“NON È CHIARO COSA ABBIA CONVINTO MELONI A ‘LICENZIARE’ DELMASTRO E BARTOLOZZI, SALVANDO INVECE NORDIO”
SORGI: “FORSE PERCHÉ NON ABITUATA ALLE SCONFITTE, LA PREMIER CERCA DI LIMITARE LA PORTATA DEL RISULTATO DEL REFERENDUM PROVANDO A CIRCOSCRIVERE IL DANNO CON DUE CAPRI ESPIATORI. MA NON SI CAPISCE IN BASE A QUALE CRITERIO DEBBA RESTARE IN CARICA PROPRIO NORDIO: PRINCIPALE RESPONSABILE, BOCCIATO NELLE URNE, DELLA GESTIONE DI UN SETTORE DELICATO COME LA GIUSTIZIA”
Sarà molto difficile che sul terremoto in via Arenula – le doppie dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capo di gabinetto Bartolozzi – si eviti un dibattito parlamentare. Specie se, come ha chiesto pubblicamente la premier, dovessero aggiungersi anche quelle della ministra del Turismo Santanchè.
Delmastro dovrà presto rispondere in commissione Antimafia dei suoi rapporti in affari in un ristorante romano con la figlia diciannovenne del prestanome di un clan camorristico. Una «leggerezza», la definisce il sottosegretario nella lettera in cui rassegna l’incarico, per giustificarsi.
La sconfitta al referendum sulla giustizia ha cominciato a propagare i suoi effetti.
Sarà altrettanto complicato spiegare perché si è arrivati alle dimissioni della Bartolozzi, che in piena campagna referendaria, in un dibattito tv aveva definito i magistrati «plotone d’esecuzione», e non a quelle del ministro Nordio, che aveva parlato di «sistema paramafioso» riferendosi al Csm.
Ed era stato pubblicamente richiamato dal Capo dello Stato, nel corso di una seduta straordinaria dello stesso Consiglio Superiore convocata da Mattarella per chiedere più rispetto per le istituzioni. In condizioni normali, questo sarebbe potuto bastare a convincere Nordio a dimettersi.
Ma ammesso che Meloni abbia voluto evitare le dimissioni prima del voto, per non sbilanciare l’intera campagna referendaria, sanzionando lo scivolone del ministro con la sua uscita di scena, non è chiaro cosa abbia convinto la premier a “licenziare” Delmastro e Bartolozzi, salvando invece Nordio.
È evidente che, forse proprio perché non abituata alle sconfitte, Meloni cerca di limitare la portata del risultato di lunedì. Evitando di coglierne il significato politico generale e provando, con le dimissioni del sottosegretario e della capo di gabinetto, a circoscrivere il danno, riferendolo agli episodi già censurati e attribuiti ai due capri espiatori.
Ma se il senso di queste decisioni è quello di condannare i comportamenti ammettendo implicitamente l’inadeguatezza dei soggetti implicati ad assolvere le loro responsabilità istituzionali, non si capisce in base a quale criterio debba restare in carica proprio Nordio: principale responsabile, bocciato nelle urne, della gestione di un settore delicato come la giustizia.
Marcello Sorgi
per la Stampa
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