PER FORTUNA CHE NON HA VINTO NESSUNO
IL LEADERISMO ARROGANTE E GLI ITALIANI CHE HANNO QUELLO CHE MERITANO
Siamo tra i pochi in Italia che non si vergognano a dire che, da diversi anni a questa parte, l’Italia non
annovera un vero statista, ma soltanto una pletora di giovanotti arroganti e spesso nullafacenti: da Renzi a Di Maio per finire con Salvini.
Il degrado economico dei bilanci familiare ha portato gli italiani a giustificare i peggiori sentimenti, aumentando il divario tra ricchi e poveri, garantiti e non garantiti, seminando odio razziale, religioso e sociale.
Da un partito aziendalista che decideva le sorti del Paese ad Arcore si è passati a un altro dove chi decide, dietro le quinte, è una marionetta manovrata da un’altra azienda.
Il tutto mentre chi avrebbe dovuto rappresentare “la sinistra” ha fatto una politica da destra economica e chi avrebbe dovuto rappresentare una destra moderna è finito a fare la ruota di scorta prima di un puttaniere e poi di un razzista.
E qui si innesca la malattia del leaderismo fine a se stesso, non in quanto portatore di idee, valori e capacità di mediazione.
Nella prima Repubblica, tanto vituperata, le coalizioni governavano anche perchè contavano su diversi petali interni, rappresentativi non solo di interessi, ma anche di sensibilità diverse.
Le minoranze interne non venivano espulse, i dibattiti congressuali vertevano anche su diverse visione della società a confronto.
I maggiori partiti ( ma anche molti dei piccoli) potevano annoverare diversi leader e alcuni statisti in grado di subentrare a seconda delle esigenze politiche del momento.
Statista è chi ha senso dello Stato, della Comunità nazionale, capace di mediare e operare sintesi nell’interesse superiore del Paese.
Chi vince dovrebbe essere il primo a dimostrare tale capacità , non a rivendicare la poltrona da premier come un patetico dittatore della Repubblica delle banane.
Perchè, sia chiaro, lo dicono i numeri, non esiste un vincitore o presunto tale, che avendo raccolto solo un terzo dei consensi, non si trovi ad avere contro i due terzi degli italiani che non l’hanno votato.
E gli elettori stessi che starnazzano a favore di questo o quello non hanno forse ancora capito che rischiano di prendere due sberle da due italiani su tre, altro che rivendicare il potere assoluto.
Per questo siamo tra coloro che sono ben lieti che non abbia vinto nessuno: l’Italia non ha bisogno di esaltati narcisisti che sfogano nella politica il loro ego superomistico, ma di statisti capaci di fare personalmente un passo indietro pur di cercare un punto di mediazione per allargare la fascia degli italiani “rappresentati”.
Finiti i tempi dei programmi irrealizzabili e delle bufale per prendere per i fondelli gli elettori carpendo il voto degli illusi, è tempo di realismo e di responsabilità .
Non quella dei senatori comprati per garantire una maggioranza, ma quella nobile di “rappresentare l’unità e l’interesse della Nazione”.
Le coalizioni non sono la negazione della democrazia, ma una loro espressione mediata. Una necessità soprattutto in un Paese come il nostro dove troppo spesso chi vince è portato a fottersene di chi non l’ha votato, creando ulteriore divisione e conflitti sociali nel Paese.
Ma gli statisti non nascono dalle votazioni sul web , dai cenacoli dei caminetti o dai concorsi canori sguaiati su chi insulta di più da un palco, nascono attraverso lo studio, la cultura, l’analisi dei fenomeni sociali, il confronto delle idee, un percorso di esperienze amministrative locali, una selezione naturale delle classi dirigenti.
Nessun grande azienda affiderebbe il proprio timone ai sedicenti leaderini che si contendono il premierato oggi in Italia.
Al massimo li ritroveremmo in archivio a sistemare le polverose scartoffie.
Forse anche per quello non hanno mai lavorato in vita loro.
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