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UNITI CONTRO BRUXELLES, DIVISI A ROMA: SCENE DA TEATRO DELL’ASSURDO A PALAZZO CHIGI

CONSULTAZIONI A GEOMETRIA VARIABILE SULLA LETTERA UE… SALVINI E DI MAIO D’ACCORDO SOLO NEL DIRE NO A TRIA

Risposta last minute. D’altronde il governo l’aveva detto, e si appresta a farlo. La risposta all’Europa sulla bocciatura della manovra arriverà  in un Consiglio dei ministri fissato per la sera dell’ultimo giorno utile.
Una lettera-fotocopia rispetto al Documento programmatico di bilancio già  inviato – e rispedito al mittente – non potrà  esserlo. Perchè la temperatura dei rapporti tra Roma e Bruxelles è già  bollente e ricopiare, passaggio dopo passaggio, i numeri e le considerazioni già  note avrebbe l’effetto della presa in giro.
Effetto, questo, che andrebbe ad accelerare l’avvio della procedura d’infrazione. Una reazione a catena dagli effetti alquanto devastanti perchè i tempi della deflagrazione si farebbero più brevi e coinciderebbero con uno dei passaggi più delicati per Lega e 5 Stelle, cioè la campagna elettorale per le europee.
Di questo hanno parlato stamattina Giuseppe Conte e i due vicepremier. In un vertice. Anzi no, in due incontri separati.
Già  perchè la mattinata del lunedì passa con la maggioranza gialloverde impegnata, con pazzoidi stop&go, a rintuzzare e spegnere di volta in volta un cortocircuito comunicativo totale.
Alle 8.30 viene fatto filtrare che i tre si vedranno a breve a Palazzo Chigi. Passano un paio d’ore, e fonti del Movimento 5 stelle ribattono che non c’è nessunissimo incontro della war room della maggioranza.
Finita qui? Macchè. Perchè poco dopo ecco che viene diramata una nota del ministro dell’Interno, a colloquio con il premier insieme a Giancarlo Giorgetti: “Un incontro positivo, servito per fare il punto sulla Libia e la manovra, in vista dell’invio della lettera”.
Al quale sarebbero stati presenti anche Riccardo Fraccaro, Laura Castelli, Massimo Garavaglia e Armando Siri.
Contemporaneamente ecco materializzarsi Di Maio. Sì ma a Montecitorio, dove ha rilasciato qualche battuta ai giornalisti, plasticamente, per far vedere materialmente che lui con Salvini proprio non era.
Il tempo di metabolizzare, ed ecco l’ultima coda: il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha attraversato la strada che separa la Camera dalla presidenza del Consiglio, ha incontrato Conte e con lui ha parlato, quando ormai il collega leghista viaggiava verso altri lidi. Parlato di cosa? Ma di “manovra e Libia”, ovviamente. Immaginate il tutto con la musichetta del Benny Hill Show in sottofondo, ed ecco che avrete confezionata la sit-com mattutina del cambiamento.
Ironia a parte, un quadro paradigmatico per capire come nel governo ci siano due gambe diverse, due comunicazioni diverse, due agende sostanzialmente diverse.
Al punto che poi si è dovuto correre ai ripari: specificare che un vertice a tre alla fine sì ci sarà , ma solo martedì pomeriggio, al ritorno di Conte da Palermo a vertice sulla Libia concluso. Forse a quattro.
Perchè il grande assente del vasto programma di incontri mattutini del presidente del Consiglio non ha mai incluso Giovanni Tria. Chi lo ha sentito parla di un mite professore diventato furibondo. Perchè gli venivano sottoposti lanci di agenzia sclerotici su vertici di cui non aveva nessuna contezza.
Lo stesso ministro d’altronde fino all’ultimo ha provato a limare l’intransigenza di Di Maio e di Salvini. Che su questo si sono uniti, facendo fronte comune e rifiutando qualunque tipo di cedimento sul deficit e sui saldi generali della legge di bilancio.
Come uscire, allora, dalla scadenza obbligata della risposta all’Europa senza mettere a repentaglio l’architettura dei conti che mira a scardinare le regole europee con la stima del deficit al 2,4% nel 2019?
Ci saranno solo piccole aggiunte, accorgimenti, ma l’impianto non cambierà . Nella lettera, che sarà  firmata dal ministro dell’Economia, il numero che ha permesso a Matteo Salvini e Luigi Di Maio di creare quello spazio necessario per finanziare il reddito di cittadinanza e la quota 100 per le pensioni resterà  lo stesso.
In questo ambito interverrà  una sorta di cordone sanitario: sarà  scritto, cioè, che quel tetto non sarà  oltrepassato. Come garantirlo? Con un doppio meccanismo: una verifica trimestrale della spesa e l’utilizzo dei risparmi che potrebbero derivare dai due Fondi destinati al reddito e alle pensioni.
Se cioè, durante il 2019, la spesa aumenterà  a dismisura, mettendo a repentaglio il limite del 2,4% a fine anno, ecco che potranno intervenire i risparmi.
Una via, tuttavia, fragile perchè rischia di togliere ossigeno alle due misure e questo Di Maio, ancora più di Salvini, non vogliono affatto permetterlo. Ma soprattutto futuristica e futuribile, perchè andrà  – nel caso – a impattare sui saldi dell’anno prossimo, correggendo lievemente la rotta di numeri che al momento rimangono scolpiti sul granito.
Un terzo argine — ancora in fase di valutazione — sarebbe quello di indicare dei generici tagli di spesa automatici che interverrebbero nel caso di esplosione della spesa.
Tagli che, tuttavia, si vogliono scongiurare perchè avrebbero un prezzo elettorale pesantissimo, senza considerare le difficoltà  ataviche che si sono riscontrate quando si è trattato di tagliare la spesa pubblica.
Lo sa anche il governo visto che nella manovra le forbici sono riuscite solamente a tagliuzzare poche centinaia di milioni di sprechi. E lo stesso esecutivo sa che se non si inseriscono i dettagli dei tagli, questo elemento più che rasserenare Bruxelles rischia di aumentarne l’ira.
Resta, quindi, il deficit al 2,4 per cento. Tria ribadirà  nella lettera che il calcolo si basa sulla crescita tendenziale (+0,9%) e per questo il deficit non schizzerà  anche se la crescita, alla fine, sarà  inferiore a quanto previsto.
Resteranno immutate anche le stime sulla super crescita, con il Pil a +1,5% il prossimo anno. Neppure le valutazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che ha confermato una stima inferiore (1,1%), aggiungendo ulteriori rischio al ribasso, hanno portato Di Maio a Salvini a ipotizzare una strada diversa.
Non a caso i 5 Stelle dalle audizioni in Parlamento hanno estratto e rilanciato solo la parte che gli sorride, quella cioè di un impatto positivo del reddito di cittadinanza sul Pil dello 0,2%-0,3 per cento.
All’orizzonte si profilano anche fibrillazioni interne.
La presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco, sta portando avanti una sua personale proposta di legge. Reca il titolo: “Disposizioni per la semplificazione fiscale, il sostegno delle attività  economiche e delle famiglie e il contrasto dell’evasione fiscale”.
Norme che si accavallano, qua e là  contraddicono, il decreto fiscale come anche l’impianto del decreto semplificazioni.
Sta andando avanti, nonostante la sessione di bilancio sia già  stata aperta. Si fermerà : ma costituisce una sorta di “manifesto” alternativo dell’ala critica dei 5 stelle.
Forse solo i prodromi di un problema che verrà  alla luce nelle prossime settimane.
Ma nella war room verdestellata la bussola è una e la convinzione politica resta la stessa: reddito e quota 100 generano crescita e bisogna insistere su questo percorso. Non la pensa così Tria, che nelle ultime ore ha spinto per inserire nella lettera una stima del Pil più bassa.
Alla fine — spiegano fonti di governo — alzerà  bandiera bianca di fronte al pressing di Salvini e Di Maio. Cambiare qualcosa per non cambiare nulla.

(da “Huffingtonpost”)

This entry was posted on lunedì, Novembre 12th, 2018 at 22:06 and is filed under governo. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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