PONTE SULLO STRETTO, IL GEOLOGO MARIO TOZZI: “SE NON APPROFONDISCI, RISCHI COME A KOBE”
NEL 1995 LA CITTA’ GIAPPONESE FU COLPITA DA UN CATASTROFICO TERREMOTO

In un nuovo post pubblicato su Instagram il geologo, primo ricercatore del CNR e divulgatore scientifico Mario Tozzi è tornato a occuparsi del Ponte sullo Stretto di Messina, sottolineando che se non si approfondiscono tutti i dati a disposizione si rischia come a Kobe, città giapponese nella Prefettura di Hyōgo (isola di Honshu) colpita da un catastrofico terremoto nel 1995, che oltre a numerose vittime ha causato una devastazione senza precedenti, con crolli di ponti e autostrade. Nel post il conduttore di Sapiens – Un solo pianeta ha innanzitutto affermato che del progetto, “forse da rifare”, nulla inizierà prima del 2028. Alla luce di questo ritardo sulla tabella di marcia, evidenzia che sarebbe opportuno sfruttare questa pausa per raccogliere più dati possibili “sulla sismotettonica e il contesto deformativo della regione, come pure richiesto da ricercatori e geologi professionisti”. Il riferimento è anche ai risultati del recente studio “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab” condotto da scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nel quale è stato evidenziato che la sopracitata deformazione è associata a un complesso sistema di faglie interconnesse, come un mazzo di carte lanciato su un tavolo in cui alcune figure si sovrappongono alle altre. Questo intricato puzzle sismotettonico abbraccia sia il mare che la terraferma.
La Società Stretto di Messina, che ha l’incarico di realizzare l’infrastruttura, ha dichiarato che le evidenze del nuovo studio non hanno alcun impatto sulla realizzazione del progetto, mentre il dottor Tozzi e altri esperti continuano a sottolineare l’importanza di analizzare più a fondo l’intricato mosaico di faglie che interagiscono fra di esse, conducendo indagini mesostrutturali ad hoc e senza trascurare ciò che è emerso. L’effetto combinato di queste faglie, aveva spiegato il geologo in una recente intervista con Fanpage.it, potrebbe infatti amplificare la potenza distruttiva di un eventuale terremoto. Siamo infatti in una zona a elevato rischio sismico già colpita da un evento catastrofico nel 1908, che ha provocato oltre 80.000 vittime tra le sponde siciliana e calabrese dello Stretto. In sostanza, il dottor Tozzi non dice che il ponte sullo Stretto di Messina non si possa fare, ma che non si può non tenere conto dei nuovi dati prima di procedere all’eventuale costruzione. Ed è proprio per questo che cita il disastro naturale avvenuto in Giappone nel 1995: “Ponti si fanno in zone sismiche in tutto il mondo, ma nessuno così lungo con la ferrovia. E dove non approfondisci rischi (come a Kobe)”. Dunque cos’è successo in occasione del devastante sisma nipponico?
Erano le 05:47 del 17 gennaio 1995, quando dalla Faglia Nojima che attraversa l’isola Awaji – a una ventina di chilometri da Kobe – si innesca un catastrofico terremoto di magnitudo 7.2-7.3, ad appena 16 chilometri di profondità. La scossa dura una ventina di secondi, un tempo relativamente breve ma sufficiente a innescare uno dei peggiori disastri sismici della storia, soprattutto in termini di portata distruttiva. In pochi istanti, il terremoto di Kobe (formalmente terremoto di Hyogo Ken Nanbu) causò quasi 6.500 morti, oltre 26.000 feriti e 300.000 sfollati. Furono distrutti ben 150.000 edifici e i danni economici per l’epoca furono stimati 200 miliardi di dollari americani, come indicato in un articolo dell’Università Statale della Pennsylvania. Molte persone morirono a causa degli incendi sprigionati dai crolli. Danni significativi, a causa dei picchi di accelerazione fino 0.8 g molto superiori alla progettazione dell’epoca, colpirono anche moltissime infrastrutture, fra le quali porti, dighe, argini, metropolitane, autostrade e ponti. Fra i crolli più rilevanti, quello del ponte di Fukae da 18 campate della superstrada Hanshin (Hansin Route 3). “L’impalcato ribaltato era collegato monoliticamente a pilastri di 3,1 m di diametro, che cedettero in modo drammatico”, si legge nello studio “Fukae bridge collapse (Kobe 1995) revisited: New insights” pubblicato nel 2020 su Soils and Foundations. Drammatiche le immagini del ponte letteralmente adagiato su un fianco.
Come si legge nel documento del College di Ingegneria dell’Università Statale della Pennsylvania, per i crolli dei ponti sono emersi diversi problemi di progettazione, come “enfasi sulla resistenza anziché sulla duttilità”; “dettagli inadeguati della piastra di base”; “ganci inadeguati”, “insufficiente armatura trasversale” e via discorrendo. “I danni alle autostrade e ai ponti sopraelevati sono stati diffusi e catastrofici. I danni tipici includevano cedimenti per taglio e flessione delle colonne in calcestruzzo, instabilità delle colonne in acciaio, movimenti delle fondazioni dovuti a cedimenti del terreno e dislocazioni delle travi. Sia i ponti nuovi che quelli vecchi presentavano prestazioni scadenti, rendendo necessarie revisioni dei codici e interventi di adeguamento sismico”, hanno scritto gli esperti. Sono tutti problemi analizzati a fondo dagli esperti e che oggi, a oltre 30 anni di distanza, non vengono assolutamente lasciati al caso.
Per questi crolli non ha influito solo una progettazione inadeguata, in grado di resistere a un sisma così forte, ma anche elementi ambientali non valutati correttamente, con il conseguente “mancato intervento sugli effetti della liquefazione del suolo e dello spostamento laterale del suolo” e il fatto di non aver tenuto conto degli effetti di amplificazione locale dovuti al territorio alluvionale di
Kobe. È stata proprio la liquefazione del terreno a causare moltissimi danni e vittime, a causa della peculiare condizione geologica di Kobe il cui suolo è caratterizzato da strati di sabbia, argilla marina morbida e altri elementi. Chiaramente nella zona sismica dello Stretto di Messina non ci troviamo nella stessa situazione e oggi le moderne procedure di costruzione antisismica eviterebbero i sopracitati problemi. Tuttavia, come sottolineato dal dottor Tozzi, la situazione delle faglie è molto più complessa di quel che si immaginava, come emerso dal nuovo studio, pertanto è doveroso approfondire la sismotettonica e il contesto deformativo prima di avviare qualunque lavoro. “Senza scontri ideologici, solo per stare tranquilli”, chiosa il geologo su Instagram, aggiungendo che “se poi volessimo, invece, destinare quei denari ad altre opere, beh, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta.”
(da agenzie)
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