NORDIO, DELMASTRO, BARTOLOZZI: IL TRIANGOLO NERO DI VIA ARENULA
LA “ZARINA” HA PRESO IL COMANDO DEL PALAZZO, IL GUARDASIGILLI RICEVE ORDINI E IL SOTTOSEGRETARIO FA IL GUASTAFESTE
Al tempo dei Papi i romani a via Arenula ci andavano a fare il bagno, vista l’abbondanza di sabbia (la renula, appunto) portata dal fiume, e forse era meglio così. Perché da quando al ministero si è insediata la coppia Nordio-Bartolozzi — con il sottosegretario Delmastro di rinforzo — il palazzo di Piacentini è diventato la Lubjanka della giustizia, il triangolo delle Bermude dove scompaiono le speranze di un’amministrazione non faziosa degli affari penali.
Se la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi fa e disfa, accentra e scavalca, il titolare Carlo Nordio sembra il suo portavoce. Lei opera in silenzio, lui parla, lei decide, lui bullizza i magistrati ogni volta che si trova un microfono davanti. Lei si comporta come un vero “ministro ombra” e lascia volentieri il titolare a crogiolarsi nelle polemiche quotidiane, per le quali ha una vera passione.
Ci sarebbe, appunto, anche il terzo incomodo, il sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove, che in teoria dovrebbe giocare nella stessa squadra, ma in realtà è apprezzato dalla coppia al vertice del ministero come una spina di riccio infilata sotto il piede. Il problema è che Delmastro ha una carta che gli altri due non possono giocare: Giorgia Meloni lo considera uno dei suoi, è un camerata, uno che non viene dalla carriera giudiziaria come gli altri due. E se ne fida. Ma nemmeno l’alta protezione delle sorelle Meloni ha potuto proteggerlo dalla sua stessa lingua. Non bastava la condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchico Alfredo Cospito. L’anno scorso Delmastro, aprendosi con un giornalista del Foglio, si era lasciato sfuggire cosa pensava veramente della riforma Nordio della giustizia. Il giudizio, come quello di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin, era di una brutale sincerità: «Dare ai pm un proprio Csm è un errore strategico che ci si rivolterà contro. I pm andranno a divorare i giudici. O si va a fondo, e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini». Apriti cielo, Bartolozzi chiamò infuriata Nordio: «Ora ti devi far sentire!». Nordio pigolò con Meloni e alla fine il povero Delmastro finì in punizione. A nulla servì smentire, perché il giornalista aveva registrato tutto. Da allora, sulla riforma e sul referendum, Delmastro si è defilato. Lo fanno giocare con le carceri, gli fanno credere di avere la sua Ice penitenziaria, per la quale nutre una vera passione. Quando presentò un nuovo blindato per trasportare i detenuti gli scappò la frizione: «Per il sottoscritto è un’intima gioia l’idea di non lasciare respirare chi sta dietro quel vetro». A parte questa gaffe, Delmastro è ritornato nel suo, lasciando campo libero alla “zarina” e al suo ministro.
Che pacchia per Bartolozzi, senza più Delmastro tra i piedi, finalmente libera di governare a piacimento, nonostante sia ancora indagata per false informazioni al pm sulla liberazione di Almasri. I primi a subire la sua pressione sono i funzionari, tanto che l’esodo è impressionante: chiedono il trasferimento l’ex capo di gabinetto Rizzo, la direttrice dell’ispettorato generale, il capo del Dap Russo, il capo del dipartimento affari di giustizia Birritteri. Stava per prendere il cappotto anche il capo ufficio stampa Francesco Specchia, un professionista arrivato da Libero, perché la ministra-ombra pretendeva di leggere i suoi comunicati prima che venissero inviati.
Beati i dimissionari, loro almeno potevano andarsene, lo stipendio non glielo toglieva nessuno. Chi invece non può scappare è il povero viceministro di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, persona mite che subisce il mobbing continuo della zarina. Gliene fa di tutto i colori, ha persino diramato una circolare per non farlo parcheggiare nel cortile del ministero, ma le hanno dovuto spiegare che per ragioni di sicurezza Sisto aveva diritto a entrare con l’auto di servizio. Bartolozzi si è subito vendicata e, per far capire chi comanda, a ottobre scorso è andata a un convegno a Capri (insieme al marito Gaetano Armao, consulente del siciliano Schifani) con una motovedetta della Guardia di finanza. Al convegno era previsto anche l’intervento di Sisto che, mollato da Bartolozzi sulla banchina di Napoli, ha dovuto aspettare l’aliscavo Snav. Nella repubblica della burocrazia, anche gli uffici contano, misurano la potenza di chi li occupa. L’ultima della Bartolozzi è stata aumentarsi lo staff di venti persone, impiegati di alto livello sottratti all’ispettorato generale, una mossa che ha provocato imbarazzi nella sua stessa maggioranza. Adesso Nordio e la sua musa ispiratrice aspettano il referendum, convinti che nessuno riuscirà a fermarli.
(da repubblica.it)
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