i braccialetti.
Il costo del sistema ha superato i dieci milioni annui, segnalano i giudici contabili.
E cioè 81 milioni di euro spalmati su otto anni complessivi, tra il 2003 e il 2011. Peccato che dei 400 braccialetti che dovevano entrare in funzione se ne sono visti soltanto 14.
“Una spesa elevatissima”, commenta la Corte dei conti in vena di eufemismi.
L’anno scorso il contratto con Telecom arriva a scadenza.
E il governo che fa? Tira le somme e decide di chiudere una volta per tutte un esperimento quantomeno fallimentare, oltre che molto oneroso per la casse dello Stato. Macchè.
Il nuovo ministro degli Interni Annamaria Cancellieri, appena entrata in carica, si affretta a rinnovare la convenzione con Telecom. Un contratto di sette anni, questa volta, dal 2012 al 2018.
Su questa decisione, presa dal cosiddetto governo dei tecnici, il giudizio della Corte dei conti è inequivocabile.
Vale la pena riportarlo per intero.
“Il rinnovo della Convenzione con la Telecom, per una durata settennale, dal 2012 fino al 2018, ha reiterato perciò una spesa, relativamente ai braccialetti elettronici, antieconomica ed inefficace, che avrebbe dovuto essere almeno oggetto, prima della nuova stipula, di un approfondito esame, anche da parte del ministero della Giustizia, Dicastero più in grado di altri di valutare l’interesse operativo dei Magistrati, per appurare la praticabilità di un mancato rinnovo”.
Questa la posizione dei giudici contabili messa nero su bianco nella loro relazione datata 13 settembre. Di più.
Secondo la Corte, il rinnovo della convenzione, avvenuto a prezzi e prestazioni “non identici” e perciò qualificata “inesattamente come una “proroga” , avrebbe “dovuto, o potuto, essere oggetto di riflessione e/o di trattative, se non di comparazione con altre possibili offerte”.
In poche parole, il contratto non andava rinnovato tale e quale con lo stesso fornitore. Serviva una gara per mettere in condizione il ministero di scegliere l’offerta migliore, anche in termini di costi.
Non per niente, nel giugno scorso, su ricorso del concorrente Fastweb, il Tar del Lazio ha disposto con una sentenza che la nuova convenzione dovrà essere oggetto di una gara.
Sia il ministero dell’Interno sia Telecom Italia hanno fatto ricorso contro la decisione del tribunale amministrativo.
Sulla questione è chiamato a pronunciarsi il Consiglio di Stato. L’udienza è fissata per il 14 dicembre.
Niente paura, però, il Tar ha dichiarato inefficace la convenzione non immediatamente, ma dalla fine del 2013.
Un altro anno di ordinario spreco. E che sarà mai?
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL GOVERNO RECEPIRA’ IN PARTE LE PROPOSTE DELLE STESSE REGIONI
Si lavora a tappe forzate anche di domenica, tra palazzo Chigi e la Conferenza dei Governatori
regionali, per preparare il decreto che da giovedì taglierà le spese pazze degli eletti negli enti locali, ma non solo.
Il decreto conterrà norme per limitare gli eccessi nelle società partecipate dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni.
In questo senso, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà , ha tra le mani due preziosi dossier.
Il primo è quello redatto dalla Conferenza delle Regioni, consegnato qualche giorno fa al governo e al Capo dello Stato.
Il secondo è stato redatto dall’Unione delle province italiane prima dell’estate e segnala la crescita abnorme delle società partecipate.
Ma la notizia è che al governo queste misure non sembrano sufficienti.
Se i Governatori quindi proponevano un taglio di 300 consiglieri regionali (pari a un terzo dell’attuale bacino) l’esecutivo ritiene necessario osare di più.
Pare che si siano accordati su una sforbiciata di almeno 400 consiglieri.
Ora si tratta di fissare i parametri territoriali, per stabilire, in base alla popolazione, di quanti consiglieri sarà composto ogni singolo Consiglio regionale.
Nel pieno del caso Fiorito, ma sotto la sferza delle scandalose notizie che provengono da ogni parte, dal Piemonte come dalla Campania, o dall’Emilia-Romagna, è un coro dai leader di partito, che sembrano avere scoperto soltanto oggi che cosa accade alla periferia della politica, di fare presto e senza pietà .
Dice ad esempio Pier Luigi Bersani: «Il governo assuma per decreto la proposta portata dalle Regioni e si facciano i tagli in pochi giorni. Poi però si vada avanti e si pensi a riforme sul sistema delle autonomie».
Oppure Pier Ferdinando Casini: «Quanto sta accadendo oggi dimostra che bisogna essere molto cauti prima di scassare lo Stato centrale per buttarsi verso un federalismo degli sprechi».
Le indiscrezioni degli ultimi giorni, comunque, sono tutte confermate.
Il governo intende varare il decreto giovedì prossimo; le Regioni nei due mesi successivi adegueranno i propri Statuti.
Il governo a questo punto intende fare sul serio, così come sul tema della corruzione. Il decreto? «Noi lo vogliamo far passare a tutti i costi», scandisce il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera.
E per le spese della politica negli enti locali, «bisogna mettere strumenti di controllo e verifica più stringenti ed efficaci», dice a sua volta la ministra dell’Interno, Annamaria Cancellieri.
Ci saranno così norme per omogeneizzare il trattamento economico per i consiglieri in tutte e 20 le Regioni, chiudendo la porta a trucchi.
Ci sarà un obbligo di rendicontazione per i Gruppi politici e di trasparenza verso i cittadini, il divieto di costituire gruppi autonomi diversi dalle liste elettorali o peggio i monogruppi (costituiti da un singolo consigliere), un controllo serio affidato alla Corte dei Conti, l’indicazione legislativa che i fondi affidati ai Gruppi debbono essere necessariamente spesi per l’attività politico-istituzionale (incredibilmente oggi in molte Regioni non c’è regola), una stretta sulle Commissioni consiliari (da 4 a 8 a seconda delle dimensioni).
Tutto molto interessante.
Ma se non ci saranno sanzioni per chi sgarra, sarebbe tutto inutile.
I Governatori lo sanno e hanno proposto essi stessi che ci sia un meccanismo sanzionatorio.
E qui c’è un piccolo giallo.
Alcuni Governatori avevano previsto che lo Stato avrebbe potuto tagliare i fondi alle Regioni inadempienti (considerando che c’è un decreto del 2011, a firma Tremonti, che prevedeva già un cospicuo taglio al numero dei consiglieri regionali, ma praticamente nessun Consiglio).
A qualcuno questo potere statuale è sembrato troppo minaccioso.
Francesco Grignetti
(da “la Stampa“)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA CALABRIA DI SCOPELLITI, IL MOLISE DI IORIO, LA SARDEGNA DI CAPPELLACCI: LE GESTA DEGLI ELETTI CHE I CITTADINI NON RIMPIANGERANNO
Basterebbe lo stato di famiglia per indispettirsi.
Michele Iorio, è un medico molisano. La sorella Rosa è direttrice del distretto sanitario di Isernia, Nicola, il fratellone, è primario nel reparto di fisiopatologia, Sergio Tartaglione, marito di Rosetta, è primario di psichiatria, il cugino Vincenzo era direttore sanitario e la di lui moglie vice direttrice.
Purtroppo non è finita: Iorio è stato eletto e poi confermato e poi ancora rieletto governatore del Molise.
È stato senatore anche e non è detto che non si ricandidi.
La piccola Corea del Nord italiana ha pompato soldi come nessun’altra.
Ha costruito sul terremoto di San Giuliano di Puglia, paesino di meno di duemila abitanti, un grattacielo di spese e di necessità che ha toccato e superato la rispettabile quota di un miliardo di euro lasciando a terra cumuli di coscienze.
I soldi hanno perforato i molisani trasformandoli in clientes. I soldi sono serviti a fare debiti e a produrre lo sviluppo inverso della logica e della ragione: case senza gente che le abiti, strade senza auto che le percorra, malati senza ospedali. Applausi.
Si è vero, il Tar ha sciolto il Consiglio regionale ma nell’attesa del Consiglio di Stato tutto procede come nei migliori giorni.
Distante da Roma ma vicina al suo cuore pulsante, l’umanità politica che trova fortuna nelle Regioni ha la possibilità di gestire un bilancio complessivo di circa 180 miliardi di euro annui.
Con ampia facoltà di scelta, totale autonomia e vastissima capacità di produrre clienti da quel denaro. Cioè voti. E tessere.
BUCO NERO CALABRO
Non si spiegherebbe altrimenti l’ascesa di Giuseppe Scopelliti, noto deejay reggino, cestista di belle speranze, giovanotto della destra ultrà .
Ha fondato sulla città che possiede da più di un decennio, Reggio Calabria, le sue fortune elettorali.
Realizzando, e tra poco vedremo come, un “modello” che ha traghettato il suo corpo in Regione.
Ora è governatore, ed è potente. E ha tantissime segretarie. E anche il fotografo personale. Bellissimo così.
Il Popolo della libertà lo accarezza e se lo conserva come un bambino prodigio. Meglio di lui a far voti non c’è nessuno. Infatti, ieri era qui a Roma, al vertice nazionale del partito.
Un luogo utile per perorare forse la causa che più gli sta a cuore: non far sciogliere per mafia il Comune di Reggio Calabria a lui devoto.
La città , alla quale Scopelliti ha regalato favolosi notti bianche con le bellezze della scuderia di Lele Mora, è sul punto di cadere sotto i colpi dei verbali degli ispettori del ministero dell’Interno.
Troppo crimine nei paraggi del municipio, e parecchie mani sporche a succhiare denaro pubblico. Reggio da modello si trasforma nel buco nero della democrazia, con le finanze ridotte a brandelli: 170 milioni di euro di debiti accertati.
Chi paga? Soprattutto: chi parla? Roma ha un cuore d’oro e cieca resta.
STAZZA LIGURE
Ma quanti onorevoli Er Batman sono sparsi per l’Italia…
A Genova, solo per stazza, è equiparabile all’ormai noto Francone Fiorito il presidente del Consiglio regionale ligure Rosario Monteleone.
Un bel pezzo di democristiano, vitale e disposto ad aiutare chi chiede aiuto. Larga clientela, molto consenso.
Ottimo il simbolo che lo vede protagonista politico: Udc.
Di qualche tempo fa un’indagine giudiziaria dalla quale spunta, incredibilmente, il suo nome. Due boss della ‘ndrangheta al telefono parlano di voti e di persone. Lui ferma tutti: “Sono indebitamente tirato in ballo”.
Innocente era e resta.
Come sempre. Come tutti.
NAPOLI PIANGE
“Cesaro Luigi, nato a Sant’Antimo, di professione avvocato non praticante, risulta di cattiva condotta morale e civile …in pubblico gode di scarsa stima e considerazione (informativa dei carabinieri n. 0258456/1 del 27 ottobre 1991).
Luigi Cesaro oggi è un attivo deputato al Parlamento italiano e con tutti gli onori è stato acclamato anche presidente della Provincia di Napoli.
Due poltrone per lui, il tempo è signore.
POVERI SARDI
Dove sono i padroni d’Italia e come sono fatti?
Ugo Cappellacci, il figlio dell’ex commercialista di Berlusconi, regge la Sardegna, dove soffia il vento.
Indagato per l’affare eolico con illustri protagonisti giudiziari, un chiarimento forse da dare ancora per una vecchia storia di bancaroitta fraudolenta e nulla più. Sardinia felix.
ONORATA SICILIA
Apriamo e subito chiudiamo la parentesi di Raffaele Lombardo, che le amarezze seguite all’innumerevole sequela di scandali siciliani, e torti e sprechi grandi e piccoli, gli hanno fatto venire voglia di ritirarsi a vita privata.
“Farò l’agricoltore”, ha promesso. Infatti è lì che coltiva.
Forse, ma per pura passione, suo figlio svilupperà le grandi capacità oratorie del babbo e terrà teso il filo della speranza: Lombardo in Sicilia è immortale. Le premesse sono buone, e l’urna è vicina.
Non vediamo mai come anche dal male si riesca a cavare del bene, e dalla carta di identità un ufficio e una segretaria.
GUAI DA ROMA A TORINO
Nemmeno sappiamo, per esempio, che il sindaco di Roma ha delegato agli affari calabresi un suo consigliere comunale, l’avvocato (calabrese) Domenico Naccari. Siamo giunti così alla delega etnica, e Gianni Alemanno è quel signore che l’altro giorno si è prodotto in un ultimatum per la bonifica morale della Regione Lazio.
Povera Polverini e, forse, povero Roberto Cota, il governatore del Piemonte, autonomista nello spirito e caritatevole d’animo.
Era del cerchio magico e pensava da governatore che fosse suo compito reggere il posacenere a Umberto Bossi, il leader fumante.
Smagliante figura di uomo di Stato, ritratto nella prefettura di Torino a calcolare il raggio di caduta della cenere del senatùr. Il sigaro è finito e anche Roberto sembra andato in fumo.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA CORTE DEI CONTI: OLTRE 9 MILIONI SPESI PER OTTOCENTO ESPERTI
Nel libro paga della Regione Sicilia, in qualità di esperti, figurerebbero anche un trombettista e un suonatore di piano bar.
Il particolare emerge dall’inchiesta aperta dalla Corte dei Conti per verificare la legittimità e l’opportunità delle consulenze affidate dalle Regione.
I magistrati contabili, rivela il Giornale di Sicilia, stanno passando al setaccio tutti gli incarichi assegnati dal governo guidato da Raffaele Lombardo dal 2008 ad oggi.
La spesa maturata nei primi mesi di quest’anno, sommata ai soldi già spesi porta il budget impegnato dalla Regione in consulenze, nel periodo della attuale legislatura a circa 9 milioni e 100 mila euro.
Soldi utilizzati per pagare un esercito di circa 800 esperti che hanno lavorato negli assessorati.
Tra le figure messe sotto contratto c’erano dunque anche i due musicisti.
L’INCHIESTA
Da qualche giorno gli assessori e i dirigenti dei dipartimenti sono stati invitati dalla procura della Corte dei Conti a fornire i documenti sull’attività svolta dai consulenti.
I tecnici della Regione spiegano che «le consulenze sono previste sia da leggi statali che da norme in vigore in Sicilia.
E il budget destinato a questi incarichi è stanziato annualmente nel bilancio».
La Corte dei Conti però vuole vederci chiaro.
E stabilire se davvero c’era bisogno di questi esperti e se il lavoro svolto è coerente con il mandato ricevuto e fissato nei contratti.
Dall’inizio della legislatura erano stati spesi oltre 5 milioni e mezzo.
Altri due milioni sono stati spesi nel 2010 e 900 mila euro nel 2011.
(da “Il Corriere della Sera”)
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