MELONI, PIÙ TRUMPIANA DI TRUMP.LA DUCETTA SI È SCAPICOLLATA A ESULTARE PER L’ATTACCO AMERICANO IN VENEZUELA PARLANDO, CON SPREZZO DEL RIDICOLO, DI “INTERVENTO LEGITTIMO DI NATURA DIFENSIVA”, SALVO POI ESSERE SMENTITA DALLO STESSO TRUMP, CHE HA RIDIMENSIONATO PUNTANDO SULLA QUESTIONE DEL PETROLIO
PER LA MAGGIORANZA ITALIANA, L’INTERVENTO DI TRUMP È UN CORTOCIRCUITO. I PUTINIANI DELLA LEGA PROVOCANO: “ORA MANDEREMO ARMI A MADURO?”. E SALVINI IMBARAZZATO RESTA IN SILENZIO PER ORE
Quando ci sono da prendere le difese di Donald Trump, Giorgia Meloni si precipita. Attende che nel caos degli aggiornamenti sull’attacco americano in Venezuela si faccia chiarezza sul destino di Nicolas Maduro, poi, appresa la notizia sul suo arresto, rilascia una nota da manuale, per esercizio di equilibrismo: «Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di
entità statuali che favoriscono il narcotraffico»
Meloni si trova in Spagna, ospite del leader di Vox Santiago Abascal. È tra i primi leader europei a commentare. La premier sposa la tesi trumpiana usata per dare copertura giuridica a un’ingerenza militare senza precedenti recenti. Tesi che poi è lo stesso tycoon a ridimensionare puntando, davanti alle telecamere, tutto sul petrolio, sugli interessi delle multinazionali Usa e sulla gestione amministrativa del dopo-Maduro che Washington vorrebbe eterodirigere come a Gaza, o come è il sogno di Vladimir Putin a Kiev, attraverso un governo amico.
Per capire gli imbarazzi e le contorsioni politiche, basta la posizione del leader leghista Matteo Salvini. Resta in silenzio per ore, evita l’esultanza in altre occasioni puntualmente riservata a Trump e si limita a far sapere di «seguire gli sviluppi» e di «aver ascoltato pareri qualificati di analisti, esperti e dirigenti di partito».
Tra questi potrebbe esserci Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega che con sarcasmo e fare provocatorio ora sfida l’Europa a punire Trump come Putin e «a congelare i beni finanziari come fatto con i russi». Le opposizioni premono, chiedono a Meloni una condanna dell’aggressione e l’immediata informativa in Aula del ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Ci sono anni di parole contraddette, di posizionamenti ideali messi da parte, dietro la dichiarazione di Meloni, in passato sempre critica verso la politica dei “regime change”, come nel caso della Libia e di Gheddafi. Ma la politica estera è il luogo dove nulla è definitivo e la coerenza ancor più relativa.
Meloni ricorda che l’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione «del popolo venezuelano a una transizione democratica», contro «la repressione del regime di Maduro» e non ha mai riconosciuto «l’autoproclamata vittoria elettorale» del 2024, ma con il passare delle ore diventa consapevole dell’impatto che l’azione di Trump avrà sull’architettura del diritto internazionale che faticosamente si sta cercando di tenere in vita in Ucraina, contro le pretese imperialistiche di Putin.
C’è un prima e un dopo, infatti, nell’evoluzione della giornata politica italiana. Dagli artifici retorici usati e dal cambio di tono dei commenti si intuisce di un giro di telefonate tra i leader e i vertici di partito della destra. Il Venezuela conta una delle comunità italiane più numerose e vivaci al mondo. La questione della sicurezza dei connazionali, sostiene Meloni, «è una priorità assoluta». Ne parla con Tajani che la raggiunge telefonicamente a Madrid. I parlamentari di FdI che d’istinto avevano esultato vengono frenati. I diplomatici e i servizi riportano che il corpaccione del regime resiste e ha già spedito in strada le milizie paramilitari. I rischi di rappresaglia sono molto alti. E assieme al cooperante Alberto Trentini, una dozzina di italiani si trovano ancora nelle carceri di Caracas.
(da “La Stampa”)
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