LO SPETTRO DELLA SCONFITTA SULLA GIUSTIZIA INCOMBE SU PALAZZO CHIGI E MELONI VUOLE CHIUDERE UN ACCORDO SULLA LEGGE ELETTORALE PRIMA DEL VOTO DEL 22 E 23 MARZO, MA SALVINI E TAJANI PRENDONO TEMPO
FDI VUOLE IL PROPORZIONALE CON UN PREMIO DI MAGGIORANZA E IL NOME DEL CANDIDATO PREMIER NELLA SCHEDA… C’È’ POI IL NODO VANNACCI: IL CARROCCIO PRETENDE DI ALZARE LA SOGLIA DI SBARRAMENTO AL 4% PER BLOCCARE IL GENERALE “TRADITORE”, MENTRE LA DUCETTA SI È IMPEGNATA A METTERLA AL 3% PER FAVORIRE LA CORSA SOLITARIA DI CARLO CALENDA ED EVITARE CHE IL “CHURCHILL DEI PARIOLI” SI ALLEI CON IL “CAMPO LARGO”
C’è un motivo se, da un po’ di giorni, è ricominciata tutta una ridda di chiacchiere sulla legge elettorale, finora scomparsa dai radar. L’argomento, si sa, è di una noia pari alla sua rilevanza.
Giorgia Meloni vorrebbe quantomeno chiudere l’accordo di maggioranza su un testo prima del referendum. Anche senza portarlo in Aula, sarebbe comunque un punto politico fissato. Il motivo, dicevamo, riguarda proprio il referendum. E racconta di un’evidente preoccupazione.
Non ci vuole una Cassandra per prevedere che, in caso di sconfitta, possa mutare il clima: un governo “del popolo” bocciato “dal popolo” è difficile che possa forzare sulle regole del gioco; gli alleati poi, tiepidi sull’argomento, si ringalluzzirebbero; gli avversari salirebbero sugli scudi.
Insomma, “dopo” diventa una mossa del governo in affanno per correre ai ripari, “prima” serve a costruire un racconto su una legge per impedire i famosi inciuci. Senza un serio accordo politico di maggioranza – con le opposizioni non c’è
neanche l’ombra di un dialogo – è assai complicato che la nuova legge elettorale possa passare in Aula. Basta un voto segreto e patatrac.
Se c’è un patto a monte, invece, si può mettere la fiducia, che sarà anche un atto di arroganza, ma l’ha già praticato il centrosinistra per ben due volte ai tempi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Per la serie: chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Giorgia Meloni, per dar corpo all’intenzione, ha oggettivamente un elemento persuasivo tutto politico: blindiamoci così proviamo a tornare al governo e da lì a piazzare un “nostro” capo dello Stato, la vera posta in gioco della prossima legislatura. Però la realizzazione ha un costo. Per intenderci, Matteo Salvini che coi collegi fa il pieno in Piemonte, Veneto, Lombardia – i suoi cinque ministri sono tutti lombardi – col proporzionale vedrebbe dimezzati i suoi eletti.
Chissà, magari, come contropartita del Natale per i suoi tacchini, il leader del Carroccio chiederà, per chiudere l’accordo, il Viminale in caso di vittoria, visto che la volta scorsa gli fu negato con la scusa del processo, ma in verità per le sue simpatie filo-russe (ancora non sopite).
E Forza Italia? Marina Berlusconi con Forza Italia sarebbe centrale in una situazione ballerina. Logica dice che qualche riflessione la farà prima di consegnarsi a Giorgia Meloni, peraltro in un momento di sua acuta trumpizzazione. Ecco, a naso, il negoziato politico è ancora tutto da fare, e prima del referendum, tranne Giorgia Meloni, non si registra tutta questa fretta da parte degli altri.
In più, a complicare la questione, ci si è messo pure Vannacci, a sua insaputa. Andiamo con ordine che qui si rischia il mal di testa. La cornice di massima della nuova legge elettorale prevede, nell’ordine: uno, il premio per la coalizione che supera il 40 per cento, in seggi. Chi lo raggiunge ne avrà tot alla Camera e tot al Senato.
Due, l’indicazione del premier sul programma da depositare e non sulla scheda elettorale. Non è un premierato di fatto ma comunque è una bella certificazione di leadership per Meloni, appunto non a costo zero. Ed è una bella arma per il pollaio del centrosinistra, chiamato alla faticosa scelta del gallo sfidante. Tre, e veniamo a Vannacci, una soglia di sbarramento per chi sta fuori dalle coalizioni.
La premier si era impegnata a metterla bassa (al tre per cento) per favorire la corsa solitaria di Carlo Calenda (sottraendolo alla sinistra). Ora però Vannacci, secondo i sondaggi, la supererebbe. È vero che quando scatta il voto utile è tutt’altro film, ma la Lega la vorrebbe più alta.
Alzando la soglia, però, Vannacci si incattivisce e, al contempo, si spinge Calenda tra le braccia del campo largo per ragioni di sopravvivenza. Poi c’è anche il caso che il leader di Azione ci vada lo stesso, a giudicare dalle sue ultime esternazioni di fronte alla radicalizzazione impressa dalla premier negli ultimi tempi. In tal caso, tornerebbero utili, per fare il pieno, pure i voti di Vannacci.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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