L’ISIS E IL “GENOCIDIO” DEI CRISTIANI SONO SOLO UN PRETESTO: LA NIGERIA È RICCA DI PETROLIO E HA UN RUOLO DI RILIEVO PER GLI INTERESSI ENERGETICI DEGLI STATI UNITI NELLA REGIO
I RAID ORDINATI DA TRUMP SERVONO A METTERE SOTTO PRESSIONE IL GOVERNO DI ABUJA, E COSTRINGERLO A TRATTARE UN ACCORDO COMMERCIALE FAVOREVOLE A WASHINGTON
Nelle ore successive al raid compiuto dalle forze statunitensi contro obiettivi dello Stato islamico in Nigeria, l’America si interroga sull’opportunità di tale operazione. Mentre un altro quadrante dell’Africa finisce nel mirino della Casa Bianca dopo il riconoscimento da parte di Israele del Somaliland.
Negli Usa, il tema della violenza jihadista in Nigeria è tornato al centro del dibattito politico, con particolare riferimento alle attività di Boko Haram. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz è tra i principali promotori della questione.
In un messaggio pubblicato su X il 7 ottobre, ha sostenuto che in Nigeria sarebbero stati uccisi oltre 50 mila cristiani dal 2009 e che più di 18 mila chiese e 2 mila scuole religiose sarebbero state distrutte. Il suo ufficio ha però precisato che il senatore parla di «persecuzione» e non di «genocidio».
Parole riprese anche da Donald Trump, che ha definito la Nigeria un «Paese in disgrazia».
La vicenda nigeriana viene descritta da diversi osservatori come
più articolata.
La minaccia, avanzata dal presidente americano, di inserire la nazione africana nella lista dei «Paesi di particolare preoccupazione» appare riconducibile a una pluralità di fattori e viene interpretata soprattutto come uno strumento di pressione diplomatica volto ad allineare Abuja agli interessi statunitensi.
Sul piano economico, la Nigeria rappresenta uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa e riveste un ruolo di rilievo per gli interessi energetici degli Stati Uniti nella regione. Non è un caso che Washington in primavera abbia manifestato interesse a investire nel progetto del gasdotto Nigeria-Marocco.
Secondo diversi osservatori, la questione non sarebbe dunque riconducibile unicamente alle accuse di persecuzione dei cristiani o a narrazioni di violenze su larga scala, ma andrebbe letta all’interno di un più ampio confronto economico e geopolitico. Il contesto internazionale contribuisce a rafforzare questa interpretazione.
Il progressivo indebolimento dell’influenza statunitense registrato nel decennio scorso nell’area ha favorito l’espansione dell’influenza di attori come Cina e Russia.
In questo scenario, la Nigeria, per la sua collocazione strategica e l’abbondanza di risorse naturali, si trova al centro di dinamiche globali sempre più competitive.
La violenza che colpisce la Nigeria si inserisce inoltre in una crisi più ampia che interessa l’intera regione del Sahel. I gruppi terroristici attivi in Africa occidentale sono oggi considerati tra i più operativi a livello globale e rappresentano una minaccia crescente per la stabilità dei governi regionali.
L’escalation della violenza ha avuto ripercussioni anche sul piano politico. Il peggioramento delle condizioni di sicurezza ha contribuito a indebolire la legittimità di diversi governi dell’area, favorendo un clima di instabilità che, in alcuni casi, ha aperto la strada a colpi di Stato.
In questo contesto, la Russia ha rafforzato la propria presenza e influenza nel Sahel, proponendosi come alternativa ai partner occidentali tradizionali. Così come la Cina è protagonista di una penetrazione economica e commerciale nel continente, che è vista dagli Usa come parte della sfida globale tra Washington e Pechino.
(da La Stampa)
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