REFERENDUM GIUSTIZIA, IL DELIRIO SOVRANISTA: “FERMARE I GIUDICI AMICI DEI CLANDESTINI”
PECCATO CHE L’IMMIGRAZIONE NON C’ENTRA UNA MAZZA CON LA RIFORMA… NEGLI UTIMI 10 ANNI INDOVINATE CHI HA CONCESSO PIU’ PERMESSI DI SOGGIORNO: IL GOVERNO MELONI
Negli ultimi giorni della campagna per il referendum sulla giustizia, il linguaggio di una parte della politica si è ormai progressivamente allontanato dal merito delle norme per scivolare dentro la logica dello slogan. L’ultimo esempio arriva da un post pubblicato sui social dalla Lega di Matteo Salvini: su uno sfondo che raffigura una massa di uomini diretti verso l’Italia, accompagnato dalla scritta “Non possiamo accogliere tutti”, il partito invita a votare sì “per fermare giudici amici dei clandestini”. Un messaggio costruito su un collegamento diretto tra il voto e la questione migratoria che però, a guardare il contenuto dei quesiti referendari, non trova alcun riscontro: il referendum del 22 e del 23 marzo, infatti, non riguarda assolutamente l’immigrazione, non interviene sulle politiche di accoglienza, non modifica neppure le norme sui permessi di soggiorno e non introduce alcuna misura capace di incidere sui flussi migratori. Interviene, invece, su aspetti dell’ordinamento giudiziario e del funzionamento della magistratura. In altre parole, votare Sì o No non cambia in alcun modo le leggi sull’ingresso o sulla permanenza degli stranieri in Italia.
I numeri sui permessi di soggiorno
I dati degli ultimi anni raccontano, peraltro, una realtà ben più complessa di questa narrazione: proprio il governo guidato da Giorgia Meloni, è infatti quello che, nell’ultimo decennio, ha rilasciato il numero più alto di primi permessi di soggiorno: secondo le elaborazioni sui dati del Viminale e di Eurostat, citate dall’Istituto per gli studi di politica internazionale, la media annua è di circa 367 mila nuovi permessi, una cifra ben superiore a quella registrata dai governi precedenti, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, fino all’esecutivo guidato da Mario Draghi. Si tratta di ingressi regolari, legati a lavoro, studio, ricongiungimenti familiari o protezione internazionale. Questo, ovviamente, non significa che il sistema sia diventato più inclusivo. Sono diversi i rapporti sul funzionamento dell’accoglienza che segnalano, al contrario, che negli ultimi anni sono aumentati i costi complessivi delle strutture mentre alcuni servizi fondamentali, dall’assistenza psicologica ai corsi di lingua italiana, fino ai percorsi di orientamento legale e territoriale, sono stati progressivamente ridimensionati o lasciati alla discrezionalità degli enti gestori. Il risultato è un sistema che, pur registrando già interessi regolari, offre meno strumenti di integrazione reale, con il rischio quindi di produrre maggiore marginalità sociale e percorsi di inclusione sempre più fragili.
(da Fanpage)
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