Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
PECCATO CHE L’IMMIGRAZIONE NON C’ENTRA UNA MAZZA CON LA RIFORMA… NEGLI UTIMI 10 ANNI INDOVINATE CHI HA CONCESSO PIU’ PERMESSI DI SOGGIORNO: IL GOVERNO MELONI
Negli ultimi giorni della campagna per il referendum sulla giustizia, il linguaggio di una parte della politica si è ormai progressivamente allontanato dal merito delle norme per scivolare dentro la logica dello slogan. L’ultimo esempio arriva da un post pubblicato sui social dalla Lega di Matteo Salvini: su uno sfondo che raffigura una massa di uomini diretti verso l’Italia, accompagnato dalla scritta “Non possiamo accogliere tutti”, il partito invita a votare sì “per fermare giudici amici dei clandestini”. Un messaggio costruito su un collegamento diretto tra il voto e la questione migratoria che però, a guardare il contenuto dei quesiti referendari, non trova alcun riscontro: il referendum del 22 e del 23 marzo, infatti, non riguarda assolutamente l’immigrazione, non interviene sulle politiche di accoglienza, non modifica neppure le norme sui permessi di soggiorno e non introduce alcuna misura capace di incidere sui flussi migratori. Interviene, invece, su aspetti dell’ordinamento giudiziario e del funzionamento della magistratura. In altre parole, votare Sì o No non cambia in alcun modo le leggi sull’ingresso o sulla permanenza degli stranieri in Italia.
I numeri sui permessi di soggiorno
I dati degli ultimi anni raccontano, peraltro, una realtà ben più complessa di questa narrazione: proprio il governo guidato da Giorgia Meloni, è infatti quello che, nell’ultimo decennio, ha rilasciato il numero più alto di primi permessi di soggiorno: secondo le elaborazioni sui dati del Viminale e di Eurostat, citate dall’Istituto per gli studi di politica internazionale, la media annua è di circa 367 mila nuovi permessi, una cifra ben superiore a quella registrata dai governi precedenti, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, fino all’esecutivo guidato da Mario Draghi. Si tratta di ingressi regolari, legati a lavoro, studio, ricongiungimenti familiari o protezione internazionale. Questo, ovviamente, non significa che il sistema sia diventato più inclusivo. Sono diversi i rapporti sul funzionamento dell’accoglienza che segnalano, al contrario, che negli ultimi anni sono aumentati i costi complessivi delle strutture mentre alcuni servizi fondamentali, dall’assistenza psicologica ai corsi di lingua italiana, fino ai percorsi di orientamento legale e territoriale, sono stati progressivamente ridimensionati o lasciati alla discrezionalità degli enti gestori. Il risultato è un sistema che, pur registrando già interessi regolari, offre meno strumenti di integrazione reale, con il rischio quindi di produrre maggiore marginalità sociale e percorsi di inclusione sempre più fragili.
(da Fanpage)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI GENOVA, CHE HA APERTO UN FASCICOLO IN SEGUITO ALL’ESPOSTO DEL DIRETTORE MICHELE BRAMBILLA, POTREBBE PROCEDERE ANCHE PER PECULATO, PERCHÉ QUEI DOSSIER SONO STATI CONFEZIONATI CON DENARO PUBBLICO
«In una foto c’è Silvia Salis in primo piano, sorridente. Nell’altra Piciocchi, alto 1,95, è
lontano e coperto da un’altra persona». C’è il confronto tra gli scatti pubblicati dal Secolo XIX che ritraggono l’allora candidata sindaca di Genova e il suo competitor di centrodestra nei dossier confezionati dallo staff del governatore Marco Bucci e arrivati all’editore del quotidiano ligure. Ma non solo.
«In occasione dell’elezione di Papa Leone XIV, sul Secolo non c’è stato spazio per citare il bel messaggio di auguri del presidente della Regione Marco Bucci, ma è stato citato il post sui social del capogruppo regionale del Pd, Armando Sanna», si legge.
Ma è soprattutto la sezione «Alcune proposte» indicate nella medesima lettera a imbarazzare di più: «Sarebbe di utilità un servizio di inchiesta su quante volte un candidato sfavorito ha poi ribaltato le previsioni della vigilia (…). Il quotidiano dovrebbe garantire più spazi anche ai candidati sindaco cosiddetti “minori” (…).
Realizzazione di interviste ad esponenti nazionali anche di centrodestra, in particolare quelli che saranno a Genova nei prossimi giorni, la prima opportunità è il ministro Giorgetti».
Bastano pochi stralci di quanto Bucci, tramite i suoi comunicatori, avrebbe inoltrato all’editore e armatore italo-svizzero Gianluigi Aponte, per svelare il presunto tentativo di dettare la linea, fare pressioni, pontificare sugli articoli e le foto da pubblicare. «È l’episodio più grave di tutta la mia carriera, mi rattrista rendermi conto di quanto la libertà di stampa abbia perso valore davanti agli occhi della gente, specie a causa di certi politici che hanno favorito un clima di prepotenza», dice a Domani Michele Brambilla, direttore del Secolo XIX.
Brambilla ha denunciato per diffamazione il responsabile dello staff comunicazione della Regione, Federico Casabella, che ha dichiarato che il direttore del quotidiano fosse d’accordo con quel dossieraggio.
Le inchieste
Da qui l’apertura di un fascicolo per fare luce su questa storia, oltre all’inchiesta già in corso dell’Ordine dei giornalisti che ha già prosciolto Brambilla, non rilevando, come si legge nella nota dell’Odg letta da Domani, «violazioni dell’ordine deontologico». Bucci, nel frattempo, nega, insieme a Casabella, affermando che nessun dossier – mere «rassegne stampa», le chiama il suo staff – sia mai stato inviato all’editore.
Il direttore Brambilla ha replicato: «Curioso che il governatore Bucci voglia pubblicare i messaggi tra me e lui e non dica una parola sul tema del giorno: e cioè che lui ha mentito dicendo di non avere mai inviato dossier al mio editore. Lo autorizzo a pubblicare tutte le chat tra me e lui e allo stesso tempo chiedo che lui pubblichi anche tutte le chat tra lui e il mio editore. Altrimenti sarò costretto a pubblicarle io».
Le opposizioni
Mentre la minoranza chiede le dimissioni del governatore, a intervenire è anche la sindaca Salis: «Solidarietà ai giornalisti, il dossieraggio infangala politica». Sarà dunque la procura, oltre all’indagine dell’Odg, a chiarire i contorni della vicenda.
In riferimento all’inchiesta, avviata a seguito della denuncia di Brambilla, c’è chi ipotizza che s possa procedere anche per peculato: e ciò perché quei dossier – secondo le fonti contattate da Domani – sarebbero stati confezionati dallo staff di Bucci e quindi con denaro pubblico. Ma dal palazzo di giustizia le bocche sono cucitissime.
Dossier, in base a quanto si apprende, sarebbero stati confezionati anche contro la testata Genova24. Quale lo scopo ultimo di quei file? Influenzare, condizionare il giornalismo? Diventarne i padroni? Alle annose domande risponderanno i pm.
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
“POLITICO” RACCONTA DELLO SCAZZO INTERNO, CON IL VICEPRESIDENTE, JD VANCE, VOLTO DELL’ISOLAZIONISMO “MAGA”, SCETTICO VERSO L’OPERAZIONE
Le navi mercantili in attesa vicino allo stretto di Hormuz dovrebbero “tirare fuori le palle e attraversarlo”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista con Fox news domenica ma è venuto fuori soltanto oggi, dopo che diverse imbarcazioni sono state attaccate da Teheran. Diversi oppositori del tycoon e rappresentanti democratici hanno criticato il commento accusando Trump di sottovalutare i rischi della guerra.
Secondo due funzionari statunitensi, il Pentagono sta valutando l’invio di ulteriori navi da guerra in Medio Oriente in preparazione alla scorta di petroliere attraverso
lo Stretto di Hormuz, mentre l’Iran intensifica i suoi attacchi contro questa strategica via navigabile. Lo riporta il Wall Street Journal. Anche con l’invio di ulteriori navi da guerra, le forze statunitensi non inizierebbero a scortare le imbarcazioni finche’ la minaccia iraniana non si sara’ ridotta, hanno affermato i funzionari statunitensi. Cio’ potrebbe richiedere fino a un mese o piu’, anche se gli attacchi militari statunitensi continuano a colpire l’arsenale di missili e droni di Teheran, afferma anche il Wsj.
“È stata confermata la morte di tutti e sei i membri dell’equipaggio a bordo di un aereo cisterna C-135, precipitato nell’Iraq occidentale”. Lo scrive sui social media il Comando centrale Usa precisando che “le circostanze dell’incidente sono oggetto di indagine. Tuttavia, la perdita del velivolo non è stata causata da fuoco nemico o fuoco amico”.
Il vicepresidente americano JD Vance avrebbe espresso scetticismo sull’ipotesi di colpire l’Iran prima che il presidente Donald Trump decidesse di avviare l’operazione militare. Lo riferisce Politico, citando due alti funzionari dell’amministrazione, secondo cui Vance avrebbe manifestato dubbi sia sulla riuscita dell’operazione sia sull’opportunità di intraprendere un nuovo conflitto.
Il vicepresidente, noto per le sue posizioni critiche verso gli interventi militari all’estero, ha comunque sostenuto pubblicamente la decisione del presidente una volta presa, anche se – secondo i media americani – negli ultimi giorni avrebbe ridotto le sue apparizioni pubbliche rimanendo “complessivamente silente”.
Uno dei funzionari citati da Politico lo ha descritto come “scettico” e “preoccupato” sulle possibilità di successo dell’operazione e in generale contrario alla guerra contro l’Iran. Un altro esponente dell’amministrazione ha però sottolineato che il ruolo del vicepresidente è offrire al presidente diversi punti di vista prima della decisione finale, aggiungendo che, una volta definita la linea, Vance si è pienamente allineato alla Casa Bianca.
Lo stesso Trump ha riconosciuto una differenza di approccio, affermando che il vicepresidente era “filosoficamente un po’ diverso” e “forse meno entusiasta”, pur restando favorevole all’operazione. Lo scetticismo di Vance verso le operazioni
militari statunitensi deriva anche dalla sua esperienza come marine in Iraq e da anni di dichiarazioni pubbliche contrarie a nuovi interventi in Medio Oriente.
In passato aveva definito un “errore” i bombardamenti statunitensi contro gli Houthi e aveva sostenuto che una guerra con l’Iran sarebbe “costosa” e una distrazione strategica per gli Stati Uniti. Negli ultimi giorni, pur difendendo l’operazione contro Teheran, il vicepresidente ha ribadito che l’obiettivo dell’amministrazione è limitato alla distruzione delle capacità nucleari iraniane in tempi rapidi e che Washington
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
“NON CI SAREBBE RAGIONE DI PRENDERE SUL SERIO TALE FENOMENO SE NON AVESSE QUALCHE INFLUENZA SUL DESTINO DEL MONDO, CIOÈ DI NOI TUTTI. PETER THIEL È UOMO POTENTE, VICINISSIMO ALL’INQUILINO DELLA CASA BIANCA. E GLI APOCALITTICI RELIGIOSI HANNO FORNITO UN CONTRIBUITO NON SECONDARIO ALLA ELEZIONE DI TRUMP, CHE RICAMBIA E NON DISDEGNA L’IMMAGINE DI ‘UNTO DEL SIGNORE”
Teorico del transumanesimo, Thiel vede nell’ecologismo, nel socialismo e nell’islamismo i
segni di un male assoluto che avanza, spingendo il pianeta sull’orlo dell’abisso; fino a identificare “in qualcuno come Greta Thunberg” le sembianze dell’Anticristo e in Donald Trump l’ultimo argine che può fermare o almeno rallentare la fine del mondo.
Questa curiosa versione laica dell’Apocalisse nell’America odierna si intreccia politicamente con la corrente del “sionismo cristiano”, branca per nulla marginale degli influenti gruppi dell’evangelismo protestante.
I sionisti cristiani credono che il completo ritorno degli ebrei nella Terra promessa sia la condizione per l’atteso ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Per questo motivo teologico sostengono incondizionatamente la politica israeliana di annessione di territori palestinesi, finanziano le nuove colonie ebraiche e vedono nell’Iran il nemico definitivo.
Il loro millenarismo li porta ad attendere con ansia la Battaglia Finale, la biblica Armageddon che individuano geograficamente in una località reale, Tel Megiddo, pochi chilometri a sud di Nazareth, nella bassa Galilea.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
IN BASE A UN DECRETO CHE HA FATTO LA MELONI, I GIUDICI HANNO UN FUCILE MOLTO PIÙ CARICO. E IO NON SO SE CI SIANO DUE MELONI IN CIRCOLAZIONE PERCHÉ SE È LA STESSA CHE HA FATTO IL DECRETO CAIVANO, NON PUÒ ESSERE LA STESSA CHE DIFENDE I GENITORI DEL BOSCO”
Trascrizione di un estratto dell’intervento di Marco Travaglio a “Otto e mezzo”
Mi ha divertito molto l’appello contro la casta. La casta politica, di cui la Meloni è il capo, due giorni fa ha salvato da una richiesta della Procura di Palermo, lo stesso procuratore che ha fatto arrestare Messina Denaro ed è stato celebrato da tutti, per acquisire la corrispondenza tra il deputato Romano, di Noi Moderati, e Totò Cuffaro, attualmente agli arresti domiciliari, indagato per corruzione e turbativa d’asta
Il Parlamento ha risposto picche e questo è successo 31 volte su 33 in questa legislatura, sempre ad opera di questa maggioranza, con spesso l’aiuto, come l’altro ieri, dei renziani e dei calendiani.
Quella è la casta, quella che non paga mai, è la politica che è piena di immunità, vere o presunte, e pensare che Romano aveva chiesto alla Camera di concedere l’autorizzazione a procedere, l’hanno negata contro il suo stesso parere.
Nel caso Palamara, sappiamo che la casta politica si è salvata, mentre i magistrati che parteciparono all’incontro con Palamara all’Hotel Champagne furono messi in condizioni di andarsene, di dimettersi dal CSM.
Sappiamo benissimo che i magistrati, quando beccano qualcuno che delinque tra i loro, lo arrestano, lo processano, lo condannano e lo cacciano, mentre i politici lo coprono, quindi la vera casta è la politica, di cui in questo momento, non sempre, ma in questo momento, la Meloni è il capo
Questa riforma fa a pezzi la casta? Ma quando mai? Attualmente i membri politici del CSM sono 10 e coi tre organismi che triplicheranno il CSM diventeranno 26, di cui 23 sorteggiati per finta, perché sappiamo che il Parlamento si farà il listino degli amici della maggioranza e poi tra quelli tirerà fuori 23 amici della maggioranza e questo sarebbe il danno alla casta.
Non parliamo poi delle stupidaggini sulla famiglia nel bosco.
Fino a due anni fa, chi non mandava i figli a scuola rischiava una multa, perché era una contravvenzione l’abbandono scolastico per i genitori nei confronti dei figli. Col decreto Caivano, la Meloni che oggi strilla in difesa di chi viene espropriato dei propri figli, ha trasformato quella contravvenzione, cioè quella multa, in un delitto punito col carcere fino a 2 anni e con la revoca della patria potestà.
Quindi, in base a un decreto che ha fatto la Meloni, i giudici hanno un fucile molto più carico rispetto a quello che avevano prima, perché adesso gli possono togliere i figli per sempre e li possono arrestare, fino a 2 anni di carcere
E io non so se ci siano due Meloni in circolazione o quante Meloni ci siano, perché se è la stessa che ha fatto il decreto Caivano, non può essere la stessa che difende i genitori del bosco perché non mandavano i figli a scuola e si meraviglia se qualcuno gli dice che devono garantire un minimo di convivenza e di diritti e di condizioni scolastiche igienico-sanitarie. È un caso di dissociazione, capisco la disperazione per i sondaggi, però arrivare a questo punto mi sembra cabaret, ecco….
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
MATTEO RENZI: “MELONI È SCHIACCIATA DALL’ABBRACCIO CON TRUMP. C’È DA MESI UNO SCREZIO TRA I SERVIZI SEGRETI DI QUESTO PAESE E LA DIFESA. È UNA COSA ENORME IN UNA SITUAZIONE DI GUERRA” … “TAJANI? INADEGUATO È FARGLI UN COMPLIMENTO. CHATGPT FAREBBE MEGLIO”… “CARLO CALENDA? NON C’È SPAZIO PER LA VANITÀ DI CHI PENSA DI ESSERE DECISIVO E NON LO È”
“Meloni è schiacciata dall’abbraccio con Trump, che è il problema degli Stati Uniti ed è il
problema della premier. L’abbraccio con Trump la disintegra”. Lo ha detto il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Piazzapulita su La7.
‘Gli italiani si stanno rendendo conto del bluff di Meloni’
“Il campo largo vince le prossime elezioni perché gli italiani si stanno rendendo conto del bluff di Meloni”. Lo ha detto il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Piazzapulita su La7.
‘C’è da mesi uno screzio tra i servizi segreti di questo Paese e la Difesa’
“C’è da mesi uno screzio tra i servizi segreti di questo Paese e la Difesa. È una cosa enorme in una situazione di guerra”. Lo ha detto il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Piazzapulita su La7. Sul ministro Antonio Tajani, ha aggiunto: “io un ministro così insulso… propongo che Meloni sostituisca il ministro degli Esteri con Chat Gpt. Inadeguato è fargli un complimento. Chat Gpt farebbe meglio”.
‘No alla lotta nel fango, alle politiche è sfida tra Meloni e centrosinistra’
“Se uno dovesse stare ad ascoltare le dichiarazioni di Calenda e fare la controdichiarazione fa una vita grama e meschina. E io non voglio fare la lotta nel fango. Nello snodo decisivo che l’Italia avrà tra un anno, non c’è spazio per la vanità di chi pensa di essere decisivo e non lo è. O vince la Meloni, o c’è il centrosinistra che deve togliersi di dosso la paura di vincere”.
Così il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Piazzapulita su La7 commentando una dichiarazione del leader di Azione Carlo Calenda e riferendosi alle prossime elezioni politiche.
“Dobbiamo fare le primarie. Ho sentitio Conte, ha le sue posizioni. Ho sentito Schlein. Noi abbiamo le nostre proposte riformiste. Immagino che Conte e Schlein vogliano correre. Vediamo tra i riformisti se ci sarà qualche sindaco o sindaca che correrà”.
Così il leader di Italia Viva Matteo Renzi a Piazzapulita su La7 parlando del futuro del campo largo in vista delle politiche. A chi chiede un commento sulla possibile corsa di Silvia Salis alle primarie, risponde: “se si parla di sindaca è più facile parlare della Salis, ma lei ha detto che non vuole farlo. È la Salis che decide. Se ci fosse un sindaco o una sindaca a correre per le primarie non sarebbe male. Per vincere ci vuole anche il centro, se stiamo tutti schiacciati sulla sinistra non si vince”.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA SCORTA DELLA PREMIER È GUIDATA DA GIUSEPPE NAPOLI DETTO PINO, MARITO DI PATRIZIA SCURTI, LA SEGRETARIA-OMBRA DELLA DUCETTA … MENO MALE CHE ORAZIO MUSUMECI, IL TALE CHE HA AVVICINATO LA SORA GIORGIA, È UN MEZZO SVALVOLATO CHE DICE DI ESSERE IL 13ESIMO CAPO DELLO STATO, E NON UN TERRORISTA, CHE AVREBBE POTUTO COLPIRE INDISTURBATO IN UNA SALA CON VARI MINISTRI E IL PRESIDENTE DEL SENATO
Facendosi beffa della polizia presente in massa, della digos, dei servizi segreti, il signor Orazio Maurizio Musumeci è arrivato a contatto con la premier.
È salito sul palco senza che nessuno lo fermasse, si è avvicinato a Meloni, le ha allungato la mano e, con tutta calma, si è presentato: «Musumeci, Orazio Musumeci» le ha consegnato un libro e, prima di allontanarsi (da solo) indisturbato, è riuscito a dire vicino al microfono: «Aspetto le dimissioni di Mattarella».
Un incidente che non dovrebbe accadere in un posto super-controllato, con la premier, la seconda carica dello Stato in prima fila (Ignazio la Russa), il ministro Nordio e decine di personalità politiche di FdI.
Soprattutto ora che è scattato l’allarme per i lupi solitari che potrebbero uccidere in nome dell’Iran. Per fortuna il signor Musumeci è una persona pacifica, magari un po’ svitato a giudicare dai social dove informa di essere il 13esimo capo dello Stato. E dove posta il resoconto delle sue vicende giudiziarie dopo il licenziamento dall’Enel, e le denunce «contro tutto il vertice dello Stato per truffa». E pensare che aveva pure annunciato in un video quello che avrebbe fatto, «una sorpresa all’onorevole Meloni». Per questo «faccia a faccia» si era messo in fila con gli altri, piazzandosi sotto il palco.
Nessuno della sicurezza — di cui è responsabile Pino Napoli, il marito di Patrizia Scurti, la storica assistente della premier — che abbia pensato a una minaccia e sia intervenuto per bloccarlo, anche se il povero Musumeci non aveva cattive intenzioni.
Se fosse stato un malintenzionato, avrebbe avuto la via libera e tutto il tempo per colpire. La premier se l’è cavata con una smorfia delle sue […] e ha iniziato il comizio come se nulla fosse e senza avere una battuta pronta. Solo una volta sceso dal palco, Musumeci è stato identificato
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
“TRUMP È UN DEBOLE, IL SUO NARCISISMO E LA MANCANZA DI INIBIZIONI SONO TIPICHE DELLE PERSONE SOCIOPATICHE” … “IL SUO RAPPORTO CON LE DONNE? GLI SERVONO. MELANIA? ZIO DONALD AMA SOLO SE STESSO” … “SONO CERTA CHE SIA COINVOLTO NEL CASO EPSTEIN. MA IL PRESIDENTE FARÀ QUALSIASI COSA PERCHÉ NON SI SAPPIA. SA COME MANOVRARE LE PERSONE”
«Macché caratteraccio. Mio zio Donald Trump mostra tutti i sintomi di un disturbo di personalità, a cui negli ultimi mesi si sono aggiunti altri segnali clinici inquietanti. È un uomo abituato a falsificare la realtà, bisognoso di continue conferme e vendicativo quando non le trova. È esattamente quello che suo padre Fred voleva che fosse».
Mary Trump sa di cosa parla. Psicologa clinica, un dottorato al Derner institute, è la nipote del presidente degli Stati Uniti, che ha scatenato la guerra contro l’Iran: suo papà Freddy era il fratello maggiore di Donald. E soprattutto, è l’autrice di Sempre troppo e mai abbastanza: come la mia famiglia ha creato l’uomo più pericoloso del mondo (Utet), il libro appena pubblicato in Italia che quando uscì negli Stati Uniti, nel 2020, sbancò in 24 ore le classifiche di vendita.
Nel suo mémoire, Mary ripercorre la storia della famiglia Trump, rivelando da dove nascono il carattere e il patrimonio (frodi fiscali comprese) di quello che è diventato l’uomo più potente del pianeta. Risultato: il presidente le ha fatto causa per 100 milioni di dollari, contenzioso ancora in corso.
Al centro di tutto, spiega Mary, c’è suo nonno Fred Trump senior, imprenditore immobiliare di successo. L’uomo che dopo aver distrutto la vita del primogenito Freddy, il padre di Mary, morto alcolista a 42 anni, eliminò il suo ramo familiare dal testamento. L’uomo che insegnò al giovane figlio Donald, studente mediocre e imbonitore di talento, che «per diventare un re, devi essere un killer».
Un killer?
«Era la prima regola del nonno: se persegui un obiettivo, i diritti non valgono, non ci sono regole, conta solo il risultato. È diventato il motto di Donald, anche adesso che è presidente».
Che padre fu Fred senior per i suoi cinque figli?
«Intanto le mie zie Maryanne ed Elizabeth per lui neanche esistevano, era misogino fino al midollo. Quanto ai tre maschi, mio padre Freddy, zio Donald e zio Robert, s’interessava a loro solo se mostravano di sposare i suoi interessi. Che poi si riducono a uno: il denaro».
La rabbia di Trump, racconta nel libro, c’entra con una ciotola di purè.
«Donald aveva 7 anni, era a tavola con i fratelli e continuava a fare dispetti. Era esasperante, nessuno riusciva a farlo smettere. Così papà, che era un ragazzino, fece la prima cosa che gli saltò in mente: prese la ciotola di purè e gliela versò in testa. Tutti scoppiarono a ridere, non la smettevano più. Donald la visse come un’umiliazione insostenibile. Fu allora, mi raccontò mia zia Maryanne, che dentro di lui scattò il senso di rivalsa che mostra ancora oggi: nessuno l’avrebbe mai più messo all’angolo»
Il piccolo Donald cercava attenzione?
«Sì, perché è cresciuto senza amore. Per essere apprezzato da Fred, imitava il padre in tutto. Tranne, quando il nonno si ammalò di Alzheimer, cominciare a deriderlo. Aveva imparato la lezione: adulare i potenti, schiacciare i deboli».
Poi, arrivò il reality show.
«The Apprentice creò un mito, quello dell’imprenditore di successo. In tv, l’arroganza di Donald sembrò un segno di forza. In realtà, Trump è un debole».
Possibile?
«Mi creda, è incapace di gestire un conflitto, non ha le competenze per farlo. L’importante, per lui, è non ammettere la sconfitta, anche perché è stato educato a non rispondere mai delle proprie azioni. Un giorno nonna Mary mi confidò: “Donald la farebbe franca anche se ammazzasse qualcuno”. È un uomo che manipola patologicamente la realtà».
Sta parlando da psicologa?
«Il suo narcisimo e la mancanza di inibizioni sono tipiche delle persone sociopatiche. E oggi i discorsi confusi e i pisolini in pubblico fanno pensare al progredire di una malattia degenerativa».
Eppure, ha stravinto le elezioni.
«Ha carisma, o almeno lo aveva, il gradimento adesso non supera il 40%. Si circonda di persone che lo ossequiano per interesse: soldi, potere. E poi, sa come tenere sulle spine chi lo circonda».
Cioè?
«Glielo insegnò il nonno: in una stanza, sii sempre l’unico che sta seduto. Ha presente le foto nello Studio Ovale?».
Che cos’è la famiglia, per lui?
«Niente, a meno che non porti affari».
Che rapporto ha con le donne
«Gli servono. La prima volta che incontrai Melania a cena stavano insieme da poco: non le rivolse mai la parola».
Trump ama sua moglie?
«Trump ama solo se stesso».
È coinvolto nel caso Epstein, ma non sono emersi illeciti. Secondo lei c’è di più di quanto è stato rivelato?
«Ne sono certa, e non solo io. Ma il presidente farà qualsiasi cosa perché non si sappia. Sa come manovrare le persone».
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
ROBERT MAXWELL, PADRE DELLA STORICA COMPAGNA DI EPSTEIN,GHISLAINE, MORÌ IN CIRCOSTANZE MISTERIOSE, CADENDO DAL SUO YACHT NEL 1991: C’È CHI IPOTIZZA CHE ABBIA RICATTATO IL MOSSAD MINACCIANDO DI RIVELARE ALCUNI SEGRETI, E CHE GLI AGENTI L’ABBIANO UCCISO (È SEPPELLITO SUL MONTE DEGLI ULIVI A GERUSALEMME)
L’amicizia tra Epstein e Barak, che è stato primo ministro d’Israele tra il 1999 e il 2001 e
ministro in vari governi, è durata a lungo e i documenti rivelano decine di email tra loro, che coinvolgono anche la moglie del politico, Nili Priel Barak, e vari collaboratori.
Tra il 2015 e il 2019, dopo che Epstein era stato incriminato per induzione alla prostituzione, Barak e la moglie sono stati ospiti fissi di un appartamento del finanziere nel centro di New York. Il personale lo chiamava “l’appartamento di Ehud”, rivela un’email.
Gli scambi sono continuati fino a poche settimane prima del secondo arresto di Epstein, nel 2019. A giugno Priel Barak lo informava del loro arrivo nell’appartamento il 21 di quel mese, circa due settimane prima dell’arresto.
A quanto pare i due parlavano, oltre che di affari, anche di demografia e trasferimento di popolazioni. In una registrazione audio di tre ore, presumibilmente risalente alla metà degli anni dieci del 2000, Barak fa riferimento alla volontà di Israele di alterare l’equilibrio demografico del paese facendo arrivare un milione di ebrei dalla Russia, che avrebbero contrastato il pericolo di una “maggioranza araba”. La cosa positiva, aggiungeva, era che tra loro ci sarebbero state anche “molte ragazze giovani e carine”.
Barak non è l’unico personaggio pubblico israeliano che faceva parte della rete di potere di Epstein. Anche Yoni Koren, collaboratore di Barak e ufficiale dell’intelligence militare israeliana, ha frequentato regolarmente l’appartamento di New York e alcune email rivelano che il finanziere gli avrebbe pagato le cure per il cancro nel 2012.
Ma i legami di Epstein con Israele risalgono a molto prima, rivelano i documenti. Ghislaine Maxwell, compagna di Epstein condannata nel 2022 a venti anni di detenzione per aver organizzato con lui lo sfruttamento sessuale di minorenni, è figlia di Robert Maxwell, potentissimo editore britannico che aveva investito grandi somme nell’economia israeliana ed era sospettato di avere rapporti con l’intelligence del paese.
Maxwell morì in circostanze misteriose cadendo dal suo yacht nel 1991 e alcuni osservatori ipotizzano un coinvolgimento del Mossad. Secondo questa teoria i servizi d’intelligence esterni di Israele l’avrebbero ucciso dopo che Maxwell li aveva ricattati minacciando di rivelare dei segreti se non l’avessero aiutato a ripagare i suoi debiti, che lui aveva già cercato di coprire impossessandosi illecitamente dei fondi pensione dei suoi dipendenti.
Lo stesso Epstein sembra convalidare questa ipotesi in un’email del 2018 in cui scrive che Maxwell aveva chiesto al Mossad 400 milioni di sterline per salvare il suo “impero in rovina”, altrimenti avrebbe rivelato “tutto quello che aveva fatto per loro”.
(da agenzie)
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