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COSI’ L’IMPERATORE CASALEGGIO CONTROLLA IL M5S

L’UNIVERSO PENTASTELLATO E’ UNA PIRAMIDE: CI SONO GLI ELETTORI MILITANTI, I POLITICI DI ROMA AFFAMATI DI POTERE E IL CAPO-AZIENDA CHE NELLA PENOMBRA FA GIRARE TUTTO.. TRE LIVELLI NON COMUNICANTI TRA LORO

L’Imperatore per diritto dinastico non siede mai. Resta in piedi, nella penombra, appoggiato al muro al lato della platea delle Officine H di Ivrea, per l’intera durata dell’evento in memoria del padre, riceve la fiumana di gente che viene a rendergli omaggio.
Pochi alla volta, ma per ore. Attivisti, amici, conoscenti, bambini, lobbisti, parlamentari. I più timidi approfittano del fatto che si trova lungo la traiettoria verso la toilette: andavo innocentemente in bagno e ops, ecco mi trovo davanti Davide Casaleggio, che sorpresa.
Come folgorati sulla via di Damasco, comunicatori e piccoli imprenditori si alzano di scatto dalla poltroncina, startupper emergono dalla folla, inventori scartano di lato, si avvicinano e fanno il loro numero.
C’è chi giunge le mani in segno di preghiera («dieci secondi soltanto»), chi consegna chiavette, biglietti da visita, raccomandazioni («con questi dovete parlarci»), strette di mano. Matteo si raccomanda per il suo caso personale, Giovanna vuol «ringraziare per tutto questo».
Il formicaio è in piena attività . L’Imperatore annuisce, sorride, svia.
Spegne qualsiasi domanda o assalto giornalistico, scatta soltanto quando vede una telecamera o macchina fotografica che lo stia puntando: solo allora fa passi veloci, allunga la mano a coprire l’obiettivo. Niente riprese, niente immagini. Non ne circolano, in effetti.
Quando non è impegnato coi fan – o con l’esclusione ignobile di giornalisti scomodi – Davide Casaleggio chiacchiera coi pochi ammessi a dialogo: Luca Eleuteri, cofondatore e braccio destro in Casaleggio Associati, Enrica Sabadini, trentacinquenne astro in ascesa e new entry nell’associazione Rousseau dopo l’uscita di David Borrelli, qualcun altro che rifiuta esplicitamente di dichiarare anche solo il proprio nome di battesimo – alla faccia della trasparenza.
Erano queste le scene della kermesse di Ivrea del 7 aprile per ricordare Gianroberto Casaleggio, il Fondatore. Un mondo a parte: mentre il magistrato Nino Di Matteo tra gli applausi scroscianti chiedeva si facesse chiarezza sulle stragi, Casaleggio jr confrontava la propria cover del telefonino con i più fidi (hanno tutti la stessa: chiara, con il disegno stilizzato di un palloncino rosso, dettaglio identitario-familiar-aziendale).
Clap clap destinati dall’Imperatore all’ospite più atteso dagli attivisti grillini: tre. Più interessato alla psicologa Maria Rita Parsi e ai suoi video coi bambini.
Alla fine della giornata ringrazierà  soprattutto «il mio circolo subacqueo, che si è riversato in massa». Il sospetto è che delle analisi e tattiche sulle alleanze, o le dosi di antiberlusconismo più appropriate al momento storico, il giorno per giorno della scalata al governo, lo lascino integralmente indifferente. Il che è tutt’altro che un dettaglio, trattandosi del padrone del primo partito d’Italia.
Ci sono luoghi in cui le cose si svelano. Ivrea è uno di questi.
E l’esatta disposizione piramidale, stratificata, non comunicante del potere a Cinque stelle è la vera domina, l’elemento più rilevante, di Sum02, l’evento annuale organizzato dalla Associazione Gianroberto Casaleggio per commemorare il fondatore dell’Impero (oltre a tutto il resto, Gianluigi Nuzzi, che il Cielo lo perdoni, presenta dal palco chiamandolo «Sam», come si trattasse di inglese).
Una visione d’insieme è impossibile – più che un mondo ordinato un formicaio in cui ciascuno ha a cuore un pezzettino, che gestisce in modo distinto, ma non scoordinato rispetto agli altri.
Ci sono almeno tre livelli, in ordine non intercambiabile: l’Imperatore e la sua azienda, la politica e il circo che le gira intorno, gli iscritti e gli attivisti.
E che è il capo – e non il leader politico – l’unico a contare davvero. L’evidenza è palmare.
Ancora meglio adesso, che Beppe Grillo, il volto su cui una volta poggiava tutto, il nume tutelare del blog omonimo (che adesso si è ripreso), interviene giusto ogni tanto, in funzione di rassicurazione, selfie e grigliate – perfetto nei panni del Garante, così come da nuovo statuto M5S.
Mentre a chi dagli ambienti di Forza Italia lo cerca – in virtù di passate collaborazioni – per trovare una interlocuzione finalizzata alla formazione del governo, il comico risponde: «Non ho idea di chi sia stato eletto, ti mando un contatto», e rinvia direttamente a Luigi Di Maio. Fine della fiera.
Conta Davide, dunque. Conta l’azienda, la rete d’intorno, e al limite la comunicazione che ad essa fa capo, cioè Rocco Casalino, intoccabile e intoccato trait d’union con i Palazzi di Roma.
Il resto è avvolto in una vaghezza opaca che è una cifra costante: sono vaghi i rendiconti, sono vaghi i ruoli, resta vago persino il numero di iscritti alla Associazione Gianroberto Casaleggio, che pure si annuncia «raddoppiato rispetto allo scorso anno» (raddoppiato rispetto a che cifra? «Non è un dato pubblico», rispondono le ragazze addette alla raccolta fondi).
Anche se poi M5S ha preso il 32 per cento con il nome di Di Maio, anche se è lui e non l’Imperatore quello in piena trattativa per il governo, nessuno a Ivrea si sogna di presentarsi alla corte dell’eventuale premier, che pure sta piantato in prima fila, pettinato e illuminato dai riflettori come uno che sia già  premier.
Di Maio, qui dentro, è uno dei tanti. È come Alfonso Bonafede, l’annunciato ministro ombra della Giustizia capace di ammettere candidamente di non avere potere di manovra nemmeno sul proprio accredito per l’ingresso («mi hanno dato questo badge, con il QrCode, se ne occupa una società  esterna»).
O come Paola Taverna, spigliatissima, persuasa a spostarsi nel più protetto retropalco dopo aver svolto davanti ai giornalisti una serie di dialoghi più adatti a un film di Verdone che al suo neoruolo di vicepresidente del Senato (ad esempio quello con la Iena trombata alle elezioni Dino Giarrusso: «Jaa famo, co ‘sto governo?», domanda lui. «Jaaa famo, jaaa famo» risponde lei).
O come Vincenzo Spadafora, potentissimo consigliori di Di Maio che però, giunto al cospetto dell’Imperatore, gli stringe la mano con timida cortesia e stop.
L’unico che comand
Vanno tutti da Casaleggio, per forza. È lui il presidente della Casaleggio Associati (oltrechè dell’Associazione Gianroberto Casaleggio) ed è presidente, amministratore unico e tesoriere della Associazione Rousseau – come ha notato il Foglio.
Cioè ha le chiavi del cuore del Movimento, e dell’azienda che, fra le altre cose, gli ha sviluppato la piattaforma: gli iscritti, i dati , le decisioni, i soldi che arrivano al Movimento Cinque stelle.
Che già  non sono pochi e che saranno sempre di più: finora quasi 600 mila euro alla Associazione Rousseau (per non parlare dei contributi pubblici che pioveranno sugli sterminati gruppi parlamentari), e adesso la manna dei 300 euro al mese che dovrà  versare ciascuno dei 339 parlamentari eletti (227 alla Camera, 112 al Senato), per un totale di 1,2 milioni l’anno, 6 per l’intera legislatura.
Un elemento da non sottovalutare, quando si parla di possibile e imminente ritorno alle urne: «Chi glielo fa fare, a Casaleggio, di rinunciare a tutti quei soldi per tornare a votare? In nome di che, della difesa di Di Maio premier?», è una delle riflessioni che si sentono più spesso tra i volponi di Palazzo.
Questo tema, intrecciato alle prospettive del futuro non immediato, è alla base dell’indicibile (e, infatti, negata) tensione che si è sviluppata in queste settimane tra l’ala Casaleggio e quella che gli sta subito sotto, il variopinto mondo di Luigi Di Maio.
Se Casaleggio, al di là  dell’incontro furiosamente smentito con Salvini solo un anno fa, ha comunque intessuto un filo con la Lega – e si tratta di una tradizione familiare, vista la simpatia che Gianroberto aveva per Umberto Bossi – e se a Ivrea la platea degli iscritti era più incline a sintonie con la Lega che con i dem, è vero che Di Maio è costretto a fare valutazioni diverse.
La regola dei due mandati, per ora, ha resistito a tutti gli assalti, persino all’ultimo, recentissimo: la chance di Giggino è dunque unica, questa qui. Mentre Davide, l’Imperatore, ha tutta una vita davanti. E un sacco di altri nomi su cui puntare.
Il sottogovern
Si capisce dunque, il sovraffollamento attorno. È il Cinque stelle che si prepara al sottogoverno, ancor più che al governo. È nelle liste di nomine con le quali raccontano giri il fedelissimo Stefano Buffagni, l’uomo del Nord che tiene i rapporti con i ceti produttivi e che si è confezionato una specie di schedina del Totocalcio dei prossimi collegi sindacali in scadenza.
È nei lobbisti e addetti alle relazioni istituzionali che cominciano a circolare attorno all’evento di Ivrea (l’anno scorso non c’erano).
È nel formicolare di interlocutori trasversali, che testimoniano l’attenzione da parte di mondi finora tutt’altro che scontati.
Se il fan del lavoro gratis Domenico De Masi e il sovranista Diego Fusaro sono felici di farsi i selfie insieme con lo sfondo di Sum02, un ex ministro del governo Letta come Massimo Bray stenta a trovare la voce per raccontare in pubblico di aver dibattuto di globalizzazione «con Luigi» alla Treccani, dopo che Di Maio l’aveva chiamato appositamente per approfondire.
Mondi che, in perfetto modello a Cinque stelle, spesso e volentieri nemmeno si conoscono tra loro. Sul punto si danno casi estremi: come quell’ospite che, alla vista di Andrea Scanzi, impegnato sul palco della Casaleggio in un monologo – curiosamente serio – sul fatto che «l’intellettuale non può fare il tifoso», e che il giornalista ha «il ruolo sacro» della «sentinella», abbia domandato candido al proprio vicino: «Ma questo chi è?».
Gente che non si conosce e a volte nemmeno si stima: il direttore dell’Istituto italiano di tecnologia, Roberto Cingolani, è ad esempio inconciliabile con i profili no vax del Movimento. Come fanno a conciliarli? Già , come fanno? Un mistero.
Che però è alla base del funzionamento dei Cinque stelle. Secondo la teoria formiche-formicaio raccontata dallo stesso Davide Casaleggio nel giovanile “Tu sei rete”, ed evidenziata nel suo libro su M5S da Iacoboni (il giornalista che l’Imperatore ha messo alla porta) come chiave per significare il funzionamento di M5S: «I formicai rappresentano il miglior esempio di auto-organizzazione. Le formiche seguono una serie di regole applicate al singolo, attraverso le quali si determina una struttura molto organizzata, ma non centralizzata», è la teoria casaleggiana.
Affinchè questo sistema resista è necessario che le formiche non sappiano mai quali sono le regole: «Una formica non deve sapere come funziona il formicaio, altrimenti, tutte le formiche ambirebbero a ricoprire i ruoli migliori e meno faticosi, creando un problema di coordinamento».
Nel formicaio, le cerchie nobili sono pronte a governare. La terza, quella di militanti e attivisti, resta un po’ indietro, avvinta ma perplessa per la piega che hanno preso gli eventi.
«Per la velocità  soprattutto, ci voleva più tempo per costruirci», dice un militante storico di Roma. La base, in fondo, è ancora quella più grillina, capace di discutere per ore di come si arriva all’obiettivo rifiuti zero. O di inceneritori, alberi, vetro, buche. «Andare al governo? Beh è chiaro che la prospettiva schiaccia tutto questo. Lo sappiamo, ma siamo cresciuti vorticosamente, persino oltre le aspettative», dice una attivista di Milano: «Che alternativa c’era?».

(da “L’Espresso”)

This entry was posted on mercoledì, Aprile 18th, 2018 at 11:37 and is filed under Grillo. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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