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“I PRIMI MINISTRI ITALIANI SONO COME GLI AUTOBUS: BASTA ASPETTARE UN PO’ E NE ARRIVA UN ALTRO”: COME GLI INGLESI VEDONO L’ITALIA

“UN MAGNIFICO POSTO DOVE TRASCORRERE L’ESTATE MA SOSTANZIALMENTE IRRILEVANTE SUL PIANO GEOPOLITICO E TROPPO VICINO ALLA RUSSIA”… LA SCRITTRICE SIMONETTA AGNELLO-HORNBY: “DOPO GLI ANNI DI BERLUSCONI SIAMO SCADUTI NELLA LORO CONSIDERAZIONE. E SU DRAGHI, RISPONDEVANO: AVETE DOVUTO TIRARE FUORI UN TECNOCRATE, PERCHÉ I VOSTRI POLITICI SONO INCAPACI”

«Bravi a cucinare, ma non sapete fare la coda»: la riassume così la mia consorte britannica, che mi sopporta ormai da 25 anni. È il solito stereotipo, se vogliamo: maestri nell’arte di vivere, ma indisciplinati e disorganizzati. Da Londra ci hanno sempre visto un po’ così: e certe caricature sono dure a morire.
D’altra parte, l’immagine dell’Italia sui media inglesi raramente gratta oltre la superficie: la nostra politica dà pochi titoli, per il resto si parla di mafia, del Papa, o di storie sempre in bilico fra il pittoresco e il folkloristico.
Un rapido sondaggio nella chat WhatsApp delle amiche di mia moglie lo conferma: «Appassionati, facilmente eccitabili e molto colti. Ma meglio non seguire le loro scenate politiche e ammirarne il gusto unico nella moda e nel design», sintetizza Julia, che è l’ex coniuge del noto compositore armeno-iraniano Loris Tjeknavorian.
E il giudizio delle giovani generazioni non si discosta di molto: «Chiassosi, appassionati, attaccati alla famiglia, sbaciucchiatori, generosi, attraenti, religiosi», sono gli aggettivi che mettono in fila le ex compagne del liceo di South Hampstead di mia figlia, ormai neo-laureate nelle più prestigiose università inglesi.
«Quando sono venuta per la prima volta a studiare a Cambridge, quasi 60 anni fa – rammenta Simonetta Agnello-Hornby, la nostra popolare scrittrice siciliana, che ha trascorso una vita sulle rive del Tamigi – c’era grande ammirazione per la cultura e l’arte italiane: un po’ meno per gli italiani come popolo, di cui si riteneva non ci si potesse fidare».
Anni dopo, avendo sposato un inglese, la baronessa e avvocatessa Agnello si vide accettata socialmente, dalla cerchia di amici: ma nel contesto più ampio rimaneva una certa distanza nei suoi confronti, che si manifestava in battute e osservazioni sul suo accento e la sua origine: «E mio figlio veniva preso in giro perché era molto scuro di pelle», ricorda tuttora. «Oggi i giovani educati non hanno più pregiudizi – conclude -. Quanto agli altri, non lo so».
«In questi anni ho riscontrato un grosso cambiamento»: mette le cose in prospettiva Guido Bonsaver, che insegna al dipartimento di Italianistica dell’Università di Oxford ed è in Gran Bretagna da più di 30 anni. «Allora c’era una certa italofilia fra le classi colte, che si rapportava alla nostra storia e alla nostra cultura, in particolare quella del Rinascimento: ma nell’opinione pubblica comune restavano molti stereotipi negativi, quelli degli immigrati con la valigia di cartone, di gente inaffidabile».
Cliché che sono cambiati nell’epoca di Tony Blair, gli anni Novanta e Duemila, la stagione della Cool Britannia : quando la Gran Bretagna ha conosciuto una svolta «edonistica», grazie a cui si è dato sempre più peso al cosiddetto lifestyle .
«E così l’Italia è diventata un modello – sottolinea il professor Bonsaver – ma in realtà si è creato un nuovo cliché, quello del Paese della vita felice, dove la gente sa come vivere».
«Tanti italiani hanno avuto successo e ottenuto rispetto a Londra – concorda Simonetta Agnello-Hornby – ma ci sono ancora tanti stereotipi, magari di tipo nuovo, come quello della moda: e gli inglesi li condiscono sempre con una dose di humour e sarcasmo».
Bonsaver porta a esempio il grande successo Oltremanica della cucina italiana: una volta in Inghilterra il cibo di qualità era solo quello francese, poi c’è stato il boom dei cuochi televisivi sulla scia del nostro Antonio Carluccio, che ha ispirato generazioni di chef britannici, a partire da Jamie Oliver. «Ma è una visione ancora in qualche modo legata alle memorie del Grand Tour – prova a storicizzare il docente di Oxford -. L’Italia come luogo dei sensi e del piacere: e permane l’idea di una cultura latina come irrazionale, facile ai sentimenti».
Anche se «non bisogna demonizzare gli stereotipi», sostiene Gabriella Migliore, responsabile del desk Brexit all’ufficio di Londra del nostro Istituto per il Commercio Estero: «Vanno aggiornati, perché poi fanno da traino a tutto il resto del sistema Italia. Se siamo bravi a fare cibo e vestiti, allora magari siamo bravi a fare anche altro».
Ma poi c’è la politica: quando i commentatori sui giornali stigmatizzano le intemperanze di Boris Johnson, scrivono che non somiglia tanto a Donald Trump, ma ricorda piuttosto Silvio Berlusconi.
E se lamentano la stagnazione dell’economia britannica, dicono cose tipo «eravamo la Germania, abbiamo fatto la fine dell’Italia». «Dopo gli anni di Berlusconi siamo scaduti nella considerazione generale – lamenta la Agnello-Hornby – e su questo c’è poco da fare».
A Londra avevano pure aperto un ristorante chiamato «Bunga Bunga»: «Pochi si ricordano di Prodi o dei governi tecnici – ammette il professor Bonsaver -. I vecchi cliché hanno bisogno di generazioni prima di cambiare. E se gli si faceva presente Draghi, rispondevano: avete dovuto tirare fuori un tecnocrate, perché i vostri politici sono incapaci».
«I primi ministri italiani sono come gli autobus: basta aspettare un po’ e ne arriva un altro. È una vecchia battuta che è stata fatta a Londra per molti anni», ricorda James Landale, volto noto della Bbc di cui è Diplomatic Edi tor , ossia responsabile del servizio diplomatico, e che è ospite fisso del Seminario di Venezia organizzato ogni anno dall’Ambasciata italiana a Londra.
«Ma il tempo è passato e i ricordi di Berlusconi sono distanti. Il pubblico rammenta quando ha invitato i Blair in Sardegna con la bandana in testa: ma le memorie sono andate avanti da allora e gli atteggiamenti sono più contemporanei. La gente era consapevole di Draghi come di un tecnocrate: nel Pantheon dei leader europei abbiamo Macron, i giovani premier baltici, gli autocrati come Orbàn e poi i tecnocrati. Draghi era visto come il leader di questo gruppo».
L’Italia non è magari più una barzelletta politica, secondo Landale, ma «nei media è vista primariamente attraverso un prisma culturale.
Quando la gente pensa all’Italia pensa a una destinazione di vacanze: alla lingua, alla cultura, alla Toscana, a Venezia. Una certa generazione di inglesi è ancora innamorata di Helena Bonham Carter in “Camera con vista”: è da lì che viene lo stereotipo. Questo è il nesso fondamentale, più che la politica».
Il rischio allora è di essere solo il Belpaese, un magnifico posto dove trascorrere l’estate ma sostanzialmente irrilevante sul piano geo-politico. «Non direi irrilevante – precisa il giornalista della Bbc – direi piuttosto che l’Italia non è vista come parte dell’asse franco-tedesco, è percepita come laterale rispetto a esso». Il problema, semmai, è un altro: «L’altra immagine che la gente ha dell’Italia nei circoli politici e diplomatici è come avente una profonda connessione con la Russia: questo è qualcosa che è storico, ma che è stato messo più a fuoco a causa del conflitto in Ucraina. Anche prima della guerra, ogni volta che si discuteva della possibilità di togliere le sanzioni a Mosca, ci si chiedeva sempre: che ne pensa Roma? Perché l’Italia era sempre vista come oscillante, c’era il timore che Roma fosse troppo vicina alla Russia».
Sono criticità che dall’ambito politico-diplomatico si possono estendere a quello socio-culturale. Come si legge in «Cosa è successo?», l’ultimo libro del celebre scrittore britannico Hanif Kureishi, dove c’è un capitolo dedicato alI’ Italia che si intitola «Dove sono tutti?»: accade che Kureishi stia seduto all’aperto in un ristorante di Trastevere e si renda conto di una cosa ai suoi occhi bizzarra, e cioè che dovunque guardi ci sono attorno a lui solo facce bianche, a parte il bengalese che cerca di vendergli le rose. E per un momento lo scrittore immagina che Roma sia stata soggetta a uno strano fenomeno di fantascienza, come in un film, in cui tutte le persone di colore sono state teletrasportate in un’altra galassia.
Perché in effetti è questa la sensazione straniante che si avverte arrivando in Italia dopo aver vissuto anche solo per un po’ nella Londra multietnica e multiculturale: quella di essere stati catapultati in un universo parallelo monocromatico. «I britannici hanno sempre amato l’Italia – spiega Kureishi – abbiamo una lunga storia d’amore con l’Italia, in particolare con la cultura italiana: ma c’è una differenza fra l’Italia da un lato e la Francia o la Germania o il Regno Unito dall’altro, ed è che quelle altre nazioni hanno avuto un trauma che ha a che fare con la razza, con lo schiavismo, il colonialismo, l’impero. Questo ha avuto un effetto profondo sulla Gran Bretagna, mentre quando vai in Italia vedi un Paese monoculturale. Questo la rende diversa da noi in una maniera significativa». Ciò non diminuisce il fascino storico del nostro Paese:
«Dopo la guerra l’Italia ha avuto un grande impatto culturale col cinema, la pubblicità, il cibo – ricorda Kureishi -. I mods , con le loro Lambrette, si ispiravano all’Italia. Era la gente più bella del mondo per il loro senso dello stile, come si vede ne “La dolce vita”. Il fascino dell’Italia è che per noi appare abbastanza old fashioned , vecchio stile: è molto più formale, gli uomini vestono in giacca, la gente è più cortese. È un posto più provinciale, ma sembra pure una Paese più felice, anche se questa è un po’ una nostra fantasia: bel tempo, ottimo cibo, famiglie unite, città bellissime».
Insomma, un grande museo all’aperto, nell’idealizzazione britannica: «È il più bel Paese del mondo – continua Kureishi – ma dal nostro punto di vista è una destinazione turistica: siedi su una terrazza in Toscana, mangi pasta e bevi il miglior vino del mondo. Ma probabilmente se vivi lì come giovane diventi pazzo: c’è differenza fra vivere in un posto e goderselo come turista».
«Amo il romanticismo di Roma – annota infatti lo scrittore nel suo libro – ma non vorrei mai che i miei figli provassero a sopravvivere lì. L’abbandono può essere bellissimo per un visitatore, ma non tutto ciò che è antico è carino».
Ed è una questione anche di stimoli: «In Gran Bretagna le cose più interessanti culturalmente sono quelle che vengono dal di fuori – continua Kureishi – e mi chiedo cosa di nuovo può venir fuori dall’Italia. Se vivi lì magari non ti importa affatto, puoi sedere nella tua biblioteca a leggere Dante, ma io sono cresciuto in una cultura dove la gente fa cose nuove ed è quello che mi eccita: voglio sapere cosa stanno facendo i nuovi scrittori neri, asiatici, soprattutto donne. Questo per me rappresenta la vivacità».
Kureishi è tutt’ altro che un forestiero, visto che da anni convive con una compagna italiana: «Tramite Isabella – confessa – ho scoperto la qualità della vita, passo del tempo con lei a Roma e con la sua dolce famiglia, mi sento davvero rilassato in Italia: mi fa rallentare, sono lontano dalla cultura accelerata e dall’agitazione di vivere in questa dannata città che è Londra. Come outsider è rilassante, per goderne la bellezza: ma non cerco di guadagnarmi da vivere lì come scrittore. Non credo che uno come me – lui, che è di origine anglo-pachistana – sarebbe mai riuscito a guadagnarsi da vivere in Italia come autore».
Forse è quello che pensano anche i tantissimi giovani italiani che continuano a sbarcare a Londra, attratti da un posto dove non importa da dove arrivi ma dove conta quello che sai fare. Bellissima l’Italia, direbbero con gli inglesi: ma da lontano.
(da il Corriere della Sera)

This entry was posted on lunedì, Agosto 1st, 2022 at 15:34 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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