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UCRAINA, IL DISCORSO DI NATALE DI ZELENSKY: “IL SOGNO E’ LA MORTE DI PUTIN, MA NOI ASPIRIAMO A QUALCOSA DI PIU’ GRANDE”

Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile

“ABBIAMO UN UNICO DESIDERIO PER TUTTI NOI”

«Sin dai tempi più antichi, gli ucraini credono nel fatto che la notte di Natale dischiude i Cieli. E che esprimendo un sogno, questo si realizza. Oggi tutti noi condividiamo un sogno e abbiamo un unico desiderio per tutti noi. ‘Che lui possa morire’, potrebbe dire tra sé ciascuno di noi. Ma quando ci volgiamo a Dio, noi di certo aspiriamo a qualcosa di più grande».
È un passaggio del discorso alla nazione di Volodymyr Zelensky, il cui testo è riportato sulla pagina ufficiale del Presidente ucraino. «Chiediamo la pace per l’Ucraina. Combattiamo e preghiamo per questo. Lo meritiamo», dice ancora, tra l’altro, Zelensky.
Il discorso di Zelensky
Zelensky ha anche detto che che «nonostante tutte le sofferenze che ha portate», la Russia non è in grado di “«occupare»ciò che più conta: l’unità dell’Ucraina.
« Celebriamo il Natale in un momento difficile. Purtroppo, non tutti siamo a casa stasera. Purtroppo, non tutti hanno ancora una casa. E purtroppo, non tutti sono con noi stasera. Ma nonostante tutte le sofferenze portate dalla Russia, non è in grado di occupare o bombardare ciò che più conta. Questo è il nostro cuore ucraino, la nostra fiducia reciproca e la nostra unità», ha detto il presidente.
Che poi ha anche sollecitato una preghiera per chi è in prima linea: «Che tornino vivi. Per tutti coloro che sono prigionieri: che tornino a casa. Per tutti i nostri eroi caduti che hanno difeso l’Ucraina a costo della loro vita. Per tutti coloro che la Russia ha costretto all’occupazione e alla fuga. Per coloro che stanno lottando ma non hanno perso l’Ucraina dentro di sé, e quindi l’Ucraina non li perderà mai».
(da agenzie)

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L’INSOFFERENZA DELLE ELITE PER LE OPPOSIZIONI

Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile

I SONDAGGI DICONO CHE LA PARTITA E’ APERTA

C’è un tormentone che si ripete in tutti i talk show, sui giornali, alimentato da opinionisti progressisti: le opposizioni al governo Meloni sono inadeguate. Non ce la possono fare a scalzare la presidente del Consiglio che, invece, dimostra forza, solidità e stabilità. Anzi, come scriveva qualche giorno fa l’editorialista di Repubblica, Stefano Folli, “il centrodestra si mostra più compatto dell’opposizione, e non è una novità”. Affermazione surreale se si legge il seguito: “Naturalmente c’è Salvini che si distingue: paragona l’Unione europea e la sua rappresentante per
la politica estera, Kallas, a Napoleone e Hitler”: un dettaglio. [
E pochi giorni prima lo scontro tra Matteo Salvini e il resto della maggioranza sulle armi all’Ucraina. Ma, agli occhi dei commentatori di casa nostra – che alimentano il 90% dell’informazione politica televisiva – il problema è solo dell’opposizione.
Ma davvero queste sono inadeguate a fronteggiare Giorgia Meloni? Se è così, lo sono certamente meno che in passato. Intanto, tutti i sondaggi le danno alla pari con la maggioranza. E poi, in pochi notano che dal 2007, atto della sua nascita, il Pd sta praticando di fatto l’opposizione per la prima volta. Appena nato, si faceva notare per definire Silvio Berlusconi “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”, per scrollarsi di dosso l’antiberlusconismo. Figure oggi alla corte di Giorgia Meloni come Luciano Violante, garantivano all’ex Cavaliere che mai e poi mai il centrosinistra avrebbe toccato il conflitto di interessi e chi ricorda più i Fassino o i Rutelli, “dirigenti con cui non vinceremo mai?”. Quando nel 2010 Berlusconi iniziò a vacillare, il Pd ripose le proprie speranze prima in Gianfranco Fini e poi nel governo Monti formato in alleanza con… Berlusconi. È stato all’opposizione del governo Lega-M5S nel 2018, ma solo per un anno, prima di partecipare al Conte-2 e poi all’amato Draghi.
Temi concreti. Altra critica: le opposizioni non parlano di temi concreti. L’ossessione per la politichetta di palazzo è in realtà tipica dei talk-show. Mentre nel corso del dibattito parlamentare sul Consiglio europeo Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno esordito entrambi citando i dati sulle liste di attesa nella sanità
pubblica stilati da Cittadinanzattiva
Divisi all’estero. Secondo Antonio Noto, uno dei massimi sondaggisti italiani, la divisione che pesa di più in realtà è quella sulla politica estera e, dal punto di vista dell’elettorato, “colpisce di più un’opposizione che non si unisce che un governo diviso”. Anche perché il governo alla fine la sintesi la trova, mentre le opposizioni “hanno convenienza, per ragioni elettorali, a marcare le proprie distanze”. Tutti dimenticano però che la guerra in Ucraina è cominciata quando M5S e Pd sostenevano il governo Draghi trovando sempre una posizione comune. L’unità programmatica è più una esigenza degli osservatori che una difficoltà insormontabile. Si fa finta di non vedere che alle elezioni regionali Pd, M5S, Avs e addirittura Italia Viva sono riusciti a trovare l’unità in una regione, la Campania, dove sembrava impossibile. Semmai, in questo caso, si può rimproverare un’eccessiva disinvoltura.
Se si vuole offrire una lettura meno partigiana, appare chiaro che Pd e M5S cercheranno di coltivare il proprio profilo programmatico fino all’ultimo momento utile, ma alla fine troveranno un programma unitario.
Antonio Floridia, editorialista del manifesto, autore di Pd, un partito da rifare, procede per sillogismi: “Salvo istinti suicidi, tutti hanno preso atto che un accordo elettorale il più ampio possibile sarà necessario anche perché, dato decisivo, il prossimo Parlamento elegge il prossimo presidente della Repubblica”. L’unità andrà fatta su punti essenziali, perché “è impossibile ed è assurdo pretendere che le forze di opposizione concordino su tutto: ognuno presidia un segmento di elettorato e si fa finta di
non capire questo dato elementare”. Dopodiché l’alleanza può sembrare inadeguata, ma “solo se si pretende che il Pd debba fare tutte le parti in commedia, centro e sinistra”. Invece il Pd “ha un profilo più istituzionale ma non centrista, e sarebbe bene che un progetto di questo tipo si formi al suo esterno” mentre il M5S “che è più movimentista, è bene che conservi parte della sua identità originaria”.
“Quello che manca all’opposizione – osserva ancora Noto – non è tanto un unico leader, ma un’idea collante. Possono anche avere posizioni diverse, ma dovrebbero avere un progetto che le unisca con cui riscaldare i cittadini, in particolare quelli che non sono a favore del governo”. Questo è il problema principale delle moderne competizioni elettorali dove un’idea-forza spesso coincide con un leader carismatico. È ciò che ha garantito il successo di Berlusconi
Verso le primarie. Oggi nella coalizione progressista non si percepisce l’idea-forza – il salario? La sanità? La pace? L’ambiente? – né tantomeno una figura carismatica che trascini l’alleanza. A dare una mano potrebbe essere più che il contenuto, la forma. Le primarie democratiche sono sempre state un fattore importante di mobilitazione. Ma devono essere primarie vere, quindi contendibili. “Ma chi ci assicura poi che, in caso di primarie vere, un risultato non atteso, come ad esempio la vittoria di Conte, non aumenti la conflittualità?” si chiede ancora Noto. In realtà, che l’opposizione sia adeguata lo conferma proprio Giorgia Meloni che vuole cambiare la legge elettorale, perché con quella in vigore c’è il rischio perlomeno della parità. Floridia pensa che alle opposizioni convenga l’attuale
Rosatellum piuttosto che un nuovo Porcellum pasticciato. “Però si può disinnescare il rischio delle divaricazioni mettendosi d’accordo sulle primarie” viste come un volano positivo.
La discussione sulla “inadeguatezza” in realtà nasconde l’insofferenza per l’alleanza tra Pd e M5S che gran parte dell’élite progressista vuole far saltare (da qui l’idea dei “federatori” di centro). Conte e Schlein lo sanno, ma forse devono avere più coraggio nel contrastare questo progetto.
(da ilfattoquotidiano.it)

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MATTARELLA METTE ARGINE ALL’ARMATA BRANCAMELONI

Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile

MANOVRA, QUEGLI EMENDAMENTI ESTRANEI ALLE LEGGI… CON I CINQUE ALTOLA’ ALLE NORME IL QUIRINALE TORNA A SEGNALARE IL SUPERAMENTO DI UN LIMITE

I cinque altolà imposti l’altro giorno dal Quirinale al governo sulla manovra chiudono un anno di coabitazione non sempre semplice con l’esecutivo di Giorgia Meloni. Al Colle spiegano che gli emendamenti bocciati erano del tutto fuori contesto. Non c’entravano niente con la legge di bilancio. Un modo educato per definire le furbizie degli esponenti della maggioranza di centrodestra che hanno cercato di trarre vantaggio dalla confusione di una legge vasta e complessa come la finanziaria. «Li hanno infilati col favore delle tenebre», nell’icastica definizione del leader M5S Giuseppe Conte.
Non è la prima volta che succede. Anzi. Ma al Quirinale fanno ancora il Quirinale e quindi vigilano, correggono, e nel caso bloccano. Nei mesi scorsi reiterate sono state le bocciature degli uffici del presidente Mattarella per emendamenti inseriti surrettiziamente in decreti legge del tutto estranei all’oggetto. E anche stavolta, si fa notare, è stata superata una soglia.
Il caso più clamoroso di questi giorni riguarda la tutela agli imprenditori condannati per avere sottopagato i lavoratori. L’aveva proposta in Commissione il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti (prima di lui ci aveva provato nel decreto Ilva il collega Pogliese). Avrebbe limitato la possibilità per i lavoratori
di ottenere gli arretrati salariali, anche nei casi in cui un giudice stabilisce che la retribuzione percepita è stata troppo bassa. Una norma che riduceva quindi le tutele dei lavoratori, spostando nettamente l’equilibrio a favore delle imprese. Era del tutto incongruo rispetto alla natura della legge di bilancio, fanno notare al Quirinale. Una questione di metodo, insomma.
Ma qui non si può non sottolineare che sui salari troppo bassi, le mancate tutele dei lavoratori, la piaga del precariato, Mattarella tuona, inascoltato, da dieci anni. Due emendamenti li ha presentati la Lega. E prevedevano meno paletti per chi passava da un incarico pubblico a uno privato e viceversa. Più precisamente si riduceva il lasso di tempo da tre a un anno. Poi c’erano due emendamenti di Claudio Lotito, il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio. Uno era sui magistrati fuori ruolo e puntava a a ridurre da dieci a quattro anni l’anzianità di servizio per poter essere autorizzati al collocamento fuori ruolo, e quindi fare altro. Un’altra norma che non c’entra nulla con la legge di Bilancio, è stato fatto notare, invitando il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, a depennarle. E infatti ai dirigenti dei gruppi di maggioranza è arrivato un foglietto con su scritto «norme da sopprimere».
Lotito voleva anche rivedere la disciplina per il personale della Covip, l’Autorità che vigila sui fondi pensione. Ieri fonti di governo hanno fatto sapere che in quest’ultimo caso il Quirinale intendeva cambiare sola una parte della norma, ma per un difetto di comunicazione è stata cassata per intero.
«Non volevamo esporci a rischi di incostituzionalità» del testo: sintetizza il viceministro all’Economia Maurizio Leo spiegando
lo stralcio delle cinque norme.
Resta il fatto che finora tutte le petizioni di Mattarella, espresse in varie lettere di accompagnamento alle leggi, non sono servite granché. A ottobre, sul pasticcio della festività di San Francesco, aveva richiamato tutti all’ordine: «Non posso non sottolineare l’esigenza che i testi legislativi presentino contenuti chiari e inequivoci». Alla fine dalla maggioranza ci provano comunque a fare passare leggi mancia, norme elettorali, emendamenti per gli amici degli amici. Come il condono edilizio. Non sarebbe mai passato, hanno fatto trapelare da lassù. E a quel punto al Senato, anche su pressione delle opposizioni, l’hanno derubricato a ordine del giorno.
(da La Repubblica)

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E’ GIACOMO MONTANARI, ASSESSORE DELLA GIUNTA SALIS, IL MIGLIORE ASSESSORE ALLA CULTURA D’ITALIA DELL’ANNO

Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile

LA SCELTA DEL SITO SPECIALIZZATO IN ARTE E CULTURA “ARTRIBUNE” PREMIA LA CITTA’ DI GENOVA E IL “PADRE” DEI ROLLI DAYS

L’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Giacomo Montanari, è il “miglior assessore alla Cultura dell’anno” secondo Artribune, piattaforma italiana specializzata in arte e cultura contemporanea.
Oggi anno Artribune decreta gli artisti, i curatori, le gallerie, i giornalisti, le notizie e le città che hanno segnato il punto nei vari ambiti. Un “best of” del 2025 in cui Montanari, storico dell’arte, 41 anni, rientra con soli sei mesi di arruolamento nella giunta Salis sia come coordinatore del tavolo per la cultura, sia come ideatore della promozione del sistema dei Rolli
Ecco le motivazioni riportate da Artribune:
Che le rotte dell’arte si siano spostate dagli assi principali, offrendo la possibilità di emanciparsi dalla linea adriatica e da quella dell’alta velocità, la nostra classifica lo dimostra, premiando come vedremo città come Parma o Siena per la qualità delle loro proposte o per le loro prospettive future.
Una menzione la merita la città di Genova che grazie all’attività di Palazzo Ducale, con la direzione di Ilaria Bonacossa, del Museo Diocesano, di Palazzo Reale, di una galleria propositiva e di alto livello come Pinksummer, del MAIIIM tra le altre, si riconferma una meta di tutto rispetto.
Da guardare con attenzione quindi la nomina lo scorso giugno 2025 dello storico dell’arte Giacomo Montanari, classe 1984, inventore dei Rolli Days, evento di grande successo non solo locale, a ora Assessore alla Cultura della Città nella giunta di Silvia Salis, una sindaca che tutti guardano. Non solo a Genova.
“Ringrazio della menzione tutta la redazione dell’autorevole rivista, un riconoscimento che mi riempie di orgoglio e di stimoli per lavorare ancora di più per Genova e per la nostra cultura – commenta l’assessore Montanari – è un riconoscimento di un lavoro ottenuto grazie a una squadra straordinaria come quella genovese: dalle Fondazioni, come il Teatro Carlo Felice e Teatro Nazionale, Palazzo Ducale, agli uffici comunali delle Politiche culturali e dei musei. Ringrazio ancora una volta la sindaca Salis per avermi dato la possibilità di cimentarmi in questa importante
esperienza che porto avanti con passione, per contribuire a valorizzare sempre di più il grande patrimonio culturale di Genova. Il prossimo anno sarà un anno ricco di sfide e, nel ventennale del riconoscimento dei Rolli Patrimonio Unesco, potremo consolidare ancora di più e meglio Genova come riferimento nazionale e internazionale per la cultura».
Sul sito si legge anche che “una menzione la merita anche la città di Genova che grazie all’attività di Palazzo Ducale, con la direzione di Ilaria Bonacossa, del Museo Diocesano, di Palazzo Reale, di una galleria propositiva e di alto livello come Pinksummer, del MAIIIM tra le altre, si riconferma una meta di tutto rispetto”.
(da Genova24)

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FRATELLI D’ITALIA? NO, PASTICCI D’ITALIA. MISTERO: CHI HA DECISO DI ELIMINARE IL “SÌ” FINALE DALL’ESECUZIONE DELL’INNO DI MAMELI? A PALAZZO CHIGI AFFERMANO DI NON SAPERNE NIENTE

Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile

NON SAREBBE STATA GIORGIA MELONI MA IL DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, CHE VIETA AI MILITARI DI CANTARE L’ULTIMA SILLABA, È STATO ADOTTATO SU PROPOSTA DEL GOVERNO

Ma chi ha deciso di eliminare il «sì» finale dall’esecuzione dell’inno di Mameli? Chi non vuole più sentire quell’esclamazione di afflato patriottico, che dà la carica agli azzurri dello sport e si trasforma in boato negli stadi di calcio? Da Palazzo Chigi assicurano di non saperne nulla. La stessa Giorgia Meloni ha ignorato il presunto divieto, quando ieri ha cantato l’inno durante la cerimonia per lo scambio di auguri con i dipendenti della presidenza del Consiglio. Il coro dell’Associazione alpini di Roma, incaricato dell’esecuzione, si è fermato al verso finale «l’Italia chiamò», come previsto dalle nuove disposizioni diffuse dallo Stato maggiore della Difesa. La premier (con molti dei presenti) ha invece aggiunto la solenne sillaba conclusiva.
Da Palazzo Chigi assicurano di aver voluto solo andare incontro a un’esigenza espressa dai cori e dalle bande militari, cioè quella di regolamentare le modalità di esecuzione dell’inno nelle cerimonie «alla presenza di una bandiera di guerra o d’istituto, ovvero del Presidente della Repubblica, nonché in occasione delle festività nazionali, in Italia e all’estero».
Così si legge nel decreto del Quirinale, firmato da Sergio Mattarella lo scorso marzo e pubblicato in Gazzetta ufficiale a maggio, che scaturisce dall’iniziativa del governo. Nel provvedimento del capo dello Stato si specifica che «l’inno nazionale, senza l’introduzione iniziale, è eseguito ripetendo due volte di seguito le prime due quartine e due volte di seguito il ritornello del testo di Goffredo Mameli, come previsto dallo spartito originale di Michele Novaro».
Nessun accenno alla questione del «sì» finale. Ma qui, probabilmente, sta il punto. Perché nel «testo primigenio» del Canto degli italiani di Mameli, nel manoscritto autografo del 1847, conservato al Museo del Risorgimento di Torino, l’autore non inserì il «sì»
Lo spartito musicale originale di Novaro realizzato pochi mesi dopo (quello utilizzato finora) riporta, invece, l’esclamazione conclusiva. Un’aggiunta precisa, giustificata dal compositore e patriota con l’intento di concludere con «un grido supremo, un giuramento e un grido di guerra».
D’altra parte, sul sito del Quirinale è stata pubblicata l’esecuzione del 1971 cantata dal tenore Mario Del Monaco, dove dopo i versi «siam pronti alla morte/l’Italia chiamò» segue solo musica. A dimostrazione che lo stesso presidente Mattarella, come confermano dal Colle, predilige la versione senza il «sì».
Anche questo avrà pesato nell’interpretazione scelta dallo Stato maggiore della Difesa, che ora dispone il divieto di urlarlo «ogni qual volta venga eseguito Il Canto degli italiani nella versione cantata, in occasione di eventi e cerimonie militari di rilevanza istituzionale». Così recita un documento inviato all’inizio del mese a tutti i comandi, dall’Esercito alla Marina fino alla Finanza, con preghiera di «massima diffusione».
E pare accolto con più di un’alzata di sopracciglio. Perché è solo una sillaba, ma con un valore simbolico non banale. Specie per un governo di destra e in un contesto internazionale complicato, in cui il maggiore impegno dell’Italia sul fronte militare è ritenuto da più parti inevitabile.
(da agenzie)

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IL MONDO AL CONTRARIO: I POLIZIOTTI RUBANO NEL CAMPO ROM. A ROMA, DUE AGENTI E DUE NARCOTRAFFICANTI STRANIERI HANNO MESSO A SEGNO UNA RAPINA NEL CAMPO ROM DI CENTOCELLE

Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

I POLIZIOTTI HANNO FINTO UNA PERQUISIZIONE NELLA ROULOTTE DI HAZDOVIC: HANNO PORTATO VIA 5MILA EURO IN CONTANTI E SEI OROLOGI DI LUSSO …I QUATTRO SONO STATI STATI ARRESTATI CON L’ACCUSA DI RAPINA AGGRAVATA

“Si devono mettere solo i turni quando c’è Danilo che può andare. Così mi ha detto lui”. A parlare è Tomica Branilovic, basista croato, 43 anni. È una delle frasi che inchiodano l’organizzazione. Dall’altra parte c’è Said Essari, 28 anni, narcotrafficante marocchino e campione di kickboxing, che liquida tutto con un giudizio secco: «Questi fanno schifo».
Essari ostenta il suo potere in strada dicendo di essere «amico di quelli della mobile». Un rapporto che appare più che vantato: è così vicino agli agenti finiti sotto inchiesta da potersi scattare un selfie negli uffici del commissariato San Lorenzo, indossando il fratino della polizia.
Ora Essari è stato arrestato per rapina pluriaggravata in concorso insieme a Branilovic e a due poliziotti del commissariato Salario Parioli: Danilo Barberi, 51 anni, e Dario Scascitelli, 42. Secondo l’accusa, coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo, i quattro avrebbero organizzato e messo a segno una rapina ai danni di Celentano Hazdovic, residente nel campo rom di via dei Gordiani, a Centocelle.
Il 18 dicembre 2024, dopo una soffiata – fornita da Branilovic a Essari, confidente di Barberi — i due agenti entrano nel modulo abitativo della famiglia Hazdovic con la placca al collo, ma qualificandosi come «i carabinieri dei Parioli». Fingono una perquisizione per armi o droga e portano via 5mila euro in contanti e sei orologi di lusso: cinque Rolex (Daytona, Submariner, Explorer e Datejust) e un Cartier.
Ieri i carabinieri del nucleo investigativo di Ostia, insieme alla squadra mobile, hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i due poliziotti e i loro complici. Barberi e Scascitelli erano già agli arresti domiciliari da giugno, accusati di un’altra rapina: 36mila euro sottratti durante una finta
perquisizione in un appartamento di via Carmelo Maestrini, a Mezzocammino. Entrambi erano stati sospesi dal questore Roberto Massucci.
È ancora il basista a raccontare, in un dialogo intercettato il 3 aprile scorso: «Solo Danilo lavora, fa vedere la placca e ruba alle persone». Esattamente ciò che accade il 18 dicembre. Gli agenti e i complici smontano i pannelli prefabbricati della casetta con un trapano, fino a trovare contanti e orologi.
«Mi hanno portato in un angolo e mi hanno chiesto se ero il capofamiglia — dice Hazdovic — io ho detto: “Si”. Loro mi hanno mostrato un foglio (un finto decreto di perquisizione, ndr) dicendo che avevo una pistola». [Dopo aver trovato il bottino, le minacce continuano, fino a provocare un malore alla vittima: «Mi devi ringraziare che ti ho lasciato per le feste con i tuoi figli».
(da Repubblica)

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TRAGEDIA MIGRANTI NEL MEDITERRANEO: INTERVIENE LA CEI: “CON CHE CORAGGIO POSSIAMO DIFENDERE I CONFINI PRIMA DI DIFENDERE LE PERSONE?”

Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

“OCCORRONO PRESIDI IN MARE PER SALVARE ESSERI UMANI”

Sulla tragedia nel Mediterraneo è intervenuto anche il presidente della Commissione Cei che si occupa di immigrati nonché presidente della fondazione Cei Migrantes: “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima che difendere le persone
Perché non allarghiamo il presidio in mare per salvare le persone, con una collaborazione tra Europa e società civile? Sono domande che in queste ore sono insanguinate dalla morte di uomini, donne, bambini, che ipotecano il nostro futuro, il futuro della nostra Democrazia”.
“Ancora un naufragio, alla vigilia di Natale. La storia della famiglia di Nazareth non accolta, costretta a fuggire in Egitto per sfuggire alle violenze di Erode si ripete nel cammino di milioni di persone profughe e rifugiate. Per queste, contrariamente alla famiglia di Nazareth, – dice monsignor Perego – l’esito non è la salvezza, ma la violenza prima nei campi libici e poi la morte nel Mediterraneo”.
“I 116 morti al largo della Libia in queste ore si aggiungono ai 1700 morti quest’anno nel Mediterraneo”, denuncia l’esponente della Cei che ribadisce: “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima che difendere le persone?”.

–

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L’ALLARME DELLA ONG ALARM PHONE: “ABBIAMO CONTATTATO LA GUARDIA COSTIERA ITALIANA, MA NON E’ INTERVENUTA”. UNA NAVE CON A BORDO 117 MIGRANTI È NAUFRAGATA A LARGO DELLA LIBIA, SOLO UNA PERSONA È SOPRAVVISSUTA.

Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

IN UN PAESE NORMALE E SENZA MAGISTRATI SOVRANISTI SAREBBE STATO GIA’ APERTO UN FASCICOLO PER OMISSIONE D’ATTI D’UFFICIO

La nave naufragata nel Mediterraneo Centrale avrebbe avuto a bordo 117 persone e sarebbepartita da Zuwara, dalle coste della Libia, la sera 18 dicembre. È quanto riporta Alarm Phone che precisa di aver ricevuto informazioni sulla partenza e di aver “ripetutamente tentato di contattare l’imbarcazione tramite telefono satellitare, senza successo.
Le guardie costiere e le ONG competenti sono state allertate, nonostante non disponessero di una posizione GPS”. “Quando abbiamo contattato la Guardia Costiera italiana, hanno confermato di aver ricevuto la nostra email, ma hanno immediatamente interrotto la chiamata senza fornire ulteriori informazioni o rassicurazioni”, mentre – prosegue Alarm Phone – “la cosiddetta Guardia Costiera libica ci ha comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o il 19 dicembre”.
“La sera del 21 dicembre il sistema di alert ha “ricevuto la notizia che alcuni pescatori tunisini avevano trovato un unico
sopravvissuto su una barca di legno. Secondo quanto riferito, ha dichiarato di essere partito da Zuwara due giorni prima e di essere l’unico sopravvissuto”. “Secondo la sua testimonianza – riporta Alarm Phone -, solo poche ore dopo la partenza le condizioni meteo sono peggiorate drasticamente, con venti che hanno raggiunto i 40 km/h.
Era estremamente debole e non siamo riusciti a ottenere un resoconto dettagliato dell’accaduto. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito in un ospedale in Tunisia dai pescatori”. Alarm Phone “ha cercato di verificare questa informazione, ma non è ancora riuscita a confermarla pienamente”.
(da agenzie)

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MENO MALE CHE C’È MATTARELLA A METTERE UN ARGINE ALL’ARMATA BRANCAMELONI: I CINQUE ALTOLÀ IMPOSTI DAL QUIRINALE AL GOVERNO SULLA MANOVRA CHIUDONO UN ANNO DI COABITAZIONE COMPLICATO

Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

AL COLLE SPIEGANO CHE GLI EMENDAMENTI BOCCIATI NON C’ENTRAVANO NIENTE CON LA LEGGE DI BILANCIO. UN MODO EDUCATO PER DEFINIRE LE FURBIZIE DEGLI ESPONENTI DELLA MAGGIORANZA

I cinque altolà imposti l’altro giorno dal Quirinale al governo sulla manovra chiudono un anno di coabitazione non sempre semplice con l’esecutivo di Giorgia Meloni. Al Colle spiegano che gli emendamenti bocciati erano del tutto fuori contesto. Non c’entravano niente con la legge di bilancio.
Ettore Sequi per “La Stampa”Un modo educato per definire le furbizie degli esponenti della maggioranza di centrodestra che hanno cercato di trarre vantaggio dalla confusione di una legge vasta e complessa come la finanziaria.
Non è la prima volta che succede. Anzi. Ma al Quirinale fanno ancora il Quirinale e quindi vigilano, correggono, e nel caso bloccano. Nei mesi scorsi reiterate sono state le bocciature degli uffici del presidente Mattarella per emendamenti inseriti surrettiziamente in decreti legge del tutto estranei all’oggetto. E anche stavolta, si fa notare, è stata superata una soglia.
Il caso più clamoroso di questi giorni riguarda la tutela agli imprenditori condannati per avere sottopagato i lavoratori. L’aveva proposta in Commissione il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti (prima di lui ci aveva provato nel decreto Ilva il collega Pogliese).
Avrebbe limitato la possibilità per i lavoratori di ottenere gli arretrati salariali, anche nei casi in cui un giudice stabilisce che la retribuzione percepita è stata troppo bassa.
Era del tutto incongruo rispetto alla natura della legge di bilancio, fanno notare al Quirinale. Una questione di metodo, insomma. Ma qui non si può non sottolineare che sui salari troppo bassi, le mancate tutele dei lavoratori, la piaga del precariato, Mattarella tuona, inascoltato, da dieci anni. Due emendamenti li ha presentati la Lega. E prevedevano meno paletti per chi passava da un incarico pubblico a uno privato e viceversa.
Poi c’erano due emendamenti di Claudio Lotito, il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio. Uno era sui magistrati fuori ruolo e puntava a a ridurre da dieci a quattro anni l’anzianità di servizio per poter essere autorizzati al collocamento fuori ruolo,
e quindi fare altro. Un’altra norma che non c’entra nulla con la legge di Bilancio, è stato fatto notare, invitando il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, a depennarle. E infatti ai dirigenti dei gruppi di maggioranza è arrivato un foglietto con su scritto «norme da sopprimere».
Lotito voleva anche rivedere la disciplina per il personale della Covip, l’Autorità che vigila sui fondi pensione. Ieri fonti di governo hanno fatto sapere che in quest’ultimo caso il Quirinale intendeva cambiare sola una parte della norma, ma per un difetto di comunicazione è stata cassata per intero. «Non volevamo esporci a rischi di incostituzionalità» del testo: sintetizza il viceministro all’Economia Maurizio Leo spiegando lo stralcio delle cinque norme.
Resta il fatto che finora tutte le petizioni di Mattarella, espresse in varie lettere di accompagnamento alle leggi, non sono servite granché. A ottobre, sul pasticcio della festività di San Francesco, aveva richiamato tutti all’ordine: «Non posso non sottolineare l’esigenza che i testi legislativi presentino contenuti chiari e inequivoci».
Alla fine dalla maggioranza ci provano comunque a fare passare leggi mancia, norme elettorali, emendamenti per gli amici degli amici. Come il condono edilizio. Non sarebbe mai passato, hanno fatto trapelare da lassù. E a quel punto al Senato, anche su pressione delle opposizioni, l’hanno derubricato a ordine del giorno.
(da agenzie)

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