IN IRAN TRUMP NON PUÒ VINCERE, AL MASSIMO PUÒ PAREGGIARE. L’AMBASCIATORE STEFANINI: “BLOCCANDO LO STRETTO DI HORMUZ, TEHERAN NON FERMA CERTO LA MACCHINA MILITARE ISRAELO-AMERICANA MA METTE IN GINOCCHIO L’ECONOMIA REGIONALE E MONDIALE. IL SUPER SANZIONATO IRAN HA POCO DA PERDERE; VENDE A UN PREZZO PIÙ ALTO QUEL POCO DI PETROLIO CHE FA PASSARE, DESTINAZIONE CINA”
“HORMUZ CHIUSO GLI BASTA E AVANZA PER AVERE LA MEGLIO NELLA PROVA DI FORZA CON WASHINGTON. TRUMP DEVE PENSARE A COME SALVARE IL SALVABILE, RINUNCIANDO AL CAMBIO DI REGIME A TEHERAN. PERMETTEREBBE A DONALD DI CANTAR VITTORIA E SALVARE LA FACCIA, AI PAESI DEL GOLFO E ALL’ECONOMIA MONDIALE (E AMERICANA) DI LIMITARE I DANNI IMMEDIATI”
Chi di idrocarburi ferisce, di idrocarburi perisce. Con fervore quasi religioso, Donald Trump ha fatto dei combustibili fossili un punto cardinale di politica estera, vedi Venezuela, non solo energetica.
Ma la sua “guerra di scelta” scivola proprio sul petrolio del Golfo regalando un’improbabile vittoria al regime di Teheran. Che, per degradato che sia da 11 miliardi di dollari riversatigli addosso in missili e munizioni, bloccando lo Stretto di Hormuz va alla giugulare del confronto geopolitico – la navigazione da e per il Golfo. Così facendo non ferma certo la macchina militare israelo-americana ma mette in ginocchio l’economia regionale e mondiale. Il super sanzionato Iran ha poco da perdere; vende a un prezzo più alto quel poco di petrolio che fa passare, destinazione Cina. Hormuz chiuso gli basta e avanza per avere la meglio nella prova di forza con Washington.
Se, come sembra, Trump si sta preparando a un intervento marittimo per assicurare il passaggio dello Stretto, inviandovi navi e 5000 marines, la guerra è alla vigilia di una nuova escalation in una dimensione in cui la superiorità militare statunitense potrebbe trovare un contrasto asimmetrico da parte di Teheran. Dai cieli di Trump e Netanyahu la sfida si sposterebbe sulle acque di Khamenei. Era quanto Donald diceva di voler evitare. E che non aveva messo in conto. Ma, per il petrolio, questo ed altro.
Ad appena due settimane dall’inizio di “Furia epica”, la risposta iraniana, pressoché fallimentare nei tentativi di colpire obiettivi americani o israeliani, totalmente inefficace nel difendersi, ha trovato dove giungere a segno con effetti letali: nel traffico marittimo di un quinto del fabbisogno energetico quotidiano mondiale;
nel commercio di generi importanti come l’urea, il cui prezzo è salito del 16% e presto si rifletterà in quello della produzione agricola che fertilizza; nella corsa a chiudere ambasciate e a rimpatriare connazionali dal Medio Oriente; nel trasporto aereo con decine di migliaia di voli cancellati e l’incognita di quando potranno riprendere – alcune cancellazioni di scalo si spingono addirittura a fine anno.
Eccesso di prudenza? Forse. I Paesi del Golfo accusano il colpo senza poter fare molto per attutirlo. Riescono a mitigare – non ad eliminare – i danni alle infrastrutture ma non i gravi disagi e l’effetto fuga: chi vuole oggi trovarsi a Doha o Kuwait City?
All’Iran non c’è voluto molto: qualche centinaio di droni sparsi dall’Oman fino alla Turchia e all’Azerbaijan. E soprattutto la “minaccia” su Hormuz. Con mine? Forse, ma non c’è neanche bisogno di metterle. Chi si azzarda a passare? Centinaia di navi sono praticamente ferme da una parte o dall’altra del collo di bottiglia.
Questo scenario, abbondantemente previsto, e ben preparato dalle guardie rivoluzionarie, che aveva sempre trattenuto gli americani dall’entrare in guerra con l’Iran – e li aveva fatti intervenire per trattenere Israele dal farla, fatta eccezione per le operazioni, limitate e chirurgiche dell’anno scorso.
Europa, Asia e Africa sono alle prese con una potenziale crisi energetica – di approvvigionamenti e di costi – più la guerra prosegue, sempre meno potenziale. Donald Trump deve pensare a come salvare il salvabile – dopo tutto la vittoria militare è indiscutibile. Ha due strade aperte.
La prima è di mettere subito e rapidamente fine all’intervento militare capitalizzando sui risultati ottenuti, non lontani forse da quelli enunciati da Dipartimento di Stato: programma, nucleare, missili, espansionismo regionale. Questo significa però rinunciare agli obiettivi più ambiziosi, e minacciosi, enunciati ad intermittenza dal Presidente. Niente cambio di regime a Teheran.Questo lascerà tristemente a bocca asciutta, e profondamente delusi, quei due terzi e più della nazione iraniana che speravano che la guerra di Trump li avrebbe liberati dalla tirannia degli ayatollah. Non era scritto.
Ma permetterebbe a Donald di cantar vittoria e salvare la faccia, ai Paesi del Golfo e all’economia mondiale (e americana) di limitare i danni immediati e avviare la normalizzazione. Più presto comincia meglio ci si mette mano.
La seconda sta nel raccogliere la sfida di Khamenei junior – o chi lo sostituisca, se veramente ferito e/o menomato, tanto qui si ha a che fare con un regime non con una personalità individuale, nozione che forse sfugge all’attuale inquilino della Casa Bianca. Sta, essenzialmente, nel riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz.
Non sarebbe la fine della resistenza degli ayatollah e delle guardie rivoluzionarie ma gli toglierebbe l’arma principale di cui dispongono. Questo, a ieri, l’orientamento di Presidente e Pentagono. A tal fine servono altre navi in teatro, servono i marines.
Non averci pensato conferma l’improvvisazione strategica di Furia Epica. Che, a Hormuz, farebbe un salto d’impegno e rischio, passando dalla relativamente sicura guerra dal cielo a una missione marittima dai contorni indefiniti. Sarebbe la “missione strisciante” (“mission creep”) che Donald aveva promesso: “mai più”. Non l’unica, e non l’ultima, promessa non mantenuta ai suoi elettori, all’America e al mondo.
Stefano Stefanini
per “La Stampa”
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