“SE IL M5S AVESSE TENUTO, IN ABRUZZO AVREMMO VINTO”
CONTE HA BISOGNO DI UN BAGNO DI UMILTA’: COME LEADER DEVE FIDELIZZARE IL PROPRIO ELETTORATO
In casa Pd si fa fatica a mascherare la delusione per la
performance dei Cinque Stelle. Nella mattina del day after, l’analisi del voto la organizza Francesco Boccia al Senato. “Abbiamo perso a L’Aquila città”, dicono i maggiorenti dem, tabelle alla mano.
Per inciso, nel capoluogo abruzzese il Pd è finito primo partito. Chi è letteralmente franato è il Movimento Cinque stelle. Così anche Boccia, uno dei più convinti sostenitori dell’alleanza con i pentastellati, deve ammettere la delusione. “Se avessero tenuto, avremmo vinto le elezioni”.
Ma il senno di poi, serve a poco. Soprattutto in politica. I giallorossi si struggono pensando al futuro. Nel Pd, in particolare, si riflette sul fatto che i Cinque Stelle vanno bene quando hanno un candidato loro – anche se in Sardegna il miracolo l’ha fatto soprattutto Todde – vanno male, invece, quando devono portare acqua alla coalizione. Con performance, come quella abruzzese, che stridono con gli atteggiamenti della vigilia.
“Per mesi Conte ha fatto come quello che diceva ‘tenetemi che glie meno’. Poi nelle urne, i voti sono poca roba”. Lo ha ammesso anche il coordinatore locale del partito, Gianluca Castaldi, rassegnando le dimissioni. Conte invece, non è andato oltre l’amara constatazione di un “risultato modesto” del suo partito.
Gli fanno buon gioco le divisioni interne ai Democratici. Se i riformisti dem come Alfieri sono decisi a fargliela pagare, politicamente s’intende, Schlein non ha intenzione di affondare, votata ad essere come dice lei “testardamente unitaria”. Anche la leader dem si aspetta però quanto meno un bagno di umiltà. “I M5s devono finalmente decidere se lavorano per la coalizione, o per coltivare il loro orticello”.
Ma sono speranze mal riposte. Perché Giuseppe Conte non fa mea culpa. Chi si aspettasse un barlume di pentimento dal leader pentastellato rimarrebbe deluso. Alessandro Alfieri gli chiede di riconoscere dall’alto della differenza tra il 20 per cento del Pd e il suo 7 per cento, che i Democratici sono il partito guida, e quindi spetta a loro esprimere il candidato premier. Ma il leader M5s tira dritto. Gli alleati chiedono di mettere tra parentesi l’effetto Todde, “la cui vittoria è stata caratterizzata da troppe variabili esterne”, lui ricomincia proprio da lì. Dal campo giusto, come lo chiama. Non dal campo largo.
Il mezzo flop del M5s in Abruzzo per Conte dipende dall’ancora parziale “radicamento nei territori”. Va inserito, cioè, nel contesto della bassa resa del partito nelle competizioni locali.
E’ la tara originaria, il baco con cui nacque il partito di Beppe Grillo, un partito forte nel brand nazionale, ma debole nelle classi dirigenti locali. A ben guardare sono quindici anni che le cose vanno così. Ed era lecito attendersi un’inversione di tendenza, almeno nella regione in cui, cinque anni fa, il M5s prendeva il 20 per cento.
Ma quella era un’altra epoca, spiegano a via di Campo Marzio, dove l’ex premier ha riunito i collaboratori. A tutti ha dato la consegna del silenzio. Nella sostanza Conte resta convinto che la linea politica seguita fin qui sia giusta. La soluzione ai problemi del centrosinistra non può essere, cioè, di tipo “politicista”. Bisogna evitare di ricominciare dal campo largo, dall’affiancamento di sigle differenti. Se poi il campo lo fai diventare larghissimo – con l’allargamento ai centristi di Azione e Italia Viva fino a Rifondazione Comunista – si rischia di inquinare il progetto.
“Dobbiamo lavorare sulla scia della vittoria ottenuta in Sardegna, che ci ha portato qualche giorno fa ad eleggere la prima Presidente di Regione M5S della storia, Alessandra Todde. Quello è il segnale da cui ripartire”, ribadisce Conte. Ma la differenza tra il campo largo e il campo giusto, rilevano nel Pd, è che il campo è giusto se il candidato è di Conte.
Tant’è che neppure sulla questione della leadership, il M5s accetta di fare un passo indietro. Al più concede che è “prematuro parlarne ora, ed è anche fuori focus”. La qual cosa non significa che Conte sia disposto a rinunciare. Se ne riparlerà a tempo debito. Dopo le europee. Si ricomincia dall’inizio. E prova ne è la Basilicata. Nelle chat del Pd riprende fiato il partito di Angelo Chiorazzo, inviso ai grillini. “E’ la prova che sui territori possiamo fare a meno dei Cinque Stelle”, scrivono i parlamentari vicini a Roberto Speranza. Ma la segretaria percorre ancora il sentiero dell’unità. Sulla partita lucana ha sentito Conte, ed è pronta a chiedere a Chiorazzo un passo indietro su un nome condiviso. Così punta ad ottenere il placet dei Cinque Stelle. Sperando che l’effetto Sardegna cancelli quello abruzzese.
(da Huffingtonpost)
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