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VIGILI, ASILI, STRADE: TUTTI GLI SPRECHI DEI COMUNI ITALIANI

MILANO HA IL RECORD DI CONTRAVVENZIONI… AL SUD SPRECHI PER LA BUROCRAZIA

 Com’è possibile che Roma, proprietaria di un immenso patrimonio edilizio comunale, spenda per le sedi dei vigili canoni d’affitto 117 volte superiori a quelli di Milano?
Eccolo qui, un esempio clamoroso per capire quanto servano le tabelle sui «fabbisogni standard»: i cittadini possono vedere, confrontare, rendersi conto.
E decidere chi premiare e chi punire.
Era ora, che qualcosa cominciasse a filtrare, di quella massa enorme di dati.
Eppure sono così tante, per ora, le contraddizioni che occorre prendere quei numeri con le molle. Sennò si rischia di spacciare Casal di Principe, per decenni regno dei Casalesi, udite udite, per un municipio virtuoso.
Son passati 32 anni da quando il Pci Lucio Libertini, parlando dei trasporti, propose di fissare dei «costi standard»: trentadue.
E da allora l’invocazione è stata ripresa da tutti. A destra e sinistra. Un tormentone. Finchè nel 2010 la Sose, una società  per l’89% del Tesoro e per l’11 della Banca d’Italia, ha cominciato a raccogliere a tappeto, con l’aiuto dell’Ifel (il centro studi dell’Anci) una miriade di numeri su sei comparti dei bilanci comunali: burocrazia interna, polizia locale, istruzione pubblica, territorio e viabilità , ambiente e rifiuti e politiche sociali, compresi gli asili nido.
I risultati ufficiali saranno messi a disposizione fra un mese. Potete scommetterci: scoppierà  un putiferio.
Tanto più se il governo decidesse di tagliare o premiare sulla base delle cifre nude e crude.
Piero Fassino, presidente dell’Anci, l’ha già  detto: «I dati sono del 2010, mentre l’incidenza maggiore sulla spending review arriva dal triennio 2011-2013 segnato da drastici tagli: raccomando al governo di non prendere provvedimenti in base a quelle tabelle».
Ci abbiamo messo il naso in quel rapporto stilato, è bene precisarlo, su numeri forniti dagli stessi Comuni. Trovando dati che gridano vendetta. Ma anche incoerenze che danno ragione alla tesi su lavoce.info di Massimo Bordignon e Gilberto Turati: «Usare questi numeri per separare gli “spendaccioni” dai “risparmiosi”, senza tenere conto di quantità  e qualità  dei servizi offerti, può generare disastri. Si rischia cioè di identificare tra i risparmiosi quelli che non offrono i servizi e tra gli spendaccioni quelli che invece i servizi li offrono».
Un solo esempio: possibile che la Calabria, che secondo uno studio di Stefano Pozzoli in quel 2010 aveva, rispetto agli abitanti, un quattordicesimo dei posti negli asili rispetto all’Emilia possa essere considerata «risparmiosa» perchè mancano le scuole materne e le maestre?
Di più: è inaccettabile che da questo «pattugliamento» a tappeto sui conti dei Comuni siano stati esclusi quelli delle Regioni speciali.
Hanno diritto a gestire i soldi in autonomia? D’accordo. Ma possiamo sapere «come» li spendono, i soldi degli italiani? Detto questo, evviva: il monitoraggio capillare, da completare con la definizione di alcuni servizi minimi, è un passo avanti enorme. Che comincia a far chiarezza sull’anarchia dei bilanci.
La prima cosa che balza all’occhio è il presunto record di virtuosità  dei Comuni calabresi, che spendono il 10,65% in meno del fabbisogno standard complessivo al quale avrebbero diritto.
Cioè della somma che, tenendo conto di un mucchio di fattori più o meno penalizzanti (esempio: solo chi sta in montagna può capire il peso sociale, scolastico, economico di certe nevicate) viene indicata come necessaria perchè tutti i cittadini siano sullo stesso piano.
Per contro, la peggiore risulta essere, nonostante un livello dei servizi superiore, la rossissima Umbria, dove i Comuni spendono il 9,71% più del fabbisogno calcolato. Di più: la Calabria sembra addirittura meno sprecona del Veneto, del Piemonte e delle Marche.
Dice tutto il confronto fra Perugia e Lamezia Terme.
La prima, bella, dolce e benestante, è la città  con oltre 70 mila abitanti che ha la peggiore performance in assoluto, con una spesa che nel 2010 ha superato del 31% il fabbisogno standard.
La seconda batte tutti sul fronte opposto: nel 2010 ha speso il 41% in meno.
Come mai?
Forse perchè spendeva pochissimo per funzioni essenziali quali la riscossione dei tributi (35 mila euro contro un fabbisogno di 446 mila), gli asili nido (641 mila euro contro 930 mila) e il «sociale»: 2 milioni 522 mila contro 7 milioni 439 mila.
Scelte imposte dal peso esorbitante di servizi burocratici come l’anagrafe, lo stato civile e il servizio elettorale: 1.162 mila contro un fabbisogno tre volte più basso, 468 mila.
Il contrario di Perugia, più parsimoniosa nelle spese per la burocrazia ma assai più esposta sul fronte dell’ambiente (36,2 milioni contro i 6,2 stimati come fabbisogno standard), dello smaltimento dei rifiuti (31,7 milioni contro 22,5) e dei trasporti pubblici (25,3 milioni contro 4).
Numeri in linea con una tendenza generale: le regioni meridionali, spiega la Sose, «da un lato risultano spendere più dello standard nel settore dei servizi generali di amministrazione e controllo», cioè per i burocrati e i dipendenti in genere, «e dall’altro spendere meno dello standard nel settore dei servizi sociali».
Bologna, ad esempio, figura sì in «zona rossa» con una spesa 2010 superiore del 4,76% allo standard, ma si tratta di una scelta precisa: investe nell’istruzione 60,4 milioni, contro i 37,5 previsti da Sose. Giusto? Sbagliato?
I risultati, scommettono gli emiliani, si vedranno più in là . Così come scommettono su se stessi i Comuni veneti (Vicenza su tutti), che a dispetto dei servizi buoni e a volte eccellenti riescono a spendere, come notava Albino Salmaso sul Mattino di Padova , il 7% in meno della media italiana.
Un dato lusinghiero. Purchè, in attesa della seconda parte del monitoraggio sul livello dei servizi, venga preso comunque con le pinze: i numeri possono essere bugiardi. Avete presente Casal di Principe, la cittadina della «Terra dei fuochi» tenuta in ostaggio per decenni dai Casalesi ed espugnata a giugno dal sindaco antimafia Renato Natale?
Risulta tra i municipi più virtuosi della Campania. Basta dire che la sua spesa 2010 era inferiore al fabbisogno standard del 41,6%.
Ma se andiamo a vedere come spendeva quell’anno i denari pubblici, scopriamo che per gli uffici preposti a raccogliere le tasse comunali, c’erano briciole.
Fabbisogno stimato da Sose: 113.242 euro. Euro impiegati: 167. Cioè 678 volte di meno: perchè mai infastidire i compaesani chiedendo loro le tasse?
Quanto all’ambiente, devastato dai veleni scaricati perfino nel cortile della ludoteca, il fabbisogno stimato era di 445.949: ne spesero un quarto.
I denari servivano per la burocrazia municipale. Costosissima.
Assurdo. Certo è che la Provincia di Caserta, la più avvelenata dagli scarichi industriali di tutta l’Italia, dimostra una volta di più come gli stessi «fabbisogni standard» abbiano sì un senso, ma debbano tener conto del contesto.
Nel 2010 l’ente provinciale casertano spese il 35% in più del previsto investendo nel settore ambientale 57 milioni: cinque volte più del fabbisogno standard calcolato da Sose: 11 milioni 581.147 euro.
Spreconi? Dipende da come sono stati investiti soldi. Ma che quella terra sventurata abbia bisogno di più quattrini per il risanamento di ogni ipotetica media nazionale è fuori discussione.
Così come è complicato calcolare lo «standard» per località  turistiche che a seconda delle stagioni possono moltiplicare la popolazione di tre, cinque, dieci volte.
Al Nord e al Sud.
Il fabbisogno finanziario teorico di Cortina d’Ampezzo sarebbe inferiore del 52% alla spesa reale, quello di Capri del 39,6, di Ischia del 42,6, del Sestrière del 52,4, di Gallipoli del 38,6.
Spreconi? O piuttosto inchiodati dall’obbligo a mantenere dei servizi decenti?
Non mancano, nelle realtà  più piccole, esempi di virtuosità  stupefacente.
Il record spetta a un paesino bergamasco, Blello, che ha un fabbisogno teorico del 108,9% superiore a quello che il municipio spende in realtà : i 79 abitanti si sanno accontentare. O si sono rassegnati.
Così a Cartignano, 180 residenti, nel cuneese, dove il differenziale è del 108,4%.
O nella salernitana Omignano, dove lo «standard» sarebbe più alto del 97,2.
Ma sono tutti «risparmiosi» o costretti a far buon viso a cattiva sorte a causa della marginalit�
Risultati simili, nelle metropoli, sono impensabili.
A Roma nel 2010 ogni cittadino spendeva per i servizi fondamentali 1.695 euro, dei quali 400 per mantenere i dipendenti municipali.
A Milano 1.830: 441 per il personale. A Napoli 1.416 euro: per i «comunali» 477.
Ma quanto valgono questi numeri se non si tiene conto del divario, qua e là  abissale, dei servizi forniti?
I tre Comuni allo specchio dicono tutto delle differenze fra i diversi pezzi d’Italia. Basti prendere il costo della funzione forse più sensibile per un Comune, quello della polizia locale.
Il fabbisogno standard di Roma è fissato in 323 milioni: nel 2010 spese il 14,5% in più.
All’opposto Milano, che sborsò per i vigili il 38,3% in meno ma anche Napoli, che «risparmiò» il 29%.
Eppure il Campidoglio, in quel 2010 preso in esame, fornisce ai cittadini in qualità  e quantità  molto meno di Palazzo Marino.
Per carità , le multe stradali sono forse un indicatore anomalo, ma i dati sono interessanti: i 5.998 vigili di Roma elevavano manualmente 929.442 contravvenzioni (154 a testa: tre a settimana), i 3.179 colleghi milanesi 1.178.780: 370 pro capite, più di una al giorno.
Per non parlare delle 79.870 sanzioni di diverso genere fatte a Milano contro le 27.990 di Roma e le appena 963 di Napoli.
O dei 255 arresti effettuati dai «ghisa» ambrosiani a fronte dei 110 dei «pizzardoni» capitolini e dei 64 dei «caschi bianchi» partenopei.
Per non dire degli affitti di cui scrivevamo.
Nonostante fosse proprietario di 59mila immobili, storicamente gestiti assai male, il Comune di Roma in mano alla destra dopo anni di giunte di sinistra, pagava nel 2010 per i locali occupati dalla polizia municipale canoni per tre milioni e mezzo contro i 30.017 euro di Milano: 117 volte di più.
Una spesa mostruosa. Che costringeva il Campidoglio a risparmiare su tutto il resto. Comprese le tecnologie indispensabili per amministrare meglio una realtà  complicata quale quella capitolina.
Solo 2,9 milioni di euro investiti contro i 6,4 di Palazzo Marino.
Con riflessi clamorosi sul controllo territoriale.
I questionari compilati dai rispettivi Comuni e aggiornati al primo agosto di quest’anno dicono che a Milano la polizia locale dispone, per un territorio di 181 chilometri quadri, di 1.359 telecamere.
A Napoli, dove i chilometri quadrati comunali sono 1.117, i vigili ne hanno 100.
E a Roma? Il Comune con la superficie più vasta d’Italia, 1.285 kmq, di telecamere ne ha solo 45. Cioè una ogni 48 chilometri.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

This entry was posted on sabato, Ottobre 4th, 2014 at 22:28 and is filed under sprechi. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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