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ALEMANNO SCEGLIE BERTOLASO COME VICE: CENTRI MASSAGGI PER TUTTI

Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile

IL “PATTO DELLE FISIOTERAPISTE” TRA ALEMANNO E BERLUSCONI PROMUOVE L’EX CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE A VICESINDACO… NEL 2013 L’EX SOCIALE LASCERA’ IL POSTO ALL’ESPERTO IN PIEDATERRE GRATUITI PER CORRERE PER PALAZZO CHIGI COME RUOTA DI SCORTA DO SILVIO

Non ci sono solo le liti continue fra gli ex forzisti e il sindaco Alemanno, accusato di favorire i colonnelli di An a scapito della corrente azzurra.
E neppure la crescente insofferenza dell’inquilino del Campidoglio nei confronti dei vecchi “camerati” che, come Parentopoli insegna, si sono dimostrati fin troppo rapaci, oltre che incauti.
Dietro l’accelerazione della crisi spuntano due elementi che, apparentemente slegati tra loro, potrebbero ben spiegare il perchè di tanta fretta nell’azzerare deleghe e assessori.
Da una parte il sondaggio segreto, commissionato da Alemanno e planato giusto ieri sulla sua scrivania, che misura il gradimento dei romani nei confronti dell’attuale sindaco e del presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, da molti nel Pd indicato come candidato unico alla successione nel 2013.
Allo stato attuale, in caso di sfida, l’esito sarebbe disastroso: secondo la rilevazione, infatti, Alemanno incasserebbe il 42 per cento dei consensi, Zingaretti il 58.
Un’autentica debacle per il Pdl e, soprattutto, per uno dei suoi uomini di punta.
Roba da spezzare qualsiasi carriera.
E qui veniamo al secondo elemento.
Assai caldeggiato dall’ala forzista e considerata una onorevole via d’uscita pure da Alemanno.
La strategia che comincia a circolare negli ambienti del centrodestra non solo capitolino, discussa in mattinata alla Camera nel corso del vertice con Cicchitto e Gasparri, prevede l’inserimento in giunta di un uomo fortissimo destinato, tra due anni, a succedere all’inquilino del Campidoglio nel frattempo chiamato a più alti e prestigiosi incarichi.
L’asso da calare si chiama Guido Bertolaso, cui verrebbe assegnato il ruolo del vicesindaco in attesa di conquistare – nel 2013 – il colle più alto della politica romana.
Naturalmente per Alemanno non sarà  una retrocessione.
Lui, per quei tempi, sarebbe pronto a correre come vicepremier accanto a Silvio Berlusconi (o a chi per lui): prenderà  insomma il posto che fu di Gianfranco Fini, capo di quei colonnelli di An rimasti senza guida.
Sarebbe stato il Cavaliere in persona a proporre questa soluzione all'”amico Gianni”: il più adatto – a dire del premier – a coprire la rive droite del Pdl assediata dai futurista.
E ad Alemanno l’idea non è mai dispiaciuta, restando sempre molto attivo nella vita di partito più che in quella amministrativa.
Ecco perchè quando a Roma i dissapori con l’ala forzista si sono inaspriti, Alemanno ha cercato di correre subito ai ripari.
La prova?
Quando, prima di Natale, aveva pensato di effettuare un rimpasto-blitz e di sostituire l’assessore all’Urbanistica Marco Corsini, potegè di Fabrizio Cicchitto, è bastata una telefonata di fuoco del capogruppo alla Camera per fargli cambiare idea.
Risultato? Corsini è diventato intoccabile Non solo.
L’azzeramento dell’esecutivo romano sarà  l’occasione per tingere d’azzurro la giunta di Roma.
A spese del nero: è un fedelissimo di Alemanno l’assessore ai Trasporti Sergio Marchi, diventato dopo Parentopoli non più difendibile; proviene da Fi ma è passato con Gasparri il titolare dell’Ambiente Fabio De Lillo; è espressione di Andrea Augello, sottosegretario alla Funzione pubblica, motore del comitato elettorale di Alemanno prima e Polverini poi, l’assessore al Personale Enrico Cavallari; è sorella di un deputato nonchè espressione del parlamentare Fabio Rampelli, altro uomo forte del Pdl post-An in Campidoglio, la responsabile della Scuola Laura Marsilio.
Al loro posto scaldano già  i motori Antonello Augemma, capo dei dissenzienti di Laboratorio Roma, ex Fi; Dino Gasperini, ex udc passato con Fi; Visconti, in quota Alemanno.
Solo l’asso verrà  tenuto segreto fino all’ultimo.

Giovanna Vitale
(da”La Repubblica“)

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“L’ABRUZZO E’ UN PESO MORTO COME TUTTO IL SUD”: IL LEGHISTA BORGHEZIO SPARA LE SOLITE INFAMITA’, TANTO HA L’IMMUNITA’

Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO AVER ABBANDONATO I TERREMOTATI AL LORO DESTINO, LA FETECCHIA PADAGNA HA ANCORA IL CORAGGIO DI PARLARE DI “SANO REALISMO PADANO: GLI ABRUZZESI ABBIANO DIGNITA’ E SI AIUTINO DA SOLI, COME HANNO FATTO IN VENETO CON L’ALLUVIONE”…. QUESTA SPECIE DI UOMO FA FINTA DI NON SAPERE CHE AL VENETO SONO STATI DATI 300 MILIONI, IL 30% DEI DANNI SUBITI

“Questa parte del Paese non cambia mai, l’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud. C’è bisogno di uno scatto di dignità  degli abruzzesi. E’ sano realismo padano”.
Il leghista Mario Borghezio consegna al programma KlausCondicio, in onda su YouTube, la sua ennesima uscita provocatoria.
Lo fa attaccando la gente d’Abruzzo e la loro presunta passività  per uscire dall’emergenza seguìta al sisma che ha provocato più di 300 vittime.
“Il comportamento di molte parti delle zone terremotate dell’Abruzzo è stato singolare, abbiamo assistito per mesi a lamentele e sceneggiate. Eccezioni ci sono dappertutto, ma complessivamente è stata un po’ una riedizione rivista e corretta dell’Irpinia: prevale sempre l’attesa degli aiuti, non ci sono importanti iniziative autonome di ripresa. Si attende sempre che arrivi qualcosa dall’alto, nonostante dall’alto arrivi molto. Mi domando quale sarebbe stata la reazione degli abruzzesi nei confronti di un comportamento ‘risparmiosò da parte dello Stato, con l’invio di aiuti a gocce come è per i veneti; questo fa solo aumentare il senso di disaffezione dei veneti verso lo Stato centralista, credo che siamo ormai giunti ad un punto di rottura”.
“Mi rifiuto di rispondere a tale affermazione che un esponente di un partito di governo, moralmente, non avrebbe mai dovuto fare”. Lo ha detto il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente. “Borghezio — ha aggiunto — all’interno del suo partito ha la licenza di spararle sempre più grosse e a volte disgustose. Inevitabilmente lo scopo è elettoralistico”.
Alle parole dell’esponente del Carroccio risponde Leoluca Orlando, dell’Idv. ”Borghezio chieda scusa immediatamente ai terremotati dell’Abruzzo perchè ha offeso la sofferenza dei vivi e il ricordo dei morti. Un peso morto per lo Stato e per gli italiani non sono gli abruzzesi, ma è Borghezio e i leghisti come lui”.
Orlando aggiunge: “Il Carroccio si dissoci dalle inqualificabili parole dell’europarlamentare e chieda scusa ai poveri cittadini abruzzesi che, oltre alla grave tragedia subita e alle mille promesse non mantenute da questo governo, ora si devono anche sentire gli oltraggi di persone come Borghezio”. “Si domandi — conclude il deputato dipietrista — come mai Berlusconi ha cessato le passerelle mediatiche a L’Aquila e perchè le macerie sono ancora nel centro storico dove non è mai iniziata la ricostruzione”.
Più tardi Borghezio ha precisato che intendeva dire che “non bisogna far prevalere le tradizionali, eterne aspettative nei confronti dello Stato centrale, anzichè rimboccarsi le maniche come hanno dimostrato di saper e voler fare, ad esempio, le popolazioni venete, anche di recente”.
Peccato che sia bugiardo e in malafede: il Veneto ha avuto dallo Stato uno stanziamento di 300 milioni su 1 miliardo di danni accertati per la recente alluvione, quindi mente sapendo di mentire.
Nello stesso periodo per i danni da alluvione a Genova sono stati promessi (e mai arrivati) solo 10 milioni su 120 di danni accertati.
Quindi il Veneto ha avuto il 30% dei danni subiti, Genova neanche l’8% di quelli promessi.

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ALEMANNO, TRA PARENTOPOLI E CALO NEI SONDAGGI, GIOCA LA CARTA DI SCIOGLIERE LA GIUNTA DEL COMUNE DI ROMA

Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile

REVOCATE TUTTE LE DELEGHE E AZZERATA LA GIUNTA: “INIZIERA’ UNA NUOVA FASE”…ENTRO GIOVEDI’ I NUOVI ASSESSORI: FATTI FUORI I COINVOLTI IN PARENTOPOLI DE LILLO E MARCHI, OLTRE A CAVALLARI… L’UDC RESTA   FUORI, I NOTABILI ROMANI DEL PDL CERCANO DI SALVARE LA FACCIA, MA L’EX SOCIALE NE ESCE MALE

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha firmato due ordinanze con cui ha revocato tutte le deleghe alla giunta capitolina e ai consiglieri delegati.
È quanto si legge in una nota del portavoce del sindaco, Simone Turbolente. La decisione arriva dopo un vertice tra il primo cittadino di Roma e i capigruppo Pdl di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri.
«Si è conclusa una prima fase del governo comunale – dice ancora Alemanno in una nota – che ha ottenuto importanti risultati come l’approvazione del piano di rientro dal debito ereditato dalle precedenti amministrazioni, l’avvio della trasformazione del Comune in Roma Capitale e la definizione dei progetti più importanti del Piano Strategico di Sviluppo».
«Ora – prosegue il sindaco – è necessario lavorare per fare in modo che questi progetti e i nuovi poteri di Roma Capitale vengano rapidamente calati sul territorio con una grande attenzione alla qualità  della vita dei cittadini e dei quartieri».
«Per questo motivo è necessario avviare un cambiamento della giunta – aggiunge Alemanno – che fissi per ogni assessore, le deleghe, gli obiettivi prioritari, secondo un preciso cronoprogramma e le regole politiche che garantiscano la piena sintonia con le categorie sociali e produttive della città . «Tutto questo – conclude – in vista della riunione degli Stati generali della città  convocati per il 9 e 10 febbraio presso il Palazzo dei Congressi dell’Eur e in cui sarà  presentato il piano strategico di sviluppo e il Comitato promotore della candidatura alle Olimpiadi del 2020».
«La Giunta capitolina – si legge nel comunicato sullo scioglimento – a norma di statuto, dovrà  essere nominata nuovamente entro il più breve tempo possibile. Obiettivo del sindaco è quello di nominare i nuovi assessori e i nuovi consiglieri delegati entro giovedì 13 gennaio».
«Per giungere a questo obiettivo – conclude la nota – il sindaco ha chiesto al vicesindaco Mauro Cutrufo, all’on. Alfredo Antoniozzi e al capogruppo del Pdl Luca Gramazio, oltre ai vertici del Pdl, di affiancarlo nelle consultazioni e nelle valutazioni».
E in una nota Gianni Sammarco, deputato e coordinatore di Roma del Pdl, e Marco Di Cosimo, vicecoordinatore vicario fanno sapere che «nonostante gli ottimi risultati raggiunti in questi anni dalla prima giunta Alemanno erano maturati i tempi per aprire una fase due dell’amministrazione di Roma in vista degli importantissimi appuntamenti cui è chiamata la città . Nei prossimi giorni verranno avviati degli incontri per calibrare la squadra e ridefinire le deleghe, in modo da riprendere immediatamente a lavorare sugli obiettivi prioritari che saranno fissati».
Secondo indiscrezioni in uscita ci sarebbero almeno tre assessori: Fabio De Lillo (delega all’Ambiente, sfiorato dalla Parentopoli sia per l’Ama che dipende dal suo assessorato, sia per l’assunzione in Atac della cognata e moglie del fratello Stefano, senatore Pdl, Claudia Cavazzuti), Sergio Marchi (responsabile della Mobilità , il più coinvolto nella Parentopoli all’Atac: assunti diversi amici e suo parenti tra cui la fidanzata, la segretaria, la figlia della segretaria più altri parenti del suo staff) ed Enrico Cavallari (assessore al Personale).
Sostituzioni di cui in realtà  già  si parlava da mesi, ma che ora potrebbero concretizzarsi.
Diversa la situazione di Umberto Croppi e Alfredo Antoniozzi.
Sul primo, dal suo entourage fanno sapere di sentirsi «tranquilli», anche se più volte l’assessore alla Cultura è stato messo in discussione per la sua vicinanza al leader di Fli, Gianfranco Fini. A
ll’assessore alla Casa, invece, potrebbe essere cambiata la delega.
Non dovrebbero correre pericoli, invece, Fabrizio Ghera, Marco Corsini, Sveva Belviso e Laura Marsilio.
Se in uscita, quindi, il quadro sembra delineato, più difficile capire chi entra.
I nomi circolati maggiormente sono quelli di Marco Visconti e Antonello Aurigemma.
A sorpresa, però, potrebbe essere inserito tra i papabili il capo della Protezione civile di Roma, Tommaso Profeta.
«Non esiste nel novero delle cose che noi possiamo entrare nella Giunta comunale di Roma».
Lo ha detto Pier Ferdinando Casini, ospite della trasmissione di La7 ‘Otto e mezzò. «Noi – ha aggiunto il Leader dell’Udc – restiamo all’opposizione perchè abbiamo un giudizio completamente negativo sul governo di Alemanno».
Nel primo pomeriggio il sindaco della Capitale aveva incontrato per circa un’ora, negli uffici del gruppo alla Camera i capigruppo Pdl di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri.
Diversi i temi al centro dell’agenda politica capitolina che potrebbero essere stati trattati nell’incontro: dai provvedimenti attesi per il 2011 su Roma Capitale, a questioni politiche come il possibile rimpasto della giunta guidata da Alemanno.
A pesare sulla decisione molto probabilmente il caso «Parentopoli» con le assunzioni facili nelle società  partecipate del Comune di Roma, Atac e Ama che ha travolto l’amministrazione capitolina chiamando in causa collaboratori molto vicini al sindaco Alemanno.
E anche i risultati del sondaggio del Sole 24 Ore pubblicato lunedì mattina sui sindaci più amati d’Italia magari non sono passati inosservati al primo cittadino di Roma che in un solo anno ha perso il 5 per cento del gradimento.
«L’azzeramento della Giunta deciso dal sindaco Alemanno è la dimostrazione più lampante del fallimento di questa gestione della destra romana. A questo punto per coerenza si dovrebbe dimettere anche il sindaco visto che l’incapacità  totale di questa Amministrazione è soprattutto colpa sua».
Lo afferma Marco Miccoli, segretario del Pd Roma. «Non era mai successo – conclude Miccoli – che dopo appena due anni e mezzo una Giunta della Capitale d’Italia fosse revocata in questo modo. La città  allo sbando è ora ufficialmente anche senza governo».

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MONTEZEMOLO CONTRO LEGA E TREMONTI: “HANNO TRADITO L’ITALIA CHE PRODUCE”

Gennaio 11th, 2011 Riccardo Fucile

“ITALIAFUTURA” DICE QUELLO CHE PENSANO GLI ITALIANI: SUL SITO   DELL’ASSOCIAZIONE, UN EDITORIALE CON GIUDIZI DURISSIMI SUL CARROCCIO E SULLE SCELTE DI TREMONTI…”NESSUNO IN   PARLAMENTO E NEL GOVERNO SI BATTE PER LA PARTE PIU’ VIVA DEL PAESE”

Il neostatalismo municipale della Lega e del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, hanno lasciato sola e tradito le aspettative della parte più viva e dinamica del Paese, e, cioè, gli imprenditori, gli artigiani e i commercianti che costituiscono, in Italia, “un enorme serbatoio di competività “, quel “nerbo della nazione di cui tutti sembrano ignorare le necessità “.
E’ questo il j’accuse contenuto nell’intervento pubblicato oggi sul sito di Italiafutura, l’associazione che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo.
Un testo che denuncia “l’assenza di qualsiasi voce che, in Parlamento o nel Governo, si batta” per i ceti produttivi.
“L’Italia della manifattura che dimostra, nonostante tutto, di continuare a credere in se stessa, non riesce più a trovare un riferimento concreto nei partiti e nei leader, usurati, di questa seconda repubblica. Se non vogliamo che il nostro Paese, che soprattutto sull’industria ha costruito le sue fortune, diventi una nazione di piccoli e grandi rentier ogni anno più poveri – prosegue l’editoriale – dobbiamo agire subito. Il momento delle facili promesse, dei proclami ideologici e delle profezie inutili si è da tempo consumato”.
“In questo periodo è difficile trovare sui giornali notizie positive sullo stato del Paese”, osserva ancora la fondazione guidata da Luca Cordero di Montezemolo.
“Unica eccezione – sottolinea Italiafutura.it – il dato riguardante il saldo tra le aziende che hanno aperto e quelle che hanno chiuso nel 2010”, segnale di “un enorme serbatoio di competitività ” che è anche “il nerbo della nazione, di cui tutti sembrano ignorare le necessità “.
“Quello che colpisce – si legge ancora – è l’assenza di qualsiasi voce che, in Parlamento o nel governo, si batta per le ragioni e le istanze della parte più viva e dinamica del Paese”.
Nettamente negativo in particolare il giudizio sulla Lega “che pure era nata, sull’onda di un ‘tea party’ ante litteram, come forza di contrapposizione verso il peso del fisco, dello Stato e della sua pletorica burocrazia è oramai impegnata in battaglie ideologiche e distratta da dichiarazioni e ultimatum che mai hanno a che fare con gli interessi concreti delle piccole imprese”. Bocciato, come detto, anche Giulio Tremonti, “che va considerato a tutti gli effetti un esponente di punta della Lega”, al quale si rimprovera “eclettismo ideologico, flirtando da ultimo con il Berlinguer dell’austerità “.
“Se la politica economica del governo tradisce una categoria, quella degli imprenditori, che pure non gli ha mai fatto mancare il sostegno, la responsabilità  maggiore è innanzitutto della Lega che è nata per rappresentare le istanze del Nord che produce”.
Spazio allora, conclude l’editoriale riconducibile al pensiero di Montezemolo, a “un’Italia che è in marcia nonostante l’immobilismo della politica. Un’Italia che accetta le sfide della globalizzazione e non si nasconde dietro superficiali e velleitarie teorie neoprotezionistiche. Un’Italia che avrebbe bisogno di supporto e di attenzione ma che non ha ricevuto nulla, pur avendo dato e continuando a dare moltissimo”.

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ASSESSORE LEGHISTA ACCUSATO DI ABUSI SESSUALI DAI SUOI MILITANTI: FOTO OSE’ SCATTATE CON LA MACCHINETTE DELLE FOTOTESSERE

Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile

UNA RAGAZZO E UNA RAGAZZA ACCUSANO LUCA TALICE DI MOLESTIE DURATE ANNI NEI LOCALI DEL COMUNE DI SEREGNO… IL LEGHISTA E’ ASSESSORE ALLA SICUREZZA AL COMUNE DI MONZA ED ESPONENTE DI PRIMO PIANO DELLA LEGA IN LOMBARDIA

L’assessore alla sicurezza della Provincia di Monza, Luca Talice, 40 anni, è stato denunciato per violenza sessuale da due giovani militanti del Carroccio. Sui presunti abusi sta indagando la procura di Monza, che ha aperto un fascicolo.
I due giovani militanti della Lega, un ragazzo e una ragazza, hanno presentato lo scorso dicembre una denuncia in procura per abusi sessuali che avrebbero subito per anni nei locali del comune di Seregno (Monza e Brianza), dove Talice svolge anche la funzione di consigliere comunale della Lega Nord.
«C’è un’indagine in corso. La Procura sta svolgendo tutti gli accertamenti del caso», conferma il procuratore di Monza Corrado Carnevali.
Come anticipato dal settimanale «Esagono» i due giovani leghisti hanno denunciato a dicembre il politico brianzolo, tra i fedelissimi di Umberto Bossi, per abusi che sarebbero andati avanti per anni e sarebbero avvenuti, in alcune circostanze, la sera nei locali del comune di Seregno.
Il ragazzo, in particolare, avrebbe subito violenze anche quando era minorenne.
Il fascicolo è approdato sul tavolo del pm Alessandro Petè, che sta indagando sulla vicenda.
Talice avrebbe anche costretto le presunte vittime a scattare immagini pornografiche utilizzando la macchinetta delle fototessere situata all’interno del palazzo comunale.
Le testimonianze parlano di «pressioni psicologiche al limite del plagio, di violenze sessuali abiette, di rapporti avuti anche nel palazzo comunale (di Seregno, ndr), di fotografie scattate nella macchinetta delle fototessere a Comune chiuso al pubblico».
Se le indagini dovessero confermare le prime testimonianze, verrebbe da chiedersi come mai la cosa è stata tenuta nascosta dai vertici leghisti fino ad oggi e come mai certe voci non sono mai state verificate prima.

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NEL VENETO LEGHISTA BUCO NELLA SANITA’ DI 130 MILIONI, ARRIVANO NUOVE TASSE ED E’ LITE TRA CARROCCIO E PDL

Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile

SALTA L’ASSE LEGA-PDL, REINTRODOTTA L’IRPEF… LA LEGA SE LA PRENDE CON GALAN CHE REPLICA A MUSO DURO: “ZAIA ELIMINI GLI SPRECHI PIUTTOSTO”… LA LEGA NON SPENDE UN EURO PER LA SICUREZZA, DOPO AVER FATTO UNA CAMPAGNA ELETTORALE SU QUELLA…ALTRE TASSE IN VISTA NELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA

Se a Roma la tregua armata resiste in attesa che Umberto Bossi, dopo 17 anni di slogan, porti a casa un abbozzato federalismo fiscale, in Veneto, lontano dai riflettori, la guerra fratricida è già  in stato avanzato e nessun accordo è più componibile.
L’anello debole è il tema della sanità , 130 milioni di disavanzo presunto (c’è chi dice siano almeno 100 di più) e un 2011 che sarà  l’annus horribilis, dove Lega e Pdl, di fronte al profilarsi del secondo commissariamento consecutivo della sanità  veneta e la reintroduzione d’imperio da parte di Roma dell’Irpef a tutti i redditi, giocano a scaricabarile.
In Veneto d’altronde mancano comunisti da incolpare per l’aumento delle tasse, così se la vedono il senatur e l’ex governatore berlusconiano Giancarlo Galan che si è avvicendato con Luca Zaia (il leghista con la brillantina) sulla poltrona della Regione in cambio del posto al ministero dell’Agricoltura.
L’ultima uscita è firmata Bossi, di ritorno dalla cena degli ossi dove è stato decretato che Berlusconi è un amico, e non solo un alleato.
Ma, appunto, essendo semplicemente un amico, non gli risparmia nulla sul piano politico.
Così, quando Bossi ha parlato di Galan, ergo Silvio, ha tirato fuori gli artigli: “Galan? E’ meglio che stia zitto. Il buco sulla sanità  è colpa sua”.
Ora, a parte il fatto che in Veneto Lega e Pdl governano insieme da 15 anni e che Zaia, attuale presidente della Regione altri non era che il vice di Galan, il disavanzo è dell’anno 2010 dunque epoca dell’uomo con la brillantina tra i capelli.
Ma anche Galan ci mette del suo. Sono mesi che punzecchia il suo successore Zaia più che pensare all’agricoltura.
E’ stato così che ai giornali locali ha detto prima della cena di Calalzo: “E’ una follia aumentare le tasse a servizi invariati, da quindici anni il deficit è lo stesso: 130 milioni. Noi l’abbiamo sempre ripianato, ora la nuova giunta trovi questi soldi risparmiandoli altrove. Il capo della Lega ha fatto la campagna elettorale denunciando sprechi nel Veneto: ebbene, se ci sono li eliminino e impieghino le risorse per la sanità ”.
Immaginate Bossi che già  è costretto a digerire un’alleanza di governo nella quale non crede più, causa mancanza di voti, e con i sondaggi che gli stuzzicano le arterie elettorali: ”E’ stato Galan ad aver causato il buco della sanità , ci dica cosa dobbiamo fare o non dica più niente.
E poi cosa c’entra la Lega? C’entra semmai Tremonti”.
E’ infatti la manovra predisposta dal titolare dell’Economia a stabilire il commissariamento, e relative conseguenze in termini di tasse, per le regioni in rosso. “Galan tutte le volte che fa qualcosa fa danni, vedi le quote latte. Lasciamo perdere”, insiste Bossi che, riferendosi all’arrivo di Zaia alla guida del Veneto, tira la stoccata finale: “A Galan gli scotta ancora il culo”. Insomma, un tutti contro tutti, che porta la regione superba e saccente, quella che vorrebbe essere d’esempio per il resto d’Italia, sull’orlo di un quasi tracollo con la giunta che, in più di una seduta è finita in minoranza e un’alleanza che non è più tanto santa.
Dall’alto è stato imposto il silenzio, niente controrepliche, solo una difesa d’ufficio dell’ex governatore affidata a Antonio De Poli, segretario regionale di quell’Udc che nell’ultima legislatura a livello nazionale aveva voltato le spalle al Pdl.
“Noto un certo nervosismo in casa leghista – punge De Poli – capisco il clima da campagna elettorale, ma c’è un solo responsabile del disastro della sanità  veneta ed è il Carroccio. Partito degli ultimi quattro assessori di settore. La Lega lo ammetta: l’unico motivo per cui aumenterà  le tasse, colpendo anche la povera gente, è di mettere una pezza ai guai che ha combinato”.
Insomma, dalle parti della Laguna l’asse Berlusconi-Bossi è già  saltato, il rincorrersi di accuse e scuse, è un segno di un mal di pancia insopportabile. Anche perchè Zaia è accusato dagli alleati del Pdl di aver tradito i veneti sul tema della sicurezza sulla quale, in campagna elettorale, aveva fatto grandi promesse e oggi ha lasciato l’assessorato a zero euro.
“La sicurezza non è più un problema, la questione è risolta”.
In attesa del 23, giorno in cui dovrebbero passare gli emendamenti sul federalismo fiscale, i veneti vanno a dormire con una certezza: la reintroduzione dell’addizionale Irpef, dunque l’aumento delle tasse.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LEGITTIMO IMPEDIMENTO: ANCHE SOLO PARZIALMENTE INCOSTITUZIONALE RIPORTEREBBE IL PREMIER IN TRIBUNALE

Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile

DOMANI LA PRIMA UDIENZA ALLA CONSULTA: BERLUSCONIANI PREOCCUPATI TRA CHI PARLA DI MEZZA VITTORIA E CHI DI UN CAVALIERE IN BALIA DEI GIUDICI… CI VOLEVA UNA LEGGE COSTITUZIONALE, IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO NON LO E’

Incostituzionale, o parzialmente incostituzionale, perchè pone gli impegni del premier e dei ministri al di sopra di qualsiasi altro interesse garantito dalla Carta, compreso quello dei giudici a celebrare un processo.
Incostituzionale, o parzialmente incostituzionale, perchè lega le mani alle toghe e toglie loro il diritto di operare un bilanciamento tra le esigenze del processo e quelle della politica.
Diritto che, proprio usando l’espressione “bilanciamento”, la Corte aveva già  individuato e delineato nel 2005 quando le capitò per le mani il caso di Cesare Previti, l’ex avvocato del premier entrato in rotta di collisione col gip milanese Alessandro Rossatto, per via delle presenze negate a un’infinita udienza preliminare adducendo i contemporanei “doveri” di Montecitorio.
Alla vigilia dell’udienza pubblica alla Consulta sul legittimo impedimento – domattina alle 9 e 30 al secondo piano del palazzo che fronteggia il Quirinale – queste sono le ultime indiscrezioni sul destino della legge.
O bocciata del tutto.
O bocciata in una sua parte fondamentale e sostanziale, quella che sta a cuore al Cavaliere, perchè tiene congelati, dalla primavera del 2010, i processi Mills, Mediaset, Mediatrade.
I 15 alti giudici rientrano oggi a Roma. E nel pomeriggio già  si vedranno per una camera di consiglio ordinaria, nella quale leggeranno le sentenze scritte sui casi discussi prima di Natale.
Non è prevista alcuna riunione ufficiale o incontro informale per parlare del legittimo impedimento.
Ma è questo, assieme ai referendum sull’acqua, sul nucleare e sulla stessa legge ponte al mai nato lodo Alfano costituzionale, l’argomento clou su cui riflettere.
Se ne parlerà  in conversari privati prima del dibattito pubblico con gli avvocati di domattina e prima, soprattutto, della decisione di giovedì.
Ma tra le alte toghe l’orientamento sembra ormai solidificarsi sempre più.
La legge ideata dall’Udc, da Pier Ferdinando Casini e Michele Vietti (oggi vice presidente del Csm), per bloccare il ddl sul processo breve che, se approvato per fulminare quelli del premier, avrebbe comportato la moria di centinaia di processi, non ce la farà  a ottenere il crisma di costituzionalità  dalla Corte. Troppe, e troppo evidenti, le anomalie che determinano una manifesta sproporzione di trattamento tra il “cittadino” Berlusconi, pur in veste di premier, e tutti gli altri cittadini.
Troppo smaccata l’impossibilità , di fatto, di celebrare i processi che si configura, a tutti gli effetti, come una vera e propria sospensione.
Giusto quella “sospensione” che la medesima Consulta, vagliando e poi bocciando, il lodo Alfano nell’ottobre 2009, decise che si poteva fare sì, ma solo a patto di utilizzare una legge costituzionale.
E il legittimo impedimento non lo è.
Appare fiacca, a detta dei giudici, l’argomentazione degli avvocati di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo, che insistono sul diritto del presidente del Consiglio, costituzionale anch’esso, di governare e quindi di non poter essere “angosciato” dalle udienze.
Sarà  pure, “ma è mai possibile che questo presidente non trovi neppure un minuto in un intero anno per fare il suo processo?”.
O non si è esagerato quando, nella stesura della legge, le Camere hanno previsto una copertura estesa, come un grande lenzuolo, su ogni possibile attività  del premier, pure su quelle “preparatorie e consequenziali, e comunque coessenziali”?
Dalla Corte i boatos che paiono annunciare la bocciatura arrivano anche nel quartiere berlusconiano.
Dove già  ci si prepara a dividersi.
Di più o di meno a seconda di quanto sarà  pesante la stessa bocciatura.
Se fosse totale, apparirebbe come una piena sconfitta dei due legali Ghedini e Longo che hanno dato il via libera al testo.
Se lo stop fosse parziale – la legge resta in piedi, ma è ampliata la sindacabilità  del giudice e ogni impedimento è valutato caso per caso – i due si appresterebbero a parlare di una mezza sconfitta.
Che appare invece, ad altri piediellini, come un dèbacle totale in quanto il Cavaliere, essi dicono, tornerebbe ostaggio dei giudici.

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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BERLUSCONI L’INTOCCABILE, TRA LODI, SCUDI E IMPUNITA’

Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile

IN NESSUN PAESE AL MONDO IL CAPO DELL’ESECUTIVO GODE DI UN SALVACONDOTTO COME QUELLO DEL LEGITTIMO IMPEDIMENTO… ALTROVE NON E’ PREVISTA ALCUNA TUTELA PER CHI COMMETTE REATI COMUNI FUORI DALLE STANZE DEL GOVERNO

È legittimo il legittimo impedimento? Risponderà , a giorni, la Consulta.
E a quanto pare dal suo responso dipende la salute del governo, la prosecuzione della legislatura, la sopravvivenza del pianeta.
Ma c’è un’altra domanda che ci risuona in gola ormai da anni: davvero in Italia la politica cammina a capo nudo sotto la grandine giudiziaria?
Davvero soltanto alle nostre latitudini manca un ombrello normativo che possa ripararla da indagini capziose, accuse strumentali, processi in mala fede?
A mettere in fila le iniziative battezzate dai vari governi Berlusconi, la risposta parrebbe un sì tondo e sonoro.
Nell’ordine: la legge sulle rogatorie internazionali (2001); quella sul legittimo sospetto (2002); la sforbiciata ai termini di prescrizione (2005); l’inappellabilità  delle sentenze di proscioglimento (2006).
Senza dire dei tentativi andati a vuoto, come il processo breve (2009), che per salvare il premier avrebbe lasciato a piede libero migliaia di malfattori.
O senza contare infine le riforme più esplicite e dirette, quelle sull’immunità  degli organi costituzionali.
Il lodo Schifani (2003), segato dalla Corte costituzionale l’anno dopo.
Il lodo Alfano (2008), caduto anch’esso sotto la mannaia della Consulta.
Il lodo Alfano costituzionale (2010), in discussione nell’aula del Senato.
Di lodo in lodo il fiore delle immunità  ha perso un petalo alla volta: il primo s’estendeva alle cinque cariche più alte, l’ultimo ne copre solo due.
Ma il presidente Berlusconi è sempre lì presente, nei lodi, negli scudi, negli impedimenti.
Eppure non è affatto vero che la Carta del 1947 gli neghi ogni tutela.
Da parlamentare gode dell’insindacabilità  per le proprie opinioni: una garanzia che risale all’Inghilterra del 1397, durante il regno di Riccardo II. Gode inoltre dell’immunità  dagli arresti prima d’una sentenza definitiva di condanna: altra antica garanzia, codificata nella Francia del 1790.
Dunque il presidente del Consiglio fruisce già  di una speciale protezione per i reati comuni, a meno che gli manchi uno scranno in Parlamento; ma fin qui è successo unicamente a Ciampi.
Quanto ai reati funzionali – quelli cioè connessi all’esercizio delle sue funzioni di governo – per processarlo serve l’autorizzazione delle Camere, come dispone una terza garanzia costituzionale.
Non basta? Certo che no, se vuoi metterti in tasca una licenza d’uccidere, come James Bond.
Perchè è di questo che si tratta: un salvacondotto giudiziario per ogni sorta di misfatto, dal furto di caramelle in un supermercato alle rapine in banca. Insomma se governi sei innocente per definizione, e comunque non hai tempo per convincere i giudici della tua innocenza immacolata.
Non è forse questa la regola applicata da tutte le democrazie contemporanee?
No, presidente, e se non ci crede domandi ai suoi avvocati.
Nella maggiore democrazia del mondo (gli Stati Uniti) l’inquilino della Casa Bianca risponde come ogni privato cittadino per i delitti commessi da privato cittadino; e infatti nel 1997 Clinton fu condannato al pagamento d’una somma di denaro, in seguito al processo per molestie sessuali che gli aveva intentato Paula Jones.
Nel Regno Unito l’immunità  assoluta tocca soltanto alla regina, sicchè il primo ministro non ha difese processuali per i crimini comuni, nè per gli illeciti civili. In Spagna la Costituzione prevede un foro speciale per i membri del governo, ma non si spinge a stabilirne l’improcessabilità .
In Germania, Finlandia, Grecia, Portogallo, Olanda, Svizzera e via elencando, i governanti sono pienamente responsabili per i reati commessi fuori dalle stanze del governo.
L’unica eccezione riguarda il presidente della Repubblica francese, che a differenza del primo ministro non può venire sottoposto a procedimenti giudiziari fino a un mese dopo la scadenza del mandato.
Nel suo caso, l’immunità  si è dunque trasformata in inviolabilità , benchè la Costituzione della V Repubblica non ospiti una norma chiara, e benchè l’interpretazione poi avallata dal Conseil constitutionnel abbia subito critiche roventi dalla dottrina giuridica francese.
Ma dopotutto Sarkozy è il capo dello Stato, non del governo: anche a convertire in regola quest’unica eccezione, dovremmo applicarla casomai a Napolitano, non certo a Berlusconi.
A meno che non sia proprio questo l’obiettivo: intanto acchiappo lo scudo che protegge il Colle, poi mi prendo tutto il Colle.
Sarebbe un peccato se lì alla Consulta 15 toghe rosse (in realtà  sono nere, presidente) guastassero la festa.

Michele Ainis
docente di istituzioni di diritto pubblico all’Università  RomaTre.
(da “L’Espresso“)

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NON CI SONO I NOMI DEI DEPUTATI CHE DOVREBBERO APPOGGIARE BERLUSCONI, FORSE NEANCHE I DEPUTATI

Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile

IL GRUPPO DEGLI IRRESPONSABILI, DETTO ANCHE “DEI VENDUTI” , CAPITANATI DAL FACCENDIERE MOFFA, NON DECOLLA… NONOSTANTE TANTE CHIACCHIERE SULLA TERZA GAMBA, L’UNICO AZZOPPATO RISCHIA DI RIMANERE IL PREMIER… PER BONAIUTI CI VUOLE ANCORA TEMPO, MA LE PROSSIME DUE SETTIMANE SARANNO DECISIVE… L’ANALISI DE “LA STAMPA”

Anche per i politici sono finite le ferie e per Berlusconi gli alibi: da oggi il governo torna a fare i conti con la sua debolezza numerica in Parlamento. Alla Camera innanzitutto, dove riparte da quota 314 voti (due in meno della maggioranza relativa di 316), ma anche a Senato.
Qui i numeri sono più solidi, tuttavia c’è il finiano Mario Baldassarri che nella cosiddetta bicameralina fa la differenza sul federalismo fiscale e municipale. E non far passare il federalismo significa decretare la fine della legislatura, Bossi dixit.
Il ministro leghista Calderoli sta trattando a tutto campo e insieme al responsabile dell’Economia dovrà  svelare le carte.
Il tempo delle dichiarazioni, delle interviste e dei buoni propositi è finito.
E dalle reazioni dello stesso Baldassarri e dell’Udc non sembra che ci siano schiarite significative. «Noi abbiamo fatto un richiesta chiara e precisa al governo. Se sarà  introdotto un serio e sostanziale quoziente familiare – avverte il segretario Udc Cesa – siamo pronti a sederci al tavolo e discutere responsabilmente del testo del governo. Altrimenti, le solite chiacchiere, i soliti slogan non ci interessano. I comuni devono essere sostenuti adeguatamente».
Berlusconi non ha più alibi, appunto, e Tremonti dovrebbe mettere mano al portafoglio.
Cosa improbabile nonostante dal Pdl e dall’interno del governo arrivino pressanti richieste di apertura.
Ieri lo ha fatto il ministro Matteoli per il quale le modifiche chieste dall’esponente di Fli Baldassarri «sono di buon senso».
Nelle prossime settimane Berlusconi si giocherà  quasi tutte le sue fiches.
Tra pochi giorni la Consulta deciderà  sul legittimo impedimento.
Martedì a Montecitorio i capigruppo dovranno calendarizzare la mozione di sfiducia contro Sandro Bondi che potrebbe ricevere l’astensione dell’Udc («dobbiamo ancora decidere», ha precisato Buttiglione).
Poi c’è il decreto milleproroghe che richiama in ballo Tremonti e potrebbe far riesplodere i malumori verso il suo rigorismo.
Il premier continua ad essere troppo ottimista.
E’ convinto di uscire dal tunnel con la nascita della cosiddetta terza gamba, quel gruppo di “responsabilità  nazionale” che dovrebbe venire alla luce attorno all’ex finiano Moffa e agli Udc Romano e Pionati.
«Faremo le riforme – assicura Paolo Bonaiuti, portavoce del Cavaliere – mentre l’opposizione sogna improbabili ammucchiate».
Il ministro Bondi invece si lancia addirittura sul «modello Obama».
Ricorda che il presidente americano, «non potendo più contare su una maggioranza nei due rami del Parlamento, ha realisticamente preso atto della nuova situazione ed è sceso a compromessi con l’opposizione repubblicana». Ecco, Bondi auspica anche in Italia intese bipartisan: dopo il voto di fiducia del 14 dicembre si sarebbe aperta una fase politica e lo stesso Casini si è richiamato alla collaborazione avviata negli Usa tra repubblicani e democratici.
Ma Washington è molto lontana da Roma.
E l’autosufficienza parlamentare del governo non è ancora una realtà , nonostante gli spot di Berlusconi e le rassicurazioni date a Bossi.
I numeri auspicati per evitare le elezioni sono tutti da verificare.
Il premier parla sempre di dieci nuovi arrivi, ma sa che se dovesse strappare deputati a Casini e a Fini metterebbe la parola fine alla trattativa su tutti i provvedimenti in discussione e sulla mozione di sfiducia a Bondi.
La verità  forse è molto più semplice e cioè che il premier ha difficoltà  ad arrivare a 325 deputati: l’obiettivo di cui aveva parlato durante la conferenza di fine anno.
Bonaiuti invece dà  un’altra spiegazione sul perchè non sia stato annunciato e non verrà  annunciato a breve l’arrivo dei rinforzi. «Perchè non fanno outing? Per ora è inutile, non ci sono voti imminenti alla Camera. Dentro il Parlamento – spiega Bonaiuti – ci sono persone responsabili e moderate che vogliono fare andare avanti il governo perchè è quello che chiedono gli italiani. In un secondo tempo questi deputati si manifesteranno. Il presidente Berlusconi sta lavorando per ricomporre l’area moderata. Anche sulla mozione di sfiducia a Bondi mi sembra che Casini abbia una posizione più moderata rispetto al passato».

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa“)

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