DIETRO LA MORTE DEL PICCOLO DOMENICO, CI SONO ANCHE LE LITI E LE INVIDIE TRA COLLEGHI .ALL’OSPEDALE MONALDI DI NAPOLI, DOVE È MORTO IL PICCOLO DOMENICO, I PROFESSIONISTI NON SI PARLAVANO O NON SAPEVANO QUAL ERA IL LORO RUOLO
LE PROCEDURE MINIME E I PROTOCOLLI RICHIESTI PER I TRAPIANTI DI ORGANI NON SONO STATE RISPETTATI …I CARDIOCHIRURGHI NON AVEVANO FATTO LA FORMAZIONE SUL “PARAGONIX”, IL DISPOSITIVO PER IL TRASPORTO CHE AVREBBE SEGNALATO PROBLEMI DI TEMPERATURA AL CUORE – LA RESPONSABILE DELLA GESTIONE DELLE LISTE DI ATTESA NON SAPEVA NEMMENO DI ESSERE LA RESPONSABILE DELLA GESTIONE DELLA LISTA D’ATTESA
Un clima pesantissimo, tra professionisti che non si parlano o non sanno qual è il loro ruolo,
procedure che mancano, protocolli assenti. Ora che il bambino è morto i riflettori si punteranno ancora di più sul reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi e così verrà illuminato un quadro di relazioni umane e professionali da lunghi coltelli.
Non c’è bisogno di andare lontano, alle storiche carenze della struttura che hanno portato a ispezioni e pure sospensioni di attività (nel 2017): per capire cosa succedeva basta leggere gli audit dell’azienda dei Colli successivi ai drammatici errori che hanno portato a trapiantare al bambino un cuore che non funzionava.
Il 30 dicembre, una settimana dopo il trapianto andato male, la direttrice generale dell’azienda, Anna Iervolino, convoca il primario della cardiochirurgia Guido Oppido per chiedergli conto di cosa è successo. È venuta a sapere dell’evento «per le vie brevi», cioè non in modo formale, e si capisce quale sia il clima
Lui racconta del problema del ghiaccio ma poi aggiunge di essere «fermamente convinto della bontà degli atti chirurgici, sia del cuore prelevato definito “perfettamente prelevato e integro”, sia del trapianto che non perde sangue in nessuna anastomosi (il collegamento chirurgico tra strutture anatomiche, ndr). Aggiunge, che chiederà egli stesso riscontro autoptico qualora si verificasse l’exitus (il decesso, ndr) a tutela della sua reputazione».
Ma è il 9 febbraio che si tiene la riunione forse più drammatica. Anche se il programma trapianti è sospeso la direttrice generale chiede che vengano fatti turni per poter operare nel caso spuntasse un nuovo donatore per il bambino. Oppido dice di non aver abbastanza medici. Si discute finché non si riesce a trovare una soluzione almeno per febbraio.
Si parla dell’Heart team del Monaldi e la dottoressa Gabriella Farina, la chirurga che è stata a fare il prelievo a Bolzano, interviene in riunione dicendo di non sapere di essere la responsabile della gestione delle liste di attesa […]. A questo punto, dice
il verbale, la direttrice generale «manifesta sgomento» per ciò che ha appena sentito.
Non sono buoni neanche i rapporti tra il primario e la professoressa Maria De Feo, che è la responsabile del «percorso trapianto cuore», ma ci tiene a sottolineare in riunione che «non riveste alcun ruolo clinico nell’heart team».
Come ormai noto, i cardiochirurghi pediatrici non avevano fatto la formazione sul Paragonix, il moderno dispositivo per il trasporto che avrebbe segnalato problemi di temperatura del cuore. Quando la direttrice generale chiede come mai, nessuno le risponde. Poi un medico dice che Oppido non ha mai partecipato e De Feo aggiunge che il dottor Oppido «non partecipa e non è collaborativo».
La direttrice generale le risponde che la professoressa aveva l’onere, visto il suo ruolo, di assicurarsi che la formazione sul dispositivo fosse fatta. Si va avanti con altre discussioni, ad esempio tra il responsabile dei trapianti di cuore degli adulti, Claudio Marra, che non si relaziona con De Feo. «L’attività trapiantologica non è sostenuta e spesso percepita come ostacolo all’attivià ordinaria», lamenta Marra. Insomma, insoddisfazione e rivendicazioni.
Il clima è teso e questo si riflette sull’attività. Durante l’audit sull’evento avverso, si parla di «criticità strutturali e organizzative».
E, come si è visto, anche di «mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», in questo caso quello chirurgico. Quanto all’intervento andato male, si sottolinea che «l’evento risulta favorito da fattori latenti di sistema, presenti a monte del singolo atto chirurgico, che hanno impedito l’intercettazione tempestiva delle criticità».
(da Repubblica)
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