“LA POLITICA ECONOMICA DI TRUMP È UN FALLIMENTO MISERABILE”. JOSEPH STIGLITZ, PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA: “IL PRESIDENTE CERCHERÀ DI FARE TUTTO CIÒ CHE PUÒ. NON HA MAI PRESTATO MOLTA ATTENZIONE ALLA LEGGE. POTREBBE IMPORRE ILLEGALMENTE UN’ALTRA SERIE DI DAZI, CHE DARANNO ORIGINE A ELEVATI LIVELLI DI INCERTEZZA E A NUMEROSE SFIDE LEGALI”
L’AVVERTIMENTO ALL’UE: “ORA L’EUROPA PUÒ RESISTERE CON PIÙ FORZA. MA NON PUÒ DIPENDERE DAL CLOUD AMERICANO, DALLA TECNOLOGIA AMERICANA, DALLA DIFESA AMERICANA. L’EUROPA DEVE RIAPPROPRIARSI DELLA PROPRIA SOVRANITÀ ECONOMICA”
«I dazi sono un’arma illegittima, che Trump ha usato senza che ci fosse un’emergenza, per 
fare inginocchiare gli altri Paesi». Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia e già capo economista della Banca Mondiale, non è sorpreso che la Corte Suprema abbia bocciato le tariffe doganali reciproche imposte dagli Usa. Né che il presidente americano abbia reagito con nuove ritorsioni: «Non ha mai prestato troppa attenzione alla legge», osserva.
Il giorno dopo la sentenza dei giudici statunitensi, a poche ore dall’annuncio di un inasprimento delle tariffe generalizzate al 15%, l’economista americano analizza le conseguenze della decisione e critica senza appelli la Trumponomics, che definisce «un fallimento miserabile».
Poi, lancia un monito all’Europa: «Non può dipendere dal cloud americano, dalla tecnologia americana, dalla difesa americana. Deve riappropriarsi della propria sovranità economica».
Professore, si aspettava la decisione della Corte Suprema sui daz
«Sarebbe stata una sorpresa se i giudici fossero arrivati a una conclusione diversa. La Costituzione è molto chiara, il diritto di imporre tasse spetta al Congresso e non può essere delegato.
I dazi sono una forma di tassa, quindi il presidente non aveva l’autorità per imporli. Ma c’è di più: non esisteva alcuna emergenza. Quella legge diceva autorizza alcune misure restrittive in caso di emergenza».
Trump ha reagito imponendo dazi globali prima al 10% e poi al 15%. Cosa si aspetta farà adesso?
«Beh, speriamo che rispetti la legge. Gli esperti di diritto dovranno esaminare se gli strumenti che dice di voler usare gli conferiscono davvero la discrezionalità che ritiene di avere.
Il Congresso ha delegato poteri al presidente su questioni molto specifiche, come la sicurezza nazionale, e non si può sostenere che nell’imposizione di dazi […] vi fosse alcun elemento di sicurezza nazionale. Gli altri procedimenti disponibili sono molto più lenti e richiedono indagini approfondite. Spero che esistano strumenti di controllo giudiziario per assicurarsi che non imponga unilateralmente la sua volontà sull’intenzione del Congresso».
Ritiene che il presidente abbia una strategia adesso?
«Penso che cercherà di fare tutto ciò che può. Non ha mai prestato molta attenzione alla legge. Potrebbe imporre illegalmente un’altra serie di dazi, che daranno origine a elevati livelli di incertezza e a numerose sfide legali.
Il dazio generalizzato al 15% genera somme significative, ma è una tassa regressiva che grava in modo sproporzionato sugli americani a basso reddito. La Federal Reserve lo ha sottolineato e chiunque abbia esaminato la questione lo conferma.
Almeno però non è distorsivo come i dazi disordinati – alti contro la Cina, alti contro l’India, su e giù con il Brasile -, e la sentenza della Corte riduce la possibilità di usarli come arma. Il randello di un Paese contro l’altro è stato uno strumento per fare inginocchiare le potenze di tutto il mondo. Un dazio uniforme al 15% toglie quest’arma».
È trascorso quasi un anno dal Liberation Day. Qual è il suo giudizio sulla Trumponomics?
«È ovvio che ha fallito. Il deficit commerciale è più alto, l’inflazione è molto più elevata di quanto previsto. La famiglia americana media ha speso mille dollari in dazi, questo abbassa il loro tenore di vita.
L’economia non ha generato posti di lavoro nel manifatturiero, che è in calo. Tutti i nuovi posti di lavoro riguardano la cura alla persona e non hanno nulla a che fare con i dazi. Chiunque guardi obiettivamente alla Trumponomics non può che considerarla un fallimento miserabile».
In questo anno c’è stato anche un indebolimento del dollaro. Come lo giudica?
«Normalmente, quando i Paesi impongono dazi si riduce la domanda di valuta estera e si rafforza la propria moneta. La cosa straordinaria è che abbiamo invece un dollaro più debole, che riflette una disillusione nei confronti della Trumponomics – la consapevolezza che Trump ha creato politiche ondivaghe e difficili da prevedere, che minano l’efficienza e la produttività dell’economia americana e le prospettive per il futuro. Il dollaro è più debole nonostante i dazi: è davvero straordinario. E questo mi suggerisce un accumulo di pressioni inflazionistiche per gli anni a venire».
Cosa dovrebbe fare l’Europa adesso?
«Quello che la sentenza cancella davvero è l’arma di pressione che Trump ha usato contro ogni Paese, inclusa l’Ue. Ha minacciato di farvi ricorso qualora l’Europa non avesse ceduto la Groenlandia, se non avesse rinunciato alle sue politiche digitali – il Digital service act, il Digital markets act, la legge sulla privacy.
Ora l’Europa può resistere con più forza. Ma è assolutamente essenziale che continui il percorso discusso a Davos e alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: un’Europa con sovranità economica nazionale. Non può dipendere dal cloud americano, dalla tecnologia americana, dalla difesa americana.
L’Europa deve riappropriarsi della propria sovranità economica».
(da La Stampa)
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