“SE FEDERICA BRIGNONE FOSSE UNA PERSONA NORMALE, SAREBBE ANCORA IN RIABILITAZIONE”: PARLA ANDREA PANZERI, IL CHIRURGO CHE HA OPERATO LA SCIATRICE, VINCITRICE L’ORO NEL SUPER G ALLE OLIMPIADI DIECI MESI DOPO LA ROTTURA DEL PIATTO TIBIALE E DELLA TESTA DEL PERONE E DEL CROCIATO
“È UN’IMPRESA INIMMAGINABILE. CI SONO CALCIATORI CHE CI METTONO 9-10 MESI PER UN CROCIATO”, MENTRE BRIGNONE HA GAREGGIATO E VINTO CON IN CORPO UNA PLACCA IN METALLO E ALMENO OTTO VITI”
Una caduta quando era sul tetto del mondo, con la rottura del piatto tibiale e della testa del
perone e anche la rottura del crociato della gamba sinistra, un infortunio che poteva decretare la fine della sua carriera. Invece, a dieci mesi di distanza e dopo due operazioni, Federica Brignone ha ottenuto l’oro olimpico nel Super G a Cortina d’Ampezzo. Una impresa impensabile anche secondo i medici.
“Vista la frattura non era immaginabile”, ha ammesso Andrea Panzeri, presidente della Commissione Medica Fisi e chirurgo che ha operato la campionessa lo scorso aprile.
Due operazioni dopo, una a Milano alla clinica la Madonnina e una al J Medical di Torino, invece Brignone ha battuto tutte. “Se fosse una persona normale – ha spiegato Panzeri -, oggi sarebbe ancora in riabilitazione. Lei ci ha messo tanto del suo, tantissimo, ma su questo non avevamo alcun dubbio”, perché “la campionessa fa sempre la differenza”.
Certo ogni caso è diverso ma, ha ricordato Panzeri, ci sono “calciatori che ci mettono 9-10 mesi per un crociato”. Mentre Federica ha gareggiato e vinto con in corpo una placca in metallo e almeno 7 o 8 viti. Ormai finita la riabilitazione ora “si parla di riatletizzazione, controllo del dolore” perché “comunque il ginocchio fa male”.
Quando ha saputo della caduta di Brignone il 3 aprile dello scorso anno, Panzeri, che è responsabile del Trauma Center dell’Istituto clinico San Siro che fa parte del Gruppo San Donato, stava operando a Lione con un altro medico della commissione della Fisi, Gabriele Thiebat, che ha partecipato agli interventi della campionessa.
“Siamo tornati, abbiamo organizzato tutto veramente al volo per andare in sala operatoria in tempi rapidissimi per evitare complicazioni che avrebbero poi
rallentato tutto il percorso chirurgico. Ho avvisato tutti quelli che volevo avere in sala operatoria con me” ha spiegato Panzeri.
Il momento più delicato è stato quello della riabilitazione e della seconda operazione. “Il momento critico era trovare il giusto equilibrio tra quanto caricare, quanto piegare perché bisognava far guarire l’osso, bisognava far guarire i legamenti: hanno dei tempi un po’ diversi, infatti questo ha comportato poi il secondo intervento che avevamo messo in conto perché il ginocchio era rigido, quindi non piegava oltre i 90 gradi. quella è stata un po’ la fase decisiva che poi ha dato la la svolta definitiva”.
La scelta di rioperare è stata presa insieme, un momento clou quando lei ha detto “Ok, adesso vedo che non miglioro più, andiamo in sala operatoria per la seconda volta”. Un lavoro di équipe, ha sottolineato più volte Panzeri, e “devo dire anche Giovanni Bianchi che è il medico responsabile della squadra, le è stato vicino”.
“Abbiamo fatto tutto quello quello che c’era da fare e devo dire che ha funzionato tutto molto molto bene, quindi – ha concluso – è una grande soddisfazione”.
(da agenzie)
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