DUE ORGANIZZATRICI “FIGLIE DI” E UN OLIGARCA COME SPONSOR: ECCO CHI C’È DIETRO IL PADIGLIONE RUSSO ALLA BIENNALE DI VENEZIA
A GESTIRLO SARANNO ANASTASIA KARNEEVA, FIGLIA DEL GENERALE NIKOLAY VOLOBUEV, UNA VITA NEL KGB, E EKATERINA VINOKUROVA, FIGLIA DEL MINISTRO DEGLI ESTERI LAVROV … A METTERE I SOLDI E’ L’OLIGARCA DEL GAS LEONID MIKHELSON, SECONDO UOMO PIÙ RICCO DI RUSSIA, SOTTO SANZIONI OCCIDENTALI PER AVER FINANZIATO IL RECLUTAMENTO DI VOLONTARI DA INVIARE IN UCRAINA…SECONDO I DISSIDENTI, CHE PREPARANO LA PROTESTA, L’OPERAZIONE BIENNALE È STATA PENSATA A MOSCA
Due organizzatrici con parentele moscovite altolocate, un oligarca come sponsor e una quarantina di artisti dai nomi prevalentemente sconosciuti, che probabilmente non si aspettavano nemmeno di generare uno scandalo di dimensioni europee. Il progetto con il quale la Federazione Russa intende rientrare al suo padiglione alla Biennale di Venezia per ora non sembra promettere nulla di clamoroso.
Al di là dell’intento, i nomi dei partecipanti, quasi tutti musicisti, insegnanti di musica e sperimentatori nel campo del folclore musicale, non dicono molto non solo al grande pubblico, ma anche agli addetti ai lavori. «Sono in maggioranza degli sconosciuti, e pochissimi di loro sono artisti in senso stretto, sono dei musicisti», spiega Danila Tkachenko, artista e fotografo moscovita in esilio in Italia dopo essere stato incriminato nel 2022 per una performance contro l’invasione russa dell’Ucraina
Danila – uno dei fotografi russi più celebri della nuova generazione, con un premio World Press Photo nel curriculum e una serie di scatti della Russia che sono finiti sulle copertine di mezzo mondo – è uno dei quasi 8 mila firmatari della lettera di protesta contro il ritorno dei russi a Venezia, sottoscritta da artisti, intellettuali e politici di tutto il mondo. Insieme al famoso gruppo delle Pussy Riot e ad altri artisti esuli russi sta preparando una protesta davanti al padiglione russo, una performance i cui dettagli per ora vengono tenuti segreti.
Ma soprattutto a garantire che il padiglione non diventerà un luogo di riflessione critica sulla guerra è la sua commissaria Anastasia Karneeva, figlia del generale Nikolay Volobuev, una vita nel Kgb e poi vicedirettore per “incarichi speciali” di Rosoboronexport e Rostech, i monopolisti delle armi russe, e membro del cda del consorzio Kalashnikov.
Laurea a Mosca e a Londra, moglie di un banchiere, Anastasia possiede l’agenzia SmartArt, che dal 2019 gestisce il padiglione russo a Venezia, insieme a un’altra moscovita di buona famiglia, Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Sergey Lavrov.
Due personaggi che difficilmente possono permettersi una qualche autonomia, così come il loro sponsor, l’oligarca del gas Leonid Mikhelson, il secondo uomo più ricco della Russia, sotto sanzioni occidentali per aver finanziato il reclutamento di volontari da inviare in Ucraina. Per Danila Tkachenko, l’operazione Biennale è stata chiaramente pensata a Mosca, che ci guadagnerà comunque: se va in porto, aprirà un varco per il soft power di Putin, se viene respinta creerà un impatto mediatico che farà guadagnare punti fedeltà ai suoi protagonisti.
(da La Stampa)
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