Destra di Popolo.net

HANNO CERCATO DI BLOCCARE L’INTERVISTA RAI DEL PM FIORILLO DALL’ANNUNZIATA. MASI: “NON PARLATE DI RUBY, PARLATE D’ALTRO”

Novembre 15th, 2010 Riccardo Fucile

VOLEVANO IMPEDIRLE DI RACCONTARE LA VERITA’ SU QUANTO ACCADUTO IN QUESTURA A MILANO LA SERA DEL FERMO DI RUBY… MASI HA PROVATO A DISSUADERE LA ANNUNZIATA DALL’INVITARLA, IL TRIBUNALE DI MILANO LE HA PREANNUNCIATO UN’AZIONE DISCIPLINARE SE IL PM CI FOSSE ANDATA… MA LEI HA RIBADITO: “MAI CONCESSO AFFIDAMENTO, AVEVO DETTO DI ACCOMPAGNARLA IN UNA COMUNITA”

E’ cominciato il venticello della calunnia: Annamaria Fiorillo? Una un po’ isterica.
Ma chi ha visto ieri pomeriggio la trasmissione di Lucia Annunziata “In mezz’ora” ha capito perchè quel venticello ha cominciato a soffiare.
Quella che ha visto sullo schermo è un pubblico ministero della procura per i minori di Milano, seria, chiara e puntuale nella ricostruzione di quella notte del 27 maggio scorso, quando Silvio Berlusconi ha chiamato la questura per far rilasciare Ruby.
In molti volevano fermare il magistrato. Impedirle di raccontare in televisione i fatti che smentiscono la versione del procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati e del ministro dell’Interno, Roberto Maroni.
Il direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha provato a dissuadere Lucia Annunziata: non puoi invitarla, il ministro Maroni ha già  annunciato querela nei suoi confronti.
Se viene in trasmissione, querela anche noi.
Il direttore è arrivato persino a dire alla giornalista (che difendeva la sua scelta) se proprio la devi invitare, parlate d’altro (sic!).
Fiorillo, invece, alla vigilia della trasmissione, ha ricevuto una lettera del procuratore Monica Frediani che le annunciava un provvedimento disciplinare se fosse andata in televisione. Ma non si è fatta fermare.
Nè dallo spauracchio di una sanzione nè dalle facili critiche, come accade spesso in questi casi, di essere scambiata per una toga in cerca di notorietà .
A Lucia Annunziata ha confermato quanto scritto al Csm: non ho mai autorizzato la polizia ad affidare la minorenne alla consigliera regionale del Pdl, Nicole Minetti.
Con toni pacati, guardando sempre negli occhi la conduttrice, sottolinea un elemento importante: in casi come quello di Ruby, cioè di intervento “penale, il pm non prende accordi con la polizia, ma dispone”.
Quindi, sostiene Fiorillo, io ho disposto in un modo (comunità  o notte in questura) e la polizia ha fatto in un altro.
E quando Annunziata ricorda quanto riferito da Maroni in Parlamento e cioè che la polizia ha affidato Ruby a Minetti “sentito il pm”, Fiorillo ribatte: “Ma poi hanno fatto quello che volevano loro”.
Ed è a questo punto che la trasmissione affronta quella che è stata definita dalla giornalista “la corda a cui vogliono impiccarla”.
Quel “non ricordo di aver autorizzato l’affidamento”, che si legge nella relazione del magistrato.
Fiorillo non tentenna, anzi vuole chiarire la sua affermazione, che è stata per la procura di Milano un appiglio per liquidare questo pezzo di inchiesta.
E lo ha fatto senza mai averla ascoltata, al contrario dei funzionari di polizia e dell’allora questore, Vincenzo Indolfi. In quella relazione, dice Fiorillo, avrei dovuto scrivere: “ricordo di non aver autorizzato”, perchè il senso è questo.
Alle domande di Annunziata: Maroni è un bugiardo? Perchè il procuratore, una “toga rossa”, ha detto che il caso era chiuso?, il pm cerca di sottrarsi: “Non compete a me rispondere”.
Ma sul ministro, alla giornalista che insiste, alla fine dichiara: “Parlava a nome del governo, avrà  anche delle ragioni politiche per aver detto quello che ha detto. Potrebbe essere, chiamiamola in modo molto generico, ragione di Stato. Ma qualunque ragione di Stato non può essere così assorbente da superare la violazione della legalità ”.
Fiorillo risponde poi a un’altra domanda che in molti si sono fatti: perchè dopo quella notte così tesa, per sua stessa ammissione, l’indomani non si è informata su che fine avesse fatto la ragazza? “Avevo finito il mio turno e come per ogni altro caso, il seguito documentale passa ad altri colleghi”. Delle telefonate di Berlusconi, invece, non era stata informata dalla polizia: “ L’ho appreso dai giornali”.
Un’autocritica però Fiorillo la fa anche in tv, come nei giorni scorsi sulla carta stampata: “Non ho capito che la funzionaria di polizia (Giorgia Iafrate, ndr) potesse essere in difficoltà . Avrei dovuto dirle di non preoccuparsi, di eseguire esattamente quanto da me disposto ed eventualmente di farmi parlare con i suoi superiori”.
Invece, ricorda, sembrava “come se fosse tenuta allo svolgimento di quell’atto. Era rigida e io mi sono indispettita e ho avuto con lei una sorta di diverbio. Ho spiegato di nuovo quali erano le mie disposizioni: la fotosegnalazione, l’inserimento della giovane in una comunità  protetta e, qualora non ci fosse stato posto, “trattenerla finchè non fosse stata reperita una struttura che la potesse ospitare. Poi non mi dicono più niente”.
Eppure nelle varie telefonate, al pm avevano anche detto della “parentela” di Ruby con Mubarak. “Dissi ‘allora io sono Nefertiti, la regina del Nilo’.
Mi sembrava una situazione paradossale. Come fa una ragazza con parenti così importanti a stare in mezzo a una strada?”.
L’intervista al pm si è chiusa con Lucia Annunziata che le ha chiesto: non teme che possa accaderle quello che è già  successo “a torto o a ragione a un’altra donna magistrato, Clementina Forleo, di passare per una instabile? Perchè delle donne si dice spesso così”.
Il viso di Annamaria Fiorillo si contrae: “L’ho messo nel conto”, risponde.
Poi si lascia andare a un sorriso e conclude: “Io sono una persona comune con un ruolo importante, devo ai cittadini la verità  dei fatti”.

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A MILANO UN SONORO SCHIAFFO AL PD: ALLE PRIMARIE IL “VENDOLIANO” PISAPIA BATTE BOERI, CANDIDATO DEL PD

Novembre 15th, 2010 Riccardo Fucile

PISAPIA: “CON ME VINCE LA POLITICA, ORA DOBBIAMO BATTERE LA MORATTI”…L’ EX ESPONENTE DI RIFONDAZIONE CON IL 45% PREVALE SU BOERI (40%) E SU ONIDA (13%): 70.000 I VOTANTI….IL PREMIER INCORONA LA MORATTI, MA SE FINI CONVINCE ALBERTINI A PRESENTARSI PER IL TERZO POLO A MILANO SARANNO FUOCHI ARTIFICIALI

È un terremoto e la Puglia, al confronto, è nulla.
Alle primarie del centrosinistra, l’avvocato Giuliano Pisapia batte l’architetto Stefano Boeri, dandogli 5 punti di distacco, e sbaraglia il Pd che lo ha sostenuto a tutti i livelli.
Forte del suo impegno civico e della sua passione, Pisapia ha rovesciato i pronostici: «È la vittoria della democrazia delle primarie», ha commentato a caldo ieri sera.
Poi, le lacrime e il ringraziamento ai suoi competitor (oltre a Boeri, primo a chiamare per congratularsi, il professor Valerio Onida e l’ambientalista Michele Sacerdoti) «con i quali c’è stato un leale confronto e con cui insieme dobbiamo battere la Moratti», e ai partiti che lo hanno sostenuto (Sel e Federazione della Sinistra), ma anche «al Pd che continua a essere la componente principale di un centrosinistra rigenerato, in grado di sconfiggere il centrodestra».
Giuliano Pisapia era stato il primo a scendere in campo per le primarie. «Bisogna spendersi per cercare di rendere il mondo migliore e farlo in tutti i modi in cui si può», aveva scritto sul suo sito poche ore prima del voto.
In fondo, Pisapia aveva già  sperimentato la fatica e il sacrificio che spesso ti chiede la politica: eletto deputato indipendente per Prc nel ’96, il penalista ha presieduto la commissione Giustizia ed è stato rieletto nel 2001.
Poteva bastare.
Invece no: e così in giugno, mentre già  impazzava il toto-candidati, l’avvocato per bene, con i modi gentili, ha rotto gli indugi: «Ci sono».
Lo ha fatto per amore della città , spinto da tanti milanesi «stanchi di vedere Milano andare a pezzi».
Una corsa continua, che lo ha sfinito anche fisicamente, ma che ha coinvolto sempre più persone.
Partito svantaggiato rispetto a Boeri, Pisapia ha capito che poteva farcela quando ha cominciato a raccogliere messaggi di incoraggiamento di persone che da tempo avevano smesso di votare e che invece hanno accarezzato il sogno di sconfiggere il centrodestra nella terra di Berlusconi e Bossi.
Poi c’è stata la sera magica, quella del 6 novembre, quando Nichi Vendola (che ieri notte ha commentato dagli Stati Uniti: «Una lezione di buona politica in un Paese sgomento») è arrivato a Milano a dichiarare stima, affetto e sostegno a Pisapia.
Una sera magica, appunto, con migliaia di persone uscite dalla routine del sabato amici-cena-cinema per assieparsi al Teatro dal Verme, dentro tutto pieno all’inverosimile e fuori altre migliaia di uomini e donne, giovani e di mezza età  in piedi a condividere e ribadire la voglia di cambiamento.
«Per me la politica è soprattutto servizio», ha ripetuto fino alla fine facendo tesoro degli insegnamenti della madre Margherita, cattolica e attenta ai più deboli, e del padre Giandomenico, avvocato e sostenitore del tema dei diritti. Per questo ha voluto tenere lontane le polemiche e bassi i toni, anche quando le primarie hanno avuto momenti di asprezza e tensione, anche quando alcuni dei suoi collaboratori avrebbero voluto contestare duramente l’invasione di campo del Pd, che ha mobilitato tutti, dal segretario nazionale Pierluigi Bersani alla maggioranza degli eletti nelle istituzioni, per garantire sostegno a Boeri.
Pisapia, che ha precisato di essere «uomo di sinistra ma non comunista», potrebbe però faticare a raccogliere consensi moderati.
Per questo, l’esito delle primarie apre le porte alla possibilità  di una candidatura di centro.
E il nome gettonato è sempre quello: Gabriele Albertini, che da oggi riprende incontri tra Milano e Roma.
A fronte di un candidatura della Moratti, annunciata ieri da Berlusconi e mal digerita sia dalla Lega che da ampi settori del Pdl, una eventuale terza lista con Albertini candidato sindaco per Futuro e Libertà , Udc e altri settori di centrodestra , farebbe davvero saltare il banco.
Rendendo le comunali di Milano una incognita, con pesanti ripercussioni sulla politca nazionale.

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LETTERE CONSEGNATE: FINIANI VIA DAL GOVERNO

Novembre 15th, 2010 Riccardo Fucile

URSO: “DIMISSIONI IRREVOCABILI: IN CASO DI VOTO, COALIZIONE DI CENTRODESTRA CON UDC, API E MPA”…SI APRE UFFICIALMENTE LA CRISI CONTRO UN GOVERNO CHE HA TRADITO IL PROGRAMMA DEL PDL E   LE PROMESSE DI RINNOVAMENTO DELLA DESTRA   ITALIANA

«Dimissioni irrevocabili».
Ai microfoni di Sky Tg24 l’annuncio del coordinatore di Futuro e libertà  Adolfo Urso non lascia spazio a fraintendimenti.
In mattinata il viceministro lascerà  il suo incarico nel governo.
La sua lettera di dimissioni, assieme a quelle del ministro Andrea Ronchi e dei sottosegretari Menia e Buonfiglio, arriverà  entro le 13 sul tavolo del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Un atto formale che aprirà  ufficialmente la crisi.
Nel caso di un ritorno alle urne i finiani puntano ad un’altra coalizione di centrodestra, ha spiegato anche Urso, aperta a Udc, Api ed Mpa.
«Noi – ha spiegato Urso – vogliamo con queste dimissioni chiudere una pagina e proseguire la legislatura con un nuovo governo di centrodestra, ma nel caso che altri si dovessero assumere la responsabilità  noi andremo al voto con un’altra coalizione di centrodestra, per voltare comunque pagina», aggiunge Urso, spiegando di non avere ricevuto pressioni di nessun tipo in questi giorni e smentendo inqualche modo le parole di Italo Bocchino.
«La nostra preferenza è un nuovo governo di centrodestra – sottolinea ancora Urso – e ove si andasse al voto per scelte altrui traumatiche, ci andremmo con un’altra coalizione di centrodestra con le forze che si richiamano ai valori del popolarismo europeo e quindi Fini, Casini, il movimento di Lombardo, l’Api di Rutelli e comunque le altre forze sociali e produttive del paese che vogliono, nel centrodestra, dal centrodestra, cambiare e rinnovare la politica, voltare pagina, fare davvero le riforme».
Per quanto riguarda poi l’apertura di Italo Bocchino ad un governo con la sinistra, Urso spiega: «in questo Parlamento, ove necessario, ove non si riescano a raggiungere gli obiettivi che ci proponiamo, un’altra maggioranza per fare una riforma elettorale e consentire al paese di votare realizzando un sano, maturo, bipolarismo, ci sta. In questo caso ovviamente con chiunque ci stia, con tutti coloro che vogliono voltare pagina per consentire al paese di votare con un sistema che consenta agli italiani di scegliere davvero, in una sana alternza bipolare, tra un centrodestra moderno ed europeo e una sinistra che mi auguro sia altrettanto europea».

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FLOP DELLE ESPULSIONI DEI CLANDESTINI: IN ITALIA SONO 500.000, MA NEL 2009 NE SONO STATI CONTROLLATI APPENA 52.000 ED ESPULSI SOLO 18.000

Novembre 15th, 2010 Riccardo Fucile

SOLO UN FERMATO SU TRE VIENE REALMENTE RIMPATRIATO E SOLO UNO SU DIECI VIENE CONTROLLATO….E’ IL DATO PIU’ BASSO DAL 1999, ALTRO CHE LE PALLE DI MARONI….PERSINO NEI CIE VIENE RIMPATRIATO SOLO IL 38% DEI DETENUTI

E’ il fallimento della politica delle espulsioni, la fine degli spot del peggiore ministro degli Interni che abbia mai avuto il nostro Paese, capace solo di prendersi i meriti di forze dell’ordine e magistrati nella cattura di latitanti.
Nel 2009 su oltre 52mila irregolari fermati, solo 18mila (il 34,7%) sono stati effettivamente rimpatriati.
E’ il dato più basso dal 1999.
Stando all’Ocse, oggi in Italia vivono e lavorano oltre mezzo milione di immigrati irregolari.
Il loro allontanamento dovrebbe avvenire o direttamente alle frontiere (respingimenti) o dopo l’ingresso sul territorio italiano (rimpatri).
I risultati?
Nel 2009 i respingimenti sono stati 4.298, in netto calo rispetto agli anni precedenti: 20.547 nel 2006, 11.099 nel 2007 e 6.358 nel 2008.
Quali sono le nazionalità  più respinte?
Dopo l’ingresso di Romania e Bulgaria nella Ue, in testa ci sono gli albanesi (471 casi nel 2009), seguono i marocchini (320), i cinesi (196), i brasiliani (196) e i tunisini (186).
La maggioranza dei respingimenti avviene negli aeroporti (2.719), seguono le coste (911) e le frontiere di terra (668).
Stessa curva discendente si registra per i rimpatri: erano 24.902 nel 2006, 15.680 nel 2007, 17.880 nel 2008 e solo 14.063 nel 2009.
Insomma, l’anno scorso su un totale di 52.823 irregolari fermati dalle forze dell’ordine, solo 18.361 (tra respinti e rimpatriati) sono stati effettivamente allontanati: pari al 34,7%.
Il che conferma il trend decrescente dal lontano 1999.
Le cose non andrebbero meglio nel 2010: stando a quanto dichiarato il 16 agosto scorso dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, dall’inizio del 2010 sono stati espulsi solo 9mila irregolari.
Non è tutto.
Neanche i Centri d’espulsione paiono davvero funzionare, nonostante dal 2009 il tempo massimo di trattenimento sia passato dai due ai sei mesi.
Se, infatti, da un lato è diminuito il numero degli irregolari trattenuti (16mila nel 2005, 10.913 nel 2009), la quota dei rimpatriati è crollata: erano il 68,6% dei trattenuti nei Cie nel 2005, solo il 38% nel 2009.
E ancora: gli irregolari fermati e sanzionati nel 2009 sono stati 52.823, dunque solo un decimo degli immigrati senza documenti presenti in Italia, secondo l’Ocse.
Il calo di respingimenti e rimpatri potrebbe trovare spiegazione nella diminuzione del numero di irregolari presenti oggi in Italia?
In fondo, stando ai dati del Viminale, dal 1 agosto 2009 al 31 luglio di quest’anno gli sbarchi sono diminuiti di ben l’88%.
Peccato, però, che solo una minoranza degli immigrati che finiscono nella clandestinità  arriva via mare.
L’Istat, per esempio, ha calcolato che gli sbarchi nel 2008 hanno inciso solo per il 5,4% sugli ingressi irregolari in Italia.
Il 65% degli immigrati, infatti, entra con un regolare visto turistico e alla scadenza resta da irregolare: li chiamano overstayers.
Un altro 30% arriva via terra, attraverso le frontiere degli accordi di Schengen.
E’ la dimostrazione, dati ufficiali alla mano, che non esiste alcun miracolo governativo nella lotta all’immigrazione clandestina e che Maroni ci ha solo riempito di spot leghisti, raccontandoci un sacco di palle mediatiche.

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QUEGLI 800 CANDIDATI IMPROPONIBILI INSERITI NELLE LISTE ELETTORALI NONOSTANTE I DIVIETI

Novembre 14th, 2010 Riccardo Fucile

NELLE LISTE AMMINISTRATIVE I PARTITI LI HANNO CANDIDATI, SPESSO FACENDOLI ANCHE ELEGGERE E VIOLANDO LE REGOLE… SONO 39 I CASI PIU’ GRAVI: FABIO GRANATA E ANGELA NAPOLI (FUTURO E LIBERTA) HANNO CHIESTO CHE I NOMI VENGANO RESI PUBBLICI, MA MOLTI SI OPPONGONO

Un numero che solo scandirlo provoca il batticuore.
Tenetevi forte: ottocento e passa. Sì, ripetetelo: ottocento e passa.
Sono tanti, troppi.
Immaginateveli: un esercito, un corteo di ottocento persone mute, silenziose, ognuna delle quali porta dentro di sè un segreto che non ha rivelato.
Un peccato veniale, in molti casi.
Ma anche peccati che sono precedenti penali.
Da qualsiasi punto di vista lo vogliate affrontare, il problema è uno scandalo. Ottocento e passa cittadini che hanno avuto problemi con la giustizia, con l’illecito, con la violazione penale di norme e codici, alle ultime elezioni regionali, provinciali e comunali si sono candidati.
E non c’è stato nessun filtro.
Tra complicità  e impotenza, i partiti li hanno candidati. In molti casi facendoli eleggere.
Il punto non è sapere quanti ce l’hanno fatta, quanti hanno passato il turno.
I nomi degli ottocento non li conosceremo mai. C’è di mezzo anche la Privacy.
Il loro elenco è arrivato a palazzo san Macuto: i nominativi sono stati trasmessi da tutte le prefetture.
E il presidente dell’Antimafia, Beppe Pisanu, quei nomi li ha chiusi in cassaforte.
Solo per quaranta, anzi per trentanove, c’è la possibilità  che vengano resi pubblici.
Lo chiedono diversi componenti dell’ufficio di presidenza della commissione di palazzo san Macuto.
E lo schieramento è bipartisan: da Fabio Granata (Fli) a Laura Garavini (Pd), ad Angela Napoli (Fli) e Luigi Li Gotti (Idv).
I trentanove sono i candidati che hanno violato il codice di autoregolamentazione approvato dall’Antimafia e sottoscritto dai partiti, da tutti i partiti.
E la prossima settimana l’ufficio di presidenza di san Macuto potrebbe decidere la discovery in Parlamento.
Ricordate un mese fa?
Quando l’Antimafia di Beppe Pisanu protestò fortemente contro il boicottaggio di alcuni prefetti poco collaborativi che a distanza di diversi mesi ancora non avevano spedito a san Macuto gli elenchi di quelli che Pisanu ha poi definito «candidati indegni»?
Insomma, a un mese di distanza il quadro della situazione è ormai completo.
E dunque ottocento e passa candidati sono stati segnalati dalle prefetture perchè coinvolti in contenziosi, in procedimenti penali, civili.
Sembra, secondo alcune indiscrezioni, che degli ottocento circa trecento sono quelli nei confronti dei quali si sono avviate indagini, svolti processi, comminate condanne per reati penali: da truffa ad appropriazione indebita, da calunnia a diffamazione.
«Indegni candidati», li ha definiti Beppe Pisanu, il presidente dell’Antimafia.
Ma anche «indegni partiti» che non hanno vigilato o che sapevano e hanno taciuto.
In questo caso il numero è il problema, al di là  delle tipologie di reati che i candidati hanno commesso.
Un esercito di ottocento «indegni» hanno lottato per essere eletti.
Ci sono i casi più gravi: 39 candidati che hanno violato il Codice, approvato nel febbraio scorso da tutti i partiti, dell’Antimafia.
Cosa prevedeva il testo?
Che non poteva candidarsi chi era stato colpito da una misura cautelare non revocata o annullata, chi era stato processato, condannato anche in via non definitiva per i seguenti reati: associazione mafiosa, estorsione, usura, riciclaggio, impiego di denari di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori.
Oppure chi era stato perseguito per reati patrimoniali o per traffico illecito di rifiuti.
Questo codice etico semplicemente è stato disatteso.
All’interno dell’Antimafia non tutti, ovviamente, sono d’accordo per rendere pubblici i nomi dei «39» impresentabili.
Sarà  interessante conoscere le regioni di provenienza.
C’è da scommettere che la parte da leone la faranno le regioni del sud (anche perchè si attendono a breve sviluppi giudiziari clamorosi, insomma arresti di consiglieri regionali in odore di mafia), ma qualche sorpresa potrebbe venire anche dalle regioni del Nord.
Il dramma è che l’Italia si sta unificando, da questo punto di vista.
L’ultimo sindaco arrestato per mafia è di un paese in provincia di Pavia, Borgarello.

Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)

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TRA POCO IL PM FIORILLO DA LUCIA ANNUNZIATA A “MEZZORA”: “RICORDO BENE TUTTO: MAI AUTORIZZATO L’AFFIDAMENTO”

Novembre 14th, 2010 Riccardo Fucile

“NON MI HANNO ASCOLTATA, VADO IN DIRETTA PER SPIEGARE QUELLO CHE E’ REALMENTE SUCCESSO”

C’è ancora qualcosa da chiarire? «Tutto, è tutto da spiegare».
Travolta dall’improvvisa ribalta mediatica, «costretta da me stessa» a tornare con la memoria al 27 e 28 maggio scorsi, per ristabilire «la mia versione», quella che – dice – «nessuno ancora mi aveva chiesto», Annamaria Fiorillo, pubblico ministero di turno al Tribunale dei minori di Milano in quello che è diventato il caso Ruby, mette un punto alle interviste e alle ricostruzioni con un’apparizione televisiva oggi alle 14.30, alla trasmissione In 1/2h di Lucia Annunziata.
E chiude così la settimana che le ha «cambiato la vita».
Martedì la Fiorillo vede in tv il servizio sul ministro dell’Interno Roberto Maroni che al Senato dice: quella notte sono state «rispettate tutte le procedure», compreso l’affido dell’allora minorenne Karima El Mahroug, alias Ruby, alla consigliera regionale pdl Nicole Minetti, «il caso è chiuso».
Mercoledì, la pm vede i giornalisti assiepati davanti al Tribunale dei minori per un’altra vicenda e, «indignata» per le parole di Maroni, impulsiva e spontanea, decide di parlare: mai bevuta la storia che Ruby fosse nipote di Mubarak, mai affidato la ragazza alla Minetti, «scriverò al Csm».
L’argine è rotto.
Giovedì il magistrato va oltre: «Maroni ha calpestato la legalità ».
Il ministro annuncia querela, e ora, alla notizia dell’apparizione in tv, commenta: «Bene, bene…».
Dottoressa Fiorillo, perchè esporsi ancora?
«Devo spiegare tutto».
Non l’ha fatto già  in questi giorni?
«I giornali sono stati imprecisi, hanno scritto anche cose vere, ma non mi piace come le hanno riportate… La mia foto, per esempio, accanto a quella di Fabrizio Corona, che c’entra? E l’articolo in cui avete scritto “ci sono due pm”, una che ricorda e l’altra no… Ma se io ricordo benissimo!».
Il nodo è quel passaggio della relazione al suo capo, il procuratore Monica Frediani, in cui lei scrive «non ricordo di avere autorizzato l’affidamento…».
«Ho usato quell’espressione perchè la premessa della relazione è: “Espongo quanto emerge dal mio ricordo…”. L’autorizzazione all’affido non è nel mio ricordo, perchè non l’ho data. Ho fatto un errore nella costruzione della frase, avrei dovuto scrivere: “Ricordo di non avere autorizzato”, perchè questo era il senso».
Perchè ha deciso di spiegarlo in televisione?
«Sono stata invitata a partecipare a molte trasmissioni, ma per ora ho intenzione di fare solo questa apparizione. Penso sia importante avere modo di parlare senza che ci sia discussione, senza il coinvolgimento di altri. In modo lineare, liberamente, con un pochino di tempo che mi permetta di approfondire. Senza possibilità  di manipolazioni. Mi è sembrato che la formula della trasmissione dell’Annunziata mi consentisse più neutralità ».
Qualcuno la accuserà  di volersi mettere in mostra.
«Certo, sono in molti a dirlo. Dicono anche che mi voglio mettere contro il sistema. Ma non è così. Per me è stata una decisione molto sofferta, che so che avrà  conseguenze importanti, anche gravi. Ho ricevuto anche molta solidarietà , soprattutto dalla gente comune, come me: mi dicono col cuore di essere dalla mia parte».
E dai colleghi?
«Per loro la situazione è più imbarazzante, devono mantenere un equilibrio».
Che cosa dirà  in tv?
«Si sarebbe potuta registrare, la trasmissione. Io invece ho scelto la diretta. Perchè voglio che chi mi ascolta mi comprenda, possa vedermi in faccia in quel momento, sentire la mia sincerità , capire il rischio che sto correndo. Vorrei che passasse l’autenticità , la purezza».
Ma perchè non ha detto tutto prima, quando il caso Ruby è esploso, due settimane fa?
«Io li ho fatti i miei passi istituzionali, non hanno voluto sentirmi. È così che sono arrivata a questo punto. Lo ripeto, sono consapevole delle conseguenze».

Alessandra Coppola
(da “il Corriere della Sera“)

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LA SOLITUDINE DI UN LEADER

Novembre 14th, 2010 Riccardo Fucile

SIAMO ALLA FASE CONCLUSIVA DI UNA STAGIONE POLITICA… L’EDITORIALE DI ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA SUL “CORRIERE DELLA SERA”

In questo piovoso autunno italiano non sta finendo solo una maggioranza o un governo: si sta concludendo l’avventura di un uomo solo.
È la solitudine di Berlusconi il dato che oggi più colpisce.
E se l’uomo ha mischiato e confuso come pochi altri il pubblico e il privato, la sua solitudine pure è un fatto politico e insieme personale, dove non sai quale delle due cose è stata ed è causa dell’altra.
Le serate di Arcore e di Palazzo Grazioli sono l’immagine di una solitudine esistenziale disperata e agghiacciante, anche se nascosta dai fasti di una miliardaria satrapia.
Oggi ci è chiaro: era un moderno Macbeth assediato dalla foresta di Birnam sempre più vicina, quello che si rinserrava ogni sera nelle mille stanze dei suoi mille castelli in compagnia di docili comparse.
Ma non aveva mai voglia quest’uomo – ci chiediamo noi uomini normali – di scambiare quattro chiacchiere con un amico vero, con una persona normale?
È tuttavia la solitudine politica quella che impressiona maggiormente: la solitudine politica che il premier ha costruito giorno per giorno intorno a sè, imitato da troppi suoi collaboratori.
L’avventura berlusconiana, partita all’inizio con un cospicuo capitale di attese e di fiducia (perfino da parte di molti nemici) si è progressivamente chiusa in se stessa, ha tagliato i ponti con tutti i settori significativi della società , ha stupidamente decretato avversione e ostracismo ad un numero sempre crescente di persone: in pratica tutte quelle della cui fedeltà  ed obbedienza pronta, cieca e assoluta, non si fosse arcisicuri.
In questo modo, forse senza neppure accorgersene, gli uomini e le donne del premier, la sua classe di governo, il suo milieu, sono diventati ben presto una sorta di esercito accampato in territorio nemico, con la stessa psicologia e la mentalità  degli assediati.
Si dà  il caso però che quel territorio fosse il loro Paese.
«O con noi o contro di noi» è divenuta la parola d’ordine suicida sempre più spesso pronunciata, di cui com’era logico, hanno finito per trarre vantaggio solo gli avversari.
Consigli arrogantemente respinti, suggerimenti finiti nel nulla, proposte liquidate con un’alzata di spalle sono state sempre di più la regola: allontanando sistematicamente le intelligenze che pure sarebbero state disponibili a rendersi utili.
La parabola di un uomo come Giuliano Ferrara parla da sola.
Il berlusconismo avrebbe potuto facilmente – e magari anche abusivamente, se si vuole–intitolare a se stesso tutto ciò che in Italia non era di sinistra. Non solo non ha voluto o saputo farlo.
Ha fatto il contrario: ha regalato alla sinistra tutto ciò che sentiva o sapeva non essere intrinsecamente suo.
Estraneo fin dalle origini alla socialità  politica di gruppo in quanto nato dalla felice intuizione di un uomo solo, di un capo, invece di correggere tale vocazione primigenia alla solitudine e all’obbedienza gerarchica, è andato esasperandola.
Sempre più sono rimasti il capo soltanto e soltanto coloro che gli obbedivano. Certo, è rimasto sempre chi obbediva pur conservando qualche luce d’ingegno e di autonomia personale, ma le file dei puri e semplici profittatori e dei camerieri sono andate crescendo a dismisura, sono diventate un esercito, e dopo non molto tempo tutta la scena ha finito per essere occupata solo da costoro.
Una turba di mezze calzette, di villan rifatti, di incompetenti, di procacciatori: la solitudine sociale del berlusconismo si è andata sempre più incarnando in questa schiera compiacente e zelante, pronta ad ogni servilismo per il proprio personale interesse.
Sono stati essi i principali artefici della muraglia invalicabile costruita intorno al potere del capo.
Da essi il capo è apparso inspiegabilmente sempre più dipendere.
Da essi trarre i consigli che di sconfitta in sconfitta, di fallimento in fallimento, lo stanno portando ineluttabilmente alla fine.
Più che vinto dalle inesistenti vittorie dei suoi nemici, il berlusconismo oggi crolla vittima di una sorta di autoreclusione si direbbe quasi studiata con intenzione, compiaciutamente suicida.
E sempre più quello che fu per antonomasia «un uomo solo al comando» ormai appare niente altro che un uomo solo e basta.
Che forse neppure si rende conto ancora di esserlo.

Ernesto Galli Della Loggia
(da “il Corriere della Sera“)

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MINZOLINI, CROCIERE E DOPPI SERVIZI

Novembre 14th, 2010 Riccardo Fucile

SEI SERVIZI DEL TG1 IN POCHI MESI PER PROPAGANDARE LA ROYAL CARIBBEAN, POI SUL SITO DELL’ADDETTO STAMPA DELLA NOTA COMPAGNIA DI NAVIGAZIONE COMPARE UNA FOTO DEL DIRETTORE IN VACANZA… LA CROCIERA DI MINZOLINI CON LA DEPUTATA PDL GIAMMANCO SULLA “MSC MAGNIFICA”

Augusto Minzolini è un concentrato di passioni.
La Porsche bianca decapottabile? Uno sfizio.
I 64 mila euro spesi con la carta di credito aziendale? Un incidente.
Il direttorissimo poi ha un pensiero fisso per le navi da crociera e per una compagnia in particolare: la Royal Caribbean International, una multinazionale del settore con sede a Miami, ma con un legame speciale con il telegiornale di Raiuno.
La Royal organizza un concorso per “famiglie” in collaborazione proprio con il Tg1.
I vincitori avranno l’opportunità  di salire a bordo di Allure of the Seas, in anteprima nel ruolo di inviata.
Il gigante dei mari sarà  inaugurato a novembre in Florida.
Risulta che sia viale Mazzini, sia la concessionaria pubblicitaria (Sipra) siano all’oscuro del sodalizio.
Il sito del Tg1 ha oscurato la pagina del concorso e un video con le immagini del cantiere di Allure of the Seas, il tanto atteso “gigante dei mari”.
La pagina è conservata nell’archivio online: “Tur isti reporter: vota lo spot”.
Ma una corretta giuria dovrebbe assegnare il premio al Tg1, senza troppe esitazioni e con una motivazione: per l’enorme impegno profuso.
Un impegno lontano nel tempo, costante, multiforme: servizi di mattina, pomeriggio e sera.
Seguiamo un ordine cronologico per conoscere la curiosa attenzione del telegiornale di Minzolini per la multinazionale Royal Caribbean.
“Prima Pagina” è la rubrica all’interno di Unomattina (trasmissione curata dal Tg1): 1° marzo 2010, “Pa s q u a in viaggio”, Giuseppe D’Agosti (direttore vendite di Royal Caribbean) spiega ai telespettatori i vantaggi di una vacanza primaverile tra spiagge deserte e moli liberi.
Il 3 maggio “Prima Pagina” ha una notizia clamorosa: “Tutti in crociera” con Lina Mazzucco, direttore generale per l’Italia di Royal Caribbean.
E ancora il 24 maggio: “Mete tradizionali”, Alessandra Cabella (responsabile vendite di Royal Caribbean) racconta viaggi suggestivi.
Il settimanale Speciale Tg1, il 7 giugno, supera la “concorrenza”: “Inchiesta sulle vacanze estive, un lungo itinerario tra le zone più belle e straordinarie del pianeta”.
Attenzione: nel programma condotto da Monica Maggioni, nominata caporedattore centrale da Minzolini, ritorna il direttore generale Mazzucco. Speciale Tg1 invita i telespettatori a regalarsi una crociera: “La vacanza popolare, tra le più economiche. Oggi bastano meno di cento euro al giorno tutto incluso”.
E la Mazzucco approva: “I giovani trovano divertimento e comodità  sulle navi”.
Il Tg1 segue il lavoro quotidiano del direttore generale Mazzucco: il 17 settembre — edizione delle 20,00 — (ri)compare sullo schermo.
Il servizio ha un titolo a dir poco evocativo: “Boom di crociere”.
La Mazzucco svela le mete invernali: “Caraibi o Brasile, posti caldi”. E la giornalista precisa: “No ai freddi. No Finlandia o fiordi”.
Il Tg1 del 22 ottobre ha un’inviata a Rimini per la Fiera del Turismo. Quizzone: chi sarà  l’intervistata?
Vabbè, troppo facile: l’oramai familiare Mazzucco di Royal.
Il direttore generale elogia la sua multinazionale: “Più di 2,5 milioni di passeggeri trasportati”. Tanti clienti, insomma.
L’ultimo è il Tg1 che offre il suo nome per fare pubblicità  a una nave da crociera, prima di insabbiare le pagine sul sito ufficiale.
Come mai il Tg1 e Raiuno ospitano per sei volte in pochi mesi un dirigente di Royal Caribbean?
Forse Bruno Liconti, addetto stampa di Royal, è un fenomeno nel tessere i rapporti. O nel gestire le amicizie.
Sul sito di Liconti, Occhiosulmondo, c’è una foto di Minzolini (settembre scorso) sulle sabbie dorate del Kenya: non una crociera, una vacanza alla moda.
IL “direttorissimo” ha trascorso un fine settimana in crociera con Gabriella Giammanco (deputata del Pdl): 4 e 6 marzo scorso, porto di Amburgo, varo di Msc Magnifica.
Minzolini non poteva mancare in Germania, già  aveva rinunciato al debutto di Msc Splendida da Barcellona.
Per rimediare — luglio 2009 — aveva confezionato un bel servizio.
L’inviata ha tartassato di domande insidiose la madrina, Sophia Loren: “La crociera è per giovani o adulti?”.
L’attrice, imbarazzata: “Non so”.
O forse la crociera è per Minzolini?

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LO PAGANO 500 EURO AL GIORNO PER ESAMINARE IL FEDERALISMO: CI COSTA CARO ANCHE SOLO STUDIARLO

Novembre 14th, 2010 Riccardo Fucile

TRENTAMILA EURO SONO VERSATI DALLA REGIONE FRIULI AL CONSULENTE DEL GOVERNO LUCA ANTONINI, DOCENTE VICINO A CALDEROLI….INDAGA SULLE “PROSPETTIVE DI ATTUAZIONE DEL FEDERALISMO”… TANTE CONSULENZE SU TEORIE ASTRATTE SON DAVVERO NECESSARIE?

Trentamila euro in due mesi: quasi 500 euro al giorno.
È il costo del percorso del Friuli Venezia Giulia verso il federalismo fiscale. Mentre il Governo appronta gli ultimi decreti della tanto voluta riforma federale, a Trieste la giunta regionale di Renzo Tondo stacca un assegno per una consulenza sulle prospettive del federalismo in Friuli Venezia Giulia.
Il docente incaricato dalla Regione di indagare sulle «prospettive di attuazione» risponde infatti al nome di Luca Antonini, docente universitario e già  consulente del Governo, esperto di questioni federali e vicino ai ministri Giulio Tremonti e Roberto Calderoli proprio sui temi a loro più cari: finanza e federalismo.
Il decreto con l’incarico assegnato dalla Regione è del 19 ottobre, registrato dalla Direzione finanze il 27 ottobre.
La scadenza fissata al 31 dicembre, l’importo totale della consulenza è di 29.770,99 euro.
In poco più di due mesi, dunque, Antonini dovrà  trovare il tempo per imbastire lo studio sull’attuazione del federalismo fiscale.
Tema: «Aspetti di rilievo costituzionale del federalismo fiscale e prospettive di attuazione nel Friuli Venezia Giulia in conformità  all’ordinamento regionale e compatibilmente con le peculiarità  proprie dell’autonomia speciale».
Ragione dell’incarico: «Revisione dell’assetto normativo regionale richiesta dall’evoluzione in senso federalista dello Stato a seguito della legge 5 maggio 2009, n. 42, contenente la “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale in attuazione dell’a rticolo 119 della Costituzione”».
La procedura della Regione era stata avviata ancora a metà  luglio, quando, nonostante l’avviso pubblico, il solo Antonini si era candidato alla consulenza. La procedura era proseguita in agosto, quando la commissione ad hoc aveva vagliato il curriculum del docente universitario.
Ed eccoci a fine ottobre, quando formalmente l’attività  di consulenza è stata autorizzata ufficialmente.
Ma il federalismo – evidentemente – è un tema ricco e complesso, e quella di Antonini non è la prima consulenza che la Regione richiede per prepararsi al grande passo.
A fine 2009, infatti, la Direzione centrale finanze aveva incaricato il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università  di Trieste di svolgere uno studio sempre in materia di «misure attuative della legge 42 del 2009», ovvero il famoso federalismo fiscale.
In particolare, l’attenzione dei giuristi triestini si deve concentrare sul «coordinamento del sistema tributario con riferimento alla potestà  legislativa attribuita dai rispettivi statuti alle Regioni speciali» e all’individuazione delle forme dell’ormai celebre fiscalità  di vantaggio.
Per 16 mesi di studi (gennaio 2010-aprile 2011), il Dipartimento dell’ateneo triestino riceverà  50 mila euro.
E sempre di federalismo si deve occupare in un’altra consulenza ad hoc la Fondazione Centro di ricerche economiche e finanziarie di Udine.
Nello specifico l’incarico riguarda «la definizione dei sistemi operativi di riforma della finanza locale in chiave federalista»: la consulenza da 19.500 euro ha una durata complessiva di sette mesi.

(da “il Messaggero Veneto“)

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