“LA CULTURA ‘MAGA’ È INCOMPATIBILE CON L’ORDINAMENTO EUROPEO E DIREI PERFINO CON LA NOSTRA COSTITUZIONE” . MARIO MONTI FA LA MESSA IN PIEGA A GIORGIA MELONI: “IL ‘BOARD OF PEACE’? TRA I PAESI PARTECIPANTI CE NE SONO ALCUNI CHE NON RISPETTANO LO STATO DI DIRITTO. GOVERNO E PARLAMENTO DEVONO VALUTARE CON CHI CI SI ACCOMPAGNA PER PERSEGUIRE LA PACE”
“L’ASSE ITALO-TEDESCO? E’ UNA SEMPLIFICAZIONE. NON MI PIACCIONO LE PROPOSTE DI MELONI E MERZ SULLA DEREGOLAMENTAZIONE E SUL MAGGIORE SPAZIO AGLI AIUTI DI STATO DEI SINGOLI PAESI ALLE PROPRIE IMPRESE. ENTRAMBE LE PROPOSTE VANNO CONTRO IL RAFFORZAMENTO DEL MERCATO UNICO, E QUELLA SUGLI AIUTI DI STATO ANCHE CONTRO L’INTERESSE ITALIANO. IL RISULTATO SARÀ CHE I TEDESCHI AVRANNO UN VANTAGGIO COMPETITIVO A DANNO DELLE IMPRESE ITALIANE”
«La quintessenza del trumpismo». Così l’ex premier e senatore a vita Mario Monti definisce il Board of peace per Gaza a cui l’Italia parteciperà come Paese osservatore: «Un progetto che ha in sé tutta la capacità di iniziativa e la voglia di fare del presidente americano, ma anche tutta la sua insofferenza per gli aspetti istituzionali del fare».
Lei come lo valuta?
«L’uso di sforzi privati per la ricostruzione si è già fatto e se ne parla anche per l’Ucraina.
Ma questa è una gigantesca privatizzazione della politica internazionale: è un organismo voluto e presieduto da Trump, che decide chi invitare e chi no e manterrà la guida anche un domani che non fosse più presidente degli Stati Uniti. […]».
Dato questo quadro, fa bene l’Italia a partecipare come osservatore, non potendo aderire per vincoli costituzionali?
«Per una volta credo che la presidente del consiglio sia grata ai vincoli costituzionali, che di solito preferirebbe modificare o superare. Le consentono di motivare a Trump il suo no a una piena partecipazione, che le avrebbe anche fatto piacere, ma l’avrebbe esposta a sicure critiche oggi e incertezze domani».
Però ha scelto la strada del Paese osservatore.
«Se anche non ci fossero limiti costituzionali, io vedrei un grosso problema politico in una partecipazione piena. E ho dubbi anche su un’adesione come osservatori».
Secondo il ministro degli Esteri Tajani non esserci sarebbe contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione.
«La definizione “Board of peace” in effetti, presa letteralmente, è contro la guerra.
Ma tra i partecipanti ce ne sono alcuni che non rispettano lo stato di diritto o i confini nazionali, vedi il caso Groenlandia. […] governo e Parlamento devono esercitare il loro discernimento nel valutare con chi ci si accompagna per perseguire la pace. E il potere non è il solo ingrediente che può rendere efficace l’iniziativa».
Tra i Paesi europei parteciperanno Ungheria e Bulgaria, e come osservatori anche Grecia, Romania e Cipro. Non i nostri alleati Francia e Germania: è un problema?
«Io capisco che la presidente Meloni voglia attuare nel contesto europeo la sua politica […] ma la preferirei sovversiva verso soluzioni più ambiziose nel contesto dell’Unione, anziché alla ricerca di altre strade. Quest’operazione […] dimostra la forte influenza, anche fuori dagli Stati Uniti, della cultura Maga (il movimento di Trump, Make America Great Again, ndr)».
Quella che il cancelliere tedesco Merz critica mentre la nostra premier dissente.
«La nostra premier ha detto di non essere d’accordo con Merz, e che si tratta di una valutazione politica e non di un tema di competenza dell’Unione europea. Non è vero: consiglio di leggere l’intervista sull’Economist del presidente finlandese Stubb, che pure è un amico di Trump. Spiega bene come l’Europa non possa allinearsi ai Maga, che non accettano lo stato di diritto e negano i cambiamenti
climatici. La radice di quella cultura è incompatibile con l’ordinamento europeo e direi perfino con la nostra Costituzione».
Addirittura? Meloni non sarà d’accordo.
«Ma le va detto, io lo faccio anche in Aula».
Come giudica il suo atteggiamento verso Trump?
«L’aspirazione a essere ponte si è tradotta nell’esercitare una spinta dentro l’Unione affinché si reagisse con meno durezza possibile al presidente americano e alle sue richieste. È successo sui dazi, quando insieme alla Germania ha sostenuto un atteggiamento morbido, così come quando si è schierata contro l’imposta digitale che dall’opposizione reclamava a gran voce».
A proposito di Germania: la settimana scorsa si è parlato di un asse italo-tedesco. Esiste secondo lei, o l’ha già sgretolato, appunto, la divergenza di opinioni sulla cultura Maga?
«Su questi assi siamo anche noi osservatori, politici e giornalisti, che amiamo semplificare la realtà. Ci possono essere delle convergenze oggettive di interessi tra due Paesi.
Posto che i tre grandi Paesi dell’eurozona e dell’Unione europea – in rigoroso ordine alfabetico: Francia, Germania e Italia – dovrebbero cercare di lavorare il più possibile insieme e poi proporre alla Commissione soluzioni, non ho niente contro l’avvicinamento italo-tedesco in sé. Altro sono i contenuti».
Non le piacciono le proposte di Meloni e Merz?
«No, su due temi: la deregolamentazione e più spazio per gli aiuti di Stato dei singoli Paesi alle proprie imprese. Entrambe le proposte vanno contro il rafforzamento del mercato unico, e quella sugli aiuti di Stato anche contro l’interesse italiano».
Perché?
«Se si aumenta lo spazio degli aiuti di Stato alle proprie imprese, chi ha la possibilità di farlo lo farà. Il risultato sarà che i tedeschi avranno un vantaggio competitivo a danno delle imprese italiane. Così l’Italia si trova a fare sì l’interesse nazionale: ma quello della Germania».
(da agenzie)
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