ORA, ALL’INTERNO DEL COMMISSARIATO, IN TANTI HANNO PAURA: “TUTTA QUESTA MERDA RICADE SULL’INTERO CORPO DI POLIZIA. MICA SOLO SULLA ‘MELA MARCIA'”
“A CHI AVREI DOVUTO DIRE TUTTO QUESTO?”. UN ALTRO SOSTIENE: “NON ME LA SONO SENTITA”, FACENDO CAPIRE CHE CINTURRINO GODESSE DI UNA SORTA DI “STATUS DI IMPUNITÀ”
Nella bufera? Di più. Basta questa frase: «Si parlava spesso in commissariato del fatto che Cinturrino fosse una persona poco raccomandabile…», messa a verbale da uno dei poliziotti indagati assieme all’assistente capo, attualmente in carcere per omicidio volontario. Vox populi, quindi.
Tanti — nel commissariato Mecenate — sapevano che l’uomo era fuori controllo, che era aggressivo, anzi violento, che menava a calci e pugni, bastonate e martellate, e nessuno ha mai detto beh a chi di dovere. Ad esempio, al dirigente del commissariato. E come si dice ora nell’ambiente, sconvolto dai fatti gravissimi,
«tutta questa merda ricade sull’intero corpo di polizia», mica solo sulla “mela marcia” Cinturrino.
Insomma, pugno di ferro, in guanto di ferro. E questo è un commissariato importante, anzi strategico, nella complicata geografia milanese. Di periferia, ma che periferia. Da piazzale Lodi in avanti, tutta roba di Mecenate, a partire dal quartiere Corvetto, che è difficile come forse una volta solo Quarto Oggiaro.
Territorio immenso, con alcuni obiettivi importanti come la sede dell’Eni, e quella di Sky, e poi c’è l’Ortomercato, e soprattutto c’è Rogoredo. Piazza di spaccio tra le più importanti d’Italia, e nel nord forse è la prima, grazie all’ottimo collegamento logistico: metropolitana, ferrovia, e la tangenziale Est, insomma da qui si arriva tranquilli al supermercato di tutte le sostanze possibili, e questo da anni e anni.
Ma era un commissariato di serie B, fino a quando il questore Scarpis decise di elevarlo a quello che si definisce “posto di funzione”, cioè con un dirigente capo, e più forze, più libertà d’azione, sempre nei limiti imposti dall’organizzazione. Oggi, un organico di forse 80 persone, che aspetta, a partire dal responsabile Rocchi, l’arrivo dell’ispezione annunciata, se già non è arrivata.
Ma subito, dalla notte dell’omicidio Mansouri, in questo palazzo sono arrivati i colleghi della Squadra mobile, perché a loro è affidata l’indagine sulle malefatte di Cinturrino. E loro hanno ribaltato l’ufficio a cui era stato velocemente trasferito, e perquisito macchina (ancora nel parcheggio), e case, trovando quei cinquemila euro in contanti che lui ha giustificato così: «Con quelli intendevo pagare l’avvocato». Cash.
In più, viene esaminata tutta la documentazione di centinaia di arresti fatti negli anni. «Era uno che lavorava», ricorda un suo superiore degli anni passati. «Ricordo che era stato in Marina…», poi passato in polizia, e sempre in prima fila, soprattutto nel suo regno: Rogoredo. Ora sappiamo come riusciva a fare tutti quegli arresti, che gli hanno portato anche un encomio, e che in quel mondo lo conoscevano come Luca, e lo temevano come la peste.
Nella speranza che tutto si fermi a questi, emerge una seconda frase inquietante, detta da uno di questi indagati ai colleghi della Mobile: «A chi avrei dovuto dire tutto questo?», intendendo la condotta ambigua di Cinturrino, il suo lavorare da cane sciolto, e l’atteggiamento minaccioso anche dentro il commissariato (uno ha raccontato che era aggressivo anche lì, non solo con i tossici e gli spacciatori), e
anche il tentativo di condizionare le deposizioni di chi era con lui quella sera, davanti al corpo di Mansouri.
Stupisce quindi la mancanza di fiducia nella catena di comando, se uno non pensa di scrivere almeno una lettera anonima, di agire. «Abbiamo deciso di organizzarci con un avvocato», spiega uno in interrogatorio, e alla domanda «ne avete parlato con un vostro superiore?» la risposta è stata: «Non ce la siamo sentita». Era dunque davvero un ras, anche lì dentro, questo Carmelo-Luca
Candidamente, un agente ha dichiarato al pubblico ministero che «ogni tanto Cinturrino si coordinava con l’ispettore che è arrivato da un anno», e che questi «si lasciava un po’ condizionare da Carmelo, che ha vent’anni di servizio».
(da La Repubblica)
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