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MONTI TRA GLI SFOLLATI DEL TERREMOTO: FISCHI E CONTESTAZIONI A SANT’AGOSTINO

Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO IN VISITA ALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO…ALCUNI CITTADINI LO HANNO ACCOLTO CON URLA E SLOGAN

Il presidente del Consiglio, Mario Monti, è arrivato verso le nove a Sant’Agostino, il paese del Ferrarese che ha pagato il maggior tributo di vittime nel sisma di sabato notte.
Al suo arrivo, il premier è stato contestato da alcuni cittadini, non più di una decina, che lo hanno accolto gridando: «Vergogna, ladri, potevi stare a casa».
La protesta, hanno spiegato alcune donne, è legata alle alte tasse, a partire dall’Imu.
Al suo arrivo a Sant’Agostino, insieme al presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, al capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, e al questore di Ferrara, Luigi Mauriello, Monti ha scambiato alcune parole con li sindaco di Sant’Agostino, Fabrizio Toselli, proprio di fronte al municipio sventrato dal sisma.
Prima di entrare in una palazzina dove si terrà  un incontro con gli altri sindaci della zona e con i tecnici, il presidente del Consiglio è stato apostrofato con fischi e ‘buù da un piccolo gruppetto di cittadini di Sant’Agostino.
Semplici cittadini, hanno spiegato, «decisi a far sentire la propria voce in un momento difficile in cui, oltre alla paura» per il terremoto si sente anche «disagio per le tante tasse, per l’Imu» e per il rischio che le spese della ricostruzione del dopo terremoto pesino sulla cittadinanza.
«Poteva stare a casa – ha spiegato una signora – è venuto perchè questo è un circo mediatico. Abbiamo tanti problemi, c’è rabbia e paura. Da uno Stato ci si aspetta quello che lo Stato dovrebbe fare: fischiamo per esprimere il nostro malcontento».
Durante l’incontro di oggi i sindaci della bassa padana chiederanno al premier l’esenzione dal Patto di Stabilità  per poter investire i soldi nelle casse comunali.

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IN RICORDO DI NICOLA, LEONARDO, GERARDO E NAOUCH, GLI OPERAI TURNISTI MORTI IN EMILIA NEI CAPANNONI ACCARTOCCIATI PER IL TERREMOTO

Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile

L’ITALIA NON DIMENTICHI I SUOI FIGLI MORTI SUL LAVORO, ESEMPIO DI SACRIFICIO E ONESTA’ IN UNA SOCIETA’ CON SEMPRE MENO VALORI DI RIFERIMENTO

Poteva essere una strage di fedeli se la terra avesse tremato così solo qualche ora dopo.
Ricca di chiese e di campanili in parte crollati, questa landa padana di confine fra Emilia, Lombardia e Veneto, così piatta da non scorgere all’orizzonte neppure una collina, ha scritto invece la pagina più nera degli operai della notte.
Ben prima che sorgesse il sole Nicola Cavicchi, Leonardo Ansaloni, Gerardo Cesaro e Naouch Tarik erano tutti al lavoro, chi a scaricare lastre di alluminio, chi alle prese con i forni delle ceramiche, chi a controllare il polistirolo.
Tutti turnisti dalle 20 alle 6 del mattino, sotto i rispettivi capannoni, così movimentati e assordanti da non accorgersi della prima scossa, quella dell’una di notte.
«Non l’abbiamo sentita, c’era il rumore delle presse», ha detto Ghulam Murtaza, il miracolato della Tecopress.
Tutti assunti, regolari, Ansaloni e Casaro con moglie e figli da mantenere, i più giovani Cavicchi e Tarik con il sogno della famiglia.
«Nicola si era fatto un mutuo e una casa e voleva sposarsi, pensava a questo» ha detto suo fratello Cristiano.
«Naouch stava aspettando il ricongiungimento con sua moglie Widad, risparmiava per questo», sospirava il papà  del giovane marocchino.
Per questo lavoravano anche di notte, anche il sabato notte.
Eppure la domanda che molti si facevano domenica mattina davanti alle macerie era quella sospetta: come mai sotto i capannoni alle quattro del mattino?
NAOUK
Si chiamava Naouch Tarik, aveva 29 anni ed era arrivato nel 1994 in Italia da Beni Mellal, Marocco, con papà  Mustafà  e mamma Fatiha.
Operaio da sei anni della Ursa di Bondeno, una fabbrica di polistirolo, sabato notte non ce l’ha fatta a sfuggire al crollo.
Dopo essere uscito perchè tremava tutto, dice un suo collega, Naouch è tornato nel capannone a riprendere qualcosa o forse a chiudere il gas.
«Sostituiva il capoturno, si sarà  sentito responsabile. Mi hanno detto che gli è caduto addosso qualcosa », sussurra il padre con gli occhi lucidi, mentre poco più in là  la madre urla di dolore e il fratello Hassan scuote la testa.
E mentre lo dice la terra sussulta forte un’altra volta, alle 15 e 18, anche se lui non ci fa più molto caso: «Naouch era importante per me», ripete.
Vivono in una grande casa immersa nelle campagne modenesi di Bevilacqua. Ci sono anche le due sorelle, un cognato e un’altra ventina di persone fra cui il console del Marocco a Bologna, Driss Rochdi.
Il cognato alza un po’ i toni: «Voglio capire perchè la struttura non ha retto». Il console usa la diplomazia: «Un grande dispiacere, confido nelle autorità  italiane». Naouch, dicono tutti, era persona allegra e sportiva. Aveva chiesto da poco la cittadinanza italiana perchè voleva portare a Bevilacqua Widad, la sua giovane moglie marocchina. Rimasta vedova a 18 anni.
GERARDO
Era l’uomo del muletto, l’operaio più esperto, 55 anni, una vita nella Tecopress di Dosso, fabbrica a ciclo continuo di lamierati per macchine.
E lui, alle quattro del mattino si trovava al centro del capannone con il suo mezzo a caricare lastre di alluminio.
L’ultima, drammatica corsa di Gerardo Cesaro di Molinella, sposato con due figli, la racconta l’operatore pachistano delle presse, Ghulam Murtaza: «A un tratto si è mosso tutto, una cosa forte, molto forte, mi sono detto è finita e siamo scappati fuori. Gerardo era sul muletto, l’ha fermato e anche lui ha iniziato a correre. Ma era indietro. Appena siamo passati dalla porta è venuto giù tutto. Lui era vicino all’uscita ma non è riuscito a evitare le lamiere che hanno distrutto tutto, anche la mia macchina parcheggiata fuori».
Murtaza ha 40 anni, una moglie, quattro figli e 1.400 euro al mese di stipendio. «Gerardo era un uomo molto bravo e molto gentile».
Per la notte, che sarebbe finita alle sei, lavoravano in dieci.
Fra questi anche il nigeriano Casmir Mbanoske, che il titolare dell’azienda, Sergio Dondi, ha accompagnato a casa ieri insieme con Murtaza, rimasti appiedati. Siccome nessuno dei suoi connazionali l’ha più rivisto, una decina di amici di Casmir hanno protestato fuori e dentro i cancelli della Tecopress.
«Stiano tranquilli, il loro amico prima o poi si farà  rivedere », hanno tentato di tranquillizzarli i carabinieri.
NICOLA
Era stata una sua piccola conquista quella del turno di giorno alla «Ceramica Sant’Agostino». Ma venerdì e sabato a Nicola Cavicchi è toccata la notte.
Un piacere al collega che non poteva andare al lavoro, una fatale sostituzione. L’hanno trovato sotto una trave del reparto altoforni, crollato con la scossa delle 4 del mattino. Senza vita.
«Nicola è morto sul colpo – non ha dubbi suo fratello Cristiano –. Bastava qualche metro più in là  e forse si sarebbe salvato».
Perito elettrotecnico, 35 anni, ferrarese di San Martino, Nicola era stato assunto come manutentore. «Aveva provato per un po’ a fare l’elettricista in proprio, ma alla fine i conti non tornavano».
Il suo pallino era il calcio. Accanito tifoso del Milan, ha giocato fino allo scorso anno come difensore di fascia del San Carlo, una squadra dilettantistica locale.
Altra passione, il mare. «Andava ai Lidi Ferraresi il fine settimana. Ricordo che venerdì scorso, dopo aver accettato la sostituzione, ha guardato le previsioni, ha visto due gocce sull’Adriatico e ha detto “ma sì, non mi perdo un granchè”».
Sognava una famiglia. «Si era fatto anche la casa, sotto la mia, pensando di sposarsi con la fidanzata ma poi gli è andata male e si sono lasciati».
Domenica notte alle 4.15 Cristiano ha iniziato a chiamarlo: «Ma lui niente, niente, niente…».
LEONARDO
Era la prima notte in fabbrica dell’operaio Leonardo Ansaloni, addetto agli altoforni. È stato sorpreso dal crollo del tetto mentre tentava la fuga con il collega Nicola Cavicchi.
Entrambi dipendenti della Ceramica Sant’Agostino che con i suoi 380 addetti rappresenta il colosso industriale di questo piccolo centro nato fra i campi di grano del Ferrarese.
Cinquantuno anni, originario di Bondeno, viveva a Sant’Agostino con la moglie Gloria e i loro due figli di 8 e 18 anni.
Lavoro pesante il suo, conduttore dei forni ceramici, cioè cuoco delle lastre da pavimento e rivestimento che l’azienda produce e distribuisce in mezzo mondo.
A differenza di Cavicchi, per il quale i primi soccorritori hanno capito subito che non c’erano margini di salvezza, Ansaloni è rimasto aggrappato alla vita per un po’.
Poi, in mattinata, il cedimento.
Il responsabile di stabilimento non si dà  pace: «Giovanni è corso a chiamarmi dicendomi che erano rimasti sotto, ma io non riuscivo ad aiutarli». Giovanni è Giovanni Grossi che si trovava con loro nell’ala vecchia dello stabilimento ed è il miracolato della notte. Davanti agli occhi dei dirigenti rimane un immenso groviglio di legno, ferro e ceramica. C’è chi piange, chi si dispera, chi tace. «È una lama nel cuore di Sant’Agostino».

Andrea Pasqualetto
(da “Il Corriere della Sera“)

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TERREMOTO E PAURA NEL NORD ITALIA: IN EMILIA SEI MORTI E DECINE DI FERITI

Maggio 20th, 2012 Riccardo Fucile

DANNI ENORMI A EDIFICI STORICI E CHIESE…FORTE SCOSSA DI MAGNITUDO 5.9, EPICENTRO TRA FERRARA E MODENA… PERDONO LA VITA QUATTRO OPERAI, UN VIGILE DEL FUOCO E’ GRAVE, DUE DONNE UCCISE DALLO SPAVENTO

Una scossa di magnitudo 6, forte quasi quanto quella che il 6 aprile 2009 distrusse L’Aquila, ha fatto tremare alle 4.05 il Nord Italia, seminando morte e distruzione.
L’Emilia-Romagna è la regione più colpita, dove si registrano sei vittime, una cinquantina di feriti lievi e ingenti danni a chiese ed edifici storici.
L’epicentro 36 chilometri a nord di Bologna – dove la gente è scesa in strada per la paura, ma non si registrano danni particolari – tra le province di Modena e Ferrara. Finale Emilia, nel Modenese, e Sant’Agostino nel Ferrarese i centri più colpiti.
Quattro vittime sono operai, uccisi dal crollo dei capannoni in cui stavano lavorando proprio a Sant’Agostino: due alla Sant’Agostino Ceramiche, un’altro in una azienda di polistirolo a Ponte Rodoni di Bondeno e un altro ancora alla fonderia Tecopress di Dosso.
Quest’ultimo è stato individuato sotto le macerie, ma non è ancora stato recuperato.
Gli sfollati sono almeno 3mila, mentre le scosse non cessano.
Le altre due vittime sono una ultracentenaria di Sant’Agostino e una tedesca di 37 anni che si trovava a Bologna per lavoro.
Ad uccidere entrambe lo spavento per il forte terremoto, che è stato seguito da due repliche di intensità  minore: una di 3.3 alle 5.35 e un’altra di 2.9 alle 5.44.
Circa duecento, fino ad ora, gli interventi richiesti ai centralini del 118 tra Modena e Ferrara.
Evacuati i 35 pazienti dell’ospedale di Finale Emilia, tra cui una donna incinta, che è stata trasportata al policlinico modenese, mentre all’ospedale di Mirandola i pazienti sono stati fatti uscire dalle camere e sistemati in apposite strutture fuori dall’ospedale.
Un vigile del fuoco è rimasto ferito in modo grave cadendo dall’alto mentre stava facendo un controllo strutturale a Finale Emilia.
L’incidente è avvenuto in occasione della scossa di magnitudo di 5.1 registrata intorno alle 15.30.
«In questo momento la nostra priorità  assoluta è che le persone possano passare la notte in condizioni accettabili», ha detto il capo della Protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, al termine del vertice sull’emergenza terremoto svoltosi in prefettura a Ferrara.
«Stiamo chiedendo la dichiarazione di stato di emergenza nazionale in raccordo con il prefetto Gabrielli», ha aggiunto il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani.
Tra morte e distruzione, il volto della speranza è quello di Vittoria, una bambina di 5 anni rimasta per due ore sotto le macerie della sua casa di Obici, frazione di Finale Emilia.
Ad allertare i vigili del fuoco, che l’hanno estratta sana e salva dai calcinacci, una telefonata da New York di un parente dei vicini di casa.

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L’AQUILA, UNA CITTA’ SOSPESA TRA DRAMMA E SPERANZA

Aprile 3rd, 2012 Riccardo Fucile

VIAGGIO NEL CAPOLUOGO ABRUZZESE, TRE ANNI DOPO

Il 6 aprile 2009 il sole sorse alle 6 e 45.
Nelle tre ore e un quarto di buio assoluto che seguirono il terremoto – i superstiti intravidero solo una colonna di fumo rossastro salire dalla città  vecchia -, ognuno si comportò alla sua maniera.
Chi si mise freneticamente a scavare. Chi rimase come imbambolato, incapace di reazioni. Chi radunò i figli e partì subito per il mare. Chi non voleva saperne di muoversi da casa. Chi ancora oggi non è tornato (almeno un migliaio), tra cui qualcuno che non risponde neppure più al telefono se vede sul display 0862, il prefisso dell’Aquila.
Chi vorrebbe che la sua casa fosse ricostruita dov’era e com’era, anche sulla faglia di Paganica, che i geologi – uno di loro l’ha riconosciuto la scorsa settimana al processo – neppure sapevano esistesse.
Quelli (314) che sono ancora in albergo. Quelli che hanno preso il contributo per l’affitto e vivono nella cantina del fratello. Chi ha appeso le chiavi del vecchio appartamento alla transenna sul corso, come i palestinesi all’ingresso dei campi profughi (una scena che ha impressionato David Grossman, lo scrittore israeliano). E chi si è costruito la casa con materiale fai-da-te.
Qualcuno si è lasciato morire.
Tra gli anziani l’aumento dei decessi è un dato statistico, fa notare Pierluigi Biondi, sindaco di Villa Sant’Angelo, il secondo comune più colpito.
Qualcuno ha cercato una soluzione al di fuori di sè.
Tra i giovani, racconta Biondi, è cresciuto il consumo di droghe, alcol, psicofarmaci. Altri hanno semplicemente ricominciato a fumare. Chi ha paura a entrare in un luogo chiuso, chi non prende più l’ascensore.
Sono cresciuti anche gli incidenti stradali: prima metà  degli aquilani giravano solo a piedi, in un centro storico tra i più vasti d’Italia; ora girano solo in macchina.
Immaginate una città  rimasta senza Cattedrale e senza Comune, senza liceo, università , biblioteca, Poste, teatro, senza ristoranti, bar, caffè, pub, pizzerie.
E immaginate che tutto questo sia stato duplicato, in forme ovviamente meno belle e più scomode, sul «frontestrada» come si usa dire, in un dedalo di rotonde che da queste parti non si erano ancora viste.
Sono state duplicate anche le case.
In 19 mila vivono nelle «new town»: confortevoli, neanche brutte, ma circondate dal nulla, senza una panetteria, una farmacia, una scuola (tranne l’asilo costruito dalla Fiat). Bazzano, Sant’Elia 1, Paganica 1, Paganica 2, Paganica 3: le hanno chiamate come le frazioni, eredi degli antichi castelli che fondarono la città , 99 secondo una tradizione forse inventata (99 è il numero magico dell’Aquila: 99 castelli che in città  crearono 99 chiese, 99 piazze, 99 fontane…).
L’unico punto di aggregazione è una tenda, con il calciobalilla, il televisore, il distributore di bibite a fare da bar, un tavolo da riunioni che la domenica diventa altare per la messa. Le vie si chiamano Fabrizio de Andrè, Vittorio Gassman, Lucio Battisti.
Sostiene il sindaco Massimo Cialente che il momento peggiore fu all’inizio del 2010. Passata quella notte terribile, gli aquilani seppellirono i loro 309 morti, e non ebbero tempo di rendersi conto d’altro.
Vennero qui un po’ tutti. Berlusconi, più volte. I cantanti. La Nazionale di calcio. I leader del G8, ognuno con una promessa: la Merkel si impegnò a ricostruire Onna, Sarkozy la chiesa delle Anime Sante, Putin il palazzo Ardinghelli, Obama a sostenere borse di studio per i ragazzi dell’università .
I volontari della Protezione civile cucinavano tre volte al giorno, «passavamo il tempo a mangiare» dice Cialente, che è medico e assicura che pure colesterolo e trigliceridi in media sono aumentati.
Per costruire le new-town si lavorò giorno e notte, su tre turni.
Poi, il 29 gennaio, la Protezione civile si congedò con una festa.
«Alla fine del party hanno spento le luci e se ne sono andati – racconta il sindaco -. Il resto del Paese ha creduto che fosse tutto a posto. E noi ci siamo ritrovati soli. Con una città  da ricostruire».
E i leader del G8? «La Merkel ha fatto quel che aveva promesso. I canadesi e i giapponesi pure. Sarkozy, Putin, Obama? Qui non si è visto nulla. In compenso è arrivato un milione e mezzo dal Kazakhstan».
Ma la colpa non è solo degli altri.
Il dissidio subito esploso tra il sindaco di centrosinistra e il commissario di centrodestra – il presidente della Regione Giovanni Chiodi – non ha certo aiutato.
Tra 60 ordinanze governative, 80 decreti commissariali, centinaia di circolari, non si è capito più nulla. In tanti hanno presentato il piano di recupero del loro appartamento, ma in pochi hanno badato alle parti comuni.
Tutti riconoscono all’abruzzese Gianni Letta di essersi dato da fare; ma i dissidi interni al governo hanno limitato le risorse.
Risultato: due anni gettati via.
Persino le case lontane dal centro storico, più facili da recuperare, sono ancora lì, con le crepe che ricordano gli affreschi medievali del Cattivo Governo.
Ora, finalmente, qualcosa si muove. Il Comune ha approvato il piano per la ricostruzione. In cassa ci sono due miliardi. E c’è un ministro incaricato della questione, Fabrizio Barca. Qualche cantiere è partito, anche nel centro storico.
Il 6 maggio si vota per il nuovo sindaco, e anche questo sarà  un elemento di chiarezza. Cialente ha vinto le primarie del centrosinistra.
Alcuni tra i comitati spontanei sosteranno Ettore Di Cesare, imprenditore delle nuove tecnologie.
Il Pdl è diviso: Alfano è venuto a benedire la candidatura dell’urbanista Pierluigi Properzi, ma in molti appoggiano Giorgio De Matteis, vicepresidente del consiglio regionale.
I candidati sono nove, e la frammentazione potrebbe favorire Cialente.
Ma la soluzione non verrà  solo dalla politica.
I veri segni di speranza sono altri.
È la sensazione che, passato il trauma improvviso e la lunga abulia, gli aquilani abbiano rialzato la testa. E stiano lavorando a una ricostruzione non meno importante, quella della comunità , dei rapporti umani, delle relazioni sociali, decisive anche sul piano economico in una città  mai stata industriale, a maggior ragione da quando il polo elettronico è andato in crisi.
Il Comune ha rilevato l’ex Italtel per farne un’incubatrice di imprese, al momento mezza vuota. Ma per un capoluogo che viveva di università  (e di case da affittare agli studenti), di amministrazione, di teatro, di musica, di cultura, è fondamentale ricominciare a studiare, a recitare, a suonare, a parlarsi.
Fuori dal teatro comunale la locandina annuncia ancora lo spettacolo di domenica 5 aprile 2009: «Le invisibili» con Maddalena Crippa, storia di donne pachistane sfigurate con l’acido ma che nonostante tutto riprendono a vivere.
Tre giorni dopo sarebbe dovuto arrivare Toni Servillo con «La villeggiatura» di Goldoni. Arrivò davvero, recitò nell’auditorium della Guardia di finanza.
Il teatro Comunale è lesionato, la volta del foyer è a pezzi, ma qui gli attori non si sono mai fermati.
L’Associazione artisti aquilani ha portato commedie e tragedie sotto i tendoni. Antonella Cocciante – la cugina di Riccardo – ha fondato un’associazione, Animammersa, per recuperare lo spirito nascosto della città , ha raccolto i racconti dei concittadini affidati a Facebook e ne ha tratto un’opera teatrale, recitata nelle new-town; ora per Pasqua si è inventata il festival «Mettiamoci una pezza», e ha ricevuto da tutto il mondo mille pezze colorate che per un giorno rivestiranno le rovine del centro storico.
Per l’anniversario del terremoto, che quest’anno coincide con il venerdì santo, ci saranno la processione del Cristo morto e una fiaccolata: i nomi delle vittime saranno letti uno a uno.
Quest’estate lo Stabile – diretto da Alessandro Preziosi, l’attore, e animato da Giorgio Iraggi – organizzerà  spettacoli sulle piazze di fronte ai teatri distrutti o inagibili, Sant’Agostino e San Filippo.
Mentre al Comunale i lavori sono partiti, e dovrebbero finire tra due anni.
Difficile calcolare i tempi per recuperare l’intero centro storico.
Il sindaco dice dieci anni, al massimo quindici.
Altri fanno notare che in Umbria, dove il sisma è stato meno grave, quindici anni sono già  quasi passati, e il recupero degli edifici più lesionati non è neppure a metà .
Intanto, all’imbocco del centro dell’Aquila, piazza Regina Margherita è stata riaperta, il giovedì e il sabato sera gli studenti sono tornati. (L’università  nel 2009 aveva 27 mila iscritti. Grazie anche alla sospensione delle tasse, ne ha ancora 24 mila, per quanto tutti pendolari).
Micael Passayan, madre aquilana e padre di origine armena, aveva un ristorante spagnolo, «Andalucia».
L’ha ricostruito in un vecchio capannone dismesso, più colorato e allegro di prima. Fabio Climastone aveva una pizzeria, «La Quintana». Il 5 aprile fece notte con un cameriere, poi tirarono giù le serrande e rientrarono: al cameriere crollò casa davanti agli occhi, tirare tardi l’aveva salvato. Neppure la pizzeria c’era più.
Climastone fondò con altri venti piccoli imprenditori un consorzio per la tutela dei prodotti locali, e ora gestisce uno dei ristoranti «Oro Rosso»: una catena che prende il nome dallo zafferano, ha aperto a Rimini e a Riccione, tra poco aprirà  a Torino.
Davide Stratta aveva un’enoteca in via Garibaldi. L’ha spostata in collina, dove ospita gli amici di «Scherza col cuoco», l’associazione che organizza corsi di cucina abruzzese in primavera e autunno, le «stagioni morte», in cui – lontano dal Natale e dalle ferie – c’è più bisogno di stare insieme.
Mentre alla «Cantina del boss», nel parco del castello dov’è in costruzione l’auditorium donato dalla Provincia di Trento e da Renzo Piano, riunisce i suoi soci Matteo Gizzi, un ragazzo di 23 anni che sta creando la Banca di credito cooperativo dell’Aquila, per investire sul territorio una parte dei due miliardi che dormono nei conti correnti.
Certo, le immagini di vitalità  svaniscono all’ingresso della zona rossa, vigilata da militari gentilissimi, ma vissuti come un peso dagli aquilani che non possono ancora entrare senza autorizzazione nel proprio quartiere, nelle vie dove sono nati e cresciuti. Il silenzio è assoluto, surreale.
Due operai cingalesi dormono su una tavola di legno.
Più in là , un gruppo di muratori mangia un panino attorno ad Anna Oxa che canta nel registratore, messo al volume più alto per infondere, se non buonumore, coraggio. Le sole altre anime vive sono i cani randagi, tra cui Pluto, celebre perchè non perde una recita nè una commemorazione.
I cantieri più avanzati sono quelli delle chiese.
Per la ricostruzione il Vaticano ha mandato qui come vescovo ausiliare don Giovanni D’Ercole, uomo del cardinale Bertone: paracadutista, ha pilotato aerei civili, scalato il K2 con Alemanno, corso due volte la maratona di New York.
All’Aquila si è beccato una richiesta di rinvio a giudizio per rivelazione di notizie apprese in un interrogatorio, durante l’indagine sui fondi Giovanardi, peraltro mai arrivati. Il 17 aprile il gup deciderà . Nel frattempo sono state restituite al culto San Mario alla Torretta, San Francesco a Pettino, Santa Rita, San Pio X al Torrione, santa Maria di Farfa, oltre alla meravigliosa basilica di Collemaggio, dove una cupola di plastica custodisce le spoglie di Celestino V. Recuperata la splendida facciata quattrocentesca di san Bernardino da Siena, che venne qui a morire, si sta lavorando a quella di San Silvestro, dove le giovani coppie venivano a sposarsi. A luglio sarà  riconsacrata San Biagio, grazie alla Fondazione Banca di Roma, mentre il milione e mezzo del Kazakhstan servirà  a recuperare San Giuseppino, sede dei Solisti Aquilani, che nell’attesa hanno ripreso a cantare nelle new town.
Appena fuori la zona rossa, il primo rumore che si sente è un misto di musiche, classiche e rap. Viene dalla palestra aperta da due fratelli di 24 e 22 anni, Jacopo e Alessio Scotti, con l’amico di origini iraniane Daryoush Shojaee, 24 anni.
Prima del terremoto era un centro benessere. Ora è un punto di aggregazione dove si insegnano danza classica e breakdance.
Un’altra palestra la sta costruendo a Sant’Elia Roberto Nardecchia: arbitro internazionale di basket, costretto a lasciare dopo un arresto cardiaco, nel terremoto ha perso tre allievi della sua scuola di minibasket, e ora ha chiamato il vecchio amico Meneghin per restituire ai superstiti un campo di pallacanestro.
Sono vicende come queste a ricordarci che il dramma e la speranza dell’Aquila ci riguardano, che la storia parla di noi.
Perchè l’intero Paese, per come l’abbiamo visto e raccontato in questi tre mesi, assomiglia un po’ a questa città .
Anche l’Italia, come l’Aquila, ha subìto un colpo duro, e talora si è lasciata andare.
Anche l’Italia ha davanti a sè un tempo lungo per ricostruirsi, ma ha risorse – a cominciare dai suoi giovani – per farcela.
Anche nel momento più duro, sarà  bene ricordarsi che c’è anche un Paese che tiene, c’è anche un’Italia che – proprio come l’Aquila – resiste.

Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera“)

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“IO, SOTTO LE MACERIE DE L’AQUILA PER 23 ORE E POI DIMENTICATA DALLO STATO”: 100.000 EURO DI SPESE MEDICHE SENZA ALCUN AIUTO

Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile

MARTA VALENTE, LA STUDENTESSA SALVATA, COSTRETTA AD APPELLARSI A NAPOLITANO: HA UNA INVALIDITA’ DEL 75% MA NON GODE DELLO STATUS DI TERREMOTATA… “NON CHIEDO FAVORI, SOLE CHE VENGA RICONOSCIUTA LA SOFFERENZA”

Andrea, Aldo, Liberato, Antonella… Ricorda il nome dei suoi soccorritori uno ad uno.
E di notte è perseguitata dagli incubi: il boato e poi le urla strazianti e i gemiti delle persone che non ce l’hanno fatta, inghiottite da cemento e mattoni nel palazzo di via Generale Francesco Rossi 22, venuto giù come burro (è in corso un procedimento penale per accertare le responsabilità  del crollo) nonostante le rassicurazioni.
Diciotto gli studenti che lì hanno perso la vita.
Come le sue migliori amiche, Federica Moscardelli e Serena Scipione, e l’altra inquilina che condivideva con lei l’appartamento, Ivana Lannutti.
Ora però Marta Valente, la studentessa salvata dopo 23 ore trascorse sotto le macerie a L’Aquila, è una persona nuova.
Un anno fa ha completato gli studi nell’ateneo del capoluogo abruzzese e si è laureata in Ingegneria gestionale con il massimo dei voti, la lode e una menzione speciale.
Subito dopo, ha vinto un dottorato di ricerca nella stessa università  e trovato lavoro all’interno di una società  consortile che gestisce in Abruzzo il Polo di innovazione del settore agroalimentare.
Marta ha fatto tutto con le proprie forze. E ci è riuscita.
Ma, a distanza di quasi tre anni dall’incubo del 6 aprile, denuncia: sono stata dimenticata dallo Stato.
Malgrado il terremoto l’abbia danneggiata dentro e fuori, consegnandole tra i ricordi più cattivi una vasta e impressionante cicatrice sulla testa e la quasi totale insensibilità  del piede sinistro, lei — come gli altri studenti fuori sede che a L’Aquila hanno lasciato la pelle o si sono salvati per miracolo e coloro che, pur lavorando all’interno del territorio colpito, non risultavano residenti — non gode, ironia della sorte, dello status di terremotata.
«È stata data importanza alla ricostruzione delle prime e delle seconde case ma non alla ricostruzione personale di chi, come noi, ha subito danni realmente documentabili».
Dopo essere stata estratta dalle macerie, Marta è stata ricoverata in strutture ospedaliere per 102 giorni.
Una volta uscita, ha dovuto pagare anche parte delle spese mediche e farmacologiche sostenute per i danni causati dal sisma.
Non è stata mai risarcita per la perdita di tutti i suoi beni personali o per il calvario a cui da allora si sottopone, quotidianamente o periodicamente, tra sedute di fisioterapia e riabilitazione per recuperare il normale movimento delle gambe, interventi chirurgici per migliorare il danno estetico alla testa, terapie per metabolizzare lo choc subito a livello psicologico.
Finora ha speso più di centomila euro per la propria “ricostruzione”.
Le è stata riconosciuta un’invalidità  del 75% ma, racconta lei stessa, «non essendo residente nei comuni del cosiddetto cratere, non ho avuto la possibilità  di accedere alle agevolazioni concesse ai residenti, ad eccezione del contributo di 200 euro per autonoma sistemazione che, nel mio caso, è stata più che altro ospedaliera».
Marta ha preso carta e penna e, con l’aiuto del suo avvocato, Tommaso Navarra, ha scritto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo tutele per quei terremotati che la burocrazia ha dimenticato.
«Non chiediamo elargizioni – spiega l’avvocato — vogliamo solo che chi è colpito da eventi naturali sia tutelato in qualche modo dalla comunità  e soprattutto che la sua sofferenza morale, fisica e materiale venga riconosciuta».
Due le risposte avute dal Capo dello Stato tramite la Prefettura di Teramo.
La prima per dimostrare a Marta «solidale vicinanza» e la seconda per informarla che «questa sede — così si legge nella lettera del Segretariato Generale della Presidenza – ha provveduto a segnalare al Dipartimento della Protezione Civile quanto auspicato dalla stessa in ordine all’estensione di agevolazioni analoghe a quelle previste per i residenti nel territorio colpito dal sisma nonchè ad iniziative volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro delle persone che hanno subito gravi lesioni personali».
La lettera del Presidente della Repubblica è datata 29 settembre 2010.
Da allora, racconta Marta, non sono arrivati segnali nè dalla Protezione civile nè dalla struttura commissariale o da altro ente e organo deputato a farlo.

Nicola Catenaro
(da “Il Corriere della Sera”)

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L’AQUILA TRE ANNI DOPO: TUTTO UGUALE

Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile

FINITA L’EMERGENZA, L’ABRUZZO COLPITO DAL TERREMOTO E’ STATO DIMENTICATO… IN CENTRO RESTANO LE MACERIE E 383 CITTADINI VIVONO ANCORA IN ALBERGO      

«Soldi spesi finora? Chi lo sa…».
Basta la risposta di Fabrizio Barca, il ministro delegato al problema, a dare il quadro, agghiacciante, di come è messa l’Aquila quasi tre anni dopo il terremoto del 2009.
Nel rimpallo di responsabilità  ed emergenze, dopo gli squilli di tromba iniziali, s’è perso il conto. Un numero solo è fisso: lo zero.
Quartieri storici restaurati: zero.
Palazzetti antichi restaurati: zero.
Chiese restaurate: zero.
Peggio: prima che fossero rimosse le macerie (zero!), è stata rimossa l’Aquila.
Dalla coscienza stessa dell’Italia.
È ancora tutto lì, fermo.
Le gonne appese alle grucce degli armadi spalancati nelle case sventrate, i libri caduti da scaffali in bilico sul vuoto, le canottiere che, stese ad asciugare su fili rimasti miracolosamente tesi, sventolano su montagne di detriti e incartamenti burocratici.
Decine e decine di ordinanze, delibere, disposizioni, puntualizzazioni, rettifiche e precisazioni che ammucchiate l’una sull’altra hanno fatto un groviglio più insensato e abnorme di certe spropositate impalcature di tubi innocenti e snodi e raccordi che a volte, più che un’opera di messa in sicurezza, sembrano l’opera cervellotica di un artista d’avanguardia.
Ti avventuri per le strade immaginandoti un frastuono di martelli pneumatici e ruspe e betoniere e bracci di gru che sollevano cataste e carriole che schizzano febbrili su e giù per le tavole inclinate. Zero. O quasi zero. Tutto bloccato. Paralizzato. Morto.
Come un anno fa, come due anni fa, come tre anni fa.
Come quando la protesta del popolo delle carriole venne asfissiata tra commi, virgole e codicilli.
«Noi sottoscritti ufficiali di Pg… riferiamo di aver proceduto, alle ore 10.20 circa odierne, in corso Federico II, di fronte al cinema Massimo, al sequestro di quanto in oggetto indicato perchè utilizzato dal nominato in oggetto per una manifestazione non preavvisata…».
Trattavasi di «una carriola in pessimo stato di conservazione con contenitore in ferro di colore blu con legatura in ferro sotto il contenitore e cerchio ruota di colore viola» oltre a «una pala con manico in legno».
Sinceramente: se lo Stato italiano avesse affrontato il problema della ricostruzione con lo stesso zelo impiegato nel reprimere l’esasperazione sacrosanta degli aquilani, saremmo a questo punto, trentacinque mesi dopo?
Quaranta persone che quel giorno entrarono nella zona rossa per portare via provocatoriamente le macerie sono ancora indagate. Quanti soldi sono stati spesi per questo procedimento giudiziario surreale, oltre al tempo gettato inutilmente per compilare verbali e riempire i magazzini di grotteschi corpi di reato? Boh!
Si sa quanto fu speso per gli accappatoi dei Grandi nei tre giorni del G8: 24.420 euro.
Quanto per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» di Museovivo: 433 euro per un totale di 26.000.
Quanto per 45 ciotoline portacenere in argento con incisioni prodotte da Bulgari per i capi di Stato: 22.500 euro, cioè 500 a ciotolina.
Quanto per la preziosa consulenza artistica di Mario Catalano, lo scenografo di Colpo grosso chiamato a dare un tocco di classe, diciamo così, al summit: 92 mila euro.
Quanto è stato speso in tutto, però, come detto, non lo sanno ancora neanche gli esperti («Avremo le idee chiare a metà  marzo», confida Barca) messi all’opera da Monti.
Intanto il cuore antico dell’Aquila agonizza.
E con L’Aquila agonizzano i cuori antichi di Onna e Camarda e gli altri centri annientati dalla botta del 6 aprile 2009. Ridotti via via, dopo le fanfare efficientiste del primo intervento («Nessuno al mondo è stato mai così veloce nei soccorsi!») a un problema «locale». Degli abruzzesi. E non una scommessa «nazionale». Collettiva. Sulla quale si gioca la capacità  stessa dello Stato di dimostrarsi all’altezza. In grado di sanare le ferite prima che vadano in putrefazione.
Chiusa la fase dell’emergenza l’Abruzzo è piombato nel dimenticatoio. Come se la costruzione a tempo di record e al prezzo stratosferico di 2.700 euro al metro quadro dei Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, le famose C.a.s.e. dove sono state trasportate 12.999 persone, avesse risolto tutto.
«Adesso tocca agli enti locali», disse Berlusconi. E dopo il G8 e la passeggiata con Obama non si è praticamente più visto.
Rarissime pure le apparizioni di altri politici. Mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci metteva come al solito una pezza: tre visite.
Cos’è rimasto, spenti i riflettori, di quella generosa esibizione muscolare sulla capacità  di «fare bene, fare in fretta»?
Le cose fatte nei primi mesi. La riluttanza di Giulio Tremonti ad aprire i cordoni della borsa. L’addio di Guido Bertolaso. La disaffezione del Cavaliere che, osannato dalle tivù amiche per le prime case donate a fedeli in delirio, si è via via disinteressato del centro storico, che secondo la «leader delle carriole» Giusi Pitari avrebbe visto «solo due volte, nei primi due giorni».
Resta una rissa continua, estenuante, sul cosa fare «dopo».
Travasata via via nelle campagne elettorali per le provinciali, per le europee e oggi per le comunali. Di qua la destra, di là  la sinistra. Di qua il governatore berlusconiano Giovanni Chiodi, commissario straordinario per la ricostruzione, di là  il sindaco democratico del capoluogo (ora ricandidato dopo le primarie) Massimo Cialente
Il primo picchia sul secondo: «Lo stallo è frutto della saldatura di interessi locali, dai professionisti alle imprese, che hanno sbarrato la porta a competenze esterne. Avevo raccolto le disponibilità  di un trust di cervelli bipartisan, da Paolo Leon a Vittorio Magnago Lampugnani, ma non li hanno voluti. Un atto di arroganza. Il fatto è che la politica locale non ha esercitato la leadership».
Il secondo, che fino al momento in cui fece sbattere la porta era vicecommissario, spara sul primo: «A parte il fatto che lui sta a Teramo, a Roma o da altre parti e all’Aquila lo vediamo raramente, è stato un muro di gomma».
Un esempio? «La ricostruzione degli alloggi periferici. Per sei mesi si è dovuto attendere il prezziario regionale, con il risultato che nessuno ha potuto presentare i progetti».
E mostra una lettera spedita a Chiodi per sollecitare un contributo di 630 mila euro destinato a Paganica: «È un mese e mezzo che lo tiene fermo sul tavolo. Gli ho scritto: “Questi non sono i tempi di un commissario ma i tempi, forse, di un piantone”».
Veleni. Che sgocciolano su tanti episodi. Come quei 3 milioni di euro stanziati dall’ex ministro Mara Carfagna per un centro antiviolenza, che invece sarebbero stati dirottati un po’ per i lavori della Curia e un po’ per la struttura della consigliera di parità  della Regione.
O ancora i due milioni messi a disposizione dall’ex ministro della Gioventù Giorgia Meloni per un centro giovani, milioni che secondo il sindaco sarebbero chissà  come evaporati.
Per non dire delle chiacchiere intorno a una struttura nuova di zecca tirata su mentre tanti edifici d’arte sono ancora in macerie: il San Donato Golf Hotel a Santi di Preturo, pochi chilometri dal capoluogo. Sessanta ettari di parco in una valletta verde, quattro stelle, conference center , centro benessere…
Inaugurato a ottobre con la benedizione di Gianni Letta, ha scritto abruzzo24ore.tv , «è meglio noto come l’hotel di Cicchetti».
Vale a dire Antonio Cicchetti, ex direttore amministrativo della Cattolica di Milano, uomo con aderenze vaticane, stimatissimo da Chiodi e Letta nonchè vicecommissario alla ricostruzione.
Ma il resort è qualcosa di più d’un albergo di famiglia.
Nella società  che lo gestisce, la Rio Forcella spa, troviamo parenti, medici di grido, uomini d’affari. E molti costruttori: il presidente dell’Associazione imprese edili romane Eugenio Batelli, Erasmo Cinque, la famiglia barese Degennaro…
Ma anche la Cicolani calcestruzzi, fra i fornitori di materiali per il post terremoto e una serie di imprenditori locali.
Come il consuocero di Cicchetti, Walter Frezza, e suo fratello Armido, i cui nomi sono nell’elenco delle ditte impegnate nel progetto C.a.s.e. e nei puntellamenti al centro dell’Aquila: per un totale di 23 milioni.
Appalti, va detto, aggiudicati prima della nomina di Cicchetti. Però…
Nè sembra più elegante la presenza, tra i soci del resort, dell’ex vicepresidente della Corte d’appello aquilana Gianlorenzo Piccioli, nominato un anno fa da Chiodi consulente (60 mila euro) del commissariato.
L’intoppo più grosso però, come dicevamo, è il groviglio di norme, leggi e regolamenti. Gianfranco Ruggeri, titolare di uno studio di ingegneria, li ha contati: 70 ordinanze della Presidenza del Consiglio, 41 disposizioni della Protezione civile, 96 decreti del commissario.
Più 606 (seicentosei!) atti emanati dal Comune dell’Aquila.
Senza contare una copiosa produzione di circolari interne.
Massa tale che a volte una regola pare in plateale contraddizione con l’altra. Un delirio.
Non bastasse, c’è la «filiera».
Una specie di cordata para-pubblica che gestisce le istruttorie.
I progetti si presentano a Fintecna, società  del Tesoro. Poi vanno a Reluis: la Rete laboratori universitari di ingegneria sismica, coordinata dalla Federico II di Napoli.
Quindi al Cineas, consorzio di cui fanno parte 46 soggetti, dal Politecnico di Milano a compagnie assicurative quali Generali e Zurich, che si occupa dell’analisi economica delle pratiche.
A quel punto il percorso per avere il contributo erogato dal Comune è completo. Teoricamente, però.
Nella sostanza non capita quasi mai al primo colpo.
E la pratica rimbalza dentro la filiera come una pallina da flipper.
La Cineas ha valutate positivamente 4.163 delle 8.722 pratiche per le abitazioni periferiche? Ebbene, il Comune ha emesso contributi per sole 2.472 di loro, a causa di vari motivi.
Per esempio il fatto che ben 1.138 riguardano singoli appartamenti, ma siccome manca la pratica condominiale a chiudere il cerchio, il finanziamento non può scattare. E nemmeno i lavori. Perchè allora non prevedere una pratica unica per ogni condominio?
Misteri…
Il risultato di tanti impicci è paradossale: in una città  da ricostruire i costruttori mettono gli operai in cassa integrazione e licenziano i dipendenti.
E quello che doveva essere il motore della ripresa è fermo.
L’opposto esatto di quanto accadde in Friuli, esempio accanitamente ignorato a partire dal coinvolgimento dei cittadini. Il Friuli si risollevò per tappe: prima in piedi le fabbriche, poi le case, poi le chiese.
Qui le fabbriche non hanno visto un euro, il miliardo promesso per rilanciare le attività  è rimasto in cassa e l’economia è allo stremo.
Si è preferita la strada della Protezione civile, del commissario, degli effetti speciali assicurati dalle C.a.s.e. spuntate come funghi dopo il sisma.
Quelle con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante nel frigorifero». Peccato che adesso, dopo le fanfare e i tagli dei nastri, stiano saltando fuori anche le magagne.
Alcune ditte che le hanno costruite sono fallite e non si sa chi deve risolvere certi guai. Come a Colle Brincioni, dove dopo le nevicate di febbraio si è dovuta puntellare una scala.
Sarebbe ingeneroso dire che sia stato tutto un fallimento.
Ma dopo la fase dell’emergenza serviva un colpo di reni degno di questo Paese. E quello no, non c’è stato.
A tre anni dal terremoto ci sono ancora 9.779 aquilani in «autonoma sistemazione».
Persone che hanno perduto la casa e si sono arrangiate.
Qualcuno di loro magari pregusta un appetitoso minicondono per le casette che hanno potuto costruire nel giardino dell’abitazione crollata.
Nelle aree del terremoto ce ne sono la bellezza di quattromila. Ma è una magra consolazione. Anzi, rischiano alla lunga di essere, con l’attesa sanatoria, una ferita in più nella immagine della città  antica da ricostruire.
Per le «autonome sistemazioni» lo Stato continua a pagare 100 mila euro al giorno.
Una quarantina di milioni l’anno, a cui bisogna aggiungere la spesa per i 383 abruzzesi ancora in alberghi o «strutture temporanee» come la caserma delle Fiamme Gialle di Coppito, dove sono in 147.
Il tutto va a sommarsi al totale, come dicevamo ignoto, sborsato finora.
Una cifra nella quale ci sono i costi delle famose C.a.s.e. (808 milioni), dei Map, i Moduli abitativi provvisori che ospitano fra L’Aquila e gli altri Comuni ben 7.186 persone (231 milioni), dei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio (81 milioni) e dei Mep, Moduli ecclesiastici provvisori (736 mila euro).
Ma anche dei puntellamenti dei centri storici: solo per L’Aquila 152 milioni.
Più i soldi per la prima emergenza (608 milioni) e i contributi già  erogati per la ricostruzione delle case private: un miliardo e 109 milioni.
Nonchè i compensi della «filiera»: altri 40 milioni l’anno.
E le opere pubbliche, le tasse non pagate, i costi delle strutture commissariali e dei consulenti… Il conto è salatissimo, ed è destinato a crescere esponenzialmente.
Basta dire che per le sole abitazioni periferiche si dovrebbero spendere 1.524 milioni.
E almeno il doppio per quelle del centro.
Poi le chiese, le fabbriche, i ponti, le strade…
Ma L’Aquila vale il prezzo. Qualunque prezzo.
È inaccettabile che si vada avanti così, navigando a vista, mentre uno dei centri storici più belli d’Italia si sbriciola, popolato soltanto di rari operai ai quali fanno compagnia ancora più rari cani randagi.
Case disabitate, chiese vuote, negozi chiusi. Non si può accettare che il terremoto diventi solo il pretesto per far circolare del denaro, foraggiando una burocrazia inefficiente e strapagata, stormi di consulenti famelici, campioni del mondo di varianti in corso d’opera e revisioni prezzi, con l’unico obiettivo di impedire che la giostra infernale si fermi.
Un secolo e mezzo fa, scrivono Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise nello studio “Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni “, la nuova Italia savoiarda commise un errore storico ignorando la tragedia del sisma catastrofico avvenuto nel 1857 in Basilicata ai tempi in cui era sotto i Borboni: «La sfida delle ricostruzioni fu forse una delle prime perse dal nuovo regno».
Se lo ricordi, Mario Monti: la rinascita dell’Aquila è una sfida anche per lui.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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SCOSSE DI TERREMOTO NEL NORD ITALIA, EPICENTRO NEL REGGIANO, MAGNITUDO 4.9

Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile

NELLA NOTTE AVEVA TREMATO IL VERONESE…STAMANE ALLE 9.06 HA CREATO ALLARME ANCHE A MILANO, TORINO E GENOVA

Una forte scossa di terremoto, poco dopo le 9 del mattino ha interessato il Nord Italia ed è stata distintamente avvertita dalla Lombardia al Veneto.
La scossa, di magnitudo 4.9 ha avuto epicentro nella pianura padana emiliana, in provincia di Reggio Emilia, a una profondità  di 33,2 chilometri.
Secondo quanto accertato dall’Istituto di Geofisica, i comuni più vicini all’epicentro sono Poviglio, Brescello e Castel di Sotto.
La scossa è stata avvertita nelle province di Mantova, Parma e Reggio Emilia. Il terreno ha tremato per qualche istante, allarmando i cittadini che hanno iniziato a telefonare ai Vigili del Fuoco. L’Istituto di Geofisica l’ha registrata alle 9.06 e l’ha definitiva significativa.
«È stata una scossa forte, l’abbiamo avvertita molto bene e siamo usciti in strada», dicono alcuni dipendenti comunali di Brescello, il paese di Peppone e don Camillo. «Abbiamo avuto un po’ di paura, poi ci siamo tranquillizzati – commentano – e dopo un po’ siamo rientrati in municipio. In Comune non ci sono stati danni, anche in piazza non se ne vedono».
La Prefettura di Reggio Emilia non ha ricevuto al momento segnalazioni di danni. Sono in corso ricognizioni nelle aree dove il sisma è stato avvertito, in coordinamento con l’Amministrazione provinciale, Comuni, vigili del fuoco, forze dell’ordine e protezione civile.
A Milano alcuni edifici sono stati fatti evacuare e molte persone si sono riversate per le strade: in centro, la gente si è riversata in strada in Piazzale Lugano e in piazza Cordusio, dove i clienti delle Poste sono letteralmente fuggiti dal palazzo.
Sono state temporaneamente evacuate molte scuole: diversi istituti scolastici hanno autonomamente deciso di far uscire i bambini e i ragazzi a scopo precauzionale, per poi farli rientrare.
In una dozzina di casi, la Polizia locale ha inviato pattuglie per aiutare gli insegnanti nelle operazioni di evacuazione e di rientro.
La scossa è stata sentita distintamente anche in Piemonte e in Emilia, nelle province di Parma e Reggio, dove in alcune abitazioni sono cadute suppellettili. Al momento non sono registrati danni a cose o persone.
La scossa è stata avvertita ai piani alti delle case anche in Toscana, in particolare a Firenze e nella Toscana nord-occidentale, nelle province di Lucca e Massa Carrara. Segnalazioni e telefonate in Val d’Aosta.
E anche in Trentino Alto Adige i vigili del fuoco di Bolzano hanno ricevuto una serie di chiamate di cittadini preoccupati.
Nella notte, poco dopo l’1, una forte scossa di magnitudo 4.2 era stata avvertita dalle popolazioni tra i comuni di Negrar, Marano di Valpolicella, Grezzano e San Pietro in Cariano, in provincia di Verona.
Non risultano danni a persone e cose. Secondo i rilievi registrati dall’Istituto Nazionale di Goefisica e Vulcanologia, l’evento sismico principale si è verificato alle 00,54, seguito all’1.05 da una replica di 2.1 gradi della scala Richter. Sono quattro in totale le scosse registrate nella zona delle Prealpi venete da martedì sera: le prime due, di magnitudo 2.7 e 2.1, sono state avvertite alle 20.41 e alle 20.49.

(da “Il Corriere della Sera“)

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DOPO TRE ANNI LE MACERIE DELL’AQUILA ATTENDONO GLI ESCAVATORI REGALATI DALLA FIAT

Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

MISTERIOSAMENTE SPARITI SEI MEZZI DONATI ALLA PROTEZIONE CIVILE DEL VALORE DI 860.000 EURO

Sei mezzi per lo sgombero e la rimozione delle macerie, donati dalla Fiat alla Protezione civile a maggio del 2009, non sono mai arrivati a l’Aquila o nei territori colpiti dal terremoto.
E nessuno sa ufficialmente dove si siano fermati (o siano stati “temporaneamente” parcheggiati) nel tragitto che da Torino li doveva portare in Abruzzo.
Di questi mezzi per il movimento terra (un escavatore cingolato, un escavatore gommato, un miniescavatore, una pala gommata, una minipala compatta e un sollevatore telescopico, valore totale circa 860 mila euro) si sarebbe forse persa memoria se non fosse arrivata la denuncia del Conapo (il sindacato dei vigili del fuoco) dell’Aquila che, in una lettera indirizzata al responsabile di Case construction equipment (l’azienda del gruppo Fiat che ha donato le macchine) e inviata per conoscenza alla Protezione civile, al commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi e allo stesso Dipartimento nazionale dei vigili del fuoco, lamenta il mancato perfezionamento dell’operazione.
«Le macchine operatrici che Case ha così generosamente donato, e che tanto sarebbero utili ai vigili del fuoco — scrive il segretario provinciale del Conapo, Elio D’Annibale -, non sono mai giunte nei territori colpiti dal sisma e non abbiamo, quindi, mai avuto il piacere di vederle all’opera. Ci chiediamo che fine abbiano fatto questi mezzi, in quale autorimessa sono desolatamente parcheggiati o quale uso se ne sia fatto».
D’Annibale avanza l’ipotesi che i mezzi non siano arrivati perchè il Dipartimento della Protezione Civile, responsabile del coordinamento dei soccorsi e dell’assistenza alla popolazione durante i mesi immediatamente successivi all’evento sismico del 6 aprile 2009, oltre a non essere mai stato impiegato nelle operazioni di demolizione edifici e smaltimento macerie, ha lasciato il cosiddetto “cratere sismico” a decorrere dal 1° febbraio 2010, data in cui il presidente della Regione Abruzzo ha assunto l’incarico di commissario per la ricostruzione.
Cosa sia accaduto realmente, però, resta un mistero.
Il gruppo Fiat, interpellato, ha confermato di aver proceduto alla donazione (a cui peraltro fu data ampia pubblicità  in occasione di una cerimonia tenutasi nel mese di settembre del 2009 a L’Aquila) e alla consegna alla Protezione civile che, successivamente, avrebbe affidato i mezzi ai vigili del fuoco con un contratto di comodato d’uso.
«Le macchine saranno presto impegnate in importanti progetti di ricostruzione dell’aquilano», annunciava a suo tempo la Fiat.
«No, qui non le abbiamo mai utilizzate» ribattono oggi in Abruzzo i vigili del fuoco che, in collaborazione con il personale dell’Esercito Italiano, hanno il compito di conferire in discarica le macerie dei crolli e dalle demolizioni.
Eppure, a due anni e 9 mesi dal sisma che ha devastato L’Aquila, quei mezzi sarebbero ancora utilissimi per gestire il problema dello sgombero e la ricostruzione.
I vigili del fuoco, invece, come ha dichiarato D’Annibale in altre occasioni, sarebbero costretti a lavorare «con attrezzature vecchie di 20 anni, mentre mezzi che valgono quasi 900 mila euro non sono mai stati usati».
Da indiscrezioni, rimbalzate alcuni giorni fa sul Tg regionale dell’Abruzzo, sembra che una parte delle macchine, riconoscibili dalla scritta “Fiat con l’Abruzzo” (di cui sono state diffuse immagini scattate con il cellulare) si trovi in un garage del Corpo a Roma.
Ma al momento il dipartimento dei vigili del fuoco non ha fornito alcuna risposta, neppure per smentire questa ipotesi.
Dunque il mistero resta come le macerie del terremoto che attendono nuovi e più efficienti mezzi.

Nicola Catenaro
(da “Il Corriere della Sera”)

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HAITI, A DUE ANNI DAL DISASTRO UNA SOLA CERTEZZA: LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE HA FALLITO

Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile

CI SONO ANCORA 550.000 PERSONE CHE VIVONO IN 800 CAMPI, TENDOPOLI NELLA CAPITALE… DEI MILIARDI PROMESSI NE SONO ARRIVATI BEN POCHI E SOLO IL 20% E’ STATO SPESO… LE ONG PUNTANO SU PROGETTI FACILI CHE FANNO COLPO, MA NESSUNO TOGLIE LE MACERIE

È stata una tragedia immane, ma in molti pensavano che potesse essere un riscatto per il Paese e la comunità  internazionale.
Invece, a due anni dal terremoto, Haiti è un Paese ancor più povero e devastato di come era prima del disastro e il sistema di aiuti della cooperazione internazionale mostra le crepe che da qualche anno in molti hanno deciso di non nascondere più.
I dati.
Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, il più affidabile dal punto di vista statistico, 550.000 persone vivono ancora in oltre 800 campi, 4,5 milioni di famiglie sono toccati dall’insicurezza alimentare (che nella terminologia della cooperazione significa che non mangiano tutti i giorni o che la catena alimentare non è sicura) e la minaccia del colera è ancora molto forte.
Le condizioni igieniche sono terribili, la povertà  è la regola, in un Paese dove il 75% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e la disoccupazione è stimata al 70%.
A corredo delle cifre, molto approssimative, in una realtà  dove non esiste un vero sistema di anagrafe, c’è quel che abbiamo visto in questi giorni.
Soltanto metà  delle macerie è stata rimossa nella capitale Port Au Prince, dove le tendopoli si sono trasformate in nuove baraccopoli, affollate da chi ha perso la casa nel terremoto, ma anche da chi una vera casa non l’ha mai avuta e dopo il sisma ha trovato più accoglienti le tende degli slum in cui aveva sempre vissuto.
Il bilancio.
Che qualcosa non ha funzionato lo dimostrano anche i comunicati stampa diramati in questi giorni da alcune delle maggiori organizzazioni non governative che hanno risposto all’emergenza del terremoto.
Tutte, in modo più o meno esplicito, parlano di “ricostruzione a rilento”, “difficoltà  di coordinamento”, finanziamenti stanziati e mai arrivati oppure finiti in progetti di cui non si vedono i risultati.
È un elenco di fallimenti esplicito il resoconto di uno dei maggiori Paesi donatori, gli Stati Uniti, che nel rapporto fatto dal Government Accountability, cioè l’ufficio della ragioneria, sottolineano tra l’altro la difficoltà  a reperire il personale disposto ad andare ad Haiti a lavorare.
Dei miliardi arrivati usati solo il 20%.
Non è riuscito a fare di meglio L’Haiti Reconstruction fund, un organismo creato proprio con l’intento di coordinare l’azione dei donatori internazionali e del governo haitiano.
Nel suo ufficio di Port au Prince, il manager del fondo, Josef Leitmann, ci ha detto: “Dobbiamo ammettere che il sentimento di sfiducia è giustificato. Dei tanti miliardi di dollari promessi, pochi sono arrivati davvero e soltanto il 20% di quelli realmente disponibili è stato utilizzato. Parlo dei 2,3 miliardi di dollari arrivati al fondo e su questi so che è stato fatto un controllo accurato perchè non ci fosse corruzione”. Tuttavia, anche se i soldi sono stati spesi in progetti, questi non erano quelli giusti.
“Ci sono stati soldi spesi nell’immediato – ha detto ancora Leitmann – che si sarebbero potuti utilizzare in modo diverso. L’errore fondamentale è stato abbandonare le comunità  di origine e mettere tante risorse nelle tendopoli”.
Il divario tra ciò di cui si ha bisogno e ciò che si fa.
Eppure il fondo doveva servire proprio a coordinare gli interventi, ma Leitmann, che ha rilevato da poco l’incarico dopo che il fondo è stato accusato, tra l’altro, di coinvolgere troppo poco gli haitiani, sottolinea ancora: “Nel guardare i progetti ci si rende conto come tra ciò che le organizzazioni vogliono fare e ciò di cui si ha bisogno il divario è enorme. Ci sono troppi soldi che vanno in quelli che chiamiamo i “sexy sectors”, i settori che fanno colpo sul pubblico, come sanità  e istruzione, e troppo poco nella rimozione delle macerie e il sostegno alle comunità . Inoltre si è fatto troppo a Port au Prince e troppo poco nelle altre zone”.
Con questa ultima frase Leitmann fa cenno a uno dei grandi problemi di Haiti, la disponibilità  di terreno su cui costruire, perchè nel Paese non esiste un sistema di censimento capace di accertare a chi appartiene la terra, così anche la costruzione di casette prefabbricate al posto di tende è assai complicata.
“Ci sono troppe Ong, ecco il problema”.
Emanuelle Schneider, portavoce dell’Ocha, agenzia Onu deputata al cordinamento degli Affari umanitari, mostra tutto il fastidio di una abitante di New York catapultata ad Haiti a difendere il lavoro di altri.
Ribadisce che l’allestimento delle tendopoli era indispensabile e “i bisogni immediati di rifugio e acqua potabile sono stati soddisfatti”.
Alla domanda “Cosa è andato storto?”, risponde: “All’inizio è stato caos completo, ma in 72 ore siamo riusciti a mettere insieme una task force e lanciare un appello per i finanziamenti. Il problema è che ci sono troppe organizzazioni non governative e centinaia di loro non hanno mai dichiarato la loro presenza sul territorio. Noi operiamo secondo standard internazionali e rigidi protocolli di legge per assicurare il rispetto della popolazione, non possiamo fornire mezzi a gruppi dei quali non conosciamo il modus operandi”.
L’Ocha ci fornisce fogli e fogli di statistiche accurate e grafici perfetti, nonchè l’elenco, diviso secondo le zone del Paese in cui operano, delle Ong che sono registrate e quindi riconosciute come partner.
Sono davvero tantissime, 427 in 140 comuni, la maggior parte (120) hanno progetti di salute, seguiti da quelli per l’istruzione (66).
Stupisce che in un posto come Haiti, dove l’acqua potabile è un lusso e non ci sono, in pratica, fognature, soltanto 15 si occupino di servizi igienici e sorprende non vedere nell’elenco nomi di organizzazioni che nel Paese hanno una storia consolidata.
La conclusione.
Chiedersi se un approccio sia più efficace di un altro, mentre si gira per le strade di Haiti, ha una risposta troppo semplicistica e per spiegarsi la miseria desolante di Port au Prince non bastano neanche le riflessioni storiche illuminanti di Jared Diamond in “Collasso”.
Certo tutta la cooperazione, qualunque sia il suo approccio, deve chiedersi seriamente se stia davvero fornendo un aiuto per avviare un cambiamento, o se stia invece soltanto radicalizzando le diseguaglianze e favorendo una sorta di neocolonialismo.

Cristina Nadotti
(da “La Repubblica”)

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