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TRUMP E PUTIN HANNO UN OBIETTIVO IN COMUNE: DESTABILIZZARE L’UNIONE EUROPEA . SE IL TYCOON ESENTA ORBAN DALL’EMBARGO AL PETROLIO RUSSO, LA RUSSIA FA GUERRA IBRIDA ALL’UE E PENETRA L’ITALIA, VERO VENTRE MOLLE DELL’UNIONE, APPROFITTANDO DEI PUTINIANI DI COMPLEMENTO

IL PRIMO DELLA LISTA È SALVINI, CHE ALL’ESTERO NON E’ VISTO COME IL CAZZARO CHE E’ MA, ESSENDO VICEPREMIER, VIENE PRESO SUL SERIO QUANDO SVELENA CONTRO BRUXELLES, CONTRO KIEV E FLIRTA CON MOSCA… IL CREMLINO PUÒ CONTARE SU TANTI SIMPATIZZANTI: DA GIUSEPPE CONTE AD AVS, FINO A PEZZI ANTI-AMERICANI DEL PD E AI PAPPAGALLI DA TALK … ANCHE FDI E MELONI, ORA SCHIERATI CON ZELENSKY, IN PASSATO EBBERO PIÙ DI UNA SBANDATA PUTINIANA

Il benevolo trattamento che Trump ha riservato all’autocrate ungherese Viktor Orban, atterrato a Washington imbufalito per l’interdizione americana di importare a prezzo scontato il petrolio dalle aziende russe Lukoil e Rosneft (alle prossime elezioni politiche ungheresi, ad aprile del 2026, la sua riconferma è in bilico), non è stato innescato dal solito prolasso neurovegetativo del Caligola della Casa Bianca.
Aver esentato l’Ungheria dalle sanzioni, messe in campo con l’obiettivo di bloccare i guadagni su petrolio e gas, colonna portante dell’economia di Mosca, e costringerla a negoziare un cessate il fuoco in Ucraina, rientra nella strategia trumpiana di destabilizzare l’Unione Europea.
Non è certo un mistero che l’ex bancarottiere diventato presidente, dotato di una capacità di smentire se stesso al limite della follia, punti a una Unione economicamente debole e politicamente impotente, evitando così che possa mettersi di mezzo tra i due padroni del mondo: America e Cina.
Dal giorno del secondo sbarco di “The Donald” nello Studio Ovale, l’UE è stata maltrattata alla stregua di una immensa e insopportabile rottura di cojoni e dintorni.
Un pestaggio politico e mediatico che non ha avuto sosta. E’ iniziato con i dazi sui tanti prodotti importati dall’Ue (gli Usa esportano in Europa solo servizi e software delle Big Tech) ed è proseguito con l’obbligo, per l’Europa, di comprare risorse energetiche americane.
Se poi i paesi del vecchio continente hanno ancora il piacere di far parte della Nato debbono, entro i prossimi cinque anni,
destinare il 5% del Pil al potenziamento delle strutture di difesa, comprando ovviamente armi dalle industrie americane.
Solo la Spagna del socialista Sanchez ha subito sfanculato l’accordo Trump-Ursula sugli armamenti. La Germania di Merz ha già stanziato per conto suo la sommetta di 100 miliardi per riorganizzare il suo esercito e la Polonia, confinando con la minacciosa Russia, si era già preparata per tempo “corazzandosi”.
I veri guai riguardano Francia e Italia: con i bilanci malconci, e il debito alle stelle, per Parigi e Roma il diktat trumpiano è irrealizzabile.
Lo è soprattutto per il governo della “Nazione” di Giorgia Meloni, che vede Matteo Salvini, vicepremier e segretario di un partito della maggioranza, sbraitare ogni giorno contro l’invio di armi all’Ucraina.
Ne sa qualcosa il povero Crosetto, costretto a trasformarsi in un trapezista nelle sue continue interviste. Uno sbattimento equivoco che ha spinto la trumpetta Meloni a mandarlo di corsa in missione a Washington: il ministro della Difesa sarà negli States venerdì per rassicurare lo Zio Sam sull’impegno italiano per la Nato.
Tanto per gradire, il Folle a stelle e strisce ha aggiunto un’altra fantastica presa per il culo: nell’accordo sui dazi, firmato dal presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, sono previsti investimenti di aziende europee negli Usa. Cosa impossibile perché Bruxelles non ha assolutamente gli strumenti
per obbligare i 27 stati dell’Unione a un tale impegno.
Ma per “The Donald”, avere la possibilità di sputare in faccia all’Europa, esentando il trumputiniano e nemico numero uno di Bruxelles, Orban, dalle sanzioni petrolifere, era un’occasione da non perdere. E il “Viktator” ungherese ha capito al volo l’antifona.
Non a caso durante la sua recente visita in Italia, dove ha incontrato prima il suo compagno di merende moscovite Salvini e poi la premier, Orban si è infatti permesso dichiarazioni da gerarca sborone: “L’Unione europea non conta nulla. E presto sarò da Trump per risolvere il problema delle sanzioni al petrolio e al gas russo” (che coprono l’85% del fabbisogno di Budapest). Gran finale: “Trump sbaglia su Putin”.
Olè! Missione compiuta: esenzione a tempo indeterminato dalle sanzioni sugli acquisti di petrolio e gas russi, con il tycoon col ciuffo trapiantato che ha elogiato il tenero Viktor: “una persona speciale, un grande leader che ha fatto un lavoro fantastico, è molto potente nel suo Paese ma è anche molto amato”.
Una inversione a “u” visto che appena dieci giorni prima, il 31 ottobre, Trump aveva sentenziato: “Non concederò nessuna esenzione a Orban sul petrolio russo”.
Il presidente americano in modalità guappo di quartiere, un “Al Cafone” in tinta, si è poi rivolto ai leader europei: “Voglio dire loro che devono rispettare Orban e l’Ungheria”, ribadendo che vorrebbe organizzare a Budapest l’eventuale prossimo incontro con Putin.
La pazza gioia di Orban s’è ridimensionata quando è lo staff della Casa Bianca ha precisato che l’esenzione non è a tempo indeterminato ma di un anno. Poco male: resta un ottimo successo per affrontare in tranquillità le elezioni politiche ungheresi del 2026.
Ma la sbrindellata Europa, all’incudine americana, deve aggiungere il martello russo. Nell’Italia malgovernata dai meloniani, Il Cremlino puo’ contare su una nutrita pattuglia di simpatizzanti, di “pupazzi prezzolati” (Draghi dixit) e di obbedienti soldatini. Il filo-moscovita in chief è Matteo Salvini.
Se il leader della Lega, in Italia, viene considerato alla stregua di una “macchietta nera”, alla guida di un partito sempre più declinante e con i giorni contati, all’estero la sua immagine è “rafforzata” dal suo ruolo: è pur sempre il vice di Giorgia Meloni. Come possono le cancellerie internazionali sottovalutare, come fosse un comico di “Zelig”, le parole del vicepresidente del Consiglio italiano?
Salvini non si nasconde neanche: è una mina vagante anti-UE, un filo putiniano della prima ora e sta creando ostacoli insormontabili per la Ducetta che, poverina!, sta disperatamente tendando di “democristianizzarsi” e segare i ponti con il gruppo i conservatori europei di ECR. L’obiettivo della Meloni è entrare finalmente nelle grazie del Partito Popolare Europeo, che esprime il potere della Commissione presieduta dalla von der Leyen.
Che l’Italia rappresenti il ventre molle dell’Unione l’ha
compreso da un pezzo anche Mosca, che sa di poter contare, oltre che su Salvini, anche su una folta schiera di “amici”.
C’è il “paci-finto” Giuseppe Conte, che da premier fece sfilare i carri armati russi in Italia durante la pandemia di Covid; ci sono i sinistrelli anti-riarmo di Avs, Bonelli e Fratoianni; c’è una grossa fetta del Pd (tendenza vecchio Pci), che non è ostile alla Russia perché animata dall’eterno spirito anti-americano e anti-occidentale.
A fiancheggiare i politici, ci sono gli “opinion makers”, ovvero quei prezzemoloni da talk che ripetono a pappagallo la propaganda russa. I tipini come Alessandro Orsini, l’ex grillonzo Alessandro Di Battista, la diplomatica Elena Basile, lo storico Angelo D’Orsi e altri trombettieri putiniani.
La stessa Giorgia Meloni, che ora si è posizionata senza esitazioni a fianco di Zelensky, in passato ha avuto qualche sbandata pro-Mosca.
Come ricostruiva Vanessa Ricciardi su “Domani”, il 14 settembre 2022, la Ducetta si opponeva con forza alle sanzioni contro la Russia: “Si comincia nel 2014 con una mozione in parlamento e un video con tanto di intervento della leader sul sito “giorgiameloni.it”. Nel testo si diceva particolarmente preoccupata per il business italiano ‘del formaggio stagionato’.
Ma la leader di Fratelli d’Italia non desiste. L’anno successivo tra Twitter e Facebook tornava a chiedere «un sussulto di dignità». E rivolgendosi all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi proponeva di non confermare le misure. Era il 10
dicembre 2015”.
A marzo 2018, poi, “Azione giovani a Garbatella organizza addirittura un flashmob davanti all’ambasciata russa. Il movimento si schiera dichiaratamente con ‘il popolo russo’ e contro gli Stati Uniti e l’Europa”.
La Russia, evidentemente, sa di avere terreno fertile in Italia, e usa come pescivendola di propaganda la pimpante portavoce del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, la cinquantenne Marija Vladimirovna Zacharova, ex direttrice del Dipartimento d’informazione del Ministero degli esteri.
Come avvelenatrice di pozzi la “Zoccolova” è imbattibile, degna di un ruolo nei film di James Bond. Al cedimento della Torre dei Conti di Roma, senza neanche aspettare il recupero del corpo dell’operaio incastrato sotto le macerie, poi morto in serata, la Zacharova ha collegato il crollo della struttura a quello dell’economia italiana, troppo generosa con i finanziamenti all’Ucraina.
Ma le dichiarazioni aggressive della tirapiedi di Lavrov non si contano. Toccò il fondo a luglio, con il lancio di una lista di ‘’russofobi’’. Presenti, oltre ai ministri Tajani e Crosetto, anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
A Mosca sanno che finché la “Statista della Sgarbatella” avrà come alleato Salvini, Putin avrà a sua disposizione una quinta colonna nel governo per destabilizzare l’appoggio di Palazzo Chigi all’Ucraina.
All’ex Truce del Papeete, si aggiungono i vari Orban e Rober
Fico, i lepeniani francesi e i post-nazi tedeschi di Afd.
Stritolata come una noce fra Trump e Putin, Bruxelles deve assolutamente cambiare copione, rimuovendo prima di tutto il voto all’unanimità nel Consiglio europeo, che dà ai piccoli paesi come l’Ungheria il potere di condizionare l’attività e le scelte più importanti dell’Ue.
Questo ipotetico cambio di passo vede contrari non solo Orban e compagni ma anche la camaleontica Giorgia Meloni che vuole tenersi nella fondina il diritto di veto per non finire ai margini dall’asse franco-tedesco. Ma se l’Ue non agisce ora che è sotto attacco di Washington e Mosca, è destinata a diventare solo un’espressione geografica.
La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni adesso seleziona accuratamente i media anglosassoni per proporsi come futura presidente del consiglio italiana. La sua veste atlantista la accompagna sempre così come il sostegno alla «coraggiosa Ucraina».
Ad agosto ha detto chiaramente a Fox News che l’Italia deve dire addio al legame via gasdotto con Mosca, il più forte, eppure fino all’inizio del 2022 la sua opinione sui rapporti economici tra Mosca e l’Italia era molto diversa, una storia di strenua difesa degli «interessi italiani» che faceva molto bene anche al presidente russo Vladimir Putin, di cui nel 2018 la presidente del partito di destra dichiarava la veste democratica: «Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe
appare inequivocabile».
Il primo no alle sanzioni di Giorgia Meloni parte all’indomani dell’invasione della Crimea. Si comincia nel 2014 con una mozione in parlamento e un video con tanto di intervento della leader sul sito “giorgiameloni.it”. Nel testo si diceva particolarmente preoccupata per il business italiano «del formaggio stagionato».Ma la leader di Fratelli d’Italia non desiste. L’anno successivo tra Twitter e Facebook tornava a chiedere «un sussulto di dignità». E rivolgendosi all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi proponeva di non confermare le misure. Era il 10 dicembre 2015.
Passa un altro anno. Marzo 2018. Per lei «è incredibile. L’Europa proroga di altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia che massacrano il Made in Italy.
Nell’Italia che vogliamo, il Governo non cede ai ricatti di Bruxelles e difende le imprese italiane».
Sono le settimane in cui Azione giovani a Garbatella, la sede del suo quartiere dell’associazione che Meloni ha presieduto da giovane, organizza addirittura un flashmob davanti all’ambasciata russa. Il movimento si schiera dichiaratamente con «il popolo russo» e contro gli Stati Uniti e l’Europa.
Meloni non era tanto convinta nemmeno subito dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. A Porta a Porta ancora una volta le sanzioni non erano una mossa giusta da fare. E d’altronde l’8 febbraio, prima dell’invasione, era pacifista come Matteo Salvini: «Serve una pace secolare con la Russia ma mi sembra
che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria»
Tra una dichiarazione e l’altra contro le sanzioni dal 2014 al 2022, nel 2020 arriva il Covid. C’è la crisi sanitaria e in quel contesto Meloni lancia un endorsement al vaccino russo Sputnik: «Un altro potenziale rimedio». Nel 2021 non dovevano esserci pregiudizi geopolitici. Anche in questo caso, specificava la leader del partito di destra,
(da Dagoreport)

This entry was posted on martedì, Novembre 11th, 2025 at 20:20 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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