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LEGGE ELETTORALE, IL PRESIDENTE DELLA CONSULTA AVVERTE MELONI: “RISPETTARE LE SENTENZE”

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

SU PREMIO DI MAGGIORANZA, BALLOTTAGGIO E CANDIDATURE

Il messaggio ai naviganti, a volerlo capire, c’è stato. Forte e chiaro. Ed ora è ben difficile ignorarlo. Ci ha pensato il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, nel corso della conferenza stampa di qualche giorno fa, parlando di leggi elettorali. Discorso che vale per quelle del passato come per quella in discussione in queste ore. Il presidente Amoroso ha infatti citato le due sentenze con cui la Consulta nel 2004 demolì il Porcellum, di Roberto Calderoli, e poi nel 2017 inibì in via preventiva l’Italicum, a firma di Matteo Renzi. «Nella prima sentenza del 2004
– ha detto – ma direi forse ancor di più nella seconda sentenza del 2017, sono affermati dei principi che riguardano sia il premio di maggioranza, sia l’eventuale ballottaggio, sia le candidature a liste bloccate».
Tre paletti che il Parlamento non potrà ignorare, pena una sicura nuova bocciatura. «Sono quelli i principi che la Corte ha affermato e che quindi non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale», ha concluso.
Ebbene, quasi dieci anni sono trascorsi dall’ultima pronuncia, i giudici costituzionali sono tutti cambiati nel frattempo, ma il presidente Amoroso ha avvertito: quei capisaldi non si abbandonano.
Ha anche fatto capire, nell’intervista che apre l’Annuario 2026, che c’è particolare attenzione ai possibili effetti distorsivi di ogni eventuale nuova legge elettorale. Si riferiva all’Italicum, la legge elettorale che non fu mai applicata proprio perché bocciata in un ricorso preventivo. La legge fu dichiarata incostituzionale nella parte sul turno di ballottaggio. «Perché mancava la previsione di una soglia minima di voti ottenuta al primo turno. Una lista poteva accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo e ciò nonostante ottenere il premio, vedendo in ipotesi notevolmente incrementato il numero di seggi rispetto a quelli che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno».
Occhio ai paletti della Corte costituzionale, dunque. Il legislatore deve sapere che non c’è soltanto un limite per il premio di maggioranza, su cui la sentenza del 2017 è stata particolarmente chiara (è ammissibile un premio di maggioranza per una coalizione che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti, consegnandogli al massimo il 55% dei seggi). La Corte ha fissato anche un secondo principio, vietando le lunghe liste bloccate, perché va restituita all’elettore la possibilità di scegliersi quale eletto vuole.
«Il parametro non è aritmetico», spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, entrato però in rotta di collisione con il suo partito sul referendum appena celebrato perché spingeva per il Sì. «Mentre sul premio hanno disposto il parametro chiaro, i giudici costituzionali non hanno messo un numero “magico” sulle liste bloccate. Hanno solo detto al legislatore: non devi fare liste bloccate troppo lunghe».
Che cosa potrebbe significare oggi? «Non è una indicazione verso il proporzionale o verso le preferenze. È chiaro comunque che il principio enunciato nel 2017 potrebbe entrare in conflitto con la questione dei collegi, ma anche con il premio di maggioranza. Dipende tutto da come si costruirà la legge. Dal punto di vista della Costituzione, l’importante è dare la possibilità di scelta all’elettore».
Aggiunge il professor Gaetano Azzariti, costituzionalista anche lui, che si è speso per il No al referendum: «Si gioca con il fuoco – avverte – perché la Corte costituzionale è stata esplicita nell’affermare il principio che affidare alle segreterie di partito la scelta sugli eletti, attraverso lunghe liste bloccate, è incostituzionale». Che siano le preferenze su una lunga lista di candidati, o che siano collegi uninominali, o ancora piccole liste bloccate, «il principio che vale è l’individuabilità dei candidati».
Il professor Azzariti personalmente preferirebbe il sistema dei collegi uninominali. «Non è l’unico, ma il migliore per rispettare quanto dice la Corte costituzionale. A quel punto tutto è chiaro». In subordine c’è il ritorno alle preferenze. “Una lunga lista e l’elettore sceglie. Forse non è il sistema migliore, ma è compatibile con quanto dice la Corte».
E poi c’è la terza via. Quella delle liste bloccate e del potere di vita e di morte delle segreterie di partito. «La terza, chissà perché, o forse senza chissà perché, è la più delicata sotto il profilo costituzionale ma è anche quella più perseguita dai partiti», commenta con tono sarcastico. «Ecco perché dico che oggi si sta giocando col fuoco. Con la scelta delle liste bloccate, ci si sta allontanando terribilmente da quanto la Corte costituzionale ha stabilito».
A volere imporre di nuovo le liste bloccate, la partita sarà sulla loro lunghezza. Se fossero 3 o massimo 4 candidati, le si può ritenere ammissibili dalla Corte. Se fossero 10 candidati, molto difficile. Ancor di più se si arrivasse a 12 candidati come vogliono alcuni boatos. «Già la legge elettorale vigente – dice ancora il professor Azzariti -, ovvero il Rosatellum rivisto e corretto alla luce del taglio dei parlamentari, secondo alcuni è a rischio di incostituzionalità. Ovvio: con la riduzione del numero di parlamentari, automaticamente si sono allungate le liste dei candidati. E se si continua ad allungare la lista bloccata, è evidente che la Corte a un certo punto interverrà».
Insomma, il presidente Amoroso nei giorni scorsi ha lanciato il suo “alert”. Si vedrà presto se e quanto sarà ascoltato.
(da agenzie)

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CINQUE GOVERNI DELL’UE (TRA CUI L’ITALIA) SONO ACCUSATI DI SMANTELLARE “SISTEMATICAMENTE” LO STATO DI DIRITTO

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

UNGHERIA, SLOVACCHIA, ITALIA, CROAZIA E BULGARIA PERSEGUONO POLITICHE REGRESSIVE

Secondo quanto avvertito dalla principale organizzazione europea per le libertà civili, i governi di cinque Stati membri dell’UE stanno erodendo “in mod* sistematico e intenzionale” lo stato di diritto, mentre gli standard democratici si stanno deteriorando in altri sei, comprese democrazie storicamente solide.
Basandosi su prove fornite da oltre 40 ONG in 22 paesi, l’Unione per le libertà civili in Europa (Liberties) ha descritto i governi di Bulgaria , Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come “smantellatori” che stavano attivamente indebolendo lo stato di diritto.
Il rapporto del gruppo per il 2026 , pubblicato lunedì, afferma che lo stato di diritto ha subito una regressione in tutti i settori – giustizia, lotta alla corruzione, libertà di stampa e meccanismi di controllo e bilanciamento della società civile – in Slovacchia sotto il governo populista, autoritario e filo-russo di Robert Fico.
Il quadro era altrettanto desolante in Bulgaria, mentre l’Ungheria , dove i 16 anni di potere di Viktor Orbán potrebbero concludersi dopo le elezioni del 12 aprile, “rimane in una categoria a sé stante, continuando a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segno di cambiamento”.
In altri contesti, Liberties ha identificato Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia, tutti paesi con solide tradizioni democratiche, come paesi “in declino”: luoghi in cui lo stato di diritto è in declino in alcune aree, senza che tale erosione faccia parte di una strategia politica complessiva.
Secondo il rapporto di 800 pagine, la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Grecia, l’Irlanda, la Lituania, i Paesi Bassi, la Romania e la Spagna sono state classificate come “paesi stagnanti”, ovvero paesi in cui le condizioni dello stato di diritto non mostravano né miglioramenti né peggioramenti.
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán parla a un comizio elettorale con una bandiera ungherese che sventola davanti a lui.
Anche la Polonia rientra in questa categoria: il primo ministro, Donald Tusk, sta cercando di ripristinare elementi chiave dello stato di diritto, come l’indipendenza della magistratura, smantellati dal precedente governo di Diritto e Giustizia (PiS), ma è ostacolato dal veto presidenziale.
Secondo Liberties, i limitati progressi compiuti finora dalla Polonia “dimostrano quanto possa essere difficile e fragile ripristinare un’indipendenza istituzionale compromessa”. Solo la Lettonia si è meritata lo status di “paese che si impegna a fondo”, con un governo che sta attivamente migliorando gli standard dello stato di diritto
Il rapporto afferma inoltre che i meccanismi dell’UE per affrontare l’erosione dello stato di diritto sono in gran parte inefficaci, e che la maggior parte degli Stati membri non riesce a tradurre le linee guida in azioni concrete, nonostante diversi anni di raccomandazioni da parte della Commissione europea .
Giustizia
È emerso che il 93% di tutte le raccomandazioni contenute nella relazione sullo stato di diritto del 2025, redatta dalla stessa Commissione europea, erano ripetute rispetto agli anni precedenti, molte delle quali senza alcuna modifica nella formulazione, mentre il numero di nuove raccomandazioni si era dimezzato rispetto al 2024.
Delle 100 raccomandazioni della commissione valutate da Liberties, 61 non hanno mostrato alcun progresso, mentre altre 13 erano in peggioramento. “Il rapporto della commissione aveva lo scopo di stimolare azioni concrete”, ha affermato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties.
Ma dopo sette edizioni annuali, i risultati di Liberties evidenziano “non solo una regressione, ma anche sforzi continui e deliberati per minare lo stato di diritto. Ripetere le raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha affermato.
Il rapporto ha inoltre criticato le istituzioni dell’UE in generale, affermando che nel 2025 non solo avevano “rispecchiato molti dei problemi riscontrati negli Stati membri”, ma non erano riuscite ad applicare e difendere in modo coerente i diritti fondamentali.
“Hanno normalizzato l’uso di procedure legislative eccezionali e accelerate, smantellato importanti tutele dei diritti fondamentali e condotto una campagna concertata contro le organizzazioni di controllo”, ha affermato Kersty McCourt, consulente senior per la difesa dei diritti presso Liberties.
Quando ciò accade, ha aggiunto McCourt, le istituzioni “minano la credibilità dell’UE e dei suoi stessi rapporti sullo stato di diritto”.
Secondo Liberties, nel 2025 le condizioni dello stato di diritto si sono deteriorate maggiormente nel pilastro democratico dei “controlli e contrappesi”: la capacità delle ONG indipendenti e della società civile di organizzarsi, contestare le decisioni e chiedere conto ai governi
Secondo la ricerca, si sta assistendo a un aumento delle leggi regressive e delle pene severe per la partecipazione a manifestazioni vietate, anche in Ungheria, dove gli eventi del Pride sono stati proibiti e i loro organizzatori, tra cui il sindaco di Budapest, sono stati sottoposti a indagini formali.
In Italia è stato adottato un decreto di sicurezza estremamente restrittivo che criminalizza i blocchi stradali e altre forme di dissenso, ma rafforza le garanzie per le forze dell’ordine. In diversi Stati membri, i manifestanti per il clima e a favore della Palestina hanno subito divieti e sono stati criminalizzati.
Anche il pilastro della giustizia ha mostrato una mancanza di progressi, ha affermato Liberties, evidenziando in particolare quella che ha definito “una tendenza emergente di discorso politico sempre più critico o ostile nei confronti della magistratura e delle istituzioni per i diritti umani”.
Anche nella lotta alla corruzione si sono registrati scarsi progressi. E in materia di libertà di stampa, solo un numero limitato di Stati ha compiuto progressi tangibili. Gli attacchi contro i giornalisti sono aumentati in Bulgaria, Croazia, Italia, Paesi Bassi e, soprattutto, in Slovacchia .
(da agenzie)

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PER SEMPRE XI’

Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile

DALLE OMBRE SUL DOLLARO, A RINNOVABILI E MINERALI: 7 RAGIONI PER CUI XI JINPING È IN VANTAGGIO (PER ORA) NELLA SFIDA PER HORMUZ

La crisi di Suez è stato il momento nel quale la Gran Bretagna mostrò al mondo che non era più una superpotenza: il fallimento della guerra-lampo per riprendere il controllo del Canale dall’Egitto di Gamal Abdel Nasser suggellò il declino dei grandi imperi europei
Allora accadde anche qualcos’altro: il dollaro superò definitivamente la sterlina come valuta di riserva per le banche centrali di tutto il mondo.
Senza il sostegno di un bilancio pubblico sano, indebolita da decenni di deficit degli scambi con il resto del mondo e ora anche senza una potenza militare schiacciante – dunque incapace di controllare le rotte marittime vitali – la Gran Bretagna vide la sua moneta passare dall’80% delle riserve mondiali nel 1948 a meno del 3% una trentina di anni più tardi
Il mondo aveva smesso di pagare (e farsi pagare) le materie prime essenziali con una valuta di cui Londra aveva il controllo. Il Regno Unito non poté più godere di tassi d’interesse bassi a piacimento sul proprio debito, di conseguenza dovette limitare la spesa militare e con quella la propria proiezione di potenza […].
Ora, gli Stati Uniti sotto Donald Trump non sono come Gran Bretagna di Anthony Eden del 1956. Godono di una supremazia tecnologica che allora Londra aveva perso da oltre mezzo secolo; controllano con i propri titoli emessi sul loro territorio circa il 70% dei mercati finanziari internazionali e continuano ad avere l’esercito più potente al mondo.
Ma esiste una lezione per l’America nella crisi di Suez? Il blocco di Hormuz accelera l’ascesa della Cina come superpotenza geopolitica? Può intaccare il predominio schiacciante del dollaro come valuta di pagamento delle materie prime?
Allo stato attuale, la Cina è in posizione di rafforzarsi. Per sette ragioni.
La lezione di Napoleone
“Un antico proverbio cinese recita: ‘Se il tuo nemico sta facendo un errore, non lo interrompere’”. Così l’economista di Pechino Keyu Jin, oggi alla Hong Kong University of Science and Technology, ha commentato la guerra di Trump all’Iran tre giorni fa al Forum Teha di Cernobbio.
Keyu Jin quasi certamente si sbaglia, perché sembra che il detto fosse in realtà di Napoleone. Ma il senso è chiaro e Jin, figlia di un altissimo funzionario della Repubblica popolare, lo ha ben presente.
In questa crisi, la Cina mantiene un basso profilo o almeno finge di farlo. Fa il possibile per mostrare di non avere alcun ruolo e di non agire in alcun modo per approfittare della guerra.
Si dichiara preoccupata solo per la stabilità internazionale e cerca di isolarsi dagli effetti dello choc del Golfo. Intanto però continua a comprare petrolio dall’Iran e soprattutto, a quanto pare, aiuta Teheran a condurre la guerra così come aiuta la Russia contro l’Ucraina.
Pechino mette a disposizione il proprio sistema di navigazione satellitare BeiDou3 e altri sistemi di ricognizione che permettono alla Guardia rivoluzionaria di individuare i bersagli e colpire con precisione. Inoltre, Pechino starebbe vendendo all’Iran missili supersonici molto importanti per continuare a imporre il blocco sullo Stretto di Hormuz.
Xi Jinping vede in questa guerra un fattore che destabilizza i mercati dell’export cinese; eppure, non può sfuggirgli come questa sia un’occasione d’oro per rafforzare lo status del proprio Paese. Ecco le sette ragioni.
Censura e batterie
1. Dall’inizio del conflitto, la Cina cerca di coltivare la propria credibilità internazionale come sola superpotenza prevedibile. Pechino condanna la “violazione del principio di sovranità” dell’Iran e il comportamento “da egemone” degli Stati Uniti, chiedendo un cessate il fuoco.
Ma giorni fa il titolo di un articolo del “South China Morning Post”, uno dei pochi di analisi sulla guerra, recitava: “I social media cinesi sono inondati di critiche agli Stati Uniti, ma è possibile che esse vadano troppo lontano?
Il testo parla degli attacchi a Trump che appaiono sulle piattaforme cinesi e di quando la censura interviene a cancellarli. Proprio il titolo era il messaggio: il partito non perde il senso delle proporzioni. Si presenta come un’entità affidabile – la sola dotata del controllo di tecnologie di punta, supremazia industriale, dell’arma atomica e di un approccio razionale – con cui qualunque Paese può trattare.
2. C’è una logica commerciale in tutto questo. Con il blocco di Hormuz, l’industria cinese delle rinnovabili e dell’auto elettrica racchiude per miliardi di persone la promessa di una minore dipendenza da petrolio e gas.
In reazione alla guerra Paesi come Pakistan, Thailandia, Singapore, Indonesia, Corea del Sud e Vietnam stanno accelerando la diffusione dell’auto elettrica o degli impianti industriali alimentati da pannelli fotovoltaici. Già da prima del conflitto, per puri motivi di autonomia energetica, l’Etiopia ha messo al bando l’import di auto e veicoli commerciali con motore a scoppio.
Dopo la lezione di Hormuz queste tendenze possono solo diffondersi in reazione allo choc petrolifero: proprio come dopo la guerra dello Yom Kippur negli anni ’70 le auto divennero sempre più leggere e a basso consumo.
E la Cina, di gran lunga campione mondiale di tecnologie rinnovabili e auto elettriche, farà affari d’oro. Dall’inizio della guerra all’Iran le grandi case occidentali dell’auto, legate ai motori tradizionali, stanno crollando in Borsa: Stellantis meno 15,2%, Volkswagen meno 14,2%, l’indice dell’automotive allo S&P500 di New York meno 10,3%; invece il titolo del colosso cinese dell’auto elettrica Byd è salito del 18% e quello di CATL, leader mondiale nelle batterie di accumulo, è quasi del 22%.
3. C’è poi una posizione specifica posizione di predominio industriale che conferisce oggi a Pechino ancora più potere. La Repubblica popolare controlla circa l’80% di produzione e raffinazione mondiale del tungsteno, un minerale duro quasi come il diamante e con una temperatura di fusione altissima, considerato indispensabile all’industria militare moderna.
Tutti i missili americani ed europei più avanzati dipendono dal tungsteno, ma dall’anno scorso la Cina ha introdotto stretti limiti all’export. Ora, nessuno sa quanto siano svuotati gli arsenali degli Stati Uniti dopo un mese di combattimenti nel Golfo, ma secondo il “Wall Street Journal” lo stato delle scorte potrebbe essere “peggio di quello che pensate”. E per disporre di nuovi volumi di tungsteno senza dipendere dalla Cina servono anni. Anche in questo Xi Jinping potrebbe avere nelle mani una leva in pi
4. Legato a questo c’è un vantaggio strategico più immediato per la Cina: pressato dalla relativa scarsità di forniture militari, da settimane il Pentagono sta spostando asset militari dall’Estremo Oriente al Golfo.
Vale per le forze navali come per gli intercettori, dalla Corea del Sud allo Stretto Taiwan. Il nervosismo degli alleati dell’America nell’area, Seul e Tokyo per primi, è palpabile. La Cina invece si vede sempre più liberata dalle forze che contengono la sua aggressività ai confini orientali.
5. Ho già scritto sulla capacità della Repubblica popolare di assorbire lo choc petrolifero e del gas più a lungo di qualunque altro Paese (non produttore) al mondo. Le sue scorte di greggio restano un segreto, ma Xi Jinping aveva dato ordine di aumentarle tre anni fa e oggi coprono probabilmente sei mesi di consumo: più della somma di quelle delle 32 democrazie avanzate dei Paesi riunite nell’Agenzia internazionale dell’energia.
La Russia può coprire parte delle forniture bloccate dai Paesi arabi del Golfo, l’Iran ha persino aumentato l’export alla Cina, mentre il gas che non arriva più dal Qatar contava ormai per meno del 9% della produzione elettrica (in Italia, per oltre il 40%) e molto meno delle rinnovabili della Repubblica popolare. Pechino è disturbata dallo choc in corso, ma può contare su una notevole tenuta.
6. L’insieme dei punti di cui sopra – autonomia strategica, controllo dei colli di bottiglia produttivi, ruolo di alleato e finanziatore vitale di Teheran – conferiscono a Xi Jinping un potere che oggi nessun altro leader mondiale detiene: solo la Cina può costringere l’Iran a una sistemazione che riapra Hormuz; solo lei può garantire la credibilità di un eventuale accordo con il regime degli ayatollah e dei guardiani della rivoluzione.
L’anno scorso la Repubblica popolare è stata la prima acquirente del greggio uscito dallo Stretto (quasi il 38% del totale) ed è naturale che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar – le tre potenze sunnite del Golfo – si rivolgano sottotraccia direttamente a Pechino in cerca di soluzioni
Vi è già un indizio in questo senso: quando è parso che potesse avviarsi un negoziato fra Stati Uniti e Iran il ruolo di mediatore è spettato al Pakistan, la potenza asiatica a ovest di Pechino più integrata alla sfera d’influenza cinese. Islamabad non può aver accettato quel compito senza prima consultare Xi.
7. Tutto questo porta a ciò che oggi ai cinesi interessa davvero: comprare materie
prime e altri prodotti essenziali nel mondo non i dollari ma nella loro valuta, lo yuan renminbi.
Come l’America con il dollaro, vogliono poter fare acquisti all’estero in una moneta che loro stessi hanno il potere di creare. Pochi Paesi hanno fretta di assecondarli, perché lo yuan non è pienamente convertibile: quando si è pagati con esso, non è facile trasformarlo in dollari, euro o oro; può dunque essere usato quasi solo per importare prodotti cinesi.
Anche per questo, Pechino impone contratti internazionali nella propria valuta ogni volta che ne ha il potere. Lo fa con il petrolio russo da quando Mosca è stata messa sotto sanzioni nel 2022, lo fa con Brasile e Argentina su certe materie prime, lo fa con il Pakistan o il Laos.
Pechino sta cercando di erodere la supremazia del dollaro. Ha già chiesto ad Arabia Saudita ed Emirati di accettare pagamenti in yuan per il greggio. E adesso Xi Jinping li imporrà, se avrà occasione di giocare un ruolo in una futura sistemazione per Hormuz senza esporsi troppo. In questo caso la terza guerra del Golfo – in dosi omeopatiche – sarebbe per l’America di Trump ciò che la crisi di Suez fu per Londra.
(da Corriere della Sera)

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SI DIMETTE DA ASSESSORE IN PIEMONTE ELENA CHIORINO, FEDELISSIMA DI DELMASTRO, ANCHE LEI SOCIA NE “LE 5 FORCHETTE” ORA SOTTO ATTENZIONE DELLA DDA DI ROMA

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

IL LEGALE DI CAROCCIA: “SE RICICLAGGIO C’E’ STATO PERCHE’ DOVREBBE RIGUARDARE SOLO CAROCCIA E NON GLI ALTRI SOCI?”

Si è dimessa anche da assessore della Regione Piemonte, Elena Chiorino, coinvolta nella vicenda Delmastro. La decisione arriva dopo l’abbandono della vicepresidenza della giunta regionale, avvenuto lo scorso 25 marzo. «Ho comunicato al presidente Alberto Cirio la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili – spiega Chiorino – è una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia».
In regione Piemonte l’opposizione era pronta a presentare una mozione di sfiducia nei suoi confronti.
Secondo quanto rivelato da Repubblica, in una riunione della giunta con i capigruppo, il presidente Cirio avrebbe chiesto a Chiorino una presa di distanza netta rispetto alla vicenda di Delmastro. Questa è l’ultima dimissione a seguito dell’indagine della Dda di Roma, secondo cui Mario Caroccia e sua figlia avrebbero trasferito e reinvestito nella società “Le 5 forchette” soldi del clan Senese. In società, insieme alla figlia di Caroccia, Miriam, figuravano fino a poco tempo fa Delmastro, Chiorino e altri esponenti piemontesi di FdI.
Il legale dei Caroccia
«Respingiamo le accuse, ma se c’è riciclaggio perché riguarda solo i Caroccia e non tutti i soci?», dice il legale a proposito della società in cui sedeva anche l’ex sottosegretario Delmastro . Vogliono parlare coi magistrati inquirenti quanto prima, sia la giovane Miriam Caroccia sia suo padre Mauro, condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni per conto del clan di Camorra guidato dal boss Michele Senese (Caroccia è detenuto nel carcere di Viterbo). Dopo la notizia pubblicata stamattina secondo la quale negli atti della dda di Roma i due Caroccia sarebbero accusati di aver usato anche il ristorante «Bisteccheria d’Italia” e la società «Le 5 forchette srl», di cui Miriam è stata a lungo amministratrice unica (dall’atto di nascita nel 2024) e quindi titolare, per riciclare soldi dei clan, respingono le accuse, tramite il loro legale e rilanciano l’appuntamento in procura a Roma. A metà di questa settimana.
«Spiegheremo tutto, a cominciare da come Caroccia ha conosciuto Delmastro. Che si conoscono e sono in buoni rapporti mi pare evidente», spiega l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, a Open parlando del legame tra l’imprenditore e l’ex sottosegretario che, in seguito all’inchiesta – e all’indomani dell’esito referendario – è stato costretto a dimettersi.
I due si difenderanno dall’accusa di aver utilizzato il denaro della Camorra nel ristorante Bisteccheria d’Italia o nella società «Le 5 forchette Srl» ma in ogni caso, dice il loro legale: «E’ singolare che l’accusa di riciclaggio riguardi solo una dei soci, cioè Miriam. Se riciclaggio c’è stato dovrebbe riguardare tutti».

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UN NUOVO TERREMOTO GIUDIZIARIO RISCHIA DI FAR IMPLODERE FRATELLI D’ITALIA NELL’ISOLA: QUESTA VOLTA A FINIRE NELLA BUFERA È LILLO PISANO, DEPUTATO DI FDI (CHE IN PASSATO AVEVA INNEGGIATO A HITLER) A CUI CONTESTANO TRUFFA AGGRAVATA, FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

NEL MIRINO DEI PM LE “SPESE GONFIATE PER GLI EVENTI AD AGRIGENTO” NEL NATALE 2022: NEL 2025 LA REGIONE SICILIANA SBORSÒ LA FOLLIA DI 650MILA EURO PER UN SINGOLO CONCERTO NELLA VALLE DEI TEMPLI DELL’ORCHESTRA GIOVANILE CHERUBINI DIRETTA DA RICCARDO MUTI

Nuovo terremoto giudiziario ad Agrigento. La procura della Repubblica guidata da Giovanni Di Leo ha notificato un avviso di garanzia nei confronti di sei persone per i reati di truffa aggravata e peculato. Tra gli indagati spicca il parlamentare Lillo Pisano, deputato di Fratelli d’Italia.
Sei gli indagati Fabrizio La Gaipa, amministratore del “Distretto turistico Valle dei Templi”; Salvatore Prestia, direttore generale della Fondazione Teatro Pirandello; Calogero Casucci, “vicino” al deputato Pisano nonché componente di un’associazione; Antonio Migliaccio, ex autista di Pisano e legale rappresentante di un’altra associazione culturale; Laura Cozzo, moglie del direttore Prestia, legale rappresentata di una terza associazione. L’inchiesta riguarda tre manifestazioni del Natale 2022 “Xena Akragantos”, “Natale destinazione Agrigento” e “Destinazione Agrigento Costa del Mito” per le quali sarebbero stati chiesti finanziamenti pubblici per 602 mila euro, triplicando il reale importo attraverso rendiconti incompleti e fatture gonfiate.
Tra gli esempi citati dai pm, la spesa per il noleggio di 34 bagni chimici durante il concerto di fine anno di Achille Lauro. Il danno per la Regione ammonterebbe a circa 300 mila euro.
Secondo la Procura, i fondi pubblici sarebbero stati gestiti in modo personale tramite associazioni culturali intestate a prestanome ma riconducibili ai vertici della Fondazione Pirandello, con prelievi di denaro contante.
A Pisano, Prestia e Cozzo viene inoltre contestato il finanziamento illecito ai partiti: i magistrati ipotizzano che 30 mila euro, formalmente indicati come “prestito personale”, siano stati in realtà destinati alla campagna elettorale del 2022, quando Pisano fu eletto deputato, senza che la somma fosse dichiarata alla Camera.
(da grandangoloagrigento.it)

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MIGRANTI: IL TRIBUNALE DI SALERNO ANNULLA IL TERZO FERMO DELLA GEO BARENTS. “ERA ILLEGITTIMO”

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

“LE AUTORITA’ ITALIANE NON HANNO MAI FORNITO PROVE ED ELEMENTI A SOSTEGNO DELLE LORO ACCUSE”… MA IL VIMINALE CONTINUA A FERMARE LE ONG: L’OPPOSIZIONE COSA PENSA DI FARE?

Il Tribunale di Salerno ha annullato il terzo fermo imposto alla nave Geo Barents.
Il fermo in questione, avvenuto nell’agosto 2024, era il terzo dei 4 fermi imposti per effetto del Decreto Piantedosi all’imbarcazione di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere (Msf), operativa tra il giugno 2021 e il settembre 2024 e poi costretta a fermarsi proprio a seguito della lunga sequenza di fermi e dei relativi processi.
La sentenza del Tribunale ha dichiarato illegittimo il provvedimento di fermo e – come spiegato da Msf – ha ribadito due principi fondamentali, ovvero che “l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane” – mai riuscite di fatto a fornire elementi a sostegno delle loro accuse – e che gli ordini dati dalla cosiddetta Guardia costiera libica “non possono essere considerati di «coordinamento da parte dell’autorità competente»”. Il Tribunale ha pertanto confermato che la condotta dell’equipaggio di Medici Senza Frontiere era del tutto legittima e conforme al diritto internazionale e nazionale.

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TRA I DUE LITIGANTI, SCHLEIN E CONTE, IL TERZO…E’ MEGLIO! – ROSY BINDI LANCIA L’IDEA DI UN PAPA STRANIERO PER IL CAMPO LARGO: “IO VORREI QUALCUNO CHE METTA INSIEME ELLY E IL LEADER M5S PERCHÉ, CON QUESTE PREMESSE, QUESTI NON SI METTONO NEMMENO A UN TAVOLO”

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

I DUBBI SULLE PRIMARIE DI PRODI, VELTRONI, BONACCINI E DEL VERDE BONELLI – PER I DEM VICINI A SCHLEIN “LA VECCHIA GUARDIA SI AGITA, MA NOI NON ABBIAMO COSTRUITO TUTTO QUESTO PER LASCIARLO A MISTER X” – STESSI UMORI NEL M5S: “CHI PENSA CHE CONTE E SCHLEIN SI FACCIANO DA PARTE, SBAGLIA”

Primarie sì, ma con calma. Nel centrosinistra ora prevalgono gli inviti alla prudenza, dopo lo sprint di Giuseppe Conte, il refrain è «prima il programma» ma più di qualcuno, in realtà, nelle conversazioni riservate dice ciò che in pubblico per ora è tabù: meglio evitare una conta potenzialmente lacerante e fare tutto alla vecchia maniera, con un accordo al tavolo della coalizione, magari su un “terzo nome” che metta pace tra i “due litiganti” Elly Schlein e il leader M5s, come Rosy Bindi ha detto esplicitamente a La Stampa .
Ma quello della scelta «nelle stanze chiuse» è proprio lo scenario che Schlein vuole evitare. La leader Pd lo ha detto chiaramente in conferenza stampa qualche giorno fa, le opzioni sono due: «Si può fare come fa la destra: scegliere che guida chi prende un voto in più alle elezioni. Oppure ci sono altre modalità, come le primarie a cui sono disponibile». Quello che appunto non si può fare è affidare la decisione a un “caminetto”
Ieri è stato Angelo Bonelli a dare voce ai dubbi Avs: «Noi vogliamo costruire l’alternativa. Propongo a Schlein, Conte e ai leader dell’opposizione di mettere da parte le primarie sul leader e lavorare alla consultazione popolare sul programma». La scelta del candidato premier si potrà fare dopo, è il ragionamento. Ma in realtà non piace troppo l’idea di un confronto Conte-Schlein che rischierebbe di schiacciare Avs, polarizzando sui due leader più in vista.
Dubbi sono venuti anche da Romano Prodi («Le primarie sono utili alla fine di un percorso, non all’inizio») e Walter Veltroni e pure Stefano Bonaccini la pensa allo stesso modo. Alessandro Alfieri, vicino al presidente Pd, spiega: «Prima dei modi di scelta della premiership serve un’agenda economica e sociale condivisa».
D’altro canto, i sondaggi parlano anche di un risultato incerto, con una possibile vittoria di Conte a sorpresa. Schlein è convinta di farcela ma molti dei suoi temono che alla fine non sia solo Bindi a sostenere che è meglio un accordo politico sul terzo nome. I potenziali “papi stranieri” non mancano, da Silvia Salis a Franco Gabrielli e Gaetano Manfredi
(da agenzie)

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QUELLO CHE NON TORNA NEL CONTROLLO DI POLIZIA EFFETTUATO NEI CONFRONTI DI ILARIA SALIS : L’INTERVENTO È PARTITO DA UNA SEGNALAZIONE DEI PM TEDESCHI, LA SEGNALAZIONE NEL SISTEMA INFORMATIVO SCHENGEN RISALE AL 2 MARZO MA, IN QUANTO EUROPARLAMENTARE, LA SALIS NON AVREBBE POTUTO ESSERE SOGGETTA A QUESTO TIPO DI CONTROLLO

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

PERCHÉ LE AUTORITÀ DI ROMA NON ERANO STATE INFORMATE? GLI AGENTI CHE HANNO FATTO IRRUZIONE NELLA SUA CAMERA D’ALBERGO A ROMA, POCHE ORE PRIMA DELLA MANIFESTAZIONE “NO KINGS” PERCHÉ SONO INTERVENUTI A QUASI UN MESE DALLA SEGNALAZIONE?

Le scuse e le giustificazioni non bastano. Il giorno dopo l’identificazione di Ilaria Salis, svegliata in albergo a Roma da due poliziotti arrivati poche ore prima della manifestazione No Kings per controllare quel nome associato ad un alert nel Sistema informativo Schengen, i leader di Avs confermano l’intenzione di depositare un’interrogazione parlamentare.
Dal Viminale, fino ad ora, nessun passo formale se non la richiesta al dipartimento di pubblica sicurezza di una puntuale ricostruzione di quanto accaduto. In aula, al ministro Piantedosi toccherà spiegare come mai i poliziotti incaricati di quel controllo non sapessero che si trattava dell’europarlamentare fino a quando la stessa Salis, svegliata alle 7.30 del mattino, lo ha fatto presente, bloccando di fatto qualsiasi tipo di accertamento nei suoi confronti.
Ma il punto adesso non è più questo. Dal governo, Salis e Avs (che hanno intenzione di interrogare sul tema anche le istituzioni europee) vogliono sapere come sia possibile che un’eurodeputata italiana possa essere oggetto di indagini, monitoraggio, controlli senza che le autorità italiane ne siano state informate.
Perché — ed è il punto centrale di questo inciampo — se è in qualche modo plausibile che i due poliziotti incaricati del controllo potessero non sapere chi fosse Ilaria Salis, altrettanto non si può ipotizzare per le autorità di polizia o della magistratura tedesca che hanno inserito l’alert sul suo nome all’inizio di marzo.
Le date sono fondamentali nella ricostruzione: la segnalazione nel Sistema informativo Schengen è del 2 marzo, quando ovviamente Ilaria Salis era già deputata europea. Sonogià passati tre anni dal suo arresto a Budapest dopo i disordini alla Giornata dell’Onore, accusata di aver aggredito tre militanti neonazisti.
È dall’indagine ungherese, in cui risultano coinvolti una decina di esponenti del gruppo di estrema sinistra Hammerbande, che nasce il proseguo dell’inchiesta in mano ai magistrati tedeschi che li accusano di organizzazione eversiva. Ilaria Salis non sarebbe indagata ma è evidente che gli investigatori tedeschi tengono ancora accesi i riflettori su di lei e sui suoi rapporti con questi gruppi.
È per questo che il 2 marzo inseriscono la segnalazione chiedendo, in sostanza, alle polizie europee di informarli sulle eventuali presenze di Ilaria Salis nei loro Paesi, sui suoi accompagnatori, sui motivi dei suoi spostamenti. Un modo per monitorare eventuali attuali contatti con la galassia dei gruppi di antagonisti sotto inchiesta.
Solo che Ilaria Salis è un’europarlamentare e non può essere soggetta a questo tipo di controlli.
Nella catena dei contatti nessuno si è reso conto che Ilaria Salis è europarlamentare, nessuno ha associato nome e cognome al ruolo che ricopre. È l’origine del pasticcio di sabato, quando due agenti hanno raggiunto Salis in albergo a Roma per un controllo in seguito a una richiesta di Berlino.
Per raccontare questa vicenda bisogna tornare al 2 marzo, quando la Germania dirama una richiesta di segnalazione su Salis, probabilmente legata a un’indagine su Hammerbande, la “banda dei martelli”, collettivo internazionale di estrema sinistra protagonista di diverse aggressioni agli oppositori politici. La richiesta, come da procedura, arriva al Servizio per la cooperazione internazionale di polizia e, in particolare, alla divisione Sirene, l’unico ufficio ministeriale che può gestisce gli alert di Schengen.
Salis è eurodeputata, quindi, secondo gli articoli 24 e 25 del regolamento europeo 1862 del 2018, la richiesta avrebbe dovuto essere messa in stand by. Per usare un termine tecnico, si sarebbe dovuta apporre una red flag.
Una procedura prevista «qualora uno Stato membro reputi che dare applicazione a una segnalazione inserita non sia compatibile con il proprio diritto nazionale, con i propri obblighi internazionali o con interessi nazionali essenziali». All’ufficio Sirene, però, nessuno associa il nome di Ilaria Salis al ruolo che ricopre. La questione non si pone e l’alert viene inserito nel terminale di tutte le questure italiane.
Così, quando Salis arriva nella Capitale e si registra in hotel, scatta una blue notice dell’Interpol. Due agenti delle volanti raggiungono l’albergo, ma nemmeno loro sembrano sapere che quell’Ilaria Salis è un’eurodeputata. Bussano, lei si qualifica e a quel punto i due poliziotti restano sulla porta. Per evitare un ulteriore passo falso in questa catena di malintesi.
Da qui, poi, le versioni un po’ divergono. Gli agenti parlano di una mera identificazione durata meno di mezz’ora. Salis sui social prima parla di «controllo preventivo» di oltre un’ora, poi ridimensiona l’accaduto. Gli esperti sottolineano come l’attività, chiamata “controllo discreto”, preveda che l’interessato non si accorga di nulla.
(da agenzie)

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QUESTE ELEZIONI ANTICIPATE NON S’HANNO DA FARE, GIORGIA MELONI S’È CONVINTA CHE PORTARE IL PAESE AL VOTO IN ANTICIPO NON È UNA STRADA PRATICABILE NÉ AUSPICABILE

Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile

NON SOLO PERCHÉ SIGNIFICHEREBBE TRADIRE LA PAROLA, DOPO AVER SPERGIURATO CHE IL GOVERNO NON SAREBBE CADUTO IN CASO DI VITTORIA DEL NO, MA ANCHE PERCHÉ NON C’È GARANZIA CHE, UNA VOLTA SALITA AL COLLE, SERGIO MATTARELLA SCIOLGA LE CAMERE … IL NODO DELLA LEGGE ELETTORALE E IL FACCIA A FACCIA TESO CON SALVINI E TAJANI

A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?
La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista, che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito
In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto, perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area.
Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.
Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare».
Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione
«Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso
Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancato rispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0
Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi.
Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia
Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.
I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.
(da agenzie)

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