PRIMARIE A CALCI E PUGNI: L’IRA DELLA BASE PD
DAVANTI ALLA SEDE PD I MILITANTI CONTRO LE NUOVE LARGHE INTESE: “FATECI VOTARE”….. RISSA PER LA SCELTA DEI CANDIDATI, DUBBI SULLA STAFFETTA
I militanti protestano con le tessere tra le mani, gli elettori hanno cattivi pensieri, i sondaggi virano al
nuvoloso. E le primarie per le segreterie regionali, tra risse e ricorsi, assomigliano già a un bel guaio.
Il Renzi che corre verso palazzo Chigi ha lasciato molto dietro il suo partito, quel Pd che in larga parte non ha capito il suo strappo.
Il segretario che picchiava sul governo Letta e rispondeva a muso duro a Fassina e a Cuperlo “perchè ho preso tre milioni di voti nelle primarie” sarà premier senza passare per le urne.
E nel segno sempre delle larghe intese, con gli Alfano e gli Schifani.
Contraddizione da gastrite, per la pancia (e non) dei Democratici. Il Pd potrebbe pagare dazio già oggi, con larghi vuoti nei seggi delle primarie e nei congressi per le segreterie dem di 14 regioni.
E sempre oggi si vota per le Regionali in Sardegna, dove già i Democratici corrono con un candidato dell’ultimo minuto, Francesco Pigliaru, gettato nella mischia dopo il ritiro (forzato, anche da Renzi) di Francesca Barracciu, vincitrice delle primarie e indagata per peculato.
L’aria che tira la racconta la protesta davanti al Nazareno, la sede nazionale del Pd, dove ieri mattina si è materializzato un gruppo di militanti con tanto di bandiere. Nelle mani, la tessera elettorale e quella di partito.
Messaggio chiaro: “Fatecele usare”. Un monito al segretario, spiegato così da un portavoce del gruppo: “Renzi aveva lanciato l’hahstag #Enrico stai sereno; noi invece diciamo ‘Matteo non stare affatto sereno, stai attento’. Quanto sta accadendo non piace a tanti di quelli che lo hanno votato nelle primarie”.
Un chiaro sintomo della febbre del malcontento.
Altri segni si trovano sul web, dove traboccano lo stupore e la rabbia di tanti militanti, pure renziani. E, soprattutto, circola un appello: non andate a votare alle primarie regionali.
Un appuntamento rimasto parecchio sotto traccia, visto il trambusto sulla scena nazionale. Ma sul voto di oggi pesa anche una gestione affannosa, sul piano organizzativo e politico.
In lode al dogma del “tutti sul carro del vincitore”, le varie correnti in molte regioni hanno lasciato spazio a un candidato unico, ovviamente renziano.
Dal Friuli Venezia Giulia al Veneto, fino alla Puglia, oggi si svolgeranno molti congressi per ratificare un segretario già deciso nella stanze di partito.
Dove invece c’è gara, è tutti contro tutti.
Per esempio a Cosenza , dove ieri due dirigenti, il segretario del circolo del centro storico Damiano Covelli e il vicecapogruppo del consiglio comunale Marco Ambrogio, se le sono date.
Motivo del contendere, la costituzione di un seggio elettorale in contrada Donnici. Sufficiente perchè volassero, pare, schiaffi e pugni.
Ricorsi e veleni nelle Marche, dove si fronteggiano Francesco Comi e Gianluca Fioretti . Ma Luca Ceriscioli, escluso perchè sindaco di Pesaro ancora in carica, invita tutti a non votare.
I suoi ricorsi per l’ammissione, o almeno per un rinvio del voto, hanno sbattuto contro il muro del partito nazionale. Dalla sua parte il vicepresidente nazionale del Pd Matteo Ricci, che sibila di “primarie farsa”, e la senatrice Camilla Fabbri: entrambi assenti sicuri ai seggi.
Nervi tesi pure in Campania, dove uno dei tre candidati, Michele Grimaldi aveva chiesto l’esclusione degli altri due candidati, Assunta Tartaglione e Guglielmo Vaccaro, accusandoli di aver presentato le liste fuori tempo.
L’istanza è stata respinta, (anche) con la motivazione curiosa che “esistono numerosi precedenti in cui un ritardo nella presentazione non è stato considerato ragione di esclusione”.
Poi ci sono le regioni con due candidati renziani, Lazio e Liguria: a conferma che il vagone del rottamatore è il più ambito.
A margine, le domande sull’effetto della staffetta Letta-Renzi sui sondaggi.
Secondo una rilevazione di Ipr Marketing per Matrix, il 54 per cento degli italiani boccia il cambio in corsa.
Dato che sale al 59 per cento tra gli elettori del Pd. Renato Mannheimer (Ispo) conferma la tendenza: “Nei nostri sondaggi la maggioranza degli italiani è contraria al cambio. Il mal di pancia è forte, anche se è difficile .
Roberto Weber (Ixè) va oltre: “Renzi aveva un rilevante e trasversale patrimonio di immagine. Ma ora ha un percorso in salita. Se non dà subito segnali forti nei primi mesi di governo, rischia di pagare cara l’accelerazione”.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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