“IL DESTINO DEL REGNO UNITO È NELL’UNIONE EUROPEA”. IL SINDACO DI LONDRA, IL LABURISTA E MUSULMANO SADIQ KHAN, DICE QUELLO CHE MOLTI PENSANO: “VEDO I DANNI DELLA BREXIT GIORNO DOPO GIORNO. NEL 2019 AVEVAMO 840 MILA CITTADINI EUROPEI A LONDRA, OGGI SONO 700 MILA. L’ECONOMIA DI LONDRA VALE 30 MILIARDI IN MENO, A CAUSA DELL’USCITA DALL’UE, E NELLA CAPITALE ABBIAMO PERSO 230 MILA POSTI DI LAVORO”
NE SIAMO USCITI PEGGIO. IL NOSTRO DESTINO È INTRECCIATO CON L’EUROPA. NON FACCIAMO PARTE DI NESSUN GRANDE BLOCCO E RISCHIAMO DI ESSERE STRITOLATI, VISTO CHE NON POSSIAMO FIDARCI DI QUESTI STATI UNITI. CHIEDO AL PRIMO MINISTRO STARMER E AL NOSTRO PARTITO ‘LABOUR’ DI ANDARE ALLE PROSSIME ELEZIONI CON LA PROMESSA DI RIENTRARE IN UE, SENZA PASSARE PER UN SECONDO REFERENDUM”
“Il destino del Regno Unito e di Londra è nell’Unione europea», dice il sindaco laburista Sadiq
Khan in questa intervista esclusiva a Repubblica, nel suo ufficio a East London, a dieci anni dal referendum della Brexit.
«È un destino inevitabile e sempre più necessario, in un mondo incredibilmente instabile e con Donald Trump al potere in America. L’Europa è la nostra unica sicurezza. Per questo chiedo al primo ministro Keir Starmer e al nostro partito Labour di andare alle prossime elezioni con la promessa di rientrare in Ue, senza passare per un secondo referendum».
Addirittura, sindaco? Sinora Starmer e il suo governo hanno sempre escluso con forza questa ipotesi, e al massimo si sono spinti a un riallineamento con la Ue.
«Invece non c’è scelta. Vedo i danni della Brexit giorno dopo giorno, a livello economico, sociale e culturale. Ieri abbiamo pubblicato le ultime ricerche del think tank Niesr e di Goldman Sachs, per cui oggi l’economia britannica sarebbe cresciuta del 10 per cento senza la Brexit. Quindi, va bene riavvicinarsi all’Ue come vuole
Starmer, ma ci sono altri tre passi cruciali da fare: rientrare nell’Unione doganale e nel mercato unico europeo entro questo mandato, e infine alle prossime elezioni (entro il 2029, ndr) fare una campagna chiara per rientrare in Ue direttamente, senza un secondo referendum. È inevitabile. Inutile autocondannarsi a ulteriori anni di dolore e privazioni».
Senza un secondo referendum? Ma il Paese non tornerà a lacerarsi?
«Siamo già profondamente divisi e spaccati, a causa della Brexit. Invece, così, il Regno tornerà a essere più unito. E poi alla gente interessa soprattutto il costo della vita, che scenderà sensibilmente una volta rientrati in Ue e nei suoi meccanismi commerciali. Non a caso, quando ci siamo uniti alla Comunità Economica Europea negli anni Settanta, eravamo il malato d’Europa. Da allora abbiamo iniziato a essere un grande Paese.
Oggi invece, fuori dall’Ue, siamo una potenza media. Non possiamo permetterci di non essere in Europa».
A maggior ragione in un mondo sempre più “imperiale”, dagli Stati Uniti alla Cina?
«Esatto. Non facciamo parte di nessun grande blocco. Rischiamo di essere stritolati. Come possiamo sopravvivere da soli, mentre Trump impone i dazi a tutti, amici e nemici, e fa la guerra all’Iran con Israele, innescando una crisi energetica mondiale? Non possiamo fidarci di questi Stati Uniti. […]».
«Nel 2019 avevamo 840 mila cittadini europei a Londra, tra italiani, rumeni, polacchi, francesi… Oggi sono soltanto 700 mila. L’economia di Londra vale 30 miliardi in meno, a causa dell’uscita dall’Unione europea, e intanto nella capitale abbiamo perso 230 mila posti di lavoro. Ne siamo usciti peggio a livello economico, ma anche sociale e culturale. Il nostro destino, invece, è intrecciato con l’Europa. Sono sicuro che, come Labour, rivinceremmo le elezioni se facessimo la promessa di ritornare nella Ue».
Ma è sicuro che l’Europa sia pronta a riabbracciare il Regno Unito? L’Ue è sempre molto esigente e molti ricordano ancora le “beghe” dei britannici, quando erano membri e non accettavano certe regole europee.«Ma restando fuori dall’Ue siamo costretti ad accettare le regole degli altri in ogni caso, perché siamo molto più deboli. Insieme, invece, saremo più forti, anche a livello di difesa, intelligence e lotta all’immigrazione illegale».
Regno Unito ed Europa sembrano più uniti anche in politica estera e hanno detto no a Trump che li esortava a unirsi agli attacchi all’Iran. Troppo tardi, forse?
«Noi britannici abbiamo imparato le lezioni dell’Iraq e di quella catastrofica guerra nel 2003. Starmer ha fatto benissimo a rifiutarsi di partecipare ai raid di Usa e Israele, soprattutto perché Trump e Netanyahu non sembrano avere una via d’uscita da questo pantano. La special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti significa anche saper dire di no ai propri alleati, senza provare imbarazzo […]»
(da agenzie)
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