Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DOPO IL VERDETTO, LA NUOVA COMMISSIONE LASCIA… BOSCHI: “SCOPO DELL’INCONTRO A L’AQUILA ERA DIRE CHE NON SI POTEVA PREVEDERE LA SCOSSA. L’HO CAPITO DOPO”
Dopo il verdetto, gli equivoci e le polemiche arrivano le dimissioni. 
Contro quella sentenza, definita choc, per i componenti della commissione Grandi rischi, che rassicurarono gli aquilani prima del terremoto che poi fece 300 morti.
Ieri gli imputati ieri sono stati condannati a sei anni.
Ha lasciato l’incarico l’attuale presidente della commissione, il fisico Luciano Maiani: ”Non vedo le condizioni per lavorare serenamente”. E con lui hanno consegnato le dimissioni tutti i vertici dell’organismo: il vicepresidente Mauro Rosi e il presidente emerito, onorevole Giuseppe Zamberletti.
Anche il professor Mauro Dolce, ieri condannato, dice addio alla direzione dell’Ufficio III — Rischio sismico e vulcanico.
La decisione del Tribunale dell’Aquila è finita sui giornali di tutto il mondo e oggi, dopo quelli di ieri, non sono mancati i commenti forti e le riflessioni critiche sul verdetto.
Anche in virtù di un equivoco: il giudice, però, non ha condannato gli scienziati perchè non sono stati capaci di prevedere il terremoto, ma perchè hanno fornito informazioni sbagliate alla popolazione rassicurandola sui rischi.
Del resto è ormai nota l’intercettazione dell’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso che il giorno prima al telefono diceva: “Quella di domani è un’operazione mediatica”.
Oggi anche Enzo Boschi, fino al 2011 presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e membro di quella che si riunì sei giorni prima del terremoto dell’Aquila, ammette: ”Lo scopo della riunione era quello di dire che non si potevano prevedere i terremoti, l’ho capito dopo”.
L’esperto lo dice proprio in riferimento alla riunione del 31 marzo 2009 alla quale partecipò convocato da Guido Bertolaso.
Alla domanda se si senta di essere stato strumentalizzato Boschi ha detto: “Non lo so, devo rifletterci. Certamente la commissione grandi rischi come era stata fatta da Zamberletti funzionava benissimo. Ai tempi le due sezioni, quella scientifica e quella di chi doveva prendere decisioni su eventuali rischi o evacuazioni, erano separate”.
Intanto questa mattina gli scienziati Usa della Union of Concerned Scientists, una influente Ong statunitense, hanno emesso un comunicato schierandosi a favore dei sette imputati.
“Quando il forte sisma ha colpito, causando vittime, gli scienziati sono stati messi sotto processo. In quell’occasione l’American Geophysical Union ha messo in guardia sul fatto che le accuse potevano mettere in crisi gli sforzi internazionali per capire i disastri naturali, perchè il rischio di un contenzioso scoraggia gli scienziati e i funzionari dall’avvisare il proprio governo o anche lavorare nel campo della previsioni rischi in sismologia. Immaginate se il governo accusasse di reati criminali il metereologo che non è stato in grado di prevedere l’esatta rotta di un tornado. O un epidemiologo per non aver previsto gli effetti pericolosi di un virus. O mettere in carcere un biologo perchè non è stato in grado di prevedere l’attacco di un orso. Gli scienziati devono avere il diritto di condividere ciò che sanno e ciò che non sanno senza la paura di essere giudicati criminalmente responsabili se le proprie previsioni non si avverano — continua il testo -. Ciò arriva dalla terra natale di Galileo. Crediamo che alcune cose non cambieranno mai”.
Anche dal Giappone arrivano rilievi e critiche: ”Se fossi stato io lì avrei dettole stesse cose perchè non è possibile stabilire quando può verificarsi una forte scossa sismica” fa sapere Shinichi Sakai, professore associato dell’Earthquake Research Institute di Tokyo, che non nasconde i dubbi per la condanna.
Sakai rileva che “non è chiaro se la sentenza debba essere imputata ai componenti del comitato perchè avevano la responsabilità di dare informazioni su provvedimenti e misure da prendere o perchè i componenti sono colpevoli di valutazioni sbagliate come scienziati”.
Resta il fatto che “in Giappone (che registra annualmente il 20% delle scosse pari e superiori a magnitudo 6 in tutto il mondo, ndr) non ci sono mai stati processi simili”. La previsioni dei terremoti, conclude, “sono considerate attualmente molto difficili, come ha del resto ribadito l’ultima e recente riunione della Seismological Society of Japan (Nihon jishin Gakkai, ndr)”.
Il giornale francese Le Monde sulla vicenda pubblica una doppia vignetta: ”Lourdes peines pour lesscientifiques italiens” (Pene pesanti per gli scienziati italiani) e “Lourdes peine à rèamènager la grotte” (Lourdes fatica a restaurare la grotta).
Il disegnatore, Plantu, “scherza” paragonandolo con l’inondazione del santuario sui Pirenei.
Nella prima vignetta, si vede il giudice che condanna sullo sfondo di palazzi crollati all’Aquila e lo scienziato che ammette: “avrei dovuto prevedere il terremoto!”. Nella seconda, un operaio al lavoro con i piedi nell’acqua e la Vergine di Lourdes che confessa: “avrei dovuto prevedere l’inondazione”.
Sull’argomento è intervenuto anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini: “Mi auguro che venga corretta in secondo grado. E’ una sentenza che sta facendo il giro del mondo — ha aggiunto Fini a margine dell’incontro al Cefpas di Caltanissetta — e con tutto il rispetto per chi l’ha emessa, contrasta con un dato scientifico: è impossibile prevedere la gravità di un sisma. Ne stanno parlando negli Stati Uniti e in Giappone. Mi auguro — ha concluso il presidente Fini — che venga corretta in secondo grado”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL COMUNICATO DELLA UCS STATUNITENSE: “SENTENZA ASSURDA E PERICOLOSA”
Gli scienziati americani della Union of Concerned Scientists, una influente Ong statunitense, si schierano contro la sentenza di condanna dei sette membri della Grandi Rischi per il terremoto dell’Aquila.
Si tratta di una decisione «assurda e pericolosa», si legge nel comunicato emesso dall’associazione: «Il presidente Napolitano dovrebbe» intervenire.
INDIGNAZIONE
Secondo i professori americani condanne di questo genere rischiano di «scoraggiare scienziati e funzionari dal consigliare i loro governi o persino dal lavorare nel campo della sismologia o della valutazione del rischio sismico».
Indignato Tom Jordan, il responsabile del Centro terremoti per il sud della California e che aveva fatto parte di una commissione internazionale riunitasi dopo il sisma abruzzese del 2009. «Per me è incredibile – ha detto – che scienziati che stavano solo tentando di fare il loro lavoro siano stati condannati per omicidio colposo. Il sistema aveva delle falle ma il verdetto seppellisce qualsiasi tentativo di migliorare le cose».
L’ASSOCIAZIONE
Critica anche l’Associazione americana per l’avanzamento della Scienza (AAAS) per la quale anni di ricerche hanno dimostrato che «non c’è un metodo scientifico accettato per la previsione dei terremoti che possa essere usata in modo affidabile per avvertire i cittadini del disastro imminente».
Di qui il pericolo che le condanne «rallentino le ricerche e blocchino il libero scambio di idee necessario per il progresso scientifico».
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Ottobre 18th, 2012 Riccardo Fucile
BRUXELLES PRESUME CHE «LE AGEVOLAZIONI NON SI LIMITINO A COMPENSARE IL DANNO SUBITO»
La Commissione europea ha avviato «un’indagine approfondita» sulle agevolazione fiscali e previdenziali concesse dall’Italia a imprese basate in zone colpite da calamità naturali con il sospetto che «le agevolazioni non si limitino a compensare il danno realmente subito,» secondo quanto si legge in una nota distribuita dall’Esecutivo europeo.
L’indagine si riferisce alle leggi che hanno consentito aiuti generosi a seguito delle calamità naturali che hanno colpito l’Italia dal 1990 fino al 2011, dal terremoto in Sicilia del 1990 fino al terremoto in Abruzzo nel 2011.
L’INDAGINE
«La Commissione teme che non tutti i beneficiari degli aiuti siano imprese che hanno subito realmente un danno causato da una calamità naturale, che in alcuni casi il danno non sia stato causato unicamente da una calamità naturale e che gli aiuti non si limitino sempre a compensare questo danno,» precisa la nota.
La Commissione tiene in considerazione il fatto che nel 2002-2003 «l’Italia ha introdotto misure che riducono del 90% il debito fiscale e contributivo delle società interessate».
Inoltre, tra il 2007 e il 2011 l’Italia ha adottato altre leggi simili che prevedono agevolazioni del 60% a favore delle società situate nelle zone colpite da altri terremoti, come quelli dell’Umbria e delle Marche nel 1997, di Molise e Puglia nel 2002, e dell’Abruzzo nel 2009.
Cavicchi Stefano
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
“LE CHIESE E LE CASE NON SI RICOSTRUISCONO CON LE PROMESSE”
Trasparenza, fondi in arrivo, tempestività .
Le promesse formulate dal commissario Vasco Errani ormai non convincono più i sindaci emiliani, alle prese con la ricostruzione post terremoto.
Nonostante il piano casa, avviato il 28 agosto con un’ordinanza firmata dal presidente della Regione Emilia Romagna, il patto per le aziende e la riapertura delle scuole in strutture temporanee, prevista per il mese di ottobre, i soldi non ci sono ancora.
“Non abbiamo visto un euro”, spiega il sindaco di Finale Emilia Fernando Ferioli, “arriveranno” spera Rudi Accorsi, primo cittadino di San Possidonio.
I 2,5 miliardi di euro stanziati dal governo, di cui 500 milioni previsti per il 2012, a quattro mesi dal terremoto non sono ancora arrivati, così come mancano all’appello i 15 milioni di euro raccolti con quegli sms solidali che, dal 29 maggio, gli italiani hanno generosamente versato, a sostegno delle popolazioni colpite dal sisma.
E le casse dei comuni si svuotano velocemente.
Le promesse, infatti, non ricostruiscono le case, le chiese, i monumenti andati perduti in pochi attimi a causa della furia della terra.
E la tempestività , invece, con l’arrivo dell’inverno, sarebbe essenziale.
Subito dopo la prima scossa di terremoto, quella del 20 maggio, in viale Aldo Moro Errani parla di “emergenza nazionale”, annunciando provvedimenti in “tempi rapidi”. Il 22 maggio anche il presidente del consiglio Mario Monti si reca in visita nelle zone terremotate per portare “la vicinanza del governo” alle migliaia di persone sfollate, a cui il sisma ha rubato la casa, il lavoro, la città e persino i propri cari.
Viene fischiato, ciononostante riesce a promettere un intervento tempestivo da parte dello Stato.
Due giorni dopo, anche il ministro ai Beni culturali Lorenzo Ornaghi a Finale Emilia annuncia “dobbiamo trovare le risorse per queste zone”, e dobbiamo farlo “entro brevissimo”.
Ovviamente, ricorda in quell’occasione Errani, prima dei fondi è necessario quantificare i danni.
Un calcolo reso più difficile da una seconda forte scossa di terremoto, quella del 29 maggio.
A giugno, le visite istituzionali continuano nelle zone terremotate dell’Emilia, là nella bassa tra Modena e Ferrara, così come la “conta dei danni” necessaria a calcolare quanto sarebbe costato ricostruire quei paesi fantasma, ridotti a mere ‘zone rosse’ transennate e sfollate, riprendono.
E mentre i tecnici effettuano migliaia di sopralluoghi, i sindaci continuano a lanciare appelli allo Stato.
Chiedendo, a loro volta, quella “tempestività ” promessa dal commissario straordinario.
“Nei prossimi giorni” risponde a più riprese Vasco Errani, “in tempi rapidissimi”, assicura il 23 giugno.
Ma per ricevere il primo, vero stanziamento statale, promesso già dal 22 maggio, i comuni devono attendere luglio.
Più di 40 giorni.
I 50 milioni di euro provenienti dal Fondo della Protezione civile, comunque, finiscono quasi subito.
Sarebbero dovuti bastare per almeno due mesi, 60 giorni in tutto, ma dopo 40 sono già esauriti. Tanto che i sindaci emiliani sono costretti a provvedere autonomamente a tutte le spese relative all’emergenza ancora da gestire, in attesa che il primo finanziamento effettivo, i 500 milioni di euro garantiti dal D.L 74/2012, prima tranche dei 2,5 miliardi approvati dal governo, arrivi.
“Senza entrate — aveva raccontato Luisa Turci, sindaco di Novi di Modena — sono obbligata a chiedere anticipazioni di cassa. Certo, non sono a costo zero. Ma è l’unico modo per ottenere liquidità immediata”.
Ma nemmeno i 15 milioni raccolti con gli sms solidali a luglio arrivano.
“Trascorsi trenta giorni dall’ultima data utile per effettuare una donazione — promettono Errani e Franco Gabrielli, capo della Protezione civile — i gestori delle compagnie telefoniche consegneranno la somma alle istituzioni, si costituirà il comitato dei garanti e poi le risorse verranno distribuite”.
Una procedura già stabilita che, garantisce il numero uno della protezione civile, sarà rapidissima.
Ma a quattro mesi dal terremoto, quei soldi sembrano più lontani che mai. Almeno quanto i 500 milioni promessi dallo Stato, che, conferma il sindaco di San Possidonio, “non sono ancora arrivati”.
E la famosa “fase due” di cui Errani ha parlato a più riprese, aspetta in un cassetto.
Incerti anche i tempi relativi a quella che, ad agosto, sembrava una buona notizia. “Abbiamo ottenuto un risultato molto importante per i nostri cittadini, un contributo fino a 6 miliardi per gli interventi di ricostruzione, riparazione e ripristino delle abitazioni civili e dei macchinari e degli immobili ad uso produttivo — annuncia Errani -. Il provvedimento è stato approvato al Senato all’interno del decreto sulla spending review, e abbiamo la piena convinzione che sarà approvato anche dalla Camera”.
E poi ci sono i 670 milioni promessi dall’Unione Europea dopo la visita del commissario alla Politica regionale Johannes Hahn, per i quali Errani si è dichiarato altrettanto “soddisfatto”, che però dovrebbero arrivare solo a gennaio 2013.
L’unica certezza, per i comuni colpiti dal terremoto, a oggi, sono le promesse.
“Ieri in Regione il commissario ci ha garantito che entro venerdì prossimo arriverà il primo contributo per l’autonoma sistemazione — spiega Accorsi — perchè possa essere avviata la procedura amministrativa per la liquidazione ai cittadini”.
“Entro questa settimana — ha inoltre anticipato Errani, supportato dal prefetto Gabrielli — il Consiglio dei Ministri trasformerà il protocollo relativo a 500 milioni di euro previsti dal decreto sulla spending review, in norme legislative: quindi partirà , in modo trasparente e in relazione con le banche, l’azione di liquidazione degli stati di avanzamento per quei cittadini che abbiano iniziato le opere di riparazione delle proprie abitazioni”.
Una possibile spiegazione ai ritardi accumulati mese dopo mese la offre Maurizio Marchesini, presidente di Confindustria Emilia-Romagna.
“Questo — ha detto durante una puntata di Mattino cinque, in onda su Canale5 — è un Paese un po’ particolare, che affronta in maniera molto organizzata l’emergenza, con ottime strutture e un grande volontariato, ma non abbiamo procedure per la ricostruzione. Tutte le volte che succede un evento di questa portata siamo daccapo, e anche stavolta abbiamo ricominciato da zero, in più con condizioni economiche molto pesanti”.
Ma come hanno ripetuto più e più volte, da maggio, i sindaci emiliani che da soli, almeno per ora, devono ricostruire intere città , “serve liquidità ”.
“Speriamo che questa volta — commentano l’ennesima promessa del commissario i primi cittadini terremotati — i soldi arrivino davvero”.
Annalisa Dall’Oca
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Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
MECCANISMI VARATI DOPO LO SCANDALO DELLA CRICCA E LA MANCATA RICOSTRUZIONE DELL’AQUILA… ERRANI: “NON CI SONO BACCHETTE MAGICHE”
Sulla carta 9 miliardi di euro, ai terremotati poco o nulla.
A 4 mesi dal sisma le popolazioni gridano: «Siamo stati dimenticati».
È davvero così?
O, come dice il presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, «va velocizzata qualche procedure: bacchette magiche non ce ne sono»?
Il primo stanziamento è stato immediato, ma ridotto.
Cinquanta milioni di euro, gestiti dalla Protezione civile, per il soccorso e l’assistenza alle popolazioni.
Dovevano bastare per i primi due mesi. È l’effetto del dopo Bertolaso.
La nuova legge, varata dopo lo scandalo della «Cricca», che fece emergere le criticità di una gestione in deroga, prevede allo scadere dei 60 giorni (in questo caso ricalcolati a partire dal 29 maggio, giorno della seconda scossa) il passaggio dalla fase dell’emergenza a quella del regime ordinario: nella quale a gestire i fondi sono direttamente le Regioni coinvolte, in proporzione ai danni subiti. A seconda dei provvedimenti, per l’Emilia oltre il 90%, la Lombardia per il 4-8%, il Veneto per l’1%.
Il meccanismo ha funzionato?
«Problemi ce ne sono stati, malgrado l’impegno del presidente Errani – ammette il capo della Protezione civile Franco Gabrielli -. Ma ritardi e discrasie in questi tempi sono comprensibili».
Il realtà qualche lamentela c’è.
Quei 50 milioni di euro sono finiti troppo presto.
Addirittura venti giorni prima dello scadere dei 60 giorni.
Le amministrazioni locali hanno dovuto provvedere in proprio per riaprire le scuole e mettere in sicurezza edifici pubblici pericolanti.
Dovranno rifarsi sul primo stanziamento effettivo.
Sono 2 miliardi e mezzo di euro sulla carta. Segnano la fase due, dal soccorso alla ricostruzione.
È stata stanziata solo la prima tranche da 500 milioni di euro (finanziata dalle accise sulla benzina).
La promessa di stanziamenti ulteriori, 6 miliardi di euro, è arrivata il 29 maggio, giorno della seconda scossa, che ha raggiunto Vasco Errani sul treno per Palazzo Chigi.
È legge da luglio. Prevede un meccanismo per la ricostruzione più snello di quello usato all’Aquila: i danneggiati ottengono il via libera dal Comune, si recano nelle banche convenzionate che, grazie all’anticipo della cassa depositi e prestiti, erogano l’80% della stima del danno, che andrà a credito d’imposta.
Un meccanismo «totalmente trasparente», sottolinea Errani, ma che costa 900 milioni di euro in due anni (sottratti ai 2,5 miliardi iniziali che così diventano 1,4).
Annunciati dall’Unione Europea 670 milioni di euro (dovrebbero arrivare a gennaio, ma si teme che slittino a marzo).
Attesi anche 100 milioni di euro per la ricerca industriale, 80 milioni di euro dell’Inail per la sicurezza sul lavoro e alcune centinaia di milioni di euro per l’agricoltura.
Errani anticipa: «Stiamo cercando un meccanismo per evitare che da novembre si torni a pagare le tasse. Come è accaduto per altri terremoti la sospensione deve durare di più».
E sull’arrivo dei fondi assicura: «I soldi ci sono. Entro poche settimane dovremmo liquidare tutti i Cas, i contributi di autonoma sistemazione. E cerchiamo di accelerare il problema della liquidità per far ripartire la ricostruzione: perchè se il problema principale dell’Italia è la crescita, è urgente far ripartire subito una zona che dà il 2,5% del Pil».
«Basterebbe un euro» estremizza l’assessore regionale lombardo Carlo Maccari.
E spiega: «Non vogliamo 500 milioni subito. Ma chiediamo al governo di attivare questo conto, versando anche lo 0,1%. Così partiamo. Altrimenti la Corte dei Conti non ci dà il via libera. Ma bisogna fare presto. Prima che venga a piovere».
Virginia Piccolillo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
CENTRI STORICI, TENDOPOLI E LE DIFFICOLTA’ DELLE IMPRESE
C’è qualcosa di strano nella passeggiata lungo le viuzze del centro storico di Mirandola.
Qualcosa di sinistro.
Saranno le macerie e le crepe che si vedono ancora qua e là .
Oppure saranno le transenne e i ponteggi piazzati ovunque a ricordare pericoli di crolli… Quando gli occhi planano su quel che resta del duomo tutto diventa più chiaro: è il silenzio, quel qualcosa di strano.
Un silenzio irreale che fa risuonare il rumore dei passi nell’aria come fossimo in una stanza vuota.
Visto dai piedi della Chiesa sventrata di San Francesco o dai mille portoni rinforzati con travi di legno, il cuore di Mirandola è un’enorme stanza vuota.
È uno dei problemi più gravi del dopo terremoto.
La ricostruzione dei centri storici sfregiati dalle scosse del 20 e 29 maggio è il capitolo di un libro ancora tutto da scrivere e non c’è nemmeno un segnale che faccia sperare in un’accelerata.
«Se andrà bene, ma proprio tanto bene, forse potremo parlare al passato fra cinque anni» azzarda il direttore della Confindustria di Modena Giovanni Messori. Ed è fra i più ottimisti.
«Ricostruzione» per adesso è una parola grossa.
Da Cavezzo a Concordia, da Medolla a Finale Emilia, da Camposanto a Cento, la necessità del momento è dare una casa chi vive ancora nelle tende o nelle roulotte prima che arrivi l’inverno.
Oppure pagare il promesso contributo per la sistemazione autonoma a chi si è organizzato per conto proprio e ha trovato casa in affitto o si fa ospitare da amici e parenti.
Il fatto è che nessuno ha avuto ancora un solo centesimo. «Io sono viva per miracolo e quindi mi ritengo fortunata» premette Renza Golinelli davanti alla sua casa di Camposanto che è una collezione di crepe.
«Sono fortunata anche se alla bell’età di 69 anni, da pensionata, ho cominciato a pagare un affitto di 400 euro più le spese. E ho dovuto pagare anche 300 euro per la recinzione di sicurezza. Nessuno mi ha dato ancora un soldo».
Inutile spiegarle che l’ordinanza è stata emessa, che deve pazientare ancora un po’.
«Io devo vivere e mangiare adesso» interviene la sua amica Annamaria, pensionata pure lei e alloggiata da amici «dopo venti giorni in una tenda che poteva anche andare, ma se lei avesse visto l’indecenza del bagno…».
Nelle tendopoli il freddo si fa già sentire, soprattutto di notte.
Nei dodici Comuni terremotati dell’Emilia ci sono ancora tendopoli aperte per 3.061 sfollati.
Altri 88 sono ospiti in un residence e 1.467 vivono in alberghi.
Le persone che aspettano il contributo per la sistemazione autonoma programmato dalla Protezione civile sono 39.327.
«Io sto qui dentro con mio marito, i miei due bambini e due cani» annuncia Anna Persino, bidella precaria, casa con danni gravi e marito con lavoro stagionale.
Esce dal campo allestito a Rovereto sulla Secchia (frazione di Novi di Modena) perchè l’ingresso è vietato ai giornalisti.
«La mia famiglia è in una tenda da sola ma c’è gente che vive e dorme sotto quei tetti di tela con perfetti sconosciuti. Una cosa assurda. Chi ci aiuterà se qui ci hanno tolto perfino la cucina? Dicono che non ci sono soldi e ci portano i piatti già pronti che costano meno. I moduli dove dovremo vivere arriveranno a fine dicembre. E comincia a far freddo».
Il sindaco di Novi, Luisa Turci, capisce che «la gente ha ragione, i soldi non sono arrivati».
E spiega che «noi siamo i primi ad essere arrabbiati.
Ci sarebbe da chiedersi come mai la Protezione civile non ha dato denaro per finanziare le sistemazioni autonome.
Lo sta anticipando la Regione…
Capisco che nel comune sentire tutti pensino “se non mi danno nemmeno 500-600 euro come faccio a credere che arriveranno i soldi della ricostruzione?”».
Per quattro mesi la parola d’ordine è stata «arrangiarsi».
Per tutti, commercio e aziende in testa. L’Emilia che produce l’uno e mezzo per cento del Pil, il polo biomedicale eccellenza di queste zone, il settore tessile, le imprese meccaniche.
Tutti a lavorare come si poteva, sotto tensostrutture o in capannoni in prestito, stringendosi nelle fabbriche dei colleghi o emigrando qualche chilometro più in là per rimettere in piedi la fabbrica.
Adesso si fa spazio la rabbia, c’è un problema nuovo ogni giorno e cresce la sensazione di essere indietro su tutto. Troppo indietro.
I negozi, per esempio.
Non sono ancora pronti (se non in forma improvvisata) i centri commerciali temporanei da mettere in piedi con i container.
Nè si è visto un euro nemmeno in questo caso.
Le promesse parlano di 15 mila euro di risarcimento per chi dovrà comprare un container e pagare gli oneri di urbanizzazione ma per ora i più se la cavano aprendo bottega in un garage, con una bancarella, magari in una cantina oppure online. «Stiamo lavorando con i soldi delle donazioni private» confessa Cristina Ferraguti, assessore alle Attività produttive di Cavezzo. «E per non farci mancare niente abbiamo anche una questione legale che blocca lo sgombero delle macerie dalla piazza centrale».
C’è anche questo, nel dopo terremoto: le lungaggini giudiziarie dove ci sono contenziosi aperti o nei luoghi sequestrati perchè teatro di feriti e vittime.
E poi, ultimo dei problemi in ordine di tempo, si è scoperto che buona parte dei tetti delle aziende danneggiate o crollate sono di Eternit.
Dove, come e con quali finanziamenti smaltire quindi le fibre d’amianto cancerogene?
«Ci arrivano ogni giorno segnalazioni di persone che si sentono umiliate perchè sono in difficoltà e nessuno le considera» rivela Clarissa Martinelli di Radio Bruno, la più ascoltata dell’Emilia, diventata radio di servizio nei giorni dell’emergenza.
Quattro mesi passati a ricordare che «gli emiliani tengono botta, sempre e comunque» sarà servito.
Ma non è bastato e non basta.
Giusi Fasano
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
POLEMICHE PER LO STOP SOLO PER CHI HA ANCORA CASA O AZIENDA INAGIBILI
Una proroga sì, ma «selettiva». Nel senso che il nuovo rinvio per il pagamento di tasse
e contributi non riguarderà tutte le persone che vivono nei comuni colpiti dal terremoto, come previsto finora.
Ma solo chi ha ancora la casa inagibile o l’azienda danneggiata dopo le scosse di tre mesi fa.
La questione sarà discussa nel Consiglio dei ministri di venerdì, il primo dopo la pausa estiva.
E, se alcuni nodi devono essere ancora sciolti, il governo sta studiando il modo di accogliere le richieste che arrivano dalle zone terremotate di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.
Proprio ieri i tre governatori hanno scritto al presidente Mario Monti per chiedergli di rivedere le decisioni prese nei primi giorni dell’emergenza.
Con due decreti il governo aveva sospeso tutti i pagamenti fiscali e previdenziali: non solo l’Imu, che viene annullata per tutto il periodo dell’inagibilità dell’immobile, ma anche l’Irpef, l’imposta sulle persone fisiche, l’Ires e l’Iva, che riguardano le imprese, oltre alle rate dei mutui e dei finanziamenti.
Alcune di queste scadenze erano state spostate al 30 settembre, altre al 30 novembre, sempre del 2012.
I tre presidenti di Regione chiedono di rinviarle tutte al 30 giugno dell’anno prossimo ma solo per «coloro che a causa dell’inagi bilità della casa di abitazione o dello studio professionale o delle difficoltà connesse con il riavvio delle attività produttive (…) risultino particolarmente esposti a problemi di liquidità e di equilibrio finanziario».
La richiesta di una proroga girava già da qualche settimana.
Ma a gelare le attese era arrivata, il 16 agosto, una nota dell’Agenzie delle Entrate che confermava le scadenze già previste.
Non poteva essere diversamente, visto che l’agenzia non può certo cambiare di sua iniziativa quanto è stato deciso con un decreto legge.
Eppure è stato proprio quel comunicato di poche righe a far salire la protesta nelle zone terremotate.
Sabato scorso il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani ha ripetuto il suo appello incassando l’appoggio («Sottoscrivo ogni sua parola») del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, che quelle terre le conosce bene essendo stata commissario prefettizio sia a Bologna che a Parma.
È stata proprio la Cancellieri a portare la questione all’attenzione del governo, contando sull’appoggio di un altro ministro, Piero Gnudi, bolognese non d’adozione ma di nascita.
Adesso il dossier è nelle mani del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà , e del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli.
L’intenzione di fare un passo c’è tutta ma il problema è sempre il solito: trovare i soldi. Il rinvio dei pagamenti deciso ai primi di giugno è costato alle casse dello Stato due miliardi e mezzo di euro.
La proroga peserebbe meno proprio perchè riguarderebbe solo chi ha ancora danni seri e non tutti i residenti.
Ma fare i conti non è semplice
Le famiglie ancora senza casa sono 13 mila, le aziende danneggiate più di 3 mila. Bisogna capire che volume di tasse muovono e soprattutto decidere di quanto far slittare i termini.
Non è detto che la proposta del 30 giugno venga accolta: la proroga potrebbe essere più corta.
Il presidente Errani, però, è ottimista: «La nostra è una richiesta seria e motivata, non parliamo di cose inique ma eque. Quindi confido che il governo risponderà positivamente».
E annuncia che la prossima settimana firmerà una nuova ordinanza per accelerare il ritorno alla normalità di chi ha perso la casa: «In parte nei prefabbricati in parte attraverso accordi con le associazioni di proprietari per prendere in affitto gli appartamenti vuoti».
L’emergenza numero uno, però, resta quella delle tasse.
E in questa partita c’è un’altra carta da giocare. Erano altri tempi, non c’era la crisi ma dopo il terremoto in Umbria e Marche del 1997 i pagamenti vennero sospesi per due anni e mezzo.
In Emilia la terra ha tremato appena tre mesi fa.
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile
NEL 1980 CANCELLO’ DIVERSI COMUNI… L’ULTIMO COMMISSARIO SCADRA’ NEL 2013 : “DECISIONE ILLOGICA, LA STRUTTURA FUNZIONAVA”
“Amareggiato? Questo no, ma certe decisioni il legislatore dovrebbe prenderle in maniera
coerente e logica. Probabilmente è mancato un approfondimento sulle cose che sono state fatte”.
Quando fu nominato commissario ad acta, l’ingegnere Filippo D’Ambrosio probabilmente non pensava di essere l’ultimo di una lunga serie di commissari straordinari, ministri e funzionari che hanno avuto a che a fare con la ricostruzione delle zone dell’Irpinia e della Basilicata, quelle devastate dal terremoto del 1980.
Con una piccola norma presente nel Decreto sviluppo, viene stabilito che la sua esperienza durerà fino al 31 dicembre 2013, ma solo per liquidare le ultime pendenze, consegnare «tutti» i beni, chiudere i rapporti con le diverse amministrazioni.
La sua nomina risale al 2003, con il mandato di realizzare ogni ulteriore intervento funzionalmente necessario al completamento degli interventi infrastrutturali di cui all’articolo 32 della legge n. 219/1981».
Una legge, quella, che viene continuamente presa a modello ogni volta che un terremoto miete vittime.
Quando la terra tremò in Irpinia e in Basilicata, erano da poco passate le 19,35 di una domenica di novembre.
La prima scossa (valutata pari a magnitudo 6,8 della scala Richter) fu seguita da un’altra (pari a 5) a distanza di una quarantina di secondi. Alla fine si contarono 2.735 morti, mentre i feriti furono 8.850.
I Comuni «terremotati» arrivarono a 687, 27.627 gli alloggi rasi al suolo, 292.018 gli edifici gravemente danneggiati e 280 mila i senzatetto.
Il deputato democristiano Giuseppe Zamberletti venne nominato commissario straordinario per la gestione dell’emergenza mentre la terra ancora tremava.
Lui fu il primo. L’anno seguente i poteri di coordinamento e di intervento vennero passati dal commissario al ministro per il Coordinamento della Protezione civile.
Che, manco a farlo apposta, era sempre Zamberletti.
I primi decreti emergenziali diventarono legge qualche mese dopo il sisma: il 22 dicembre 1980 (la legge n. 874) e il 14 maggio 1981, la «famigerata» legge 219.
Alla fine tra leggi, mini-norme, rifinanziamenti, proroghe saranno 33 gli interventi normativi.
La copertura finanziaria della 219 era pari a 8.000 miliardi di vecchie lire.
Ma da allora è stato un crescendo: difficile infatti trovare una «vecchia» Finanziaria senza un relativo capitolo introdotto con un emendamento o espressamente dedicato fin dall’inizio per finanziare la ricostruzione post-sisma.
A fare il «conto» complessivo dell’intervento è stato l’Ufficio studi della Camera dei Deputati con uno specifico dossier dedicato ai «Principali eventi sismici dal 1968 in poi» realizzato nel 2009.
I tecnici di Montecitorio quantificano in 47,5 miliardi di euro, a valori attualizzati al 2008, il flusso di risorse che lo Stato ha fatto confluire per la ricostruzione delle zone terremotate dell’Irpinia e della Basilicata.
Ma si tratta di un conto prudenziale.
Non vengono considerate le agevolazioni di tipo fiscale e contributivo previste per le popolazioni.
Non si contano nemmeno i mutui stipulati con la Cassa Depositi Prestiti.
A ben vedere, il conto potrebbe poi lievitare di ulteriori 17,8 miliardi (sempre in valori attualizzati al 2008) stanziati per la ricostruzione edilizia a Napoli di 20.000 alloggi, un’operazione collegata al terremoto dell’Irpinia anche senza un espresso riferimento alla legge 219 del 1981.
«I fondi? Con risorse che mi sono state date nel 2003 e nel 2005, ma che furono stanziate nel 1996, abbiamo realizzato tutto quanto era in cantiere» sottolinea, con malcelata soddisfazione, Filippo D’Ambrosio.
La struttura commissariale da lui presieduta aveva l’onere di realizzare 64 progetti, tra cui 20 aree industriali per le quali vennero stanziati 4.500 miliardi di euro.
«Sessanta di quelle opere — continua D’Ambrosio — sono completate e collaudate. Gli altri quattro progetti sono stati divisi dal mio ufficio in sette lotti. Stando alle mie valutazioni tutto sarà completo nel 2016».
Compresa la Lioni-Grottaminarda, l’asse stradale di collegamento tra l’A3 Salerno-Reggio Calabria e l’A16 Napoli-Bari.
«Nel 2003 — spiega D’Ambrosio – alcune opere erano state individuate solo urbanisticamente. La LioneGrottaminarda, ad esempio, è stata progettata e realizzata dal mio ufficio».
Con un costo, tutto compreso, di 430 milioni di euro.
E la struttura commissariale?
I conti sono subito fatti: «Duecentomila euro l’anno — assicura il commissario — visto che la struttura conta su 12 persone tra Roma e Salerno. Sono tutti dipendenti pubblici che lavorano per il commissario ad acta solo part-time».
«In questi anni ho sostituito un ufficio intero del ministero e il bilancio dell’attività del mio mandato — conclude D’Ambrosio — è più che positivo, viste tutte le opere completate. Voglio ricordare, poi, che tra le incombenze del commissario ci sono anche le risoluzione di tutti gli espropri per la costruzione delle opere progettate (si parla di circa 2000 particelle, ndr) e la risoluzione di oltre 300 transazioni. Con un risparmio per le casse pubbliche di quasi 18 milioni di euro».
Se, dopo 32 anni, il capitolo della gestione commissariale della ricostruzione industriale dovrebbe essere chiuso, resta ancora aperto quello relativo al patrimonio abitativo, gestito dai Comuni.
E lì, la fine sembra lontana dal venire.
Antonio Salvati
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Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile
CRITICHE DI CALDEROLI CHE NON CAPISCE UNA MAZZA COME SEMPRE E VORREBBE FAR LAVORARE NELLA RICOSTRUZIONE I SOLDATI DELLE NOSTRE MISSIONI DI PACE: FORSE PENSA SIANO IMBIANCHINI
Arriva il primo via libera all’impiego di detenuti per la ricostruzione post-sisma. 
È stato siglato oggi un protocollo d’intesa tra Regione Emilia Romagna, il dipartimento di amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia e il Tribunale di sorveglianza. Accordo che prevede il l’impegno di una quarantina di persone, provenienti dai diversi istituti penitenziari della regione, in attività di volontariato nei comuni distrutti dal terremoto.
Diventa così operativo, a circa 2 mesi dal secondo terremoto, il progetto lanciato dal ministro della Giustizia, Paola Severino.
Nonostante le polemiche, arrivate in particolare dai leghisti. “Invece dei carcerati è meglio far rientrare i nostri soldati italiani dalle missioni all’estero” aveva detto qualche settimana fa Roberto Calderoli.
L’idea era stata proposta direttamente dal Guardasigilli, pochi giorni dopo la seconda, devastante scossa del 29 maggio.
“Mi è venuta in mente mentre visitavo la Dozza — disse all’inizio di giugno — Uno dei detenuti si è avvicinato e mi ha chiesto come potesse rendersi utile, mi ha chiesto di poter andare a lavorare tra le macerie. Io ho lanciato un’idea, ma la mia idea lì nasce e si ferma, in questo il ministro non ha competenze, servono i giudici, i direttori delle carceri, le coop sociali, gli accordi con gli enti locali”.
L’intesa firmata oggi prevede l’inserimento di cittadini detenuti in attività di volontariato nelle zone colpite dal terremoto, valorizzando il ruolo delle associazioni che già operano nell’ambito della ricostruzione.
Gli interventi saranno definiti in una serie di protocolli che saranno firmati con i comuni sede delle carceri (Bologna, Modena, Ferrara Reggio Emilia e Castelfranco dell’Emilia).
Circa una quarantina di detenuti, tutti di sesso maschile e già in semilibertà , sarebbero già pronti per cominciare le attività .
La maggior parte di loro arriverà dalla Dozza di Bologna, dal carcere di Castelfranco Emilia e da quello di Ferrara.
Mentre più ristretto è il gruppo detenuto a Modena.
“Si tratta di un intervento importante che ci permette di consolidare una capacità di relazione e collaborazione tra le istituzioni — ha detto l’assessore alle Politiche sociali Teresa Marzocchi -.Portiamo a termine un percorso avviato all’indomani del sisma e lavoreremo ancora insieme perchè sempre più persone possano fare della propria esperienza in carcere anche un’esperienza di ricostruzione di sè e del proprio rapporto con la società ”.
Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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