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“CRAXI DISSE: IN ITALIA NON TORNO. VOGLIO ESSERE OPERATO A HAMMAMET E, SE NECESSARIO, MORIRE E ESSERE SEPOLTO QUI” : A 25 ANNI DALLA MORTE, ALDO CAZZULLO RACCONTA IL LEADER SOCIALISTA IN UN LIBRO

“BETTINO ERA UN RICORDO INGOMBRANTE TRA I FILOCOMUNISTI, SIA IN PARTE TRA I FILOBERLUSCONIANI. RAPPRESENTAVA UN PESO INUTILE DI CUI LIBERARSI”… AMATO E GLI ALTRI SOCIALISTI “TRADITORI E IGNAVI”… LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO MERCOLEDÌ 15 GENNAIO A ROMA

Estratto del libro “Craxi, l’ultimo vero politico” di Aldo Cazzullo pubblicato dal Corriere della Sera

Dal giornale mi telefonarono la domenica sera. In questi casi le chiamate sono sempre di poche parole: «Craxi sta male, dicono che sia grave, parti subito per Hammamet».
Arrivammo a Tunisi il giorno dopo. Era un tempo in cui i quotidiani italiani erano ancora ricchi. Gli inviati viaggiavano molto, spesso diventavano amici tra loro. Da quel punto di vista, la trasferta tunisina fu fortunata. Sull’aereo c’era Fabrizio Roncone del «Corriere della Sera», che oggi è per me persona di famiglia.
C’era Daniele Mastrogiacomo di «Repubblica», anche lui destinato a diventare un amico caro, per cui avrei trepidato al tempo del suo rapimento in Afghanistan e della sua ammirevole resistenza nelle mani dei talebani. E c’era uno dei giornalisti più simpatici di tutti i tempi, Vittorio Dell’Uva del «Mattino» di Napoli, che rendeva gradevoli persino cose abbastanza insopportabili come le barzellette.
Sul posto, poi, c’era già da giorni l’inviato del «Giornale», il mio fraterno amico Gianni Pennacchi, destinato a diventare un uomo-chiave di questa storia.
La prima cosa che mi colpì in quella Tunisi di fine ottobre, oltre al caldo innaturale, furono le strade piene di buche. L’Italia di allora era ancora un Paese ricco, almeno abbastanza da potersi permettere strade curate e relativamente sicure. La Tunisia di fine millennio faceva a un occidentale l’effetto che oggi può fare Roma e in genere l’Italia a un turista americano.
A Tunisi scendemmo in un albergone impersonale da sceicchi, l’Abu Nawas, con i marmi, le fontane e le scale mobili nella hall. Su suggerimento di Gianni, l’avrei presto abbandonato per un piccolo albergo alle porte della medina, la Maison Blanche, una casa appunto bianca piena di pezzi di antiquariato, un ambiente intimo che ricordava un po’ l’hotel dove a Roma viveva Bettino Craxi, il Raphael. Ma sul momento non c’era tempo da perdere nelle sistemazioni alberghiere. Bisognava capire come stava Craxi, e soprattutto dove diavolo fosse.
La famiglia, almeno all’apparenza, non aveva alcuna intenzione di collaborare alla ricerca. Verso i giornalisti sembrava diffidente, se non ostile; e con qualche buona ragione. Troppi i voltafaccia, i cronisti e i direttori amici, quando non cortigiani, che erano passati dall’altra parte, e si erano trasformati in critici, se non in accusatori. E questo era accaduto sia tra i filocomunisti, sia in parte tra i filoberlusconiani. Per entrambi, Bettino Craxi era un ricordo ingombrante. Il nemico che a un tratto si era fatto indulgente, ad esempio aiutando il partito nato dalle ceneri del Pci a entrare nell’Internazionale socialista. E l’amico che da presidente del Consiglio aveva salvato le nascenti tv private ma che, caduto in disgrazia, divenuto impopolare, rappresentava un problema, un peso inutile di cui liberarsi.
Fatto sta che come prima cosa ci precipitammo nella clinica di Nabeul, vicino ad Hammamet, dove secondo le notizie d’agenzia Craxi era stato ricoverato. Solo che in quella clinica Craxi non c’era più.
Il mattino dopo si seppe che era all’ospedale militare di Tunisi, un palazzone alla periferia della capitale. Le guardie all’ingresso avevano l’incarico di non far passare i giornalisti, ma solo i familiari. Con l’inviata del «Messaggero», Marida Lombardo Pijola — anche lei come Gianni purtroppo non c’è più —, ci guardammo negli occhi, ci prendemmo sottobraccio e ci dicemmo che avremmo potuto essere una coppia di cugini di Craxi, venuti dall’Italia a trovarlo.
Marida era una giornalista bravissima, oltre che bellissima, e nessuno osò fermarla. Salimmo al quinto piano, nella sala 1 del reparto rianimazione e terapia intensiva, dov’era ricoverato Craxi. Solo che Craxi non era neppure lì.
Cioè era lì, in ospedale, ma in quel momento era stato portato a fare un’ecografia. Il letto disfatto era vuoto, il televisore da cui il paziente poteva seguire Rai Uno era spento.
Colpiva un mazzo di rose rosse, dono del cerimoniale del presidente — diciamo pure dittatore — Ben Alì, ignaro che il fiore simbolo del craxismo fosse semmai il garofano. A mezzogiorno era atteso l’arrivo del professor Guediche, potente medico personale di Ben Alì, in visita al «paziente italiano», come presero a chiamarlo i giornali di Tunisi.
Fuori dalla stanza trovammo un infermiere, che sul camice bianco esibiva orgogliosamente una grossa spilla con il proprio nome, che poi era uguale al cognome: «Ahmed Ahmed».
Il signor Ahmed Ahmed era lì per portare il pranzo: una scodella di brodo di verdure.
Soddisfatto per quell’inattesa attenzione riservata alla sua persona, ci disse tutto fiero che Craxi non stava poi così male, che era presente a se stesso, financo di buon umore, e che le analisi del sangue segnalavano un miglioramento: in particolare erano scese le transaminasi, segno che il danno epatico stava regredendo.
Anche perché poi quale fosse esattamente la malattia di Craxi non lo sapeva nessuno. Sapevamo che aveva il diabete, e che tentava di arginarlo con feroci diete, sempre disattese una volta che si sedeva a tavola: magari ordinava verdure, poi però mangiava nei piatti degli altri, e a Bettino nessuno dei commensali osava dire di no. Non sapevamo però che la situazione era molto più grave di quel che si pensasse.
Quando il piede di Craxi si aprì, in una di quelle lesioni difficilissime da curare tipiche delle fasi avanzate del diabete, Antonio Di Pietro disse che Craxi aveva un «foruncolone».
E anche noi quel giorno contribuimmo un poco a creare quel clima di sottovalutazione.
All’uscita dell’ospedale Marida e io fummo assaliti dai cronisti in attesa, un po’ incuriositi, un po’ insospettiti: non erano mica lì per farsi dare un «buco» da «Messaggero» e «Stampa».
C’erano gli inviati delle agenzie, dei giornali nazionali e regionali, delle tv. Quasi tutti credevano che la malattia di Craxi fosse una manovra politica per facilitare il rientro in Italia. E quasi tutti avevano voglia di tornare a casa.
Così, quando riferimmo le parole di Ahmed Ahmed, la reazione fu un misto di ilarità e di sollievo. Ahmed Ahmed fu rapidamente promosso caposala — ma temo che un collega d’agenzia l’avesse presentato come cardiochirurgo, anzi come il primario di cardiochirurgia — e Craxi venne dato per convalescente, sul punto di essere dimesso, insomma quasi guarito
Le cose però stavano molto diversamente.
Per il pomeriggio era annunciata una conferenza stampa improvvisata di Stefania Craxi.
La primogenita di Bettino compiva quel giorno trentanove anni. Indossava un vestito berbero molto bello, verde con decorazioni argentate, lungo fino ai piedi, di cui tormentava di continuo la manica; ed era incazzatissima.
Con tutti: i giudici, i comunisti, Luciano Violante che aveva definito la sua famiglia «sudamericana», Giuliano Amato e gli altri socialisti che lei definiva traditori e ignavi, e ovviamente noi giornalisti.
Non conoscevo Stefania, e mi colpì molto.
La sua rabbia sembrava sempre sul punto di esplodere, nell’aggressività o nel pianto, ma nello stesso tempo era il suo carburante, il suo modo di restare legata alle persone e alle cose.
Si creò tra lei e noi inviati uno strano legame.
Da una parte eravamo i persecutori: il tono dei reportage dalla Tunisia era decisamente severo nei confronti di Craxi. Ma avevamo pur sempre bisogno di notizie dalla famiglia. E quindi finivamo per diventare, se non complici, comprimari di una vicenda molto più grande anche dei protagonisti. Che erano da una parte Bettino Craxi, e dall’altra lo Stato italiano, che Craxi aveva governato e condizionato per tanti anni.
Quel giorno Stefania parlò a lungo. Disse che il padre stava molto male. Tanto male da non aver sfogliato il pacco dei quotidiani italiani, che a Tunisi arrivavano dopo tre giorni, e neppure la rassegna stampa, che si faceva mandare ogni mattina via fax. La crisi era dovuta a complicazioni epatiche, innescate da un virus o dall’insufficienza cardiaca.
Precisò che il cuore pompava solo il 25 per cento del sangue: nessuno capì bene cosa volesse dire, e che ne fosse del restante 75 per cento; comunque la cosa fece una cerca impressione. Tutto nasceva dal diabete, ma richiedeva una serie di esami. Stefania ringraziò i medici tunisini che si stavano prendendo cura del padre. E spazzò via ogni ipotesi di rientro in Italia: «Un uomo che ha servito il Paese per quarant’anni non ha certo interesse a tornarvi grazie a un salvacondotto medico».
La conferenza stampa finì, quasi tutti se ne andarono, ma Stefania continuò a parlare, in un conciliabolo con pochi di noi. Raccontò che il padre era di umore pessimo e si comportava da paziente difficile: «Stefania sollevami il letto», «Stefania vorrei del sale», «Stefania portami dell’acqua». Qualcuno le riferì le aperture del premier D’Alema e del nuovo capo della procura di Milano, Gerardo D’Ambrosio: entrambi si erano detti favorevoli, a determinate condizioni, al rientro di Craxi in Italia.
D’Ambrosio aveva appena preso il posto di Francesco Saverio Borrelli, e sembrava aver scelto un approccio più morbido, più «politico» alla vicenda (nel 2006 sarebbe stato eletto al Senato con il centrosinistra).
La morte di Craxi in terra straniera avrebbe rappresentato un problema grave per il governo. Nella maggioranza c’erano sì i nemici di Bettino, tra cui lo stesso Di Pietro, che quel giorno aveva ribadito: «Se Craxi torna in Italia deve essere arrestato, i benefici si danno ai detenuti non ai latitanti». Ma nella maggioranza di governo c’erano anche i socialisti di Enrico Boselli. Oltre a storici dirigenti del Pci che a Craxi avevano sempre guardato con favore, a cominciare dall’ex ministro dell’Interno (e futuro presidente della Repubblica) Giorgio Napolitano.
Eppure Craxi, al telefono con il cognato Pillitteri (più avanti vi racconterò come Gianni Pennacchi e io venimmo a saperlo), fu categorico: «In Italia non torno. Voglio essere operato qui e, se necessario, morire qui e qui essere sepolto».

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