PERCHE’ E’ COLPA DI MELONI E SALVINI SE GLI ITALIANI HANNO DOVUTO RISARCIRE CAROLA RACKETE E IL MIGRANTE ALGERINO
LE CONDANNE DERIVANO DA DECISIONI SBAGLIATE DEL GOVERNO E DDEI SUOI ORGANI… IL PROBLEMA E’ UN’ALTRO: DEVONO PAGARE LORO DI TASCA PROPRIA, BASTA FARE I RAZZISTI CON IL CULO DEGLI ALTRI
Dopo settimane di relativo silenzio anche Giorgia Meloni ha deciso di entrare nella campagna
politica per il referendum sulla giustizia (rendendo la questione ancor più politicizzata). Lo ha fatto con due video in due giorni, attaccando giudici diversi: prima per il rimborso da 700 euro riconosciuto a un uomo algerino trattenuto per oltre un mese in Albania in modo irregolare, poi per un risarcimento da 76mila euro riconosciuto alla Ong Sea Watch per il sequestro della nave con cui Carola Rackete forzò il blocco della Guardia di finanza nel porto di Lampedusa nel 2019.
Due temi caldi – giustizia e migranti – che hanno spinto Meloni a intervenire in prima persona, mentre Matteo Salvini non ha mai smesso di strumentalizzare i casi di cronaca per spingere il Sì al referendum anche quando non c’è nessun collegamento tra le due cose. La premier ha parlato di “decisione che lascia letteralmente senza parole” (su Sea Watch) e di “parte politicizzata della magistratura” (sull’Albania).
Peccato che in entrambi i casi le decisioni dei giudici non abbiano niente a che fare con le valutazioni politiche dei magistrati, e molto a che fare con errori commessi dal governo o dai suoi rami.
La spinta del governo per trasferite migranti in Albania senza motivo
L’uomo che ha ottenuto un risarcimento da 700 euro è di nazionalità algerina, si trova in Italia da circa 19 anni, ha una moglie italiana e due figli minorenni, italiani a loro volta. È nel Paese in modo irregolare, e ha delle precedenti condanne, tra cui una per furto e una per lesioni. Tutti questi elementi sono piuttosto importanti per capire la situazione.
A febbraio dello scorso anno, il prefetto di Cuneo aveva decretato l’espulsione dell’algerino. Era stato trasferito nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, in Friuli-Venezia Giulia. Un trattenimento convalidato dal giudice di pace, proprio alla luce dei precedenti. L’uomo quindi era in un Cpr, pronto all’espulsione.
Secondo il Garante dei detenuti, l’anno scorso 70 persone sono state rimpatriate in Algeria e 187 persone sono state rimpatriate a partire dal centro di Gradisca. Insomma, le condizioni c’erano tutte per raggiungere l’obiettivo dichiarato del governo (e confermato dalla giustizia).
Poi però è arrivato un intervento difficile da spiegare, se non sul piano politico. Con un nuovo decreto Albania, a marzo 2025, il governo ha reso possibile trasferire persone dai Cpr italiani a quelli costruiti in Albania.
I centri italiani erano sovraffollati? No, per nulla. È plausibile che il governo volesse semplicemente ‘riempire’ i centri albanesi in qualunque modo.
Il trasferimento immotivato e il diritto dei figli minorenni
Fatto sta che il 10 aprile l’uomo algerino è stato prelevato dal centro di Gradisca d’Isonzo. Nessuna comunicazione scritta gli ha spiegato dove venisse trasferito o perché. Gli agenti gli avrebbero detto, solo a voce, che era in viaggio per Brindisi – mentendo.
L’uomo è rimasto in Albania, nel centro di Gjader, per cinque settimane. Una volta arrivato ha fatto richiesta d’asilo (cosa che prima non aveva mai fatto) e, visto che per il diritto europeo i centri albanesi non possono ospitare richiedenti asilo, il suo trattenimento non è stato convalidato.
È stato ritrasferito nel Cpr di Bari il 19 maggio e il tribunale ha deciso che può aspettare in libertà la decisione sulla domanda d’asilo.
Un elemento centrale nella vicenda sono i due figli minorenni. Sono affidati ai nonni materni, ma da tempo è iniziato un percorso di riavvicinamento con i genitori che richiede incontri in presenza anche con il padre. Cosa che concretamente non è possibile fare in Albania.
La condanna al risarcimento è arrivata perché non c’è stato nessun provvedimento scritto e motivato per spiegare il trasferimento in Albania; l’uomo non è stato informato di dove andava e quindi non ha potuto dirlo alla famiglia, violando i suoi diritti alla libertà personale e alla vita familiare.
In più, non c’è nessuna dimostrazione che le autorità prima di trasferirlo abbiano tenuto conto degli interessi dei suoi figli, che hanno diritto agli incontri con il padre. Peraltro, la somma stabilita dai giudici – 700 euro in tutto – come risarcimento è molto più bassa di quella chiesta dalla difesa.
Sembra chiaro, però, che se il governo Meloni non avesse insistito per un trasferimento poco sensato in Albania la vicenda si sarebbe chiusa da tempo. L’uomo sarebbe rimasto trattenuto in Friuli e probabilmente, nel tempo, espulso.
Il caso Sea Watch e Carola Rackete
Diverso è il caso della Ong Sea Watch, non direttamente legato al governo Meloni ma a uno dei suoi esponenti di spicco, Matteo Salvini, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti. I fatti sono quelli del giugno 2019. La nave Sea Watch 3 aveva soccorso 53 persone in mare e cercava un porto sicuro per farle sbarcare. Aveva rifiutato di andare a Tripoli, ritenuta una destinazione non sicura per le continue, dimostrate violazioni dei diritti umani.
I porti italiani, però, erano ‘chiusi’ per effetto del decreto Sicurezza bis di Salvini. Dopo più di due settimane passate al largo di Lampedusa in attesa, con una situazione critica a bordo, la capitana della nave Carola Rackete aveva deciso di forzare il blocco del porto e attraccare comunque.
Nel farlo, aveva urtato una nave della Guardia di finanza. Era poi stata arrestata, ma le accuse erano state archiviate (su indicazione del giudice per le indagini preliminari, mentre il procuratore si era opposto facendo ricorso in Cassazione; a dimostrare che giudice e pm non sono sempre allineati nelle decisioni).
Il rimborso però non ha a che fare con questi eventi, ma con quello che è seguito. La nave è stata sottoposta a sequestro il 12 luglio 2019. Il 21 settembre, Sea Watch
ha fatto opposizione al sequestro rivolgendo al prefetto di Agrigento, come prevedevano le norme. Qui c’è stato il problema.
Il silenzio della prefettura e la decisione obbligata dei giudici
La legge che regola i sequestri e risale al 1981 mette dei paletti chiari. L’autorità competente – in questo caso la prefettura – deve rispondere all’opposizione entro dieci giorni. Può confermare il sequestro, spiegando perché, oppure respingere la richiesta. Una frase della legge, inequivocabile, recita: “Se non è rigettata entro questo termine, l’opposizione si intende accolta”. È il cosiddetto silenzio-accoglimento: se non rispondi, il sequestro finisce.
La prefettura di Agrigento, però, non ha mai risposto. I dieci giorni sono passati. Dal 1° ottobre, quindi, il sequestro era formalmente illegale, ma le autorità hanno continuato a negare la restituzione della barca. Solo il 19 dicembre è intervenuto il tribunale di Palermo, con un ricorso d’urgenza che ha messo fine al sequestro.
La causa è iniziata nel 2022, ed è stata piuttosto lineare. Non c’è dubbio che il sequestro tecnicamente fosse scaduto a inizio ottobre. Dunque i giudici hanno stabilito un rimborso calcolando le spese per i costi portuali e il carburante per i tre mesi tra ottobre e fine dicembre.
Insomma, nessuna valutazione politica da parte dei giudici. Si è trattato semplicemente di un provvedimento amministrativo che ha applicato norme sul sequestro che sono le stesse da circa quarantacinque anni.
Il processo non ha chiarito perché il sequestro sia stato prolungato illegalmente (non era questo il suo obiettivo), ma la responsabilità più evidente sembrerebbe quella della prefettura di Agrigento. Un organo che fa capo al ministero dell’Interno, all’epoca presieduto da Salvini.
(da Fanpage)
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