RECOVERY PLAN, LA PROPOSTA DI RENZI FAREBBE SALTARE I CONTI PUBBLICI, ECCO PERCHE’
IL RAPPORTO DEBITO/PIL SALIREBBE DI 10 PUNTI, QUANDO GLI AIUTI UE FINIRANNO SALTEREBBE IL BANCO
Mentre il governo punta a stringere sul Recovery plan portando in cdm la nuova bozza forse già
lunedì, si definiscono i contorni di quello che Giuseppe Conte può effettivamente concedere a Matteo Renzi che continua a sfidarlo sui contenuti del piano per l’utilizzo dei fondi europei del Next Generation Eu.
C’è un punto fermo: il debito pubblico.
Il Patto di stabilità è congelato almeno fino al 2022, ma per un Paese indebitato come l’Italia mettere nero su bianco che si intende farlo lievitare ancora significa innanzitutto sfidare i mercati facendo allargare lo spread.
Tanto più che a metà 2022 il piano straordinario di acquisti della Bce si esaurirà . In seconda battuta, quindi, il risultato sarebbe “dover operare tagli“, come ha avvertito il premier durante la conferenza stampa di fine anno. E a pagare sarebbero proprio le “prossime generazioni”.
Come è noto la richiesta di Renzi è che tutti i prestiti Ue vengano utilizzati per progetti “additivi”, invece che per sostituire finanziamenti già previsti nei tendenziali di bilancio — dunque per opere che giù si intendevano realizzare — ma che senza Recovery fund si sarebbero altrimenti dovuti chiedere ai mercati a costi più alti.
Il problema è che questo significa aggiungere alla zavorra del nostro debito oltre 120 miliardi in sei anni invece dei circa 55 (più 65 di trasferimenti a fondo perduto) previsti dall’ultima bozza di recovery plan di Palazzo Chigi: 65 miliardi in più rispetto ai piani del Tesoro.
Senza contare che, sempre se fossero accolte le istanze di Italia viva, andrebbero sommati pure i 36 miliardi di prestito pandemico del Mes da utilizzare per la sanità , arrivando a 156 miliardi.
Il ministro Roberto Gualtieri non è disponibile a rivedere ulteriormente al rialzo le cifre e Conte è dello stesso avviso: “C’è un limite oltre il quale offrire una curva di rientro e sostenibilità del debito pubblico“, ha ricordato in conferenza stampa. “Se no, prenderemmo in giro i nostri giovani. Sarebbe il fardello che affosserebbe le prossime generazioni”.
Il piano renziano darebbe sicuramente un contributo maggiore alla crescita del pil rispetto al +2,3% nel 2026 stimato nel Recovery Plan, ma farebbe saltare il percorso di rientro della curva del debito/pil scritto a via XX Settembre e approvato dal Parlamento.
L’ultima Nota di aggiornamento al Def stima infatti che, dopo aver toccato nel 2020 un picco del 158% a causa delle spese straordinarie per far fronte all’emergenza Covid (dal 134% del 2019), il debito/pil dovrebbe ridursi al 155,6% nel 2021, 153,4% nel 2022 e 151,5% nel 2023. Per poi continuare la discesa e scendere “entro il 2031” sotto il livello del 2020.
Ma al contrario utilizzare tutti i prestiti per spese aggiuntive — “non lo fa nessuno in Europa”, ha ricordato Gualtieri — manterrebbe il rapporto ancora al 155% nel 2026, ultimo anno di esborso dei finanziamenti europei a valere sul Recovery fund, invece che intorno al 145% come prevede la Nadef.
Uno scenario che contribuirebbe ad allargare il differenziale di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi, ora bassissimo grazie al piano di acquisti della Bce che è molto favorevole per l’Italia ma si concluderà nel 2022.
E uno spread più alto, oltre a far crescere la spesa per interessi, zavorra il pil, per cui l’effetto positivo dei maggior investimenti additivi sul denominatore sarebbe ridotto.
La linea decisa da Palazzo Chigi e Tesoro è del resto concordata con la Commissione Ue: non a caso il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni pochi giorni fa ha ricordato appunto che i prestiti “fanno aumentare il debito e fa bene il governo a proporne un utilizzo prudente, anche sostituendo spese già previste, sempre che queste siano compatibili con gli obiettivi comuni europei”.
Il punto è proprio quali spese verranno inserite nel piano finale: lo stesso Gentiloni ha messo in guardia sulla necessità di puntare “prevalentemente su investimenti e riforme” perchè “non bastano gli incentivi, che pur non essendo esclusi non sono una priorità ” e non sono ammesse “spese che tendono a favorire consensi effimeri”.
Il riferimento potrebbe essere al superbonus edilizio che stando all’ultima bozza del piano assorbirebbe 22 miliardi — ma stando a uno studio citato da Bloomberg favorirebbe soprattutto le famiglie più ricche — e agli incentivi alle imprese per il rinnovamento degli impianti e l’innovazione tecnologica green e digitale, a cui il governo intende destinare quasi altrettanto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
Leave a Reply