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LA FINE DELL’ILLUSIONE NAZIONALISTA: DA TRUMP A MELONI, LA REALTA’ BATTE LA PROPAGANDA

IL MONDO REALE SMENTISCE LA NARRAZIONE SOVRANISTA TRA IDENTITA’, PAURA E RIFIUTO DELLA DEMOCRAZIA

Dalle piazze americane ai giovani delle Nazioni Unite, passando per lo stop a Meloni al referendum fino all’Europa: il mondo reale smentisce la narrazione della destra tra identità, paura e rifiuto dei limiti democratici. Da New York, in questi giorni, si ha una percezione molto chiara: il mondo non si sta restringendo, si sta allargando. E lo sta facendo più velocemente di quanto la politica, soprattutto quella europea, riesca a comprenderlo.
Ma c’è anche un altro segnale, ancora più importante. In questi giorni, nell’evento annuale ospitato dalle Nazioni Unite, “Change the World”, che riunisce migliaia di ragazzi provenienti da decine di Paesi per confrontarsi su futuro, diritti, sviluppo e trasformazioni globali, emerge un dato netto: per le nuove generazioni, il mondo rabbioso e identitario è fuori dal tempo.
Così come per le piazze americane di queste ore, figure come Donald Trump non rappresentano una risposta al futuro. Rappresentano una regressione. E lo stesso vale per una destra europea, da Giorgia Meloni a Viktor Orbán, che continua a inseguire una narrazione identitaria mentre il mondo cambia.Perché mentre quella politica continua a incidere sugli equilibri globali, i ventenni guardano in un’altra direzione: convivenza tra identità diverse, apertura, uguaglianza, cooperazione. Esattamente l’opposto della chiusura identitaria che domina il discorso dei nazionalisti.
E nello stesso tempo, le piazze di queste ore, piene e partecipate, attraversate da una mobilitazione civile forte contro le derive autoritarie e in difesa della Costituzione americana, dicono qualcosa di ancora più chiaro. Non è una protesta isolata. È un’onda. Negli Stati Uniti si sono svolte oltre 3000 manifestazioni “No Kings” in più di 3000 città, da New York a Washington, da Chicago a Boston, a Minneapolis
fino ai centri più piccoli. Milioni di persone sono scese in piazza contro l’aumento dei prezzi, i costi della sanità, le tensioni internazionali e contro un’idea di potere sempre più concentrato.
Non è solo quantità. È qualità politica. È una società che si muove per difendere un principio semplice: abbiamo una Costituzione, non un re. Ed è impossibile, stando qui, non cogliere anche un altro elemento. Questa non è rabbia. È consapevolezza. Non è chiusura. È richiesta di democrazia. E mentre negli Stati Uniti prende forma una mobilitazione di dimensioni quasi storiche, anche in Europa qualcosa si muove. Sabato a Roma è andata in scena una protesta partecipata, che segnala come in Italia esista una domanda di alternativa, di diritti, di giustizia sociale.
Due contesti diversi, certo. Ma un filo comune molto evidente. Da una parte milioni di persone negli Stati Uniti che si oppongono a una deriva autoritaria e nazionalista. Dall’altra una società europea che, pur con numeri e forme diverse, torna a mobilitarsi. È il segno che qualcosa si è rimesso in movimento. E che, nonostante il racconto della destra, non è vero che il mondo chiede più chiusura e più potere senza limiti: sta chiedendo esattamente il contrario.
Qui non c’è traccia di quell’Occidente compatto, omogeneo, quasi assediato evocato da molti leader nazionalisti. C’è, al contrario, un mondo aperto, competitivo, interdipendente, attraversato da trasformazioni profonde: tecnologiche, demografiche, sociali. Il punto è semplice, ma decisivo: non è il mondo che non regge più. È la loro idea di mondo che non regge più. Perché i problemi reali delle società occidentali non hanno nulla a che fare con la difesa di un’identità astratta. Riguardano la vita quotidiana delle persone: salari che non crescono, lavoro che cambia e si precarizza, costo della vita, accesso alla casa, qualità dei servizi pubblici, sanità, scuola, tempo di vita, sicurezza sociale.
E dentro queste trasformazioni si è affermato un altro fattore decisivo: il capitalismo digitale e l’accelerazione prodotta dall’intelligenza artificiale, che stanno comprimendo tempi, cambiando il lavoro, concentrando potere economico e ridefinendo gli equilibri sociali con una velocità senza precedenti. Eppure, di fronte a tutto questo, la destra continua a spostare il terreno dello scontro. Non parla di salari, parla di identità. Non affronta il lavoro, evoca la nazione. Non costruisce soluzioni, costruisce nemici. È un meccanismo noto: trasformare l’insicurezza materiale in paura culturale. Funziona sul piano del consenso, ma non nella realtà.
Negli Stati Uniti questa deriva è ormai esplicita. Ma non è inevitabile. Le piazze e le nuove generazioni lo dimostrano. E sarebbe un errore pensare che tutto questo resti lì. Anche in Italia, la destra al governo si muove nella stessa direzione. Evoca continuamente l’Occidente, la civiltà, le radici, ma quando si tratta di affrontare i nodi veri come salari, produttività, lavoro povero, sanità pubblica, scuola, politiche industriali, ricerca, il vuoto di proposta è evidente.
E soprattutto emerge una contraddizione che non può più essere nascosta: si parla di sovranità nazionale, ma si blocca sistematicamente il rafforzamento dell’Europa. Si difende il diritto di veto, si rallentano le decisioni comuni, si indeboliscono gli strumenti che potrebbero davvero proteggere cittadini e imprese. È una politica che rivendica forza, ma produce impotenza. Nel frattempo, il mondo si muove. E chi resta fermo non difende il proprio spazio: lo perde. C’è poi un elemento più profondo, meno visibile ma ancora più preoccupante: il tentativo di costruire una giustificazione culturale del potere senza limiti.
Figure come Peter Thiel non sono un’anomalia marginale. Rappresentano una regressione precisa: l’idea che il problema non sia il potere che si concentra, ma chi prova a limitarlo. È una torsione che va presa sul serio. Perché qui non siamo davanti a una semplice provocazione intellettuale, ma a una vera e propria deriva teologico politica del tecnopotere: l’uso di categorie religiose assolute per delegittimare la regolazione democratica e sottrarre il potere tecnologico a ogni forma di controllo pubblico. È il tentativo di dare una base ideologica e perfino “razionale” a un mondo in cui il potere non deve più essere limitato, ma liberato.
Ma questa visione non regge. Nessuno dei grandi rischi contemporanei, dall’intelligenza artificiale al cambiamento climatico, è affrontabile senza regole, senza standard condivisi, senza coordinamento internazionale. Negarlo non è anticonformismo. È negazione della realtà. Ed è qui che il quadro si ricompone. Da una parte il nazionalismo politico mobilita paura e identità.
Dall’altra, una parte delle élite tecnologiche delegittima ogni limite democratico.
Il risultato è una combinazione nuova e pericolosa: identità senza pluralismo, tecnologia senza regole, potere senza limite. E questo riguarda anche noi. Perché è legittimo chiedersi anche in Italia quale sia il livello reale di interlocuzione tra queste visioni e alcune aree della destra nazionalista. Su questo serve chiarezza. Non per alimentare polemiche, ma perché quando si mette in discussione il
principio stesso del limite democratico non siamo più nel terreno del confronto politico ordinario: siamo davanti a una questione che riguarda la qualità della nostra democrazia.
La verità è che la protezione che viene promessa non arriva. Arriva invece più fragilità, più isolamento, meno capacità di incidere. Ed è qui che si apre la vera sfida. Non si tratta di difendere un’idea astratta di Occidente, ma di costruire una proposta credibile per il presente. Perché il mondo è già aperto. La domanda è se la politica vive questa apertura e la interpreta o se continua a negarla. La destra ha scelto la seconda strada. Le nuove generazioni e le piazze di questi giorni indicano con chiarezza la prima.
(da Fanpage)

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