NORDIO HA FRETTA DI SMANTELLARE IL CSM
I DECRETI ATTUATIVI DELLA RIFORMA GIA’ SCRITTI…OBIETTIVO RIDURRE IL POTERE DEI MAGISTRATI
Mentre il clima da campagna elettorale per il referendum sulla magistratura è sempre più avvelenato, c’è chi continua a lavorare in silenzio nelle stanze del ministero della Giustizia. Scommettendo sulla vittoria del Sì, sono pronti i testi che daranno davvero le gambe alla riforma: secondo fonti autorevoli di Domani, infatti, decreti attuativi sono sostanzialmente chiusi e riposano nei cassetti dei sottosegretari Andrea Delmastro e Andrea Ostellari, del viceministro Francesco Paolo Sisto, della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi e ovviamente del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Sentita da Domani, da via Arenula arriva la conferma: i vertici ministeriali ci lavorano da tempo e «lo scheletro» e «una traccia» dei decreti attuativi sono fatti. Bozze insomma, secondo il ministero, con la spiegazione che con una riforma costituzionale sempre si comincia in anticipo a lavorare ai decreti attuativi. Poi, viene confermato, se il referendum passerà, su queste bozze partirà il confronto
Anm e opposizioni, come Nordio ha detto anche durante l’apertura dell’anno giudiziario in Cassazione.
In realtà, in quella sede, il ministro era stato ancora più sfumato: se arriverà la conferma al referendum, «inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione»
In realtà, appunto, Domani è in grado di rivelare che le norme attuative sono già state abbondantemente elaborate in gran segreto dai vertici ministeriali – in particolare Delmastro, Sisto, Bartolozzi e Nordio – e con una logica ben precisa.
Cosa prevedono
L’attenzione si è concentrata in particolare sulla futura composizione del Csm. Anzitutto, viene fatta valere la dicitura dell’articolo 104 della Costituzione che prevede che la componente laica sia di «un terzo» e quella togata di «due terzi». La Costituzione non ha mai previsto il numero dei consiglieri, ma solo le proporzioni (la riforma ordinaria di Marta Cartabia li ha aumentati da 24 a 30). Così, le bozze dei decreti attuativi prevedono di ridimensionare – e di molto – il numero dei consiglieri del Csm requirente. La logica è quella della proporzionalità: il Csm giudicante sovrintenderà le carriere di circa 7mila giudici; quello della magistratura requirente di 2.200 pubblici ministeri. Quindi, nelle intenzioni del ministero, il numero dei sorteggiati nel Csm dei pm dovrà essere proporzionale. Ovvero: molto più piccolo rispetto a quello dei giudici, con un numero totale di consiglieri forse perfino inferiore ai dieci membri, cui si aggiungono di diritto il procuratore generale presso la Cassazione e il capo dello Stato come presidente.
Altra previsione: ridimensionare in modo significativo la struttura amministrativa e l’ufficio studi. Oggi il Csm ha disposizione per il suo funzionamento una segreteria generale composta di 14 magistrati e un ufficio studi di altre 12 toghe, tutti fuori ruolo. Tutta questa struttura, che teoricamente andrebbe duplicata per i due Csm, verrà invece smontata.
Una riduzione dei costi, ma soprattutto con l’obiettivo di ridurre il peso degli interventi dei due futuri Csm. Ora, infatti, centro studi e segreteria sono strutture tecniche a disposizione dei consiglieri per approfondimenti e per la redazione di atti e delibere. Eliminarli farà ricadere quest’onere su consiglieri sorteggiati, quindi potenzialmente anche neofiti della complessa materia amministrativa di cui si occupa il consiglio.
Infine, il sorteggio sarà temperato. I togati dovranno avere almeno la terza valutazione di professionalità, dunque un’anzianità di servizio compresa tra i 12 e i 16 anni, inoltre saranno esclusi dal sorteggio i magistrati fuori ruolo (circa 220). Questa previsione – particolarmente cara a Bartolozzi – sarebbe il modo per escludere le toghe che oggi lavorano nei ministeri e che dunque hanno una esperienza di matrice indirettamente politica (la maggioranza dei quali ritenuti con simpatie progressiste perché indicati nei governi precedenti rispetto a quello di Giorgia Meloni).
L’obiettivo
Dietro questa solerzia ministeriale si legge il disegno politico. Nella maggior parte dei casi, infatti, i decreti attuativi arrivano molto dopo le leggi anche solo ordinarie, si pensi a quelli per il nuovo Codice della strada, approvata a fine 2024 e ancora in parte inattuata proprio perché mancano i decreti.
In questo caso si farà una corsa contro il tempo: se vincesse il Sì a una riforma pensata per smantellare l’attuale Csm, sarebbe il colmo doverlo prorogare. I consiglieri togati, infatti, si sono insediati con le elezioni del 18-19 settembre 2022, i laici invece sono stati eletti nel gennaio 2023, e dunque il Consiglio cesserà nel gennaio 2027. Ecco la ragione della fretta: la riforma deve subito entrare in funzione, per azzerare quello che oggi è ritenuto l’esondante potere del Csm.
La strategia, però, rischia di avere un determinante errore di fondo: la vittoria del referendum è molto incerta e lo diventa sempre di più con la politicizzazione del quesito da parte di tutte le forze politiche. Al ministero si oscilla tra l’ansia per la sconfitta e la convinzione – secondo un report interno – di avere ancora 4-5 punti in più del No. Intanto, la formula per polverizzare l’attuale Csm è già stata studiata.
(da editorialedomani.it)
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