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MA I VIOLENTI NON ERANO A SINISTRA? LA POLIZIA SPAGNOLA HA ARRESTATO DUE PERSONE ACCUSATE DI INTIMIDAZIONI E MINACCE ONLINE ALLA SEGRETARIA GENERALE DEL PARTITO DI SINISTRA “PODEMOS”, IONE BELARRA, ATTRAVERSO CENTINAIA DI MESSAGGI PRIVATI SU INSTAGRAM

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE LA EURODEPUTATA DI “PODEMOS” ED EX MINISTRA IRENE MONTERO HA DENUNCIATO DI AVER RICEVUTO MINACCE DI MORTE, ATTRAVERSO MESSAGGI DIFFUSI SUI SOCIAL, IN CUI SI FACEVA RIFERIMENTO ALLA SUA ABITAZIONE, AI SUOI FIGLI MINORENNI E AL SUO COMPAGNO

La polizia spagnola ha arrestato due persone accusate di intimidazioni e minacce online alla segretaria generale del partito di sinistra Podemos, Ione Belarra, attraverso centinaia di messaggi privati su Instagram.
I due arresti sono stati effettuati a Toledo, in Castiglia La Mancia, dove è stato detenuto un cittadino spagnolo di 49 anni, con precedenti penali, e a Xirivella (Valencia), nella Comunità valenziana, dove le manette sono scattate ai polsi di un trentenne incensurato, informa la polizia in una nota.
L’inchiesta è stata coordinata da agenti specializzati in cyber minacce della Brigata provinciale di Informazione di Madrid. Uno dei due arrestati aveva inviato sull’account privato di Belarra oltre 300 messaggi con contenuti vessatori, intimidatori e minacce, che avevano indotto la deputata di Podemos a presentare una denuncia.
Domenica, in occasione della Giornata internazionale della Donna, anche la eurodeputata di Podemos ed ex ministra Irene Montero ha denunciato alla polizia di aver ricevuto nei giorni scorsi minacce di morte, attraverso messaggi diffusi sui social, in cui si faceva peraltro riferimento anche alla sua abitazione, ai suoi figli minorenni e al suo compagno, il fondatore di Podemos ed ex vicepremier Pablo Iglesias. Secondo quanto segnalato dal partito, i messaggi provengono da un’organizzazione neonazista, considerata terroristica dalle autorità degli Stati Uniti.
(da agenzie)

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DALL’INIZIO DELL’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA, MOSCA HA RAPITO ALMENO 20MILA BAMBINI UCRAINI, LO CONFERMA UNA INDAGINE DELLE NAZIONI UNITE

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

“LA DEPORTAZIONE FORZATA DI BAMBINI UCRAINI COSTITUISCE UN CRIMINE CONTRO L’UMANITÀ. LE AUTORITÀ RUSSE HANNO PRESO DI MIRA I BAMBINI, CHE SONO TRA LE VITTIME PIÙ VULNERABILI. I RAPIMENTI COSTITUISCONO UN MODELLO DI CONDOTTA BEN CONSOLIDATO”

Un’indagine delle Nazioni Unite ha stabilito che la deportazione forzata e il trasferimento di bambini ucraini in Russia durante la guerra in Ucraina costituiscono crimini contro l’umanità, scrive The Kyiv Independent.
Dall’inizio dell’invasione da parte di Mosca nel febbraio 2022, il database nazionale ucraino ‘Figli della guerra’ ha documentato 20mila casi di bambini ucraini rapiti dai territori occupati dalla Russia e portati in Russia o in aree controllate da Mosca.
“La Commissione ha concluso che i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra commessi dalle autorità russe hanno preso di mira i bambini, che sono tra le vittime più vulnerabili”, ha affermato un rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sull’Ucraina.
Si prevede che il rapporto verrà presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite il 12 marzo. Secondo il documento, la commissione, che ha studiato 1.205 casi di rapimenti di minori in Russia e condotto oltre 200 interviste, ha concluso che i rapimenti costituivano “un modello di condotta ben consolidato, a indicare che questi atti sono stati diffusi e sistematici”.
(da agenzie)

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“ABBIAMO VINTO LA GUERRA CONTRO L’IRAN IN UN’ORA”: DONALD TRUMP, SEMPRE PIU’ ASSENTE DALLA SUA MENTE, DELIRA PARLANDO DI VITTORIA RAGGIUNTA: “ABBIAMO DOVUTO FARE UN’ESCURSIONE, UN VIAGGETTO PER LIBERARCI DI GENTE MOLTO MALVAGIA”

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

POI SOSTIENE CHE “L’IRAN E’ SULL’ORLO DELLA SCONFITTA, E’ AL CAPOLINEA” (MA NON AVEVA GIA’ VINTO?)… “LO STRETTO DI HORMUZ È IN OTTIMA FORMA E IO POTREI DISTRUGGERE TUTTE LE INFRASTRUTTURE DELL’IRAN MA NON VOGLIO”… CHIAMATE LA CROCE VERDE

“Abbiamo vinto la guerra contro l’Iran in un’ora”. Lo ha detto Donald Trump ad un evento in Kentucky elogiando il nome dell’operazione militare ‘Epic fury’. “E’ un nome bellissimo, solo se vinci. “ma noi abbiamo vinto”, ha sottolineato il presidente americano. “Abbiamo dovuto fare un’escursione, un viaggetto per liberarci di gente molto malvagia”, ha aggiunto il tycoon. “Hanno ucciso la nostra gente. Volevano conquistare il Medio Oriente. Stavano per colpire Israele” e ora “non hanno idea di cosa è capitato loro”, ha sottolineato.
Donald Trump ha continuato a ripetere che lo stretto di Hormuz è al sicuro. “E’ in ottima forma, abbiamo distrutto tutte le navi”, ha detto il presidente americano, parlando con i giornalisti a Washington di ritorno dal Kentucky.
Donald Trump ha avvertito che potrebbe “distruggere tutte le infrastrutture, le linee elettriche” dell’Iran “ma non voglio”. Parlando con i giornalisti a Washington di ritorno dal Kentucky il presidente americano è sembrato assumere una posizione diversa rispetto ad Israele. “Gli ci vorrebbero poi 25 anni per ricostruire tutto, non voglio farlo”, ha precisato.
“La cosa principale è che dobbiamo vincere questa battaglia. Vincere in fretta, ma vincerla”, ha aggiunto.
(da agenzie)

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INTERVISTA A MICHELE BRAMBILLA, DIRETTORE DEL SECOLO XIX” “MAI RICEVUTO COSÌ TANTE PRESSIONI , SEMBRA UNA DITTATURA SUDAMERICANA”

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

“L’EDITORE MI AVEVA DETTO DI NON FARMI TIRARE LA GIACCA DA NESSUNO”… “BUCCI HA USATO SOLDI PUBBLICI PER FARE UNA CAMPAGNA DIFFAMATORIA CONTRO IL GIORNALE CHE DIRIGO”… “CON BUCCI CI VEDREMO IN TRIBUNALE”

Direttore Brambilla, quando ha saputo che lo staff della comunicazione della Regione
Liguria confezionava dossier sul vostro lavoro?
«È una cosa che so da sempre. Perché ancora prima che arrivassi a Genova – l’annuncio è dell’agosto 2024 – succedeva un fatto strano. Quando Bucci vedeva i giornalisti del Secolo XIX in qualche evento pubblico, ripeteva frasi così: “Adesso arriva un nuovo direttore che vi mette in riga”».
Era lei il castigatore?
«Qualcuno deve aver fatto credere a Bucci che sarebbe arrivato un direttore che avrebbe riposizionato il giornale dalla sua parte. In realtà, io ho accettato l’incarico perché il mio editore, Gianluigi Aponte, mi ha detto: “Voglio che lei faccia un giornale apolitico, apartitico, al di sopra delle parti, che dia spazio a tutti”. E poi ha aggiunto: “Non si faccia tirare la giacca da nessuno”».
«Arrivo. Chiedo un incontro a Bucci, come si fa con tutte le figure istituzionali. L’inizio è cordiale. Ma presto incomincia a mandarmi messaggi lamentandosi di alcuni pezzi. Gli dico: “Guarda, sto facendo il giornale più equilibrato possibile. Se ci sono delle cose oggettivamente sbagliate, puoi segnalarmelo”. Ma questo non lo dico a Bucci. Lo dico a tutti. Così come dico ai cronisti di giudiziaria: sentite sempre accusa e difesa».
Che tipo di lamentele arrivano?
«Pretestuose. Al punto che respingo le sue osservazioni. Ma la situazione peggiora quando Silvia Salis si candida a sindaca di Genova. Bucci percepisce che la sinistra ha una candidata dalla personalità fortissima. Si preoccupa e comincia a inviare al mio editore, nella persona di Pier Francesco Vago, presidente del Secolo XIX, i famosi dossier».
Compresa la lettera con le istruzioni su come fare il giornale in campagna elettorale?
«A quel punto scrivo a Bucci che non si deve più permettere e chiudo».
Bucci sostiene che quei dossier fossero redatti in accordo con lei. Cosa risponde?
«Allora perché non li mandava a me? Perché li ha mandati al mio editore?».
Bucci sostiene di non aver mandato quei dossier all’editore. Lei cosa risponde?
«Posso dimostrare il contrario».
Altre cose grottesche?
«L’accusa di pubblicare le foto di Bucci sfocate e quella di Salis a fuoco. Ma qui siamo nel tragicomico».
Perché ha deciso di sporgere querela?
«È una querela contro Casabella e contro chiunque altro abbia contribuito a spargere quella menzogna».
Con il suo editore come va?
«Mi ha sempre lasciato la massima libertà di fare il giornale, sa delle mie lamentele da più di un anno. Ma il punto è un altro. Mi sono sempre sforzato di fare il giornale più equilibrato possibile, ma se anche decidessi di fare un giornale di sinistra, che cosa vuole Bucci? È il mio editore che mi può contestare. È il mio editore che può non gradire. Ma un politico a quale titolo e con quale arroganza interviene sulla linea editoriale di un giornale indipendente?».
Avete cercato un incontro chiarificatore?
«Era il 9 ottobre. Bucci mi riceve con in mano un pacco di fotocopie dei nostri articoli che sarebbero, secondo lui, le nostre malefatte. Allora gli ho ripetuto quello che gli ho sempre detto: “Le tue fotocopie non le guardo. Se vuoi, vieni tu al Secolo e sfogliamo insieme la raccolta, così vediamo anche le interviste che abbiamo fatto con te”»
Come definisce l’accaduto?
«Non è solo pressione, ci sono dei falsi contro di noi. E poi vorrei fare presente che Bucci ha speso denaro pubblico per usare lo staff di comunicazione della Regione per interferire nella campagna elettorale del Comune».
Direttore, lei come sta?
«Per un anno e mezzo ho respinto tutti gli attacchi, me ne sono lamentato solo con Bucci e con il mio editore. Ma quando si arriva a dire che sarei stato complice di tutto questo, allora non avevo altra scelta che andare in procura».
Adesso in che rapporti siete con Bucci?
«Chiusi. Ci chiariremo per vie legali».
La sua carriera va dal Corriere della Sera alla vice direzione della Stampa, per arrivare alle direzioni del Quotidiano Nazionale e del Secolo: le era mai capitato di subire così tante pressioni?
«Mai. E mi sono occupato di Tangentopoli all’epoca in cui a Milano c’era Craxi e i socialisti avevano un certo peso. Cercare di controllare la stampa: questo è sempre successo. Ma qui siamo oltre. Siamo vicini alle dittature sudamericane».
Si rimprovera qualcosa?
«Io non sto dicendo di essere infallibile. Ma con i miei limiti, i miei errori e anche le mie colpe mi sforzo di essere imparziale. Il problema è che Bucci non vuole un giornale imparziale, vuole il giornale che piace a lui».

(da La Stampa)

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I DOSSIER DI BUCCI SUL SECOLO XIX; IL DIRETTORE DEL QUOTIDIANO RACCONTA LA VERITA’ E DIMOSTRA CHE IL PRESIDENTE DELLA REGIONE HA MENTITO

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

I SOVRANISTI DISPERATI PER I CONSENSI CRESCENTI PER SILVIA SALIS HANNO PESANTEMENTE CERCATO DI CONDIZIONARE LA LINEA EQUIDISTANTE DEL MAGGIORE QUOTIDIANO LOCALE… GIORNALISTI SCHEDATI, PRESSIONI SULL’EDITORE, MENZOGNE: BUCCI TOLGA IL DISTURBO, NON E’ DEGNO DI RAPPRESENTARE LA LIGURIA

Ieri mattina, dagli articoli di Repubblica e del Fatto, tutti hanno appreso di una vicenda grave, quella dei dossier contro Il Secolo XIX (ma non solo: anche contro Genova24, si è poi saputo) che il governatore della Liguria Marco Bucci fa preparare dallo staff della sua comunicazione (con denaro pubblico?) da almeno un anno. Da tutta Italia sono arrivati interventi di protesta contro Bucci e di solidarietà al Secolo
Ma ieri pomeriggio è successo un fatto ancora più grave. Il governatore Bucci, nella conferenza stampa organizzata per cercare di rimediare a una situazione che dire
imbarazzante è poco, ha mentito. E lo ha fatto parlando in veste istituzionale. Ha detto di non aver mai mandato quei dossier all’editore del Secolo (il quale, lo dico ora e lo ripeterò, mi ha sempre permesso di fare un giornale libero e indipendente, come da accordi il giorno della mia assunzione). Bucci ha mentito, e posso dimostrarlo in modo documentale.
Ma prima riassumiamo i fatti, che non tutti conoscono, partendo dall’inizio.
Dossier, non rassegne
Da un paio di mesi l’Ordine dei Giornalisti della Liguria ha avviato un’istruttoria su alcuni dossier contro il Secolo XIX. Contengono ritagli di articoli, estrapolazioni, commenti molto critici (eufemismo), molte informazioni false, soprattutto un’infinità di omissioni, cioè non si citano le interviste e gli spazi dati al centrodestra. Il tutto, insomma, per dimostrare che il Secolo appoggia il centrosinistra. L’Ordine ha convocato i membri dello staff di comunicazione di Bucci e il loro capo, Federico Casabella, ha ammesso che quei dossier (lui li chiama rassegne: ma le rassegne sono fatte su più giornali, e non sono mirate a dimostrare una tesi) li ha confezionati lui con i suoi colleghi. Aggiungendo, però, che venivano confezionati in virtù di un accordo tra il governatore Bucci e il sottoscritto.
E così l’Ordine dei Giornalisti ha convocato me. Rischiavo una sanzione disciplinare durissima, la sfiducia della redazione, ma soprattutto una enorme figura di merda. Sono rimasto stupito per una tale menzogna, ma ho potuto smascherarla documentalmente almeno in quattro punti.
Primo. Nei dossier io sono criticato, quindi è chiaro che non potevo essere d’accordo.
Secondo. Se ci fosse stato un accordo tra me e Bucci, quest’ultimo avrebbe inviato i dossier direttamente a me. Invece, salvo l’ultimo che è stato mandato anche a me (22 novembre) tutti gli altri li ha mandati (lui o qualcuno del suo staff) al mio editore.
Terzo. In tutte le chat tra me e Bucci e tra me e il mio editore ho sempre protestato energicamente contro questi dossier. A Bucci, l’8 maggio 2025, dopo una serie di pressioni sulle elezioni comunali, ho scritto: «Sono veramente stanco di queste cose. Facciamo un giornale onesto. E stop».
E il 22 novembre, quando mi ha mandato i dossier di cui parlavo prima, ho risposto: «Lasciami anche dire, infine, che sono molto dispiaciuto del tono che usa
il tuo ufficio stampa, brutto davvero, che esamina frasi foto e occhielli partendo dal presupposto che da parte nostra ci sia una malafede. Mi spiace molto anche perché negli ultimi due mesi abbiamo dato un sacco di spazio a te e alla Regione e mi pare in modo molto corretto. Abbiamo titolato in prima pagina il bilancio dei tuoi primi mesi in Regione e la pagella che ti sei dato. E interviste sulla sanità, eccetera. Ma di tutto questo nella rassegna del tuo ufficio stampa non c’è traccia».
Il 2 dicembre ho scritto al mio editore: «C’è un ufficio in Regione che lavora per estrapolare pezzi per accusare il Secolo. E ti posso dimostrare che i commentini della squadra di Bucci sono falsi. Così non è più lecito andare avanti. File come questi, dossier come questi, dove si disquisisce sulla qualità delle foto, non esistono neanche nelle dittature sudamericane». (Come vedete, delle chat riporto solo alcune frasi mie, per rispettare la privacy degli interlocutori).
E dunque: io e Bucci d’accordo sui dossier???
È vero che, soprattutto all’inizio della nostra conoscenza, ho detto e scritto a Bucci di segnalarmi sempre se c’erano errori da rettificare, oppure se aveva necessità di interviste o dichiarazioni per equilibrare il giornale. Ma questo lo dico a tutti perché è l’abc di un corretto giornalismo. I dossier, che per ora non pubblico, sono ben altra cosa.
Quarto. L’11 giugno 2025 ho scritto un editoriale in prima pagina e ospitato a pagina 10 una serie di comunicati di protesta contro il comportamento di Bucci il quale, a un evento pubblico e davanti alle telecamere, aveva detto: «Quelli del Secolo devono darsi una regolata». È evidente che tra noi due c’era un duro contrasto, non un accordo.
La conferenza stampa di ieri
Federico Casabella, nella conferenza stampa di ieri, ha sostenuto che si tratta di rassegne stampa e non di dossier. E per dimostrarlo ha distribuito ai giornalisti presenti una rassegna stampa che non è quella oggetto dell’indagine dell’Ordine, ma una rassegna in cui si commentano più giornali. Poi ha ripetuto la barzelletta del mio accordo con Bucci. Lo aveva detto anche al giornalista di Repubblica che ha scritto l’articolo uscito ieri mattina. Sono doppiamente grato a Casabella di queste ripetizioni, perché mi hanno dato la possibilità di trasformare la mia querela da diffamazione semplice a diffamazione a mezzo stampa.
Poi Casabella ha attaccato l’Ordine dei Giornalisti per avere, a suo dire, violato il codice deontologico svelandomi il contenuto della sua deposizione. Qui siamo alle (tragi)comiche. L’Ordine mi ha convocato come indagato e non poteva non rivelarmi la fonte dell’accusa contro di me. Non mi ha trasmesso, né fatto leggere, il verbale di Casabella. Mi ha solo riferita la sua accusa. Altrimenti di che avremmo parlato?
Aggiungo, perché forse la cosa è sfuggita, che l’Ordine dei Giornalisti non ha sentito solo noi del Secolo, ma anche i capi delle altre redazioni genovesi. Per dire: è un’indagine ampia.
Bucci ha mentito
Ed eccoci a quello che scrivevo all’inizio. Marco Bucci, nella conferenza stampa di ieri, ha sostenuto di non aver mai mandato questi dossier al mio editore, e anche Casabella ha negato. Lo dimostrino, se possono. Io ho tutte le chat per poterli smentire. Tutte.
Poi, quando due cronisti gli hanno chiesto conto di un foglio con le istruzioni su come il Secolo avrebbe dovuto seguire la campagna elettorale per le comunali 2025, Bucci ha detto addirittura di non saperne nulla. Ha detto che non è opera sua. Ma quel foglio, intitolato “Risposta del governatore Bucci”, è stato inviato il 13 maggio 2025 alle ore 16:02:08 al mio editore, che me lo ha girato. E ribadisco che me lo ha girato solo per mia informazione, senza esercitare alcuna pressione. Il mio editore mi ha sempre garantito piena autonomia e libertà.
Mi spiace dover citare queste chat private, ma l’indipendenza della stampa dalla politica è un bene pubblico. E la versione di Bucci, oltre che falsa, è diffamatoria e io debbo difendere, prima di ogni cosa, la verità. Poi la dignità, poi la storia del Secolo. Qualcuno ha agito, oltre che con molta prepotenza, con molta imprudenza.
Il complotto
Infine. Ieri Casabella, e poi alcuni politici liguri di centrodestra, hanno parlato di una manovra politica della sinistra. Ma qui di manovra politica ce n’è una sola, inconfutabile: quella di un governatore, di centrodestra, per condizionare un giornale e perfino un’elezione comunale. Non si chiedono, costoro, a quale titolo un politico interferisce nella linea di un giornale del quale non è il proprietario? Ma quale complotto della sinistra. Sono quelli che hanno confezionato questi goffi dossier ad aver ordito un auto-complotto ai loro danni.
Michele Brambilla
direttore del Secolo XIX

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LA FENICE PERDE PEZZI: SE NE VANNO TUTTI, TRANNE BEATRICE VENEZI”: DOPO MUTI JR, LASCIA ALESSANDRO TORTATO, UNO DEI MEMBRI DEL CONSIGLIO D’INDIRIZZO DEL TEATRO (DICENDO “LA QUESTIONE VENEZI SI È FATTA MERAMENTE POLITICA”)

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

LE STILETTATE AL SOVRINTENDENTE COLABIANCHI E A “BEATROCE” VENEZI (“INOPPORTUNO ABBRACCIARE IL GIORNALISTA ANDREA RUGGIERI CHE AVEVA APPENA DICHIARATO PUBBLICAMENTE CHE ORCHESTRALI E CORISTI DEL “SUO” TEATRO SONO “PIPPE IL CUI MASSIMO TITOLO È IL BATTESIMO”) E LA SINTESI DELLA SUA ESPERIENZA: “UN DISASTRO” … VENEZI SARÀ OPERATIVA DA OTTOBRE, ANCHE SE A VENEZIA NON DOVREBBE DIRIGERE NULLA FINO AL PROSSIMO ANNO. MA QUANDO ARRIVERÀ, CHE SUCCEDERÀ? E SE IL PUBBLICO LA SEPPELLISSE SOTTO UNA BORDATA DI FISCHI E PERNACCHIE?

E due. La Fenice della premiata ditta Mazzi-Brugnaro-Colabianchi perde pezzi. Dopo l’addio di Muti junior all’inedito ruolo di “procacciatore di affari”, ieri si è dimesso anche uno dei membri del Consiglio d’Indirizzo, l’unico musicista a farne parte, Alessandro Tortato, nominato dal ministero nel gennaio del ‘25. Curioso teatro: si dimettono tutti, tranne chi dovrebbe farlo davvero.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso di Tortato è stata la sceneggiata di martedì, quando il CdI è stato riunito per ascoltare un’interminabile relazione del sovrintendente, Nicola Colabianchi, e votare quel che era stato già deciso, ratificato e comunicato sei mesi fa: la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale.
Una mossa ordinata da Roma, accusano i sindacati, del tutto priva di senso amministrativo o legale, insomma un puro spot elettorale, visto che a Venezia si vota fra due mesi, i padroni della città non sono sicuri di restarlo e devono quindi mostrare i muscoli con la consueta protervia.
Tortato, che martedì non si era fatto vedere, ha capito l’antifona e ha messo la sua indignazione nero su Facebook: «A questo punto è evidente che la questione si è fatta meramente politica e che, di conseguenza, non c’è alcun bisogno di avere un musicista fra i consiglieri». In effetti, «motivi artistici per la nomina di Venezi si cercano invano», come ha scritto l’autorevole rivista tedesca Opernwelt.
Tortato contesta anche la correttezza di Colabianchi che, in occasione della prima nomina di Venezi, quella vera, dichiarò che era stata approvata dal CdI, «cosa mai avvenuta», anche perché «il Consiglio non ha alcun titolo per esprimersi in merito alle scelte artistiche».
Da notare che l’ex consigliere non nega la legittimità della scelta di Venezi, che è competenza esclusiva del sovrintendente (e qui forse occorre ricordare che una nomina può anche essere lecita, ma non diventa per questo opportuna o giusta o sensata); contesta invece, che il sovrintendente non difenda la dignità del suo teatro e di chi ci lavora.
Scrive Tortato: «Non è lecito da parte di Venezi – o perlomeno non è da me accettabile – parlare pubblicamente della Fenice come di un “teatro con gestione anarchica”, affermazione che chiama in causa il sovrintendente, il presidente (cioè il sindaco Brugnaro, ndr) e l’intero Consiglio», tutti zitti mentre si fa strame di una gloria italiana come la Fenice.
«È poi inopportuno – prosegue Tortato – abbracciare una persona che ha appena dichiarato pubblicamente che orchestrali e coristi del “suo” teatro sono “pippe il cui massimo titolo è il battesimo”. I professori d’orchestra e i coristi della Fenice non sono pippe ma professionisti di altissimo livello», e qui il riferimento è alla partecipazione di Venezi a una manifestazione pubblica dove abbracciò il raffinato gentiluomo, tale Andrea Ruggieri, giornalista, che dopo aver insultato gli artisti della Fenice l’aveva presentata come «f**a bestiale”»(o spaziale, i glossatori del dolce stil novo divergono). Conclusione di Tortato sulla sua esperienza nel CdI della Fenice: «Un disastro».
«Il Teatro La Fenice non può sopportare tutto ciò, e non può diventare terreno di conquista da parte di coloro che hanno solo obiettivi personali e legati alla peggior politica», scrivono i sindacati.
Il Pd veneziano sostiene che le dimissioni di Tortato «mettono a nudo il re facendo cadere definitivamente il velo sull’ipocrisia che oggi pervade la governance del teatro», i grillini della Commissione Cultura della Camera sostengono che «a dimettersi dovrebbe essere chi ha nominato Venezi».
In effetti, proteste e proposte, appelli e manifestazioni, spillette e striscioni sono stati finora ignorati colà dove si puote ciò che si vuole, ma pare si fatichi a volere qualcosa di sensato. Ragiona Fabrizio Mazzacua, secondo flauto dell’Orchestra: “Sarebbe meglio prevenire un ulteriore incendio veneziano, visto il clima già decisamente esplosivo”. Già. I dì futuri si annunciano tenebrosi e oscuri (per Brugnaro & Co: è una citazione, La Bohème, Puccini)
Venezi sarà operativa da ottobre, anche se a Venezia non dovrebbe dirigere nulla fino al prossimo anno (strano, perché secondo operabase.com, una delle direttrici più acclamate e richieste e applaudite del mondo, almeno secondo il giornalismo distopico corrente, ha in programma soltanto un Cav & Pag al solito Colon in aprile, e stop). Ma quando arriverà, che succederà? Chi pensa che un’orchestra possa davvero lavorare con una bacchetta che detesta (e viceversa) non sa
chiaramente nulla di quel che Claudio Abbado chiamava “Zusammen Musizieren”, far musica insieme. Ma la musica, è ovvio, è l’ultima delle preoccupazioni.
(da La Stampa)

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TRUMP SCATENA IL CAOS, CREA DANNI, E LASCIA CHE GLI ALLEATI RACCOLGANO I COCCI, L’AMBASCIATORE STEFANINI: “NON SARÀ IL PRESIDENTE AMERICANO A SBARAZZARSI DEGLI AYATOLLAH. NON PUÒ PERMETTERSI LA BENZINA A PIÙ DI 3 DOLLARI E MEZZO A GALLONE. LE BRAVATE DALL’AIR FORCE ONE NON RIAPRONO LO STRETTO DI HORMUZ”

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

CON QUEL ‘GUERRA QUASI COMPLETATA’ HA GIÀ INIZIATO LA RITIRATA. IL CONFLITTO ‘DI SCELTA’ DI TRUMP LASCIA GIÀ SUL TERRENO ENORMI DANNI ECONOMICI, ENERGETICI MA SOPRATTUTTO GEOPOLITICI. NON SARÀ DONALD A METTERCI MANO. CANTERÀ VITTORIA, E SI OCCUPERÀ D’ALTRO (CUBA?)”

Il mondo sarebbe un posto migliore senza un Iran guidato dagli ayatollah. Ancor più il Medio Oriente, ancor più il popolo iraniano. Ma non sarà Donald Trump a sbarazzarsene. Il Presidente americano non può permettersi la benzina a più di 3 dollari e mezzo a gallone. Le bravate dall’Air Force One non riaprono lo Stretto di Hormuz.
Con quel “guerra quasi completata” ha già iniziato la ritirata. Sconfitto nei cieli, l’Iran vince nelle stazioni di servizio e nei mercati. E nel Golfo si raccattano i cocci.
La guerra “di scelta” di Trump lascia già sul terreno enormi danni economici, energetici ma soprattutto geopolitici. Non sarà Donald a metterci mano. Non è GW Bush, non è Barack Obama che, errori o meno, non si tiravano indietro dalle responsabilità – e conseguenti sacrifici. Canterà vittoria, e si occuperà d’altro (Cuba?). In Medio Oriente, in Europa e in Asia la guerra incompiuta lascerà una scia di distruzioni da riparare e relazioni da ricucire.
Senza aspettarci molto aiuto d’oltre oceano. Gli europei non lo stanno ricevendo per far fronte all’impennata energetica – a differenza di quanto avvenne nel 2022 a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. I Paesi del Golfo scoprono nell’alleanza con gli Usa, dei quali ospitano basi strategiche, più vulnerabilità alla, che protezione dalla, lunga ombra che Teheran proietta sul Golfo, accompagnata da missili e droni contro le loro città. Messi anche loro a dieta di petrolio e gas, i partner asiatici guardano nervosamente alla visita di Trump in Cina a fine marzo.
Cosa ne uscirà? Li rincuora più il Ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, che esclude un G2, che non il recente silenzio di Washington su Taiwan e le pretese marittime cinesi. Gli Stati Uniti rischiano di uscire da questa guerra con un’aura d’invincibilità militare e un vuoto di affidabilità politica.
La guerra ha ormai coinvolto una ventina di Paesi, non fosse altro che in azioni difensive. L’impatto su costi e forniture energetiche è enorme – e non del tutto passeggero causa i danni alle infrastrutture di estrazione e trattamento di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Emirati e Bahrein. Si riparano certo, a guerra finita, ma non in un giorno.
Questa guerra ha un prezzo altissimo in vite umane, risorse bruciate, macerie urbane, dislocazione economico-commerciale. Il più alto lo paga il popolo iraniano. Eppure, molti di loro specie giovani hanno accolto – li abbiamo sentiti – la guerra come l’inizio della liberazione dal giogo teocratico, sempre meno “religioso” e sempre più brutalmente repressivo.
Di cambio regime Trump ha parlato troppo ad intermittenza per credergli. Le sorti degli iraniani non gli interessano. Quando il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha cercato di discutere con lui dell’Iran del dopoguerra, la pilatesca risposta è stata un “ci pensino gli iraniani”.
Se, come ha fatto capire, considera la guerra “quasi” completata e si appresta – in una settimana? – a porvi fine, significa che lascerà l’Iran nelle mani di Khamenei junior. A meno che nel frattempo non venga eliminato come il padre ma prenderà qualche precauzione in più.
E, se fatto fuori, è molto probabile che il suo posto venga preso da un altro duro del regime. Checché si farnetichi di una soluzione venezuelana, non è in vista alcuna Delcy Rodriguez. La guerra finirebbe ma il fattore che l’ha scatenata – la Repubblica Islamica – rimarrebbe al suo posto, ferito, martoriato – e vendicativo.
Dopo aver dimostrato non solo una straordinaria capacità di resistenza ma anche di offesa mettendo in ginocchio il Golfo, con un’onda lunga sull’economia mondiale.
La guerra sta dimostrando la schiacciante superiorità militare di Stati Uniti e di Israele ma senza caduta del regime a Teheran non è una guerra vinta. Benjamin Netanyahu può accontentarsi di un Iran fortemente degradato e indebolito, che ha perso i tentacoli in Libano e Siria, con Hamas alle corde a Gaza, e persino gli Houthi che tengono la testa bassa in Yemen per non subire attacchi. Niente missione compiuta, tuttavia, per Donald Trump.
Otterrebbe con le armi quanto era sul tavolo dei negoziati: distruzione del programma nucleare (ma non l’aveva “obliterato” lo scorso giugno? ) e delle capacità missilistiche, recisione del cordone ombelicale da Teheran alle varie milizie pro-Iraniane in Medio Oriente. Ma il cancro della Repubblica islamica, nata inneggiando “morte al Grande Satana”, pur ridotto dal bombardamento di chemio e radiologia, rimarrebbe nel cuore dell’organismo mediorientale.
Dopo averne mandato in fibrillazione tutti gli altri organi. Dopo aver confermato che le guerre non si vincono dal cielo – glielo avevano detto al Pentagono ma ha fatto di testa sua. Dopo aver messo in sofferenza Paesi arabi, Europa e Asia mentre Russia e Cina, alla finestra, pensano a come trarre profitto dal passo falso americano.
Stefano Stefanini
per “la Stampa”

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LA GUERRA IN IRAN HA SPACCATO IL MONDO DEI MEDIA “MAGA”. A SCHIERARSI CONTRO L’OPERAZIONE MILITARE SONO TUCKER CARLSON E MEGYN KELLY, DUE EX VOLTI NOTI DI FOX, CHE SONO ARRIVATI A DIRE CHE “THE DONALD” PAGHERÀ LE CONSEGUENZE DEL CONFLITTO

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

MENTRE SU FOX, IL NETWORK CONSERVATORE PREFERITO DAL TYCOON, SEAN HANNITY E BRIAN KILMEADE SOSTENGONO L’ATTACCO AL REGIME IRANIANO … IL PARTITO REPUBBLICANO E LA SUA BASE CHIEDONO AL PRESIDENTE UNA EXIT STRATEGY DAL CAOS MEDIORIENTALE: IL RINCARO DEL PETROLIO, SE PROLUNGATO, RISCHIA DI PESARE SULLE ELEZIONI DI MIDTERM

La guerra in Iran spacca il mondo dei media Maga. A schierarsi contro l’operazione sono Tucker Carlson e Megyn Kelly, due ex volti noti di Fox. Durante i loro programmi hanno criticato duramente la campagna iraniana, spingendosi a dire che è un errore di cui Donald Trump pagherà le conseguenze.
Carlson, secondo indiscrezioni, avrebbe cercato di fare pressione sul presidente privatamente affinché non si lanciasse nella guerra, ma senza successo.
A criticare duramente Carlson è stato invece il senatore repubblicano Ted Cruz, secondo il quale l’ex volto di Fox ha ormai dichiarato guerra alla politica estera del presidente criticandone ogni decisione.
Il popolare podcaster Joe Rogan, che ha appoggiato Trump nel 2024 ma non gli ha poi risparmiato critiche, non ha usato mezzi termini: “molti si sentono traditi” nel movimento maga e questo perché Trump “ha corso come il presidente che dice basta alle guerra senza senso, e ora ci ritroviamo in una e non sappiamo neanche perché. Per me questo non ha senso a meno che non stiamo agendo nell’interesse di altri, e in particolare di Israele”.
Su Fox, il network conservatore preferito da Trump, Sean Hannity e Brian Kilmeade sostengono invece la guerra.
Donald Trump sotto assedio. La sua base e il partito repubblicano chiedono al presidente una exit strategy dall’Iran: deve arrivare in tempi stretti altrimenti il rischio di una valanga democratica alle elezioni potrebbe realizzarsi. Al momento però come gli Stati Uniti si svincoleranno dal conflitto non è chiaro.
La guerra contro Teheran ha preso una piega imprevista rispetto alle idee iniziali dell’amministrazione, che prima aveva parlato di qualche giorno poi di quattro o cinque settimane. A più di dieci giorni dall’avvio dei bombardamenti, il regime iraniano resiste e l’Iran continua a rispondere agli attacchi americani, seminando panico in tutto il Medio Oriente e mandando in tilt il mercato petrolifero, alle prese con lo shock maggiore da decenni.
Oltre all’evoluzione inattesa, per Trump sembra esserci il nodo Israele: in pubblico i due alleati mostrano un fronte compatto, ma dietro le quinte – secondo indiscrezioni – le tensioni stanno aumentando con Benjamin Netanyahu pronto ad andare avanti con la campagna fino al crollo del regime, e gli Stati Uniti più cauti e concentrati sui loro obiettivi militari, ovvero distruggere in via definitiva la capacità di Teheran di mettere le mani sull’arma nucleare
A confermare le tensioni è la richiesta americana a Israele – la prima da quando è iniziata la guerra – di fermare gli attacchi sulle infrastrutture energetiche iraniane. Il capo del Pentagono ha cercato di minimizzare: l’attacco israeliano al petrolio iraniano “non era necessariamente un nostro obiettivo.
Ma non siamo tirati in nessuna direzione, siamo alla guida”, ha detto Pete Hegseth prima di recitare il salmo 144 della Bibbia. Anche Steve Witkoff ha cercato di smorzare le tensioni annunciando una sua “probabile” visita in Israele la prossima settimana.
Spaventato dalla corsa del petrolio che potrebbe mangiarsi il tanto decantato taglio delle tasse e dal calo di Wall Street, uno dei suoi indicatori di riferimento, Trump ha parlato di guerra praticamente finita e aperto a un possibile allentamento delle sanzioni, ritenuto da molti un regalo a Vladimir Putin, considerato il vero vincitore dell’operazione in Iran. Ma sui tempi della fine della campagna non sembra esserci chiarezza neanche all’interno dell’amministrazione.
“Abbiamo ricevuto dichiarazioni fumose al riguardo. E ancora non hanno chiarito perché siamo in guerra”, ha detto la senatrice democratica Elizabeth Warren al termine di un briefing dell’amministrazione, dopo il quale ha assicurato che voterà “no” a eventuali richieste di nuovi fondi per la campagna in Iran della Casa Bianca.
Il commander-in-chief potrebbe chiedere a giorni al Congresso decine di miliardi per continuare l’operazione, in quello che si preannuncia un nuovo duro braccio di ferro che metterà alla prova la risicata maggioranza repubblicana.
“Non sa come finire la guerra”, ha scritto sul New York Times l’editorialista Thomas L. Friedman, vincitore di tre premi Pulitzer e profondo conoscitore del Medio Oriente. Altri osservatori notano come anche sull’Iran Trump sarà ‘Taco’ (Trump always chicken out, si tira sempre indietro) in seguito al caroprezzi e al rischio crescente di perdere le elezioni di metà mandato. Ma questa volta ‘Taco Trump’ – spiega il commentatore del Financial Times Edward Luce – arriverà troppo tardi. E questo costerà all’America la fiducia del mondo.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI RISCHIA DI FARE LA FINE DI CAMERON. IL QUOTIDIANO BRITANNICO (DI DESTRA) “TELEGRAPH”: “VOTARE “NO” AL REFERENDUM OFFRE AGLI ITALIANI SCONTENTI L’OPPORTUNITÀ DI COLPIRE LA PREMIER DOVE FA PIÙ MALE, COME ACCADDE A DAVID CAMERON CON IL REFERENDUM SULLA BREXIT NEL 2016”

Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile

“SECONDO I SONDAGGI MELONI RISCHIA DI PERDERE IL VOTO. QUESTO ANCHE A CAUSA DELLA SUA STRETTA RELAZIONE CON DONALD TRUMP (IL 77 PER CENTO DEGLI ITALIANI HA UN’OPINIONE SFAVOREVOLE SU DI LUI). IL REFERENDUM, CHE ARRIVA NEL MOMENTO PEGGIORE POSSIBILE PER LA PREMIER, POTREBBE RIVELARSI UN TEST DECISIVO DEL SUO GOVERNO”

È il test più pericoloso affrontato finora da Giorgia Meloni durante il suo periodo al governo. Milioni di italiani voteranno questo mese su una riforma della magistratura — un terreno di scontro sul quale destra e sinistra italiane combattono da decenni. Il voto, ad altissimo rischio politico, è pieno di insidie per Meloni, che è primo ministro da quattro anni e che dovrà affrontare elezioni generali il prossimo anno. Se dovesse perdere il voto del prossimo mese, la sua aura di invincibilità subirebbe un duro colpo e l’opposizione ne trarrebbe vantaggio.
I sondaggi indicano che il risultato potrebbe andare in entrambe le direzioni e molto dipenderà dall’affluenza alle urne.
Il contenuto della riforma è complesso e difficile da comprendere per l’italiano medio. Prevede la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, mettendo fine al sistema attuale che consente loro di passare da un ruolo all’altro.
Il governo di coalizione guidato da Meloni sostiene che ciò renderebbe i giudici più imparziali, riducendo i loro legami con i pubblici ministeri, mentre i critici affermano che si tratta di un tentativo di aumentare il controllo politico sui tribunali.
È prevista anche l’istituzione di un tribunale disciplinare per esaminare i casi di cattiva condotta.
Le riforme — se verranno approvate — difficilmente cambieranno in modo significativo la vita degli italiani. Ma questo non è il punto.
Il pericolo per Meloni è che il referendum, che si terrà il 22 e 23 marzo, diventi di fatto un giudizio sui suoi quattro anni al governo e sul suo esecutivo di destra.
Votare “no” offrirebbe agli italiani scontenti l’opportunità di colpire la premier dove fa più male — come accadde a David Cameron con il referendum sulla Brexit nel 2016. Cameron scommise il suo futuro sulla convinzione che la Gran Bretagna avrebbe scelto di restare nell’Unione europea dopo anni di divisioni sull’Europa — e la scommessa gli si ritorse completamente contro. Alcuni sondaggi suggeriscono che Meloni rischia di perdere il voto. Questo anche a causa della sua stretta relazione con Donald Trump.
Il presidente americano è impopolare in Italia: il 77 per cento degli italiani ha un’opinione sfavorevole su di lui, secondo il gruppo di sondaggi YouGov.
Anche la guerra di Trump con l’Iran sta aumentando i timori di uno shock sui prezzi dell’energia in un momento in cui gli italiani sono già scontenti per le bollette costose, i salari stagnanti, l’alto costo della vita e scuole fatiscenti dove i bambini talvolta devono portarsi la carta igienica da casa.
Meloni ora deve affrontare un difficile equilibrio: non deve irritare il suo alleato americano, come hanno fatto gli spagnoli, ma deve anche rassicurare gli elettori sul fatto che l’Italia non verrà trascinata in una guerra guidata dagli Stati Uniti in un momento in cui la gente comune è preoccupata per l’aumento delle spese.
Il referendum, che arriva nel momento peggiore possibile per la premier, potrebbe rivelarsi un test decisivo del suo governo.
Gli alleati di Meloni hanno affermato che l’opposizione di centro-sinistra spera che il governo entri in crisi nel caso in cui vinca il “no”.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha affermato che l’opposizione nutre “la vana speranza che, nel caso vinca il no, il governo venga gettato in una crisi”. “Non sarà così. Abbiamo garantito un livello di stabilità che loro possono solo invidiare”, ha insistito Nordio.
Ma Francesco Boccia, del Partito Democratico, ha dichiarato che il referendum sarà “un giudizio sul governo, che ha imposto questa riforma”.
Oltre al destino di Cameron, esiste anche un precedente preoccupante più vicino a casa. Non è la prima volta che un primo ministro italiano dinamico e relativamente giovane, emerso quasi dal nulla, scommette il proprio futuro sull’esito di un referendum nazionale.
Nel 2016, Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio e leader del Partito Democratico, fu costretto a dimettersi dopo aver legato la propria reputazione a un referendum che avrebbe riformato il sistema politico italiano.
Aveva proposto di rafforzare il governo centrale e indebolire la camera alta del Parlamento, il Senato.
Sebbene il referendum riguardasse una riforma costituzionale, si trasformò in una valutazione della politica dell’establishment — e dello stesso Renzi.
Il ricordo di Renzi non può essere lontano dalla mente di Meloni, eletta primo ministro nel 2022 come prima donna nella storia d’Italia e che spera di ottenere un secondo mandato il prossimo anno.
E il suicidio politico di Renzi sarà ben presente nella mente di quegli italiani scontenti della coalizione di governo.
“Voterò no al referendum. Non mi interessa molto la questione della magistratura, penso solo che Meloni non abbia mantenuto molte delle promesse fatte prima di diventare primo ministro, come abbassare le tasse sui carburanti”, ha dichiarato al Telegraph Dario Valentino, un tassista romano.
“L’Italia ha ancora alcuni dei salari più bassi d’Europa. La mia fidanzata si sta formando per diventare infermiera e le ho detto: ‘Sei sicura di volerlo fare?’ Guadagnerà 1.200 euro al mese per una settimana lavorativa di 60 ore”.
“Sosterrò il no”, ha detto Roberto Ferdinandi, un edicolante che gestisce un chiosco in una piazza lastricata di Roma. “Non dovremmo essere noi a decidere su questioni importanti come la magistratura. Dovrebbe essere indipendente dalla politica”.
Anche se la riforma può essere difficile da comprendere per l’italiano medio, si è trasformata in una guerra per procura tra la coalizione di destra di Meloni e i suoi oppositori di sinistra.
La sinistra accusa la premier di voler indebolire la magistratura e aumentare il controllo sui tribunali.
“Meloni e la destra, proprio come Trump negli Stati Uniti e Orbán in Ungheria, non amano i vincoli e i contrappesi che sono al cuore di ogni democrazia”, ha dichiarato Stefano Bonaccini, figura di spicco del Partito Democratico, al Corriere della Sera.
“Proprio come Trump, stanno costruendo battaglie politiche per cercare di nascondere i loro scarsi risultati sull’economia, sui salari, sul collasso del sistema sanitario e sulla crisi del costo della vita”. §La coalizione di governo accusa invece giudici e magistrati di avere un orientamento di sinistra e di ostacolare gli sforzi per contrastare l’immigrazione illegale.
Tribunali in tutto il Paese hanno emesso sentenze favorevoli ai migranti irregolari e alle navi delle ONG che li soccorrono nel Mediterraneo mentre cercano di attraversare dal Nord Africa verso l’Europa.
L’animosità tra politici e magistratura non è stata così intensa dai tempi di Silvio Berlusconi. Gli ultimi sondaggi indicano che Meloni affronta una battaglia difficile. Un sondaggio SWG suggerisce che il 38 per cento degli italiani è favorevole alla riforma, mentre il 37 per cento è contrario. Un quarto degli elettori è indeciso.
L’affluenza è considerata cruciale. Un alto livello di astensione probabilmente favorirebbe gli oppositori della riforma.
“I sondaggi più affidabili indicano una gara molto equilibrata tra sì e no. Sembra esserci un leggero vantaggio per il sì, ma si sta erodendo. Il no sta guadagnando terreno”, ha dichiarato al Telegraph il politologo della Luiss Roberto D’Alimonte. Ha aggiunto: “Se Meloni perde, non si dimetterà ma ci saranno conseguenze. Sarà politicamente indebolita. Penso che dovrà frenare altre riforme che sta portando avanti, comprese le modifiche al sistema elettorale. Potrebbe chiedere elezioni anticipate, sulla base del fatto che non vuole trascorrere circa un anno come un ‘anatra zoppa’”.
Francesco Galietti, fondatore della società di consulenza sui rischi politici Policy Sonar, ha dichiarato: “Non esiste una soglia di partecipazione, quindi la domanda è semplice: chi riuscirà a portare i propri elettori alle urne? Da questo punto di vista, la determinazione e la disciplina del fronte del No superano la pallida convinzione della campagna del Sì. Un’affluenza intorno al 50 per cento probabilmente permetterebbe a Meloni di salvarsi; molto al di sotto di quella soglia, e il vento cambierebbe direzione.
Il team Meloni deve ancora spiegare con precisione cosa comporti la riforma, preferendo rifugiarsi nella familiare narrazione del ‘noi contro loro’. È una storia rassicurante, ma un povero sostituto della persuasione”.
La riforma della giustizia è già stata approvata due volte da entrambe le camere del Parlamento, ma il governo non ha raggiunto la maggioranza dei due terzi.
Questo ha costretto la premier a sottoporre la misura al voto popolare.
Non è previsto alcun quorum: vince semplicemente chi ottiene più voti. L’opposizione sente l’odore del sangue e vede il referendum come un’occasione per indebolire Meloni prima delle elezioni generali del prossimo anno.
“Per forse la prima volta dall’inizio della legislatura, il primo ministro non sembra completamente a suo agio”, ha detto Galietti. “Non sappiamo ancora chi alla fine prevarrà. Quello che sappiamo, però, è che questa battaglia è di Meloni da perdere. Una volta terminato il referendum, inizierà il regolamento dei conti.

Nick Squires
per www.telegraph.co.uk

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