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REFERENDUM, TRAVAGLIO E I 15 MOTIVI PER VOTARE NO

Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile

“VI PIACE FARVI PRENDERE PER IL CULO?”

Al Teatro Italia di Roma, nell’ambito della maratona “La Costituzione è nostra”, organizzata per mobilitare il No al referendum sulla giustizia, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio interviene con un discorso argomentato contro la riforma costituzionale Nordio-Meloni.
L’evento, che riunisce artisti, intellettuali e giornalisti, rappresenta uno degli ultimi appuntamenti pubblici prima del voto del 22 e 23 marzo sul referendum confermativo della legge che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio Csm e l’Alta Corte disciplinare.
Travaglio, dal palco, elenca in modo sistematico i 15 motivi per bocciare la riforma, definendola un’operazione che indebolisce l’indipendenza della magistratura a vantaggio della politica.
Ecco la trascrizione integrale:
“Per sempre No.
Votiamo No alla riforma Nordio-Meloni, perché, dividendo le carriere dei magistrati, i pubblici ministeri diventeranno, come dice Nordio, avvocati dell’accusa, verranno educati separatamente dai giudici ad accusare e incastrare più gente possibile, trascurando gli elementi a favore dell’indagato che oggi sono obbligati a cercare, perdendo l’imparzialità e l’attenzione alla verità processuale che li accomuna ai giudici.
Così saranno più giustizialisti, più autoreferenziali, avranno addirittura un Csm tutto per sé e si promuoveranno in autonomia assoluta, commetteranno più errori, indurranno anche i giudici a sbagliare di più.
Infatti i migliori magistrati negli ultimi 50 anni sono stati sia pm sia giudici: Falcone, Borsellino, Livatino, Caselli, Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Turone, Maddalena, Galli, Occorsio, Sansa, Almerighi, Gratteri e tanti altri.
Due: votiamo No perché la riforma, come ammette lo stesso Nordio, non c’entra
niente con l’efficienza e la rapidità della giustizia. In compenso, affida il lavoro che oggi svolge un Csm a ben tre organi costituzionali: Csm dei giudici, Csm dei pm e Alta corte disciplinare, moltiplicando i posti da 33 a 78 e i costi della casta da circa 50 milioni a circa 150 milioni di euro l’anno, senza risolvere nessuno dei gravi problemi che affliggono la giustizia.
Tre: No perché la riforma, lo confessa Nordio, riequilibra i poteri fra politica e magistratura a favore della politica e a discapito della magistratura, per restituire alla politica il suo primato costituzionale che però nella Costituzione non esiste. Nella Costituzione all’articolo 3 c’è il primato della legge che è uguale per tutti, politici in primis.
Quattro: No perché nei paesi con le carriere separate, escluso il Portogallo, i pm dipendono dal governo.
Cinque: No, perché Nordio, Tajani, Bartolozzi hanno già dichiarato che, dopo aver incassato da noi cittadini ignari l’assegno in bianco del Sì, completeranno l’opera con leggi ordinarie e impediranno che un ministro sia indagato. Nordio cita il caso di Mastella nel governo Prodi 2, spiegando alla Schlein che la svolta converrà anche al centrosinistra quando tornerà al governo. Toglieranno ai pm (lo promette Tajani) la direzione della polizia giudiziaria, che così rientrerà sotto il governo, Viminale, Difesa, Ministero dell’Economia e addio indagini sul potere. E poi faranno decidere alla maggioranza parlamentare, cioè al governo, i criteri di priorità sui reati da perseguire e da tralasciare (vedi legge Cartabia, proposta di Bartolozzi), così sottoporranno le procure al governo senza neppure il fastidio di cambiare un’altra volta la Costituzione.
Sei: No, perché nei due Csm e nell’Alta Corte disciplinare i membri togati verranno scelti a caso col sorteggio secco fra i magistrati in servizio, mentre quelli laici continueranno a essere nominati dai partiti tra i loro fedelissimi, estratti da una lista (non sappiamo quanto lunga, ce lo diranno dopo), approvata dalla maggioranza, cioè dal governo.
Sette: No, perché l’Alta Corte, 15 membri, 9 togati e 6 laici, avrà una percentuale di membri scelti dai politici superiore rispetto a quella prevista attualmente dalla Costituzione. Nel Csm attuale sono un politico su tre, con la riforma saranno due politici su cinque: i politici passano dal 33 al 40%
Otto: No, perché l’Alta Corte disciplinare è scritta coi piedi. Del resto, basta vedere chi l’ha scritta. Resta l’articolo 107 della Costituzione, che lascia al Csm il potere esclusivo di radiare, trasferire o sospendere i magistrati per gravi infrazioni disciplinari, ma l’articolo 4 affida il potere disciplinare all’Alta Corte, che così, paradossalmente, non solo non sarà più severa, ma non potrà più infliggere ai magistrati che sbagliano nessuna delle tre sanzioni più pesanti: solo buffetti, come dice Nordio.
Nove: No, perché oggi i magistrati condannati dal Csm possono ricorrere, come ogni cittadino, in Cassazione, ma la riforma lo vieta. Contro le sanzioni dell’Alta Corte i magistrati potranno ricorrere solo davanti alla stessa Alta Corte che li ha appena puniti. Gli chiederanno se per caso vuole cambiare idea: bella terzietà di giudizio.
Dieci: No, perché l’Alta Corte non serve a nulla se non a intimidire i magistrati. Oggi il Csm in Italia è il più severo fra quelli dei paesi europei, paragonabili al nostro. Sanziona in media lo 0,5% dei magistrati ogni anno contro lo 0,2% della Spagna, lo 0,1% della Francia e lo 0,002% della Germania. Se Nordio lo volesse ancora più severo, gli basterebbe impugnare più assoluzioni di quelli che impugna e promuovere più azioni disciplinari di quelle che promuove. Invece attiva la metà delle azioni disciplinari di quelle che attiva il procuratore generale della Cassazione: Nordio il 33% e il pg della Cassazione il 67%. Fa un decimo delle impugnazioni che fa il pm,: su 184 sentenze del Csm, Nordio in questi tre anni ne ha appellate sei e il pg 54. Invece di blaterare di giustizia domestica, facesse il suo mestiere.
Undici: No, perché non sono i magistrati che non pagano. I magistrati in Italia non hanno alcuna immunità, vengono indagati, arrestati, intercettati, perquisiti e condannati come ogni altro cittadino. Sono i politici che non pagano mai. In tre anni e mezzo con questo governo le destre, spesso unite ad Azione e Italia Viva, hanno negato 54 autorizzazioni a procedere su 59 per parlamentari indagati anche per gravissimi reati.
Dodici: No, perché i casi di cronaca citati da quelli del Sì, cioè Garlasco, migranti in Albania, Sea Watch, i bambini nel bosco, sarebbero stati identici anche se fosse stata in vigore la riforma Nordio, che non tocca né le norme penali, né quelle civili, né quelle minorili, né quelle processuali, che hanno originato quelle decisioni
Tredici: No, perché gli errori giudiziari non sono le fisiologiche valutazioni differenti dei magistrati nei vari gradi di giudizio, che fra l’altro smentiscono la leggenda dell’appiattimento dei giudici sui pm per via della loro colleganza attuale. Oltre il 50% delle decisioni dei giudici contraddicono le richieste dei pubblici ministeri. Sono rari i casi di errore giudiziario, perché gli errori giudiziari sono gli scambi di persona, solo quando si prende per vera una prova falsa, quando si capisce male un’intercettazione, quando si prende per vero un testimone falso. E non si risolvono questi errori cambiando la Costituzione, ma con gli innumerevoli gradi di giudizio che abbiamo e dopo la condanna definitiva si risolvono con il processo di revisione, che è rarissimo anch’esso.
Sette condanne annullate all’anno, lo 0,12% ogni milione di abitanti. In Inghilterra sono lo 0,3%, quindi il triplo, negli Stati Uniti lo 0,44%, cioè il quadruplo, e sono paesi con le carriere separate.
Idem per le ingiuste detenzioni, cioè per le custodie cautelari subite da indagati che poi anni dopo vengono assolti. Ogni anno ne vengono accertate l’1,15% dei casi di arresto contro il 4% della Francia, che ha le carriere separate. Quindi la riforma non c’entra niente neppure con questo: il problema si risolve ovviamente con lo Stato che risarcisce e poi si rivale sul magistrato se ha sbagliato per dolo o colpa grave.
Quattordici: No, perché il voto è unico domenica e lunedì, in blocco: basta avere un dubbio su uno solo dei punti che fin qui abbiamo toccato per bocciare la riscrittura praticamente irreversibile di ben sette articoli della Costituzione, per giunta per mano di questi padri ricostituenti semi-analfabeti.
Quindici,: No alle bugie sparate dal governo e dai suoi complici per convincerci a votare Sì, trattandoci da idioti. La vera domanda a cui dobbiamo rispondere domenica e lunedì nel segreto dell’urna è molto semplice: vi piace farvi prendere per il culo? La risposta mi pare ovvia..
(da Il Fatto Quotidiano)

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NELL’ARMATA BRANCA-MELONI, GIUNTA AL QUARTO ANNO DI POTERE, I REGOLAMENTI DI CONTI NON AVVENGONO SOLO TRA “VIA DELLA SCROFA E “FIAMMA MAGICA”, TRA SALVINI E LA DUCETTA. CHI AVEVA INTERESSE A COLPIRE IL VICEMINISTRO DEGLI ESTERI IN QUOTA FDI, EDMONDO CIRIELLI, RENDENDO PUBBLICA SULLE COLONNE DEL “CORRIERE DELLA SERA”, LA NOTIZIA DEL SUO INCONTRO CON L’AMBASCIATORE RUSSO IN ITALIA ALEKSEJ PARAMONOV?

Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile

A VOLERE LO SCALPO DELL’EX GENERALE DI BRIGATA DEI CARABINIERI SONO IN TANTI, DATO CHE IL SUO CARATTERE FUMANTINO STA SUL GOZZO SIA AI CAMERATI D’ITALIA SIA A FORZISTI ITALIOTI… IL SILURO DIRETTO ALLE PARTI BASSE DI CIRIELLI È “MADE IN CIOCIARIA”

A chi faceva comodo rendere pubblica, sulle colonne del “Corriere della Sera”, la notizia dell’incontro tra il viceministro degli Esteri in quota FdI. Edmondo Cirielli, e l’ambasciatore russo in Italia Aleksej Paramonov?
Incontro, va subito sottolineato, che rientra del tutto nelle deleghe di un viceministro degli Esteri, avvenuto per di più nelle sale della Farnesina, alla presenza di due funzionari, quindi dopo un giorno di polverone mediatico, tutto è scivolato nell’oblio.
Secondo il quotidiano di Cairo, l’iniziativa dell’ex candidato del centrodestra in Campania “non era concordata” e Giorgia Meloni, all’oscuro del faccia a faccia, sarebbe montata su tutte le furie.
Cazzata col botto! L’incontro era, invece, noto al ministro degli Esteri Antonio Tajani e la replica di Cirielli è stata secca: “Non devo giustificarmi, perché ovviamente non prendo queste iniziative da solo: ho agito a nome del governo.
È capitato almeno un’altra volta, un anno fa, sempre su loro richiesta. Mi sembra una polemica strumentale da parte della sinistra”.
Chi aveva interesse a mettere in difficoltà l’ex generale di brigata dei Carabinieri? A volere il suo scalpo sono in tanti, dato che il carattere fumantino di Cirielli sta sul gozzo sia ai compagni di partito di Fratelli d’Italia sia agli alleati di Forza Italia.
L’ipotesi più suggestiva in modalità jamesbondiana vede nella solita manina russa la ragione dell’articolo del “Corriere”.
Ma non ci sono riscontri e soprattutto non regge: la presenza dell’ambasciatore al ministero degli Esteri è avvenuta sotto gli occhi di tutti, uscieri compresi.
Un’altra pista suggerisce Fratelli d’Italia, dove è stato ribattezzato “il Maligno” dai camerati campani che ricordano ancora lo schiaffo di Amalfi mollato da Cirielli nel 1996 a Maurizio Gasparri, allora parlamentare di An.
Cirielli è finito ai ferri corti pure con Sangiuliano, per la vicenda della sua casa di campagna demolita per essere ricostruita nonostante fosse vincolata.
La questione arrivò, nel 2024, fino al Consiglio di Stato dove fu accolto il ricorso presentato dal Ministero della Cultura guidato allora da ‘’Genny Delon”.
Inoltre Cirielli, che ha buoni rapporti con La Russa e Crosetto (“Lui è un cavallo di razza, a lui io affiderei il destino dei miei figli”), non è nel cuore di Giorgia Meloni che avrebbe preferito come candidato per la Regione Campania (vinta da Roberto Fico), l’ex ministro della Cultura.
Una scelta che non è mai andata giù nemmeno a Fulvio Martusciello, potente segretario regionale di Forza Italia che aizzò la polemica ricordando gli insulti di Cirielli a Berlusconi riportati nel libro “Fratelli di Chat” di Giacomo Salvini (“Bisogna attaccare Forza Italia e Berlusconi. Basta appecoronarsi a questi banditi ladri”)
Dichiarazioni che i forzisti non gli hanno mai perdonato, a partire da Tajani che lo detesta anche in fotografia accusandolo di “allargarsi” rispetto alle sue deleghe, come quando pontifica sul “Piano Mattei”.
Ed è la più convincente ipotesi: nell’Armata Branca-Meloni i regolamenti di conti non avvengono solo tra Fratelli d’Italia e Lega, ma anche tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il siluro diretto alle parti basse, non battute dal sole, di Cirielli è “made in Ciociaria”…
(da agenzie)

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PUTIN FA RIPIOMBARE MOSCA AI TEMPI DELL’UNIONE SOVIETICA. IL BLOCCO DI INTERNET E IL BANDO DI TELEGRAM NELLA CAPITALE RUSSA SAREBBE STATO SUGGERITO A “MAD VLAD” DAI SERVIZI SEGRETI, ANSIOSI DI COSTRUIRE UN “GULAG DIGITALE” NEL QUALE IL LIBERO ACCESSO ALLA RETE DIVENTERÀ UN PRIVILEGIO PER POCHI

Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile

DIETRO AL BLACKOUT DELLA RETE CI SONO DUE MOTIVI: LE CRESCENTI PARANOIE DI PUTIN DI ESSERE TRACCIATO E FATTO FUORI, COME ACCADUTO AD ALI KHAMENEI A TEHERAN, E L’IMPROVVISA DISCESA DEL DITTATORE RUSSO NEI SONDAGGI (PERFINO IL CENTRO GOVERNATIVO “VTSIOM” QUOTA IL SUO GRADIMENTO AL 32%)

«Non ti porteranno più il sushi alle tre di notte, invece ti busseranno alla porta alle quattro», dice Mikhail (nome di fantasia ovviamente), un imprenditore nel campo informatico moscovita.
L’allusione macabra agli arresti notturni dell’epoca dello stalinismo ironizza su un orgoglio dei moscoviti: qualunque cibo portato a casa con un click, a qualunque ora, con un corriere o addirittura un robottino, il simbolo della Mosca benestante ed efficiente del putinismo.
Ora, nella Rete russa girano esilaranti clip sui ventenni che cercano di orientarsi srotolando cartine cartacee. Non è uno scherzo: le vendite di cartine e guide sono schizzate, insieme a quelle di cercapersone e telefoni fissi.
Chiamare un taxi nel centro di Mosca è diventato impossibile, e mentre si stanno assumendo centralinisti per prendere prenotazioni telefoniche, nella periferia sono riapparsi i “bombila”, i tassisti clandestini di sovietica memoria, che raccattano passeggeri dal bordo strada. Si paga in contatti, i terminal delle carte di credito non funzionano
Perfino la Duma è rimasta senza Internet. Agli utenti arrivano Sms: «Sono in corso
limitazioni temporanee al traffico dati e rete mobile, dettate da motivi di sicurezza». Ma il temporaneo è sempre la cosa più duratura, recita un vecchio detto russo, e in attesa di attivare la «lista bianca» dei siti sempre accessibili (amministrazione pubblica, banche, trasporti), il primo canale tv pubblicizza l’iniziativa dei deputati di ripristinare le cabine telefoniche.
Attivisti di ogni spettro, dai comunisti ai liberali, hanno chiesto l’autorizzazione a scendere in piazza il 29 marzo, contro il blocco di Internet e il bando – non ancora ufficiale, ma di fatto già in corso – di Telegram, l’app di messaggistica utilizzata letteralmente da tutti, dai dissidenti ai propagandisti e dai militari agli spacciatori.
Per ora, tutti si sono sentiti rispondere “niet”: a Mosca a causa di un’ordinanza “antiepidemiologica” dei tempi della pandemia, a Novosibirsk per via della tutela degli alberi, a Irkutsk per paura di un numero eccessivo di partecipanti e a Barnaul, più banalmente, con la spiegazione che le autorità «non hanno violato la legge» e quindi la protesta è infondata.
Del resto, in numerose città russe la rete mobile era stata oscurata, in tutto o in parte, già l’estate scorsa, per contrastare i droni ucraini. Mosca però continuava a ordinare il sushi e a guardare i dissidenti su YouTube. «In Rete fioriva la libertà russa, ciascuno si faceva il proprio ecosistema e se lo portava sempre dietro», scrive Leonid Parfyonov, giornalista e studioso dei costumi postsovietici.
Fuori, Vladimir Putin stava rimpiangendo e ricostruendo l’Unione Sovietica, ma nello smartphone si continuava a leggere e discutere, con qualche precauzione come il Vpn per vedere siti e social censurati.
Oggi, l’unico servizio di messaggistica è “Max”, creato e controllato dai Servizi. La sparizione del traffico dati in quanto tale però non si può aggirare, e Parfyonov parla di «passo decisivo dall’autoritarismo al totalitarismo».
La politologa d’opposizione Ekaterina Shulman riassume il patto sociale del putinismo così: «I russi sono i consumatori più esigenti e i cittadini più passivi». Il paradiso dei consumi digitali era la ricompensa per il consenso, e infatti il “Cigno Scarlatto” fa sapere che non è contrario alla guerra in Ucraina o al regime di Putin.
Questa volta, il Cremlino è riuscito a far arrabbiare i suoi stessi fan, e nelle chat Telegram ha fatto scalpore l’outing di Ivan Remeslo, un blogger propagandista che all’improvviso ha dichiarato che Putin dovrebbe venire «processato come criminale di guerra».
Qualcuno ci vede un segno della spaccatura nel gruppo dirigente putiniano: perfino l’ineffabile Dmitry Peskov ha criticato il bando di Telegram, usato peraltro dalla propaganda russa all’estero, e dai militari al fronte.
Mikhail, che ha contratti con il governo, non ha dubbi: gli unici che possono ignorare a questo punto gli umori dei russi, e addirittura le necessità dei militari, sono i falchi dei servizi segreti, ansiosi di costruire un “Gulag digitale” nel quale il libero accesso alla Rete diventerà un privilegio per pochi
A Mosca gira voce che a convincere Putin ad accelerare il passaggio al “modello cinese” sia stato proprio l’Fsb, per due motivi. Il primo è l’improvvisa discesa del dittatore russo nei sondaggi: perfino il centro governativo VtsIOM lo quota al 32%. E il secondo è l’attacco all’Iran, nel corso del quale gli americani hanno utilizzato i dati della Rete per stanare Ayatollah e pasdaran.
(da agenzie)

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ALTRO COLPO DI MANO DEL GOVERNO MELONI: TRAMITE IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO, METTE LE MANI ANCHE SULLA SCUOLA SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA, CHE FORMA LE TOGHE

Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DELLA CONSULTA SILVANA SCIARRA SI DIMETTE DAL DIRETTIVO E IL SUO POSTO VA AL PROFESSORE LECCESE MAURO PALADINI DEL “CENTRO STUDI LIVATINO”, NOTO PER LE SUE POSIZIONI CONSERVATRICI SU TEMI COME L’ABORTO E IL FINE VITA E VICINISSIMO A MANTOVANO (ANCHE LUI SALENTINO)

L’esito è quel che conta: al termine di una tesissima seduta di circa un’ora e mezza, la Scuola superiore della magistratura, organo che si occupa della formazione dei magistrati, ha eletto nuovo presidente il professor Mauro Paladini, che si è candidato in opposizione all’uscente ex presidente della Consulta, Silvana Sciarra. Dopo l’esito, Sciarra ha dato le dimissioni dal direttivo, lasciando così la Scuola e rendendo palese la profondità dello strappo.
Paladini, professore milanese ma originario di Lecce, è fiero esponente del centro studi Rosario Livatino e vicinissimo al suo fondatore, il sottosegretario Alfredo Mantovano (anche lui leccese) e noto per le sue posizioni estremamente conservatrici, in particolare su temi come l’aborto e il fine vita, tanto da essere conosciuto per aver definito – proprio durante una lezione della Scuola – i bambini nati con maternità surrogata «corpi di reato». In questi mesi, poi, è stato tra i frontman per il Sì, insieme al comitato “Si riforma” che fa capo al centrodestra.
Per capire come il putch sia stato possibile, però, vanno spiegate le dinamiche interne alla Scuola. L’istituzione esiste da quattordici anni e da sempre, per tradizione, è presieduta da un ex presidente della Consulta (Valerio Onida per primo, poi Gaetano Silvestri e Giorgio Lattanzi).
A votare sono i componenti del comitato direttivo, sette (sei magistrati e un professore) scelti dal Csm e e cinque dal ministero della Giustizia (un magistrato, due professori e due avvocati). Il regolamento prevede che il presidente venga ri-eletto a distanza di due anni ma in passato la conferma era passata senza questioni. Non nel caso di Sciarra, criticata dalla componente ministeriale per le sue posizioni considerate troppo aperte,
L’operazione è riuscita sul filo dei voti: Paladini è stato votato dai cinque componenti “ministeriali” e ha ottenuto anche quello della toga di Cassazione Loredana Nazzicone, eletta dal Csm e vicina a Magistratura indipendente.
Quando ha saputo dell’orientamento di Nazzicone, con cui in passato i rapporti non sarebbero stati sereni, Sciarra ha rinunciato ha ritirare la scheda di voto e ha “perso” per 4 voti a 6. A determinare il risultato, però, è stata una ragione indiretta: la componente eletta dal Csm, infatti, è arrivata menomata al voto per la decadenza di uno dei suoi membri
Alla Ssm, infatti, ha preso servizio per appena quattro giorni Mario Palazzi, toga del gruppo progressista di Area che era stato escluso in un primo momento e poi aveva vinto il ricorso amministrativo contro la delibera del Csm che gli aveva preferito Roberto Peroni Ranchet di Magistratura indipendente.
Il regolamento della scuola prevede che i membri siano collocati fuori ruolo, ma Palazzi – oggi procuratore capo di Viterbo – ha chiesto di poter mantenere il suo ruolo giurisdizionale. Impossibile, secondo il Csm, che ha votato contro la richiesta dopo un dibattito piuttosto polemico.
Risultato: Palazzi decaduto e impossibile ripristinare nel ruolo Peroni Ranchet (che pure si era detto pronto a ritornare alla scuola), quindi un membro in meno che avrebbe potuto sostenere la conferma di Sciarra. In questo modo, anche con il voto di Nazzicone a favore di Paladini, l’ex presidente della Consulta avrebbe votato e infine prevalso per anzianità.
Il risultato, dunque, è che la Scuola superiore della magistratura rompe la prassi di avere come guida un ex membro della Corte costituzionale e, con questa nomina, assume indirettamente connotati politici anche legati al referendum, visto che il neopresidente è pubblicamente in campo per il Sì. Per il futuro, si vedrà quando i personali orientamenti del presidente impatteranno sulle linee della Scuola
La mancata riconferma di Sciarra, tuttavia, ha provocato un piccolo terremoto dentro il Csm.
I consiglieri hanno scelto il silenzio, ma la mossa ha accentuato la spaccatura tra i togati – che ribadiscono in conversazioni informali la necessità che la scuola rimanga libera da condizionamenti politici e ideologie – e i laici di centrodestra, che anche al momento della sua nomina avevano contestato in plenum la nomina di Sciarra per la presentazione del suo curriculum da presidente in carica.
Un fatto, viene però spiegato, avvenuto perché, per un intreccio di date, i termini per la candidatura si chiudevano prima della conclusione del suo mandato). «Palatini è un professore di fama, ha prevalso il merito. Non è possibile che ogni nomina venga buttata in politica», è il commento che filtra dal centrodestra.
Tra i togati progressisti, invece, il timore è proprio questo: a prescindere dal risultato del referendum, la guida della scuola con un uomo molto vicino a Mantovano – dunque alla presidenza del Consiglio – rischia di essere l’ennesima lunga mano del governo su un organo che incide in modo determinante sulla magistratura, formando le sue nuove leve.
)da agenzie)

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TRUMP STA SCARDINANDO LA CIVILTÀ OCCIDENTALE. LA GUERRA IN IRAN È UN ERRORE STRATEGICO CHE POTREBBE ACCELERARE IL DECLINO DELL’IMPERO AMERICANO

Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile

SE WASHINGTON VENISSE PERCEPITA COME UNA FORZA DESTABILIZZANTE, LA CREDIBILITÀ DELLA LEADERSHIP AMERICANA POTREBBE ERODERSI A VANTAGGIO DELLA CINA – IL SISTEMA DEL PETRODOLLARO POTREBBE CROLLARE, E CON ESSO IL DOMINIO DEL BIGLIETTONE VERDE E DI CONSEGUENZA L’ECONOMIA USA

Nel suo monumentale “Storia della decadenza e caduta dell’impero romano”, lo storico Edward Gibbon sosteneva che gli imperi raramente crollano all’improvviso. Il loro declino è in genere graduale, modellato da trasformazioni strutturali di lungo periodo.
Eppure, la storia registra talvolta momenti in cui un singolo errore strategico accelera il processo. La domanda che vale la pena porsi è se gli Stati Uniti si siano avvicinati a uno di questi momenti.
L’attacco congiunto Stati Uniti–Israele contro l’Iran nel febbraio 2026 ha acceso un intenso dibattito tra studiosi e osservatori di politica internazionale.
Per oltre sette decenni, gli Stati Uniti hanno ancorato l’ordine globale non solo attraverso la forza militare, ma anche tramite istituzioni, regole e assetti economici che hanno strutturato il sistema internazionale del secondo dopoguerra. Molti Paesi, comprese le potenze emergenti, hanno conosciuto una crescita economica all’interno di questo quadro.
L’ascesa della Cina come potenza manifatturiera e la crescente integrazione della Russia nei mercati globali si sono sviluppate in larga misura all’interno di un sistema economico plasmato dalla leadership americana. La legittimità di questa leadership si fondava dunque non solo sulla forza, ma sulla percezione che il sistema creato dagli Stati Uniti producesse stabilità e benefici economici condivisi. In nessun luogo questo assetto è stato più strategicamente rilevante che in Asia occidentale.
Le fondamenta della leadership statunitense in Asia occidentale
L’Asia occidentale è da tempo una delle regioni più instabili della politica globale. Dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948, i conflitti ricorrenti tra Israele e i Paesi arabi, insieme alle rivalità settarie e alle guerre civili, hanno prodotto un’instabilità persistente. Allo stesso tempo, la regione possiede vaste riserve petrolifere, rendendo la sua stabilità politica essenziale per il funzionamento dell’economia globale.
Per gestire questo contesto strategico, gli Stati Uniti hanno sviluppato un sistema di sicurezza ed energia che è diventato centrale per la loro influenza globale. A partire dagli anni Settanta, Washington ha offerto garanzie di sicurezza alle monarchie del Golfo, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
In cambio, questi Stati hanno accettato di prezzare e commerciare il petrolio principalmente in dollari statunitensi. Questo assetto, comunemente noto come sistema dei petrodollari, ha rafforzato il ruolo centrale del dollaro nella finanza globale, garantendo al contempo forniture energetiche affidabili.
La relazione funzionava come un patto strategico: gli Stati del Golfo ricevevano protezione in una regione caratterizzata da forti rivalità geopolitiche, mentre gli Stati Uniti assicuravano stabilità energetica e influenza finanziaria.
Nel tempo, questo assetto ha contribuito a sostenere lo sviluppo economico nel Golfo e ha rafforzato la posizione di Washington come principale potenza esterna in grado di plasmare la sicurezza regionale.
L’Iran, tuttavia, è rimasto a lungo al di fuori di questo sistema. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, i rapporti tra Teheran e Washington si sono deteriorati drasticamente. L’Iran si è posizionato come sfidante dell’influenza statunitense e ha sviluppato reti di alleanze regionali con attori come Hezbollah, Hamas e gli Houthi.
Queste relazioni hanno intensificato le tensioni nella regione e rafforzato la dipendenza delle monarchie del Golfo dalle garanzie di sicurezza americane.
Per decenni, la strategia statunitense in Asia occidentale si è basata su tre pilastri: contenere l’Iran, mantenere il sistema dei petrodollari e garantire la sicurezza dei partner del Golfo. Questo quadro ha permesso a Washington di plasmare le dinamiche regionali sostenendo al contempo la propria leadership globale.
Perché l’ordine regionale potrebbe incrinarsi
Gli sviluppi recenti suggeriscono però che le fondamenta di questo sistema si stanno indebolendo. L’attacco all’Iran del febbraio 2026 ha sollevato interrogativi significativi sia sulla credibilità sia sulla sostenibilità della leadership americana nella regione.
Una delle principali preoccupazioni riguarda la fiducia diplomatica. Secondo alcune ricostruzioni, erano in corso negoziati tra Stati Uniti e Iran in Oman quando è avvenuto il primo attacco. Lanciare un’azione militare durante un processo negoziale rischia di minare la fiducia nei meccanismi diplomatici. Nella diplomazia internazionale, la credibilità resta una risorsa cruciale, anche tra rivali strategici
Anche la legittimità dell’operazione è stata ampiamente discussa. L’attacco, secondo quanto riportato, non avrebbe avuto un’autorizzazione formale del Congresso degli Stati Uniti né l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Azioni che aggirano i meccanismi internazionali consolidati sollevano inevitabilmente interrogativi sulle regole che governano l’uso della forza e sulla coerenza dell’ordine internazionale.
Ancora più rilevanti sono le conseguenze regionali, che hanno messo in luce vulnerabilità crescenti. Le azioni di ritorsione dell’Iran hanno colpito infrastrutture e siti strategici legati agli Stati del Golfo. Per questi governi si pone una domanda fondamentale: se gli Stati Uniti non sono in grado di proteggerli dall’escalation regionale, possono ancora essere considerati un garante di sicurezza affidabile?
Queste preoccupazioni si sono sviluppate gradualmente. Negli ultimi anni, gli Stati del Golfo hanno progressivamente diversificato le proprie relazioni strategiche. La crescente presenza economica della Cina nella regione ha creato alternative che in passato erano limitate. Attraverso investimenti su larga scala, progetti infrastrutturali e cooperazione energetica, Pechino ha rafforzato costantemente la propria posizione come attore economico di primo piano in Asia occidentale
La Cina ha inoltre iniziato a svolgere un ruolo diplomatico. L’accordo del 2023 che ha ristabilito le relazioni tra Arabia Saudita e Iran, facilitato da Pechino, ha dimostrato che stanno emergendo attori diplomatici alternativi in una regione storicamente dominata dalla mediazione americana.
Allo stesso tempo, le conseguenze economiche di un’escalation potrebbero estendersi ben oltre il Medio Oriente. Qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio, farebbe impennare i prezzi dell’energia. Quotazioni superiori ai 100 dollari al barile genererebbero pressioni inflazionistiche su scala globale, colpendo sia le economie sviluppate sia quelle emergenti.
La preoccupazione più ampia è che gli Stati Uniti rischino di indebolire proprio il sistema che ha sostenuto la loro leadership. L’ordine del dopoguerra godeva di legittimità perché appariva in grado di garantire stabilità, regole prevedibili e crescita economica. Se Washington venisse sempre più percepita come una forza destabilizzante anziché stabilizzatrice, la credibilità di questa leadership potrebbe erodersi progressivamente
Questa dinamica è già visibile nel crescente interesse di molti Paesi a diversificare i sistemi economici e finanziari. Le iniziative all’interno del gruppo BRICS, volte a ridurre la dipendenza dalle istituzioni finanziarie dominate dagli Stati Uniti, riflettono una più ampia ricerca di alternative all’ordine esistente.
Sarebbe tuttavia prematuro dichiarare la fine della leadership globale americana. Gli Stati Uniti restano il principale attore militare mondiale e continuano a occupare una posizione centrale nella finanza e nella tecnologia globale. Tuttavia, i sistemi egemonici raramente collassano improvvisamente: più spesso si indeboliscono gradualmente, man mano che diminuisce la fiducia nella potenza dominante.
Il dibattito sull’attacco all’Iran del febbraio 2026 riflette esattamente questa incertezza. Se la credibilità delle garanzie di sicurezza statunitensi continuerà a erodersi nelle regioni che un tempo ne costituivano il pilastro, l’ordine globale potrebbe evolvere progressivamente verso una struttura più multipolare. Potenze emergenti, attori regionali e nuove coalizioni economiche avranno un peso crescente nella definizione della politica internazionale.
Resta incerto se gli eventi del 2026 si riveleranno davvero un punto di svolta. Ma la storia suggerisce che momenti di eccesso strategico possono accelerare trasformazioni più profonde. Per gli Stati Uniti, la sfida sarà capire se sapranno adattare la propria leadership a un mondo in cambiamento — o rischiare di assistere al lento logoramento e, infine, al tramonto dell’ordine che essi stessi hanno costruito.
(da agenzie)

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IRRUZIONE DI COLONI ISRAELIANI IN CISGIORDANIA: PALESTINESI VIOLENTATI E TORTURATI DAI CRIMINALI, CASE SACCHEGGIATE

Marzo 20th, 2026 Riccardo Fucile

DECINE DI COLONI ISRAELIANI CON IL VOLTO COPERTO HANNO FATTO IRRUZIONE NELLA COMUNITA’ DI KHIRBET HUMSA: SONO I CRIMINALI CHE IL GOVERNO DI NETANYAHU PROTEGGE

Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla guerra in Iran, nella Cisgiordania occupata – Palestina – proseguono indisturbate le violenze dei coloni israeliani: l’ultimo episodio risale a ieri, quando un gruppo di settlers si è accanito contro un palestinese nella comunità di Khirbet Humsa, nella valle del Giordano settentrionale: i coloni l’hanno spogliato completamente nudo, l’hanno immobilizzato legandogli braccia e gambe e per finire gli hanno stretto i genitali con delle fascette. La vittima – che al New York Times ha detto che pensava di morire – si chiama Suhaib Abualkebash ed è un pastore di 29 anni.
Stando a quanto hanno riferito diverse testimonianze, decine di coloni con il volto coperto hanno fatto irruzione nella comunità beduina di Khirbet Humsa intorno alla mezzanotte di ieri, dividendosi in gruppi e saccheggiando simultaneamente case e tende. Numerosi presenti, tra i quali anche un’attivista statunitense per i diritti
umani, hanno raccontato che alcuni israeliani hanno spogliato, picchiato e sottoposto a gravi abusi sessuali Suhaib Abualkebash mentre era immobilizzato a terra, sotto gli occhi di altri costretti ad assistere alla scena. Secondo quanto riferito, la vittima non era in grado di muoversi mentre gli aggressori continuavano a colpirlo con dei bastoni.
I coloni hanno si sono poi accaniti su altri palestinesi legando uomini, donne e bambini con fascette di plastica, per poi trascinarli fuori dalle loro case e ammassarli uno sopra l’altro, continuando a picchiarli. Diverse persone sono state colpite con bastoni e fucili, mentre altre hanno riportato ferite dopo essere state sbattute contro delle strutture. Nel corso della stessa incursione, i coloni hanno picchiato anziani, donne e ragazze, e proferito minacce contro bambini e un colono avrebbe minacciato di uccidere i minori e violentare le loro madri. Durante il raid, durato circa un’ora, alcune case sono state vandalizzate, i beni saccheggiati e il bestiame liberato.
Come al solito, l’esercito israeliano non ha mosso un dito per impedire che i coloni commettessero le loro violenze ma ha “assicurato” che avrebbe cercato i sospetti e avviato un’indagine approfondita. L’uso della forza indiscriminata da parte del personale di sicurezza israeliano, così come gli attacchi dei coloni illegali, spesso sotto la protezione dello Stato, contro città, villaggi e comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata, sono aumentati dall’inizio della guerra di Gaza.
Secondo i dati ufficiali palestinesi, le violenze che ne sono seguite hanno causato la morte di almeno 1.127 palestinesi, il ferimento di altri 11.700 e l’arresto di 22mila persone.

(da Fanpage)

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LA FOTO CON IL RISTORATORE CONDANNATO PER MAFIA CHE INGUAIA DELMASTRO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCATTO RISALE A UN ANNO PRIMA CHE DELMASTRO DIVENTASSE SOCIO DEI RISTORANTI DELLA FAMIGLIA CAROCCIA

C’è una foto che risale all’ottobre 2023 di Andrea Delmastro con l’imprenditore Mauro Caroccia. L’immagine scovata da Repubblica mostra il sottosegretario alla Giustizia che, bavaglio paraschizzi al collo, fa il gesto del pollice in su sorridendo accanto all’uomo considerato dai giudici prestanome del clan Senese. La foto era stata scattata all’interno di uno dei ristoranti della famiglia Caroccia con la didascalia: «Sottosegretario alla Giustizia Delmastro. Anche lui ha scelto il vero baffo». Sarebbe in quel momento, secondo Repubblica, che i due sono entrati per la prima volta in contatto. Da lì sarebbe nato un rapporto che in un anno dopo si è trasformato in una partnership commerciale: il 16 dicembre 2024 viene costituita
“Le 5 Forchette srl”, destinata a gestire il ristorante “Le Bisteccherie d’Italia” in via Tuscolana a Roma, di cui il sottosegretario è stato socio.
Chi c’era dentro la società con la figlia di Caroccia
Amministratrice unica della nuova srl è Miriam Caroccia, all’epoca appena diciottenne, figlia di Mauro. Accanto a Delmastro, tra i soci figurano nomi di peso di Fratelli d’Italia in Piemonte: la vicepresidente della Regione Elena Chiorino, il segretario provinciale biellese Cristiano Franceschini e il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà. Il padre Mauro, che nel frattempo non aveva ancora chiuso i conti con la giustizia, resta formalmente fuori dalla compagine societaria pur continuando a lavorare nel ristorante di famiglia, lo stesso in cui aveva accolto Delmastro nel 2023.
La versione del sottosegretario dopo la scoperta
Dopo la scoperta della presenza di Delmastro tra i soci della società da parte del Fatto quotidiano, il sottosegretario aveva fatto intuire che non sapesse di chi fosse figlia la 18enne messa a capo della società di cui era socio: «Si tratta di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che poi si scopre essere figlia di; nel momento in cui si scopre, immediatamente, per rigore etico e morale che mi contraddistingue su questa battaglia, mi sono tolto dalla società». A Catanzaro, incalzato dai cronisti, ha aggiunto: «La mafia per me è una montagna di merda. Lo testimonia tutta la mia vita politica, lo testimonia il livello di scorta che ho». Dopo la sua uscita, tutti gli altri esponenti FdI hanno ceduto le quote, lasciando la ventenne Miriam Caroccia come unica proprietaria. Del padre Mauro, però, Delmastro non ha mai fatto il nome.
Mauro Caroccia è stato arrestato nel 2020 nell’operazione “Affari di famiglia”, che puntava a smontare il sistema di riciclaggio, usura e intestazioni fittizie del clan Senese. Caroccia è stato condannato nel 2022, per poi essere assolto in appello a febbraio 2023 con la caduta dell’aggravante mafiosa. Ma la Cassazione ha annullato tutto: il 15 gennaio 2025 l’appello bis ha confermato le condanne di primo grado, divenute definitive il 18 febbraio. Pochi giorni dopo, Delmastro ha ceduto le quote. SGli atti dell’inchiesta sono già in Commissione parlamentare antimafia, dove la prossima settimana l’ufficio di presidenza valuterà le richieste dell’opposizione per un’audizione del sottosegretario.
(da agenzie)

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“CITTADINI MENO UGUALI, QUESTA E’ LA POSTA IN GIOCO”: INTERVISTA A NICOLA GRATTERI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

“LA MODIFICA PROPOSTA DAL GOVERNO NON MIGLIORA L’EFFICIENZA DEL SISTEMA E PREGIUDICA I DIRITTI DEI CITTADINI”… “VOGLIONO ALLINEARE LA GIUSITIZIA AI VOLERI DELL’ESECUTIVO”

Ha offerto alla causa la propria popolarità. Ha innescato polemiche e ne ha fronteggiate di violente. Polarizzando, inevitabilmente, l’attenzione. Da un lato lui, Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, il volto più noto, riconoscibile ed effervescente del No referendario e dall’altro il governo, con il ministro Carlo Nordio e il suo entourage a sparare bordate quotidiane. Nelle intenzioni, a sostegn
del Sì, ma spesso capaci di innescare clamorosi autogol. A citare l’ultima uscita, bisogna, per prudenza cronachistica, affiancare sempre l’aggettivo «provvisoria». E la palma va a Giusi Bartolozzi, la zarina ministeriale, capa di gabinetto del ministro, e a quella sua trovata sui magistrati come «plotoni di esecuzione». Colpevoli di averla messa sotto accusa per l’assai opaca, confusa e pasticciata gestione dell’onorevole rimpatrio del torturatore libico Almasri. Strano cortocircuito per una che dalla toga è passata al Parlamento con Forza Italia, per acquartierarsi poi a dettar legge in via Arenula. Perché tra intenti punitivi, voglia di liberarsi dal fastidio della giurisdizione, addomesticare i controlli di legalità, quella del referendum è una campagna giocata tutta sulle intenzioni. Sviluppatasi su molti non detti, Nordio a parte. Separazione delle carriere, Csm a sorteggio, sbilanciato sulla politica, Alta Corte disciplinare si sono così rivelati i viatici per una resa dei conti tra politica e magistratura. Tutto è tornato utile. Soprattutto quello che non c’entrava, da Garlasco alla famiglia del bosco, fino a Sal Da Vinci. Tutto per un redde rationem rinviato da trent’anni: colpi di mano e coltelli sempre più affilati.
Procuratore Nicola Gratteri, giocoforza, lei è diventato il volto della campagna referendaria per il No. Le è pesato questo ruolo da testimonial?
«Sicuramente ho dovuto impiegare molta parte del mio tempo libero per questa “causa”. Come ho sempre detto, sono autonomo e non mi ritengo un testimonial, anche se condivido in toto la battaglia del comitato del No. In ogni caso, è un dovere morale da parte mia schierarmi, spiegando in ogni contesto possibile quale sia la posta in gioco».
Nell’infuriare della campagna, lei ha ingaggiato l’ennesimo confronto dialettico acceso con il ministro Carlo Nordio. Dopo l’intervento del Capo dello Stato, sembrava tornata la quiete, ma poi ancora una volta si è tornati a toni infuocati. Pensa che abbia giovato?
«I cittadini devono essere informati compiutamente da entrambi gli schieramenti sul merito, gli slogan e i toni accesi tendono a far perdere di vista l’oggetto e le conseguenze della riforma; quindi, condivido pienamente quanto detto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma ciononostante leggo ogni giorno attacchi di ogni tipo, anche rivolti alla mia persona, da parte di chi fa campagna per il Sì. Non mi sembra di constatare altrettanto, in senso opposto, nelle pagine del comitato del No. Ma io sono prima di tutto uomo delle istituzioni e quindi se anche
sono ogni giorno bersaglio di attacchi, personali, continuo a dire che bisogna parlare solo del contenuto del referendum, e dei danni che una modifica della Costituzione, di questa portata, potrebbe avere su tutta la collettività. E pare che i cittadini stiano capendo».
Data come una causa perdente, la battaglia per il No, è ora concordemente accreditata come vincente, sia pure con margini risicati, da tutti i sondaggi. Cosa ha cambiato le carte in tavola?
«La partita è ancora lunga e nulla è scontato, bisogna continuare fino all’ultimo istante spiegando che la riforma costituzionale non migliorerà di una virgola i disservizi della giustizia, e anzi pregiudicherà il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, oltre a cagionare una triplicazione dei costi».
Una sua frase riferita al contesto criminale calabrese, sulla preferenza per il Sì da parte di chi ha conti aperti con la giustizia, ha contribuito a scaldare il clima? Conferma quella lettura?
«Chi ha sentito il discorso nella sua interezza ha colto il senso. Non ho detto e non penso affatto che gli elettori propensi a votare Sì siano automaticamente indagati, massoni o disonesti; ho spiegato che questa riforma, che indebolisce la giustizia, conviene a indagati e massoni deviati. Ma oltre a loro voteranno persone per bene che non la pensano come me e gli esponenti dell’altro schieramento. Credo di averlo detto decine e decine di volte, ma la frase continua a essere strumentalizzata».
La campagna referendaria è stata contrassegnata mediaticamente dalla definizione “separazione delle carriere”, ma dal fronte del No si è molto insistito sul fatto che fosse una mistificazione dialettica. Qual è il vero scopo della riforma allora?«La separazione delle funzioni di fatto già esiste. Dal momento che non ha senso cambiare ben sette articoli della costituzione, per un problema che non esiste, mi pare evidente, e lo hanno fatto capire tra gli altri Nordio e Tajani, che lo scopo della riforma è di allineare la giustizia ai desiderata dell’esecutivo di turno».
Da parte del Sì, l’obiezione prevalente è che l’asservimento della funzione del pubblico ministero all’esecutivo, paventata dal fronte del No, sia in realtà inesistente, perché nel testo della riforma Nordio non se ne fa cenno. È un reale pericolo? E in che modo, a partire dalla riforma, potrebbe compiersi?
«Principalmente, con il sistema di sorteggio dei membri, completamente squilibrato in favore dei laici. Prevedere un sorteggio tra tutti i magistrati e un sorteggio tra una rosa scelta dalla politica significa che una minoranza compatta condizionerà una maggioranza eterogenea destinata viceversa ad andare in ordine sparso».
L’altro nodo è l’architrave disciplinare, ovvero i due nuovi Csm e l’Alta Corte. Un antidoto allo strapotere delle correnti, dicono i fautori del Sì. Lei, di sicuro, non è ascrivibile alla schiera dei fan delle correnti e della politicizzazione della magistratura, dal momento che le hanno affibbiato qualunque casacca. Tuttavia, neanche su questo salva la riforma
«Questa riforma sostituirà il correntismo togato con il correntismo politico. Dalla padella alla brace. Mi tengo il vecchio sistema».
Quali sono i tre mali del sistema giustizia e perché il referendum non li curerà?
C’è un rapporto sproporzionato tra carichi di lavoro e magistrati rispetto ad altri Stati. Le riforme ultime, Cartabia in primis, hanno appesantito ulteriormente le procedure; e quelle che si profilano andranno in questa direzione: ricordo che il Parlamento sta per approvare la riforma sul sequestro dei telefonini che, rispetto a oggi, richiederà ben tre sequestri sulla stessa cosa, quindi triplicando il lavoro dei magistrati. I sistemi informatici sono antidiluviani. La vera riforma della giustizia è quella che mette nelle condizioni i magistrati di decidere presto e bene. L’imputato deve sapere e sentirsi garantito se si rende conto che il suo giudice può esaminare con calma e approfonditamente le prove che le parti hanno portato al processo».
La magistratura ha conosciuto il massimo del favore popolare nei primi anni Novanta, con l’onda di Tangentopoli, la sollevazione popolare del dopo stragi, i processi al cuore del potere, poi l’inesorabile declino del consenso. A cosa lo attribuisce? Riconosce passi falsi della sua categoria?
«Sicuramente il correntismo non ha inciso positivamente sul gradimento dei cittadini. Ma ha influito anche una disinformazione di alcuni organi di stampa e di alcuni esponenti politici a cui non è gradito l’operato della giustizia. I magistrati, per contro, non hanno voce per potere spiegare come stanno le cose. Ma la cosa importante da far comprendere è che questa riforma non elimina le correnti, anzi se possibile la situazione potrebbe solo peggiorare».
Qual è lo stato della lotta alla mafia. Lei stesso ha denunciato l’affievolimento degli strumenti necessari a garantirne l’efficacia. Stiamo davvero facendo passi indietro?
«Stiamo facendo passi indietro sul fronte della legislazione. Ho citato l’esempio del sequestro dei telefonini, che oltre a triplicare il lavoro impedirà di acquisire prove che oggi sarebbe possibile acquisire; ma anche l’indebolimento del contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione incide poiché si annidano in quel contesto reati spia. Ma poi sul fronte tecnologico, le mafie sono sempre più evolute, mentre, secondo il ministro, le intercettazioni sono inutili. Non andiamo da nessuna parte».
Lei, indubbiamente, si è molto esposto. Ha qualche preoccupazione, teme contraccolpi?
«Sono 35 anni che vivo in trincea. Ho passato periodo peggiori e sono allenato a tutto».
La campagna è praticamente conclusa, qualche rimpianto?
«Bisogna fino alla fine far comprendere ai cittadini che la nostra Costituzione è una delle migliori al mondo, che ce la dobbiamo tenere stretta, che è l’architrave della nostra democrazia, che i padri costituenti ci hanno messo due anni per arrivare al giusto equilibrio tra i poteri dello Stato, e non possiamo distruggere tutto questo».
(da agenzie)

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PER FINANZIARE IL DECRETO CARBURANTI IL GOVERNO INTENDE TAGLIARE 86 MILIONI ALLA SANITA’ PUBBLICA

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL TAGLIO PIU’ CONSISTENTE SARA’ ALA MINISTERO DELLA SALUTE

Il dl Carburanti, pubblicato oggi – 19 marzo – in Gazzetta Ufficiale, introduce una riduzione temporanea delle accise di 25 centesimi al litro su benzina e gasolio e 12 centesimi al chilo sul prezzo del Gpl. Ma a quale prezzo? Quello di un piano di coperture finanziarie che penalizza duramente il ministero della Sanità. Per sostenere un taglio delle accise valido per circa 20 giorni, il decreto prevede infatti riduzioni lineari di spesa, e quindi una percentuale di riduzione fissa, sul budget dei diversi ministeri. Tra queste, la voce più consistente riguarda proprio il ministero della Salute, con un taglio di oltre 86 milioni di euro.
Pesanti riduzioni anche per il ministero dell’Economia (che perde 127,5 milioni) e per quello delle Infrastrutture e dei Trasporti 96,5 milioni, seguiti a catena dal ministero delll’Interno (30,17 milioni), dell’Istruzione (25,691 milioni), degli Esteri (25,148 milioni), dell’Università e Ricerca (25,382 milioni), dell’Agricoltura (25,355 milioni), della Cultura (25,012 milioni), e così via per gli altri dicasteri. Il decreto è già entrato in vigore con la pubblicazione, ma dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni.
Le misure oltre i tagli
Accanto al taglio dei prezzi alla pompa, il decreto rafforza i meccanismi di controllo lungo la filiera. Le società petrolifere dovranno infatti comunicare quotidianamente agli esercenti i prezzi consigliati e pubblicarli sui propri siti, trasmettendoli anche al Garante per la sorveglianza dei prezzi e all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. In caso di violazione è prevista una sanzione pari allo 0,1% del fatturato giornaliero. Per i distributori viene anche introdotto il divieto di aumentare i prezzi nell’arco della stessa giornata dopo la comunicazione.
Il testo istituisce inoltre un regime speciale di monitoraggio: il Garante per i prezzi potrà individuare anomalie tra l’andamento dei prezzi alla pompa e le quotazioni internazionali, segnalando i casi alla Guardia di finanza per verifiche sui costi lungo
tutta la filiera, fino all’acquisto del greggio. Gli esiti degli accertamenti saranno trasmessi anche all’Antitrust e, in presenza di ipotesi di reato, all’autorità giudiziaria entro due giorni, con riferimento anche al reato di “manovre speculative su merci”. Le disposizioni su trasparenza e prezzi si applicheranno per tre mesi dall’entrata in vigore.
Le reazioni
La reazione di Pd, Avs e M5s è compatta. I 5 stelle parlano di un “ridicolo tentativo di pannicello referendario”, i dem di una misura “ampiamente insufficiente”. Angelo Bonelli di Alleanza verdi e sinistra definisce le misure del governo “una colossale presa in giro per gli italiani”. “Le notizie di oggi ci confermano quanto abbiamo sostenuto già ieri sera – incalza Bonelli – Le misure contenute nel Dl carburanti varato ieri dal Cdm sono insufficienti. L’aumento del prezzo del petrolio ha, di fatto, già mangiato l’effetto delle misure del decreto”.
Insoddisfazione anche da Assotir. “Il decreto carburanti è un provvedimento positivo, ma incompleto”. Così l’Associazione Italiana delle Imprese di Trasporto, che sottolinea che adesso il ministero dei Trasporti e il ministero dell’Economia debba “varare al più presto” il decreto interministeriale che “riconosce il credito di imposta ai Tir euro V e euro VI. “È un tassello fondamentale dell’intervento”, afferma il segretario generale di Assotir Claudio Donati.
(da L’Espresso)

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