LA COESIONE SOCIALE NON E’ MAI STATA COSI’ A RISCHIO
IL PROBLEMA DELLA SANITA’ A PAGAMENTO
La sanità a pagamento è ormai diventata un fatto reale. Se un
tempo vi ricorreva chi voleva saltare la coda, non voleva aspettare qualche mese per fare un intervento, avere una visita specialistica, effettuare esami clinici, oggi vi è costretto chi non può aspettare non dico qualche mese, ma un anno e più per avere una diagnosi, effettuare visite di controllo necessarie, ottenere un intervento che impedisca il peggioramento della propria malattia.
Perché anche le “urgenze” rimangono tali solo sulla carta (per un caso che conosco personalmente un intervento urgente da effettuarsi entro tre mesi è stato effettuato solo dopo nove mesi). E non è inconsueto sentirsi consigliare dagli stessi operatori pubblici di rivolgersi al privato, perché nel pubblico l’attesa è troppo lunga.
Non tutti, però, possono permetterselo ed anche la via del ricorso alle finanziarie per un prestito non è sempre accessibile, perché aumenta ulteriormente i costi, pur diluendoli nel tempo.
Persino la medicina di base non sempre riesce a adempiere al proprio compito di monitoraggio della salute e di orientamento ai servizi, diventando invece una sorta di sportello cui richiedere ricette per le medicine e prescrizioni per esami richiesti dai medici specialisti in un sistema in cui è il paziente a fare, se ci riesce, il lavoro di coordinamento e comunicazione.
Se non riesce neppure a far fronte alle urgenze, figuriamoci se il SSN riesce ad espletare l’altro suo compito fondamentale, ovvero agire sul piano della prevenzione, dell’educazione a stili di vita sani. Aumentano così le diseguaglianze, che già sono preoccupanti a livello di salute. Come ricordava ieri Cartabellotta su questo giornale, il SSN è stato il principale fiore all’occhiello del welfare state italiano, perché ne rompeva le caratteristiche di categorialità che contraddistinguevano e tuttora in larga misura contraddistinguono altri aspetti del welfare, dalle pensioni alle misure di protezione dalla disoccupazione a quelle di contrasto alla povertà. Il sistema sanitario nazionale, infatti, superando la frammentazione e parzialità delle assicurazioni mutualistiche, offriva a tutti, senza distinzioni di reddito, collocazione geografica, persino cittadinanza, lo stesso servizio alle stesse condizioni, costituendo l’unica misura di welfare veramente universalistica. La regionalizzazione e aziendalizzazione, la scarsa attenzione per la medicina territoriale, gli investimenti decrescenti, anche il finanziamento indiretto (via de-tassazione) delle assicurazioni sanitarie aziendali, hanno progressivamente eroso quell’universalismo, persino con effetti di delegittimazione, con un danno grave per tutti, ma soprattutto per i più fragili e i più poveri, che non possono ricevere cure adeguate.
La sanità è diventata sempre più diseguale, a livello territoriale, ma anche tra persone che vivono nella stessa regione. Sembrava che l’esperienza della pandemia, mettendo a fuoco non solo i limiti del sistema così come era venuto sviluppandosi, ma l’importanza di avere un sistema sanitario pubblico solido e capace di presidiare il territorio, nei suoi bisogni e nelle sue fragilità, avesse messo in moto un processo di riflessione critica tra tutti i soggetti direttamente interessati: Governo, Ministero, medici e infermieri, enti locali. Le Case di Comunità previste dal PNRR, ambiti di collaborazione e coordinamento tra medici di base, medici specialistici, infermieri di comunità, servizi sociali, sono l’sito di questo ripensamento. Ma richiedono sia finanziamenti adeguati, sia personale preparato, in numero sufficiente e adeguatamente remunerato, sia un lavoro insieme organizzativo e culturale che non può essere improvvisato.
Ma di tutto questo c’è poca o nessuna traccia nei piani del governo, che invece pensa di risolvere il problema delle liste d’attesa aumentando la quantità di straordinari fattibili da un personale troppo scarso e già sovraccarico, oltre che beffato dai maggiori compensi offerti ai cosiddetti gettonisti. Non c’è da sorprendersi che molti fuggano dal pubblico e che i giovani preferiscano combinare il lavoro negli ambulatori privati con le prestazioni a gettone.
(da La Stampa)
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