SFRUTTAMENTO DI MANODOPERA, IL TRIBUNALE DI MILANO METTE IN AMMINSITRAZIONE GIUDIZIARIA LA “GIORGIO ARMANI OPERATIONS”
PAGAMENTO SOTTO LA SOGLIA, ORARIO DI LAVORO NON CONFORME, OMESSA SORVEGLIANZA SANITARIA
Anche i capi di pregio dei marchi della maison Giorgio Armani
sarebbero realizzati da lavoratori sfruttati. Dopo l’Alviero Martini spa il Tribunale di Milano mette in amministrazione giudiziaria anche la Giorgio Armani operations, società del gruppo Giorgio Armani che produce e commercializza abbigliamento e accessori dei principali brand dello stilista.
Il provvedimento è stato emesso nell’ambito di un’inchiesta per sfruttamento del manodopera dei pm milanesi Paolo Storari e Luisa Baima Bollone e del nucleo ispettorato del lavoro dei Carabinieri.
Né l’azienda né il patron 89enne risultano indagati. L’accusa alla società, controllata al 100% dalla capogruppo Giorgio Armani spa, è quella di non aver vigliato nel «prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo» nella catena produttiva a livello delle aziende subappaltatrici.
Dagli accertamenti dei militari dell’Arma è stato ricostruito che GA Operations «dispone solo nominalmente di adeguata capacità produttiva e può competere sul mercato solo esternalizzando a sua volta le commesse ad opifici cinesi, i quali riescono ad abbattere i costi ricorrendo all’impiego di manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento».
Per i pm Storari-Baima Bollone all’interno della GA Operations «vi e una cultura di impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva della quale la società si avvale». In particolare, dallo scorso dicembre il Nucleo ispettorato del lavoro di Milano hanno controllato nelle province del capoluogo lombardo e di Bergamo quattro opifici tutti risultati irregolari nei quali sono stati identificati 29 lavoratori di cui 12 occupati in nero e anche 9 immigrati irregolari.
Negli stabilimenti di produzione effettiva e non autorizzata è stato riscontrato che la lavorazione avveniva in condizione di sfruttamento (pagamento sotto soglia, orario di lavoro non conforme, ambienti di lavoro insalubri ecc.), in presenza di gravi violazioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro (omessa sorveglianza sanitaria, omessa formazione e informazione ecc.) nonché ospitando la manodopera in dormitori realizzati abusivamente ed in condizioni igienico sanitarie sotto minimo etico.
Dai controlli sono stati denunciati per caporalato i quattro titolari degli opifici e anche 9 persone non in regola con la permanenza e il soggiorno sul territorio nazionale. «La vicenda fotogratata dalle indagini relativa alle quattro ditte cinesi – sottolineano i giudici nel provvedimento di amministrazione giudiziaria – è in verità un campanello di allarme sintomatico di una più estesa e diffusa organizzazione della produzione. Non si tratta difatti episodici o limitati a singole partite di prodotti, – evidenziano le giudici Pendino-Rispoli-Cucciniello – ma di un sistema di produzione generalizzato e consolidato, tenuto conto che tale modus operandi e stato riscontrato non solo in relazione a differenti categorie di beni (borse, cinture ecc), ma si ripete, quantomeno dal 2017 sino ai più recenti accertamenti dello scorso febbraio».
(da agenzie)
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