SUPER TUESDAY, SPALLATA DI TRUMP E CLINTON, CROLLA RUBIO, RESISTE CRUZ, SANDERS SPERA ANCORA
APPELLO DI CRUZ PER UN FRONTE ANTI-TRUMP, MA RUBIO NON VUOLE DESISTERE
Il Super Tuesday consegna un risultato limpido: sono Hillary Clinton e Donald Trump i due front-runner nella corsa alla Casa Bianca.
Tra i democratici l’ex first lady conferma il dominio negli Stati del Sud, ma non cancella le speranze del rivale Bernie Sanders, che prevale in quattro Stati e mantiene un solido appeal nei confronti dell’elettorato.
Sul fronte repubblicano il magnate travolge i rivali in quasi tutte le contese: esce con le ossa a pezzi Marco Rubio, terzo in quasi tutti gli Stati, mentre Ted Cruz può consolarsi con le vittorie in due Stati importanti: Texas e Oklahoma.
I risultati Stato per Stato.
Il Super Tuesday metteva in palio 595 delegati per i repubblicani, quasi la metà dei 1.237 necessari per la nomination. Ce n’erano 865 per i democratici, più di un terzo del ‘numero magico’ di 2.383 necessario per aggiudicarsi la candidatura.
Sul fronte democratico Hillary Clinton ha vinto in sette Stati (Georgia, Virginia, Arkansas, Alabama, Tennessee, Texas e Massachusetts), mentre Bernie Sanders prevale in 4 Stati (Vermont, Oklahoma, Minnesota e Colorado).
Tra i repubblicani, Donald Trump prevale in sette Stati (Georgia, Virginia, Arkansas, Alabama, Tennessee, Massachusetts e Vermont), lasciando la vittoria a Ted Cruz in 2 Stati (Texas e Oklahoma) e a Marco Rubio in uno Stato (Minnesota).
L’incubo per il partito repubblicano è sempre più reale: il successo di Donald Trump al Super Tuesday posiziona il magnate newyorkese in un vantaggio assoluto rispetto ai suoi deboli avversari.
The Donald non è più un monito, una minaccia, una protesta: è a tutti gli effetti il front-runner del Grand Old Party, il personaggio impresentabile eppure maledettamente reale che oggi inchioda il partito ai suoi fallimenti, e l’America al suo declino culturale.
A meno di sorprese ormai improbabili — tipo la candidatura di Michael Bloomberg come indipendente — e mosse tardive ma decise dell’establishment repubblicano, sarà Trump a sfidare il candidato democratico — Hillary Clinton, con tutta probabilità – nelle elezioni dell’8 novembre.
Ted Cruz non intende mollare e si candida come unico anti-Trump: “Quanto più a lungo rimane diviso il campo repubblicano, tanto più probabile è la nomination di Donald Trump. La nostra campagna è l’unica che ha battuto, può battere e batterà Trump”.
Cruz ha quindi lanciato un appello all’unità e rivolgendosi al partito repubblicano e agli elettori ha detto: “Da domani c’è una scelta”.
Appello che però non viene raccolto da Marco Rubio, il quale minimizza in tv il suo flop nel Super Tuesday sottolineando di aver vinto abbastanza delegati per rimanere in corsa nella maratona per la Casa Bianca e promettendo di rifarsi nelle prossime tappe, a partire dalla sua Florida a metà marzo.
Neanche Ben Carson ha intenzione di lasciare la contesa, malgrado non abbia più speranze di vittoria: “La posta in gioco – ha detto – è troppo alta… credo seriamente nell’America e nella possibilità di poter tornare ai valori fondanti del Paese”.
Sia Cruz sia Trump hanno lanciato messaggi fondati sull’unità ma per motivi diversi. Il primo ha invitato rivali del GoP in corsa per la Casa Bianca ed elettori a unire le forze per fermare l’avversario numero uno; il secondo si è presentato come un “unificatore e quando il partito repubblicano è unito nessuno ci batterà “.
Mentre restano le divisioni, tuttavia, a rivendicare il ruolo di “unificatore del partito” è proprio l’uragano Donald.
“Io sono un riunificatore: quando avremo finito le primarie, andrò contro una sola persona, e questa sarà Hillary Clinton”. Così Trump ha promesso, nella notte del Super Tuesday, che una volta vinta la nomination si impegnerà per riunificare il partito repubblicano.
Un messaggio rivolto all’establishment del Grand Old Party che oscilla tra il sentimento di panico e la rivolta all’idea che il miliardario newyorkese diventi il proprio candidato alla Casa Bianca.
Per i vertici repubblicani, insomma, la beffa è doppia: oltre a digerire la forza di Trump, ora devono anche ascoltare le sue lezioni su come unificare e rilanciare il partito.
Eppure, come spiegano diversi commentatori, The Donald non è che lo specchio di tutti gli errori e le debolezze che da decenni segnano il percorso del Grand Old Party. Per Robert Kagan, Trump è un “Frankenstein del GoP, il mostruoso risultato dell’ostruzionismo selvaggio condotto dal partito, della sua demonizzazione delle istituzioni politiche, del suo flirtare con l’intolleranza e il fanatismo e della sua “sindrome da squilibrio mentale venata di razzismo” sul presidente Obama.
L’idea è che l’esercito di arrabbiati che supporta Trump non sia arrabbiato ‘soltanto’ per la stagnazione dei salari, ma per tutto ciò che i repubblicani hanno additato come motivo di rabbia negli ultimi sette anni.
Secondo Martin Wolf, editorialista del Financial Times, c’è di più: i repubblicani stanno pagando gli errori fatti decenni addietro, dall’impeachment del presidente Clinton negli anni Novanta alla risposta opportunistica del partito al movimento per i diritti civili negli anni Sessanta.
Trump, secondo Wolf, è il frutto del matrimonio tra plutocrazia e populismo di destra. Il fenomeno Trump – scrive ancora Wolf – non riguarda solo la storia di un partito, ma di un intero Paese e anche del mondo: “Quando crearono la repubblica americana, i padri fondatori erano consapevoli dell’esempio di Roma. Nei Federalist Papers Alexander Hamilton scriveva che la nuova repubblica avrebbe avuto bisogno di un ‘leader energico’. E notava che la stessa Roma, malgrado l’attenta duplicazione dei magistrati, dipendeva nel momento del bisogno dal potere assoluto, sebbene temporaneo, di un uomo chiamato ‘dittatore'”. Sperabilmente Trump non diventerà il ‘dittatore’ d’America, ma l’èlite repubblicana farebbe bene a farsi le domande più scomode e trovare possibili soluzioni. E gli americani, come popolo, dovrebbero iniziare a chiedersi che tipo di essere umano vogliono mettere alla Casa Bianca. La scelta – conclude Wolf – avrà implicazioni profonde non solo per gli Usa, ma per tutto il mondo.
(da “Huffingtonpost“)
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