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DA “STRACCIONE” VINCENTE A STRACCIATO: IL (FINTO) LEGHISTA SOLINAS AL CAPOLINEA SARDO

NELLA CLASSIFICA DEI PRESIDENTI E’ ALL’ULTIMO POSTO, ORA I SARDI LO CONOSCONO FIN TROPPO BENE

“Anche uno straccione di Valmy può diventare presidente di una delle terre più importanti d’Italia. Ed eccomi qua”. Lo “straccione” con panciotto e pochette si presentava così agli elettori sardi che lo avevano appena incoronato presidente della Sardegna. Un quarantaduenne con la consapevolezza di sé – almeno stando all’ambizioso paragone sventolato come biglietto da visita – di un uomo che combattuto male armato e con compagni contadini una battaglia campale contro le forze della restaurazione, e averla vinta issando per la prima volta sul campo la bandiera della rivoluzione. Improvvisamente Christian Solinas è diventato l’epicentro della politica italiana, la sua caduta potrebbe provocare una scossa tellurica da titoli di prima pagina per i suoi riverberi romani.
Il presidente uscente giubilato da Giorgia Meloni sull’altare della candidatura del fidatissimo sindaco di Cagliari, il Fratello d’Italia Paolo Truzzu, non ha nessuna intenzione di ritirarsi in buon ordine. “Sono cresciuto con gli insegnamenti di Francesco Cossiga”, va ripetendo a collaboratori e amici, una frase per racchiudere un mondo fatto di tenacia e testardaggine sarda, fiuto per la politica, poca paura di sparigliare urtando paludate sensibilità. Uno dei suoi padri politici, il democristiano Mariolino Floris, alla guida della Sardegna negli anni del tramonto dello scudocrociato, che è anche un suo vicino di casa, gli riconosce una grande abilità di muoversi tra avversari e alleati scomodi: “A Francesco questo giovane faceva molta simpatia”, ha ricordato degli anni dell’Udeur, un giovane Solinas a muovere i primi passi in politica all’ombra del Fedora dell’anziano ex presidente picconatore.
Dall’ecumenismo della Dc all’indipendentismo del Partito sardo d’azione c’è di mezzo il ricollocamento dei sardisti in orbita centrodestra. Dissoltasi l’Udeur Solinas vede nel partito regionale l’opportunità di essere proiettato in orbita, almeno in terra natia. Si candida nel 2009, è il più giovane degli eletti della tornata elettorale, il Psda schierato a sostegno di Ugo Cappellacci, che divenne presidente sotto le insegne del berlusconismo. Tempo due anni ed eccolo assessore ai Trasporti, enfant prodige sempre più amato dal suo partito, trampolino di lancio per il suo turno che sarebbe arrivato solo nel 2018. Eppure sono proprio di quegli anni i primi inciampi, macchie sulla fedina da amministratore che ancora si porta dietro, pronte a essere rispolverate se toccherà ancora a lui. Una in particolare, e ha un nome che i sardi ricordano bene: Saremar.
La storia è questa. L’assessore Solinas decide che il costo dei traghetti delle compagnie private è troppo alto, un salasso per le tasche della sua gente. Così si mette in testa di dare vita a una “flotta sarda”, e ci riesce pure, un po’ di imbarcazioni pubbliche, un paio prese in affitto. “Abbiamo liberato i sardi e la Sardegna dal giogo armatoriale, che voleva mettere in ginocchio il sistema economico della nostra terra”, disse trionfante nel giugno del 2011, dopo aver presenziato all’inaugurazione della tratta Porto Torres – Vado Ligure. Saremar era un’azienda con i conti in regola, che fino ad allora aveva garantito i trasporti con la Corsica e le isole minori, e avere un azionista di peso come la Regione non avrebbe potuto che beneficiarne.
Nonostante le preoccupazioni di alcuni in maggioranza e le proteste delle opposizioni, non ci si cura della possibile bocciatura europea. Che puntualmente arriva. I soldi promessi a Saremar drogherebbero il mercato, e si configurerebbero come aiuti di stato. Partono ricorsi e controricorsi, la flotta viene congelata. L’azienda deve restituire 11 milioni ricevuti al di fuori delle regole della concorrenza stabilite a livello comunitario, ma non li ha. Centosessantasette lettere di licenziamento vengono recapitate ai lavoratori della società, che viene messa in stato di fallimento e chiude i battenti.
Era il 2016. Solinas prova a scrollarsi dalle spalle il disastro, a guardare avanti. Alla fine del 2017 inizia a tessere la sua tela con Matteo Salvini. Il gancio è paradossalmente l’eterno inespresso avversario interno del Capitano. Lo racconta lo stesso Solinas: “Ho conosciuto durante le riunioni della Conferenza stato-Regioni Luca Zaia”. È quello il volano per arrivare nel cuore di via Bellerio. La Lega è ai suoi massimi storici, Salvini al governo, il Carroccio alle europee ha preso il trenta per cento. Il segretario leghista vede la possibilità per interposto Solinas di mettere per la prima volta le mani su una Regione geograficamente considerata di centro-sud. È un perfetto matrimonio d’interesse. Solinas fluttua verso la conquista della Sardegna con il dolce paracadute di un seggio senatoriale. Vincerà entrambe le corse, e che fatica mollare uno dei due bocconi. Nonostante l’incompatibilità per legge, Solinas darà le dimissioni solo dopo oltre cinque mesi, e dopo essere risultato perennemente “in missione” a Palazzo Madama e interrogazioni parlamentari delle opposizioni. Traduzione: in aula non si è mai visto.
Tra il partito che nel proprio statuto ha ancora la rivendicazione dell’indipendenza della Sardegna e gli scissionisti che da tempo hanno smesso di invocare quella della Padania, il rapporto è recentissimo, e non nasce prima degli ultimi mesi del 2017, per convergenti interessi elettorali. Con un certo gusto per la retrotopia i protagonisti di oggi hanno cercato affinità antiche e radici comuni, alla ricerca di un racconto che potesse nobilitarne l’unione.
“Tra il Partito sardo d’azione e la Lega ci sono rapporti antichi”, ha raccontato Solinas qualche tempo fa, citando in particolare un episodio: “Nel 1987 Bossi, la prima volta che entrò in Parlamento, divideva l’ufficio parlamentare Roma con il nostro senatore Sanna. E lui ci diceva sempre: la Lega diventerà un grande partito storico, come lo siete voi”. Ma c’è anche una matrice ideologica e culturale comune, a sentire il protagonista in pochette: “Il compianto Gianfranco Miglio, un grandissimo di cui leggevamo e leggiamo tutti i libri, indicava sempre il nostro partito come un modello di forza territoriale a cui il Carroccio doveva ispirarsi e lo ha fatto”.
Erano i mesi in cui il quarantaduenne Solinas si laurea in giurisprudenza a Sassari, per studio e ingegno personali, certo, ma anche per lavare via le polemiche dopo essersi fregiato per anni di un titolo di studio conseguito presso l’università Leibnitz di Milano, istituto che tuttavia è risultato non essere riconosciuto dal ministero dell’Università, non avendo dunque nessun valore legale ai fini del curriculum. All’inizio di quest’anno è poi spuntato incredibilmente un altro titolo per Solinas, una laurea honoris causa in medicina attribuitagli da un ateneo di Tirana. Una circostanza incredibile emersa da un’indagine ancora più incredibile. Solinas, secondo la procura di Cagliari, avrebbe favorito la nomina a direttore generale dell’Ufficio dell’autorità di gestione del programma operativo Eni Cbc Bacino del Mediterraneo di Roberto Raimondi, direttore della scuola di dottorato di ricerca dell’Università pubblica di Medicina di Tirana. E quest’ultimo in cambio avrebbe assicurato al governatore sardo proprio il pezzo di carta che lo eleva a dottore e una serie di docenze universitarie in materie simili, del tutto estranee alla formazione di Solinas. È un secondo fronte giudiziario per il governatore, entrambi tutt’ora aperti, che si aggiunge al rinvio a giudizio disposto nell’ottobre del 2022 per alcune nomine apicali in Regione.
Dopo i fuochi del 2018, sospinto dall’onda anomala del consenso leghista, accusato già all’epoca di aver massimizzato i voti dell’alleato ed essere stato un “candidato fantasma”, gli ultimi anni di Solinas sono stati un costante declino. Occupa il ventesimo di venti posti nella classifica dei presidenti di Regione più apprezzati, ed è una bella lotta con Truzzu, all’ottantasettesimo posto su ottantanove nell’analoga classifica dei sindaci delle principali città italiane. Eppure in un sondaggio finito in mano alle opposizioni certifica che è conosciuto dal 98% dei suoi conterranei, contro il solo 65% del competitor interno. Un vantaggio enorme, secondo gli sponsor leghisti, la certificazione della sconfitta a sentire i meloniani, convinti che proprio perché i sardi lo conoscono non si fidano più di lui.
Truzzo ha tenuto la prima riunione con tutte le liste che lo appoggiano, Solinas e la Lega assenti: “nessun passo indietro sulla sua candidatura”, ha tuonato il Carroccio. “Quando Meloni era al 4% noi abbiamo sostenuto i suoi”, attacca il coordinatore sardo delle camicie verdi Michele Pais, intervistato da Repubblica. In Sardegna sono convinti: se anche Salvini ricucisse con gli alleati del centrodestra, difficilmente il Partito sardo d’azione supporterà la coalizione, preparandosi a una corsa solitaria. Della quale il frontrunner potrebbe non essere Solinas. “In quel caso sarebbe più interessato a un seggio in Europa”, spiega una fonte da Cagliari. Anche perché il sistema elettorale sardo garantisce un posto in Consiglio solo al candidato governatore arrivato secondo, non agli altri. Dopotutto anche i generali di Valmy reclamarono il proprio posto in Parlamento
(da Huffingtonpost)

This entry was posted on mercoledì, Gennaio 10th, 2024 at 12:30 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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