L’ESECUTIVO RINUNCIA ALL’EMENDAMENTO PER MODIFICARE LA CONTESTATA NORMA PER I RIMPATRI ASSISTITI BOCCIATA DAL COLLE (A META’ POMERIGGIO IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO ERA ANCHE SALITO AL COLLE). IL MOTIVO? NON SI TROVA LA COPERTURA FINANZIARIA PER LE MODIFICHE
E ORA? L’IPOTESI E’ UN DECRETO STRALCIO CHE RITOCCHI SOLO LA NORMA SGRADITA AL QUIRINALE (MA NON È UN ITER FLUIDO, E LA SOLUZIONE POTREBBE NON PIACERE AL COLLE) … ORA SI CONSUMA ANCHE UNO SCONTRO NELL’ESECUTIVO: A PALAZZO CHIGI NESSUNO RIVENDICA LA FORMULAZIONE DELLA NORMA. TUTTI INDICANO L’UFFICIO LEGISLATIVO DEL VIMINALE, PUNTANDO IL DITO CONTRO PIANTEDOSI
Alle 22.30, si ritorna al punto di partenza. Il governo, a sorpresa, rinuncia
all’emendamento che puntava a modificare la contestata norma per i rimpatri assistiti. Rendendo il pasticcio un vero e proprio caso politico.
Un passo indietro, a metà pomeriggio. Quando sale al Colle, Alfredo Mantovano sa già che la norma della discordia dovrà cambiare. In un modo o nell’altro, sarà
stravolta: Sergio Mattarella non intende firmare un decreto che contiene un articolo insostenibile dal punto di vista giuridico e costituzionale.
Lasciando il Quirinale, poco più tardi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha in tasca una potenziale soluzione. Prevede un allargamento della platea di chi può fare ricorso in rappresentanza dei migranti che puntano al rimpatrio assistito: non più solo avvocati, ma altre figure professionali.
E soprattutto, vengono fissati due ulteriori paletti. Il primo: non sarà più il Consiglio nazionale forense a erogare il “premio” per chi scrive il ricorso, ma lo Stato. E la somma verrebbe corrisposta anche in caso di esito negativo della procedura.
È una possibile soluzione, ma che resta solo sulla carta. Perché a tarda sera qualcosa si inceppa. Di certo, si apre un problema di bilancio. Quando Palazzo Chigi inoltra l’emendamento appena formulato dai suoi uffici alla Ragioneria dello Stato, diventa evidente ai tecnici il problema: la misura prevede oneri aggiuntivi per lo Stato. La ragioniera generale dello Stato Daria Perrotta legge la formulazione e si rivolge al Viminale, chiedendo una relazione tecnica per poter “pesare” i costi della misura sulle casse pubbliche.
La prima criticità riguarda il nesso tra il compenso e l’esito del ricorso: non può passare. Il secondo elemento che attira il faro del Quirinale riguarda il soggetto che dovrebbe erogare il compenso: non può essere il Consiglio nazionale forense, che ha già fatto sapere di considerare l’opzione insostenibile. Sono punti che Mantovano accetta in un primo momento di modificare. Assieme a un altro dettaglio, certo non irrilevante: a ricorrere non potranno essere soltanto gli avvocati, ma anche esperti, onlus e mediatori culturali accreditati. Poi tutto si blocca.
Nessun emendamento è in cantiere. Nessuna modifica è prevista nelle prossime ore. E dunque, come intende procedere il governo? La strada sembra quella di approvare il dl senza ritocchi, per non mostrarsi deboli dopo la sconfitta referendaria. Subito dopo verrà convocato un cdm, probabilmente già giovedì, per dare il via libera a un dl stralcio che ritocchi soltanto la norma sgradita al Quirinale.
Non è un iter fluido, potrebbe non piacere al Colle, ma è il percorso deciso nella notte. Nel frattempo, si consuma anche uno scontro sotterraneo nell’esecutivo. A
Palazzo Chigi nessuno rivendica la formulazione della norma. Tutti indicano l’ufficio legislativo del Viminale. Di fatto, puntando il dito contro Piantedosi.
(da Repubblica)
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