Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile
AVEVA CHIESTO RIMBORSI FASULLI PER 21.000 EURO: CONDANNATO A 18 MESI DI CARCERE, CACCIATO DAL PARLAMENTO E DAL PARTITO… IL GIUDICE: “OCCORRE RISTABILE LA FIDUCIA TRA POLITICA E POPOLO, I POLITICI DEVONO CHIEDERE SOLO CIO’ CHE E’ LEGITTIMO E IL LORO COMPORTAMENTO DEVE ESSERE DI ESEMPIO”… DUE GIORNI FA E’ ENTRATO IN CARCERE, NESSUNA CONDIZIONALE
David Chaytor era rimasto coinvolto nel 2009 nello scandalo dei rimborsi fasulli richiesti alla Camera da diversi parlamentari.
E’ stato condannato a 18 mesi di prigione per avere ottenuto illecitamente oltre 21mila euro, una parte dei quali per l’affitto di un appartamento di sua proprietà . Gonfiare note spese quando si è in Parlamento, in Inghilterra, costa il carcere. Così l’ex deputato laburista David Chaytor è stato condannato ieri a 18 mesi di reclusione, dopo essere rimasto coinvolto nello scandalo che nel 2009 ha colpito diversi politici britannici per aver richiesto rimborsi non dovuti.
Chaytor, 61 anni, era stato eletto nel seggio di Bury North, Manchester.
Primo a subire una condanna per le spese gonfiate, l’ex parlamentare aveva inoltrato alla Camera false fatture per ricevere rimborsi di denaro pubblico per oltre 18mila sterline (più di 21mila euro).
Tra le altre cose, Chaytor aveva ottenuto, tra il 2005 e il 2006, 12 mila sterline per i costi d’affitto di un appartamento nel cuore di Westminster, in Regency Street, dichiarando di pagare 1.175 sterline mensili a una certa Sarah Elizabeth Rastrick.
Ma l’alloggio in realtà era di proprietà dello stesso Chaytor e di sua moglie. Mentre la Rastrick era loro figlia, ma la parentela era stata nascosta indicando nelle fatture solo il suo cognome materno.
Con la stessa strategia, l’ex deputato aveva ottenuto rimborsi per oltre 5mila sterline anche per l’affitto di un’altra casa, questa volta di proprietà della madre.
Quando lo scandalo delle false note spese venne scoperto, circa un anno e mezzo fa, la Camera dei Comuni cercò all’inizio di bloccare per vie legali il rilascio delle informazioni.
Ma i quotidiani britannici, primo su tutti il Daily Telegraph, documentarono le spese dei parlamentari e lo sperpero di denaro pubblico.
Che, in certi casi, era usato per pagare attrezzi da giardinaggio, la colf per la pulizia della casa, i dvd presi in noleggio, la baby sitter.
Ma anche mutui e tasse sulle proprietà immobiliari.
Chaytor rischiava fino a 7 anni di carcere e aveva ammesso la sua colpevolezza. La condanna dell’ex parlamentare è “l’unico modo per ristabilire la fiducia dei cittadini nel sistema parlamentare — ha detto il giudice che ha emesso la sentenza —. Fiducia che obbliga i politici a richiedere solamente ciò che è legittimo” ha detto il giudice. I nostri rappresentanti ricoprono un ruolo importante nella società ed è necessario che il loro comportamento sia sempre onesto”.
A nulla è servita la difesa dell’avvocato di Chaytor, James Sturman: “Se le somme ricevute fossero state dichiarate in modo trasparente ed onesto, gli sarebbero state dovute interamente, fino all’ultimo centesimo”, aveva detto alla corte, aggiungendo che il suo assistito si era dichiarato colpevole per “un profondo e genuino rimorso”.
Quello di Chaytor è il primo caso in cui un ex parlamentare viene incarcerato da quando, nel 2001, il conservatore Lord Archer ricevette una condanna di quattro anni per spergiuro e intralcio alla giustizia.
Il partito laburista, che aveva sospeso Chaytor al momento dell’apertura dell’inchiesta, lo ha ora espulso.
L’ex deputato ha passato la prima notte nella prigione di Wandsworth, a sud di Londra, la stessa dove di recente è stato rinchiuso Julian Assange, fondatore di WikiLeaks.
Potrebbe però uscire dal carcere già verso fine maggio, per via dei regolamenti sui prigionieri non violenti e a basso rischio.
Se fosse accaduta una vicenda analoga in Italia, sarebbero stati adottati gli stessi provvedimenti o il politico magari sarebbe stato “promosso” ministro?
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Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile
MAURIZIO VIROLI, DOCENTE DI TEORIA POLITICA ALL’UNIVERSITA’ DI PRINCETON: “CELEBRATO DA UNA CLASSE POLITICA INDIFFERENTE, OSTILE E INCAPACE DI CAPIRE QUELLE VICENDE”…”UN POPOLO DI INGRATI NON PUO’ CHE VIVERE SERVO, PERCHE’ NON HA ENERGIE MORALI PER DIFENDERE LA LIBERTA'”…IL FEDERALISMO LEGHISTA E’ L’ANTITESI DEL FEDERALISMO DI CATTANEO
Il 150esimo Anniversario dell’Unità nazionale cade in un momento disgraziato. 
A celebrarlo sarà infatti una classe politica non solo indifferente o addirittura ostile agli ideali del Risorgimento, ma anche in larga misura semplicemente incapace, per mancanza di adeguata preparazione culturale e di animo meschino, di capire quelle vicende, quelle donne e quegli uomini.
Lo stato penoso di molti dei progetti legati alle celebrazioni è lo specchio fedele di questa triste realtà .
Queste considerazioni forse impietose ma facilmente documentabili, valgono in primo luogo per Berlusconi e la sua corte, ma toccano anche molta parte dell’opposizione.
Se è vero che Berlusconi non sa neanche che cosa sia il Risorgimento (e ha dichiarato di prediligere piuttosto l’antirisorgimento) e Bossi lo detesta con tutto se stesso, è del pari vero che fuori dalla corte non ci sono partiti o forze politiche che hanno le loro radici nella lotta per l’Unità nazionale o che ad essa si sono collegati idealmente.
I repubblicani, per citare l’esempio più ovvio, si distinguono per essere fra i servi più zelanti del signore, mentre il Partito d’Azione, che cercò di essere l’erede del Risorgimento, viene quasi sempre denigrato o deriso.
In siffatta situazione il buon gusto e un minimo senso della decenza impongono di tenersi il più possibile lontani dalle celebrazioni in cui si esibiranno Berlusconi o i personaggi della sua corte.
Dei servi che commemorano uomini e donne che hanno lottato e si sono sacrificati per la patria e per la libertà comune sono uno spettacolo ripugnante e diseducativo.
Un’orazione di Bondi, o Cicchitto o Dell’Utri o Casini, su Garibaldi, Mazzini, Cavour o i Martiri di Belfiore, non la imporrei neanche al mio peggior nemico.
Al tempo stesso è doveroso e politicamente saggio promuovere iniziative alternative nelle quali prendano la parola persone serie (ce ne sono ancora tante, per fortuna) che con i loro comportamenti hanno testimoniato di avere a cuore il bene comune della patria e non il loro potere o il loro conto in banca.
Abbiamo un dovere di gratitudine verso chi si è sacrificato per l’Unità e per l’indipendenza.
Un popolo di ingrati non può che vivere servo, perchè non ha le energie morali necessarie per difendere o per riconquistare la libertà .
Celebrare con le persone giuste e in modo serio il Risorgimento è dunque un modo intelligente per difendere la nostra libertà e la nostra dignità di cittadini.
Il nostro Risorgimento, lo ha ribadito Paul Ginsborg, (Salviamo l’Italia, Einaudi, 2010) ha elaborato l’ideale della “nazione mite” che non discrimina, ma accoglie e rispetta le altre patrie.
Il federalismo leghista è l’antitesi del federalismo di Cattaneo, il quale riteneva, fa bene Ginsborg a citare questo bel passo, che la virtù non fosse esclusiva prerogativa di un’unica nazione o di un singolo gruppo etnico: “Barbaro può suonare quanto tedesco quanto francese, quanto italiano; e che dei barbari ogni nazione ha i suoi”.
Vale anche la pena di ricordare che i personaggi di maggior rilievo del nostro Risorgimento avevano animo mite, anche quando erano formidabili combattenti.
Non mancarono certo fra i patrioti, nota Ginsborg, figuri che si distinsero per la loro crudeltà e disumanità .
Ma le descrizioni di Mazzini , Settembrini, Santorre di Santarosa, Goffredo Mameli e tanti dei Mille ci restituiscono l’immagine di persone “che mostravano compassione in battaglia e, deposte le armi, la dolcezza poteva tornare in campo, nella vita come nella morte”.
“Mite Giacobino” era poi chiamato, è bene ricordarlo, Alessandro Galante Garrone, mentre Norberto Bobbio, l’altro grande erede della tradizione azionista, scrisse uno splendido Elogio della mitezza.
E in nome della patria mite (che non vuol dire nè docile nè debole) è possibile oggi unire molte forze sociali e intellettuali per contrastare il degrado civile che ci soffoca.
La nostra storia è lì ad insegnarci — s’intende a chi ha la grandezza d’animo e l’umiltà di voler imparare — che le conquiste di libertà sono sempre state realizzate non contro, ma con l’idea di patria.
Mai come in questi tempi abbiamo bisogno dell’idea di patria.
L’esperienza del presidente Carlo Azeglio Ciampi dimostra che quando ascoltano persone degne parlare di patria, gli Italiani capiscono e sentono la bellezza di quell’ideale e sono pronti ad operare.
Non dobbiamo lasciare il Risorgimento ai servi.
Maurizio Viroli
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Gennaio 10th, 2011 Riccardo Fucile
L’EDITORE DI TELERAMA CONTRO RADIO PADANIA CHE TRASMETTE NEL LECCESE SU UNA FREQUENZA RUBATA AL SUO GRUPPO E “CONCESSA ILLEGITTIMAMENTE” DAL MINISTERO… PER PROTESTA CONTRO GLI ASPIRANTI E VOLGARI COLONIZZATORI PADAGNI, VA IN ONDA L’INNO DI MAMELI
Uniti contro Radio Padania Libera a suon di inno nazionale.
E’ guerra di frequenze nel Salento con la neonata radio padana, sbarcata il 17 dicembre con le sue antenne nel comune di Alessano e accusata di aver scippato le frequenza a una storica emittente locale.
La battaglia è anndata in onda con la trasmissione a reti unificate dell’inno nazionale sulle radio del gruppo dell’editore Paolo Pagliaro, che si è visto togliere la frequenza 105,6 Mhz della sua Radio Nice (figlia di Radiorama, gruppo Mixer Media).
L’iniziativa segue il mandato dato all’avvocato Gianluigi Pellegrino di verificare le procedure di assegnazione presso il ministero delle Comunicazioni.
Il legale, a mezzo stampa, fa sapere di star analizzando le carte ma dice che a quanto pare le frequenze sono state cedute a Radio Padania.
“Un atto illegittimo”, contro cui si scaglia senza mezzi termini l’editore leccese.
Denunciando lo “scippo delle frequenze” che sarebbe stato compiuto ai danni di Radiorama, una delle emittenti del gruppo, parla in una nota di “Padania ladrona”, e annuncia la protesta di oggi alle 16, quando le radio e le tv del gruppo (Rama, Manbassa, Nice, Jetradio, Salento, Telerama e Telerama 1) trasmetteranno in contemporanea l’inno nazionale.
L’editore leccese accusa i leghisti di essere “violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori”.
“Sono violenti – afferma – perchè hanno ottenuto grazie alla gestione del potere l’opportunità di un sopruso-abuso: accendono la frequenza che desiderano, e questa diventa di loro proprietà se ‘non disturba’ e se entro 90 giorno non vi sono reclami”.
“Sono voraci ed arraffoni – aggiunge – perchè intendono invadere un mercato scavalcandone le regole. Sono illiberali perchè i contenuti di questa Radio Padania sono volgarmente e qualunquisticamente anti-meridionali, perdendo così l’occasione del confronto positivo e costruttivo di idee che poteva scaturire dal loro ‘sbarco’ nel Salento”.
Pagliaro rivolge quindi un appello “a tutti i colleghi per fare squadra: chiedo un loro sostegno per essere uniti contro l’ingiustizia di una Radio Padania che per non rispettare le regole riceve un contributo di 500mila euro l’anno mentre noi combattiamo per la salvaguardia dei posti di lavoro dei nostri collaboratori”.
La Radio della Lega infatti, come Radio Maria, ha ottenuto il riconoscimento di “radio comunitaria”.
L’amministratore unico Cesare Bossetti ha spiegato l’utilità della radio nordista perchè “far conoscere le idee della Lega sul federalismo potrebbe portare dei benefici anche al Sud”, ma le polemiche non sono mancate.
Molti hanno definito vergognoso l’atteggiamento del governo “che taglia anche l’aria che respiriamo e consente ai ‘predoni’ leghisti di appropriarsi gratuitamente di un mercato; che consente a coloro che bruciano il tricolore di razziare in lungo e in largo la penisola; che finanzia Radio Padania ma con i tagli mette in ginocchio editoria ed emittenti locali”.
“Ma la cosa ancora più vergognosa” ha sottolineato “è il totale silenzio, a fronte di tutto questo, da parte dei parlamentari meridionali del Pdl e in particolare dei salentini, ora che anche il ‘nostro’ etere viene inondato dagli insulti quotidiani in camicia verde. E per di più con i nostri soldi”.
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Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
ORA SI SPARANO COLPI DAI TETTI CONTRAPPOSTI: “BERLUSCONI NON SI DOVREBBE RICANDIDARE”, “FINI E DI DI PIETRO HANNO TROVATO UN NUOVO ALLEATO IN FELTRI”, “SALLUSTRI HA FATTO UNA CAROGNATA CONTRO CHI NON PUO’ DIFENDERSI”, “VOTO BERLUSCONI SOLO PERCHE’ E’ IL MENO PEGGIO”,”SALLUSTRI DIMENTICA DI QUANDO TRAFFICAVA CON LE PROCURE”… A QUANDO LA LUPARA BIANCA E LO SCIOGLIMENTO NELL’ACIDO?
Guerra totale tra Il Giornale e Libero, fra Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti. 
È una guerra politica, ma anche una guerra personale.
à‰ una questione di feeling, ma anche una questione di marketing.
à‰ una sfida a due ma anche un triangolo a tre che ha la base a via Negri e il vertice a palazzo Grazioli.
Insomma, un bel pasticcio: anche lui, anche tu, tu quoque, Vittorio, un altro traditore.
Tutto accadde in un sabato apparentemente tranquillo con un fulmine a ciel sereno, con un editoriale di Sallusti che apparentemente parla di Giorgio Napolitano e che nelle ultime righe, invece, contiene una rasoiata contro l’ex compagno di mille battaglie.
Un passaggio che consente al giornale questo titolo chock: “Napolitano e Feltri cambiano bandiera”.
Occorre dunque rileggere riga per riga quel passaggio di Sallusti: “A cambiare bandiera – scrive il direttore de Il Giornale – è anche Vittorio Feltri. Il giornalista, fino a ieri tra i più autorevoli sostenitori del premier, in un incontro pubblico a Cortina, ha detto che Silvio Berlusconi non ha i numeri per candidarsi a capo dello Stato e che sarebbe addirittura meglio che non si ricandidasse neppure a premier.
“Fini, Bocchino e Di Pietro – conclude concedendosi l’ultimo sberleffo – possono contare su un nuovo alleato?”.
La beffa consiste nell’accostare il peggiore nemico di Vittorio Feltri al suo nome, e per di piຠnel ruolo di alleato.
Ma dietro l’operazione di Sallusti, clamorosa nello stile e nei toni si celano due retroscena.
Il primo è politico ed è la collera – nota anche ai sassi – che Silvio Berlusconi prova verso il suo ex direttore.
Il secondo è un calcolo piຠraffinato di Sallusti. Visto che la criticità di Feltri verso il Cavaliere era rimasta (per ora) confinata nei circuiti degli addetti ai lavori, l’editoriale costringe Libero ad uscire allo scoperto, nella speranza che il concorrente sia costretto ad appiattirsi sul suo uomo-simbolo, perdendo i lettori piຠberlusconiani, sconcertati per il voltafaccia .
La risposta arriva a stretto giro di posta e non è meno dura.
Maurizio Belpietro, al telefono è furibondo: “È stata una carognata. Anzi, una vigliaccata. Anzi, una vera e propria infamia, perchè commessa contro un uomo che non puà³ difendersi perchè l’ordine gli ha imposto di non scrivere”. E le differenze di linea? Belpietro le nega.
Anzi, le riposiziona così: “Noi, che siamo berlusconiani da sempre non abbiamo bisogno di sdraiarci acriticamente sul Cavaliere, e possiamo onestamente dire quello che non ci piace della sua politica, come abbiamo fatto sul caso Tremonti, quando ne ravvisiamo gli estremi. Sallusti – aggiunge caustico Belpietro – forse perchè si vuole far perdonare di quando trafficava con le procure per gli avvisi di garanzia a Berlusconi (era capo della redazione del Corriere della Sera che diede quella notizia, ndr) oggi resta ottusamente e acriticamente sdraiato sul Cavaliere”.
Anche Feltri, non potendo scrivere, attacca sia in video che sul suo nuovo quotidiano (oggi) intervistato da Belpietro: “Il direttore Sallusti scrive il falso. Forse è dovuto al fatto che Libero con me ha già guadagnato 10mila copie? Se le ho prese, significa che Il Giornale le ha perse e questo”, sottolinea il direttore, “dà fastidio”.
Ma Feltri rincara la dose, bollando il comportamento di Sallusti come “non da gentiluomo” poichè sta sparando “su un uomo disarmato, visto che lo sono perchè non posso scrivere”.
Il direttore di Libero si mostra poi sorpreso per la retromarcia operata dal suo ex quotidiano.
“Sono stupito, non capisco il senso. Fino a ieri sul Giornale per me si raccoglievano migliaia di firme di solidarietà , e ora viene tutto cancellato”. Feltri entra poi nel merito delle accuse mosse dal direttore del Giornale. “Basta leggere l’intervista pubblicata oggi su Libero su quanto ho detto a Cortina”, ovvero “esattamente il contrario di quanto Sallusti afferma: io voto ancora Berlusconi, non perchè lo considero il migliore ma perchè è il meno peggio. Ho detto e ribadisco”, ha continuato Feltri, “che non lo vedo al Quirinale ma più come presidente del Consiglio”.
Il fatto è che “non lo si può ingabbiare” al Colle, “anche perchè poi”, prosegue il direttore con una battuta, “lì Silvio come fa con le escort?”.
Feltri conclude infine con un parallelismo da storia del giornalismo. “Ma sì, Sallusti tenta di ripetere quanto accaduto a suo tempo con Montanelli, quando lasciò Il Giornale e venne messo sotto protezione dalla sinistra . Pensano di ripetere questa operazione così i lettori rimangono. Ma Sallusti si sbaglia, perchè io resto con Berlusconi”.
Perà³ anche Feltri ha la sua nemesi per il paragone che lui stesso ha evocato: nel febbraio 1994, quando Feltri prende il posto di Montanelli messo alla porta da Berlusconi, il suo nuovo Giornale comincia a tambureggiare sulla conversione senile del “compagno Montanelli” al comunismo.
Il ritornello feltriano contro il “compagno Indro” riecheggia nel 2001, in campagna elettorale, dopo che Montanelli, in un’intervista a Biagi e in una telefonata a Santoro, ha messo in guardia gli italiani dal pericolo Berlusconi. Stavolta Feltri spara al grande giornalista dalle colonne del neonato Libero. Come il 25 marzo 2001. Titolone di prima pagina: “La commedia di Montanelli. Il giornalista e il Cavaliere: ecco chi davvero ha voltato gabbana” (risposta implicita: Montanelli).
Svolgimento: “Ecco come sono andate davvero le cose e chi è stato il voltagabbana” (idem come sopra). Feltri tratta Montanelli come un vecchio rimbambito: “Non è elegante nè gradevole”, scrive, “polemizzare con un anziano signore che ammiri e stimi. Se necessario, lo fai ma solo un po’. Ti trattieni. E io mi sono rispettosamente trattenuto venerdì sera chez Santoro”. Montanelli è colpevole, ai suoi occhi, di essersi trasformato in uno dei tanti avversari dell’inerme Cavaliere “disposti a qualsiasi abiezione pur di massacrarlo”.
Insomma, un traditore ingrato.
La stessa accusa che ora Sallusti rinfaccia a Feltri. Come passano i tempi… Oggi dal compagno Montanelli siamo passati al compagno Feltri.
Luca Telese
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Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL RESTO DEL MONDO CONGIURA CONTRO BERLUSCONI: IN TUTTI GLI ALTRI PAESI I POLITICI CHE MENTONO SONO COSTRETTI A LASCIARE GOVERNO E PARLAMENTO…. VENGONO SCARICATI DAL PROPRIO PARTITO E, SE GIUDICATI COLPEVOLI, FINISCONO IN GALERA SENZA CONDIZIONALE
Mentre il nano bollito passa il suo tempo a guardarsi dai complotti di Fini e Casini, dei terribili “comunisti” del Pd, delle immancabili toghe rosse e dei terribili tupamaros della Corte costituzionale, e ora persino di Tremonti e di Feltri, gli sfugge qualcosa di terribilmente più grande e pericoloso che congiura contro di lui: il resto del mondo.
Non passa giorno senza che le cronache dall’estero raccontino come funzionano i paesi normali, col rischio che i giudici della Consulta ne siano influenzati in vista della sentenza sul legittimo impedimento.
L’altro giorno la condanna per stupro e molestie sessuali dell’ex presidente israeliano Moshe Katzav:
“Ex” perchè si era dimesso tre anni fa alle prime notizie sull’indagine. Rischia fino a 16 anni, cioè finirà certamente in galera.
Un paio di mesi fa, le dimissioni del deputato ed ex ministro laburista inglese Phil Woolas, raggiunto da una gravissima accusa: avere mentito in campagna elettorale, additando un avversario politico come simpatizzante dell’estremismo islamico (più o meno quel che ha detto Gasparri di Obama il giorno della sua elezione).
Per quella bugia la sua elezione è stata invalidata: Woolas ha dovuto lasciare la Camera, è stato scaricato dal suo partito e rischia pure l’arresto.
L’altro ieri un altro ex deputato laburista inglese, David Chaytor, è finito in carcere dopo la condanna a 18 mesi in primo grado (ma lì le sentenze di tribunale sono immediatamente esecutive) per essersi fatto rimborsare dallo Stato la bellezza di 22 mila euro per l’affitto di un appartamento: il che sarebbe stato suo diritto, se non si fosse scoperto che la padrona di casa era sua figlia.
“Ex” anche lui perchè s’è dimesso dalla Camera, ha confessato tutto, è stato cacciato dai laburisti, si è ritirato dalla vita politica, ha restituito il maltolto con gli interessi e alla fine il giudice l’ha condannato senza sospensione condizionale della pena perchè “lo scandalo dei rimborsi spese ha fatto vacillare la fiducia nel legislatore e, quando un pubblico ufficiale è colpevole di offese del genere, devono seguire sanzioni penali, così che le persone capiscano quant’è importante essere onesti per maneggiare fondi pubblici”. Ecco perchè, all’estero, i processi ai politici non condizionano la politica e le istituzioni: perchè i politici, appena raggiunti dal benchè minimo sospetto, si dimettono o sono costretti a farlo dai loro stessi partiti; così poi i giudici processano degli “ex”, dei pensionati, lontani dalla politica e dalle istituzioni. Per preservare le quali non si aboliscono inchieste e processi: si cacciano inquisiti e imputati.
Se poi questi vengono assolti, tornano a fare politica.
Se vengono condannati, spariscono dalla circolazione.
In ogni caso, i partiti e le istituzioni escono non screditati, ma rafforzati perchè dimostrano di saper fare pulizia al proprio interno.
Così nessuno si sogna di ipotizzare “scontri” fra giustizia e politica.
O di caricare i giudici di responsabilità politiche, avvertendoli minacciosamente — come fanno gli onorevoli avvocati di Berlusconi ogni volta che un tribunale o la Consulta deve giudicare Berlusconi o una legge pro premier — che la loro decisione influenzerà la stabilità del governo e i destini del Paese.
O di invocare l’esigenza di “mettere al riparo” o “in sicurezza” premier, ministri e parlamentari da inchieste e processi per “tutelarne l’attività ” (così delirava ancora ieri il Corriere della Sera).
Tornando in Italia, gli ultimi boatos dalla Corte, tra un rinvio e l’altro, scommettono su un pateracchio che salva di fatto l’impunità del premier fingendo di bocciarla: un inciucio all’italiana che, per giunta, impedirebbe ai cittadini di esprimersi nel referendum.
Gli azzeccagarbugli la chiamano soavemente “sentenza additiva di illegittimità ”. Facciano pure come credono.
Ma non ci raccontino la favola delle “altre democrazie”, perchè non attacca. Nelle democrazie l’unico impedimento è quello che impedisce agli inquisiti e agli imputati di sedere nelle istituzioni.
Non in tribunale o in galera.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
IN QUALSIASI ALTRO STATO CIVILE LE CELEBRAZIONI AVREBBERO COINVOLTO TUTTI: IN ITALIA IL GOVERNO E’ LATITANTE PER PAURA DEI RICATTI DI UN PARTITO CHE STA SULLE PALLE A 9 ITALIANI SU 10… E QUESTO SAREBBE UN GOVERNO DI DESTRA? O FORSE UN ESECUTIVO DI VILI DISERTORI INTERESSATI SOLO A SALVARE LA PELLE E IL POSTO?
Con il governo appeso a tre voti, figurarsi se Berlusconi farà il gesto ardito di contrariare
Bossi, sgomitando per mostrarsi in prima fila alle celebrazioni dell’Unità d’Italia.
E difatti a Reggio Emilia, il Cavaliere s’è ben guardato perfino dall’inviare un messaggio, una lettera, una delegazione in sua vece.
A parte l’onnipresente Letta, che incarna il galateo della Repubblica, è come se i ministri si fossero passati la voce: meglio snobbare l’evento.
Alla festa del Tricolore non se ne è vista traccia.
Alcuni ministri in privato si giustificano, «l’invito del Quirinale era di routine, nessuno ha fatto sapere che Napolitano ci teneva», quasi che fosse necessaria una speciale supplica del Colle.
Tutte scuse, rispondono da lassù. Il vero nodo politico del Centocinquantenario che non decolla sta nella Lega. Sempre più padrona del campo, padrona anche delle idee.
Ma c’è dell’altro che motiva il disinteresse del premier, perennemente distratto quando Bondi e La Russa (con quel pizzetto risorgimentale che molto richiama Bixio) hanno posto il problema, mesi fa persino in Consiglio dei ministri, però con scarso successo.
La prima spiegazione suggerita dai consiglieri del Principe è quasi antropologica. Berlusconi, imprenditore brianzolo votato al «fare», aborre l’«ipocrisia» delle ricorrenze poichè ritiene che rimboccarsi le maniche giovi all’unità d’Italia più di mille pompose orazioni.
Completano il pensiero i soliti detrattori, segnalando che forse è meglio così, perchè mai Silvio si è appassionato di storia patria.
E quando ha ritenuto di cimentarsi (con l’eccezione del discorso alto e nobile il 25 aprile 2009), dalla sua bocca sono usciti simpatici lapsus tipo «Romolo e Remolo», oppure gaffes involontarie sul papà dei sette fratelli Cervi, che lui sarebbe andato volentieri a trovare se non fosse morto 30 anni prima come ben sa Napolitano, il quale ieri ha reso visita alla casa-museo.
Non deve fare scandalo.
La ricca bibliografia sul Cavaliere concorda che il segreto della sua leadership sta proprio nel «pensiero debole».
Berlusconi guarda ostentatamente avanti, e considera il passato come un fardello, una malinconia.
Infine c’è l’ultima spiegazione, che riporta alla battaglia politica e al complicato mènage con Bossi: il nostro premier ritiene che la maniera più stolta per frenare la Lega è quella di farci a zuccate. La tattica più astuta consisterebbe viceversa nell’ignorarne le «mattane», specie quando evocano Roma Ladrona, il separatismo e, dio non voglia, i fucili.
Come con i pargoli maleducati, «bisogna far finta di nulla».
E’ un precetto che i gerarchi berlusconiani confessano di avere sorbito decine di volte: «Più noi ribattiamo a Bossi, più facciamo il suo gioco».
Sulle celebrazioni del Centocinquantenario, che s’intrecciano pericolosamente con l’ultimo miglio del federalismo fiscale, il Cavaliere ha deciso: la Lega dica quello che vuole, «noi non reagiremo».
Non risulta che si sia speso per allargare il budget delle manifestazioni pubbliche.
Nè pare che Berlusconi abbia insistito con Bossi perchè intervenga personalmente a qualche evento celebrativo, se non altro per far contento «il vecchio del Colle».
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
“LULA NON HA CAPITO LE CONSEGUENZE DI UNA DECISIONE CHE NESSUNO PERALTRO GLI HA SPIEGATO”…”A BERLUSCONI DI BATTISTI NON GLI IMPORTAVA UN FICO SECCO”…IN BRASILE NON CONOSCONO LA VERA STORIA DI BATTISTI
Mino Carta ascolta e sorride amaro: è arrabbiato per Battisti che resta in Brasile. “Quando ha incontrato Lula, Berlusconi gli ha fatto capire che di Battisti “non gli importava un fico secco“, più o meno una cosa così.
Era presente Gilberto Carvalho, capo della segreteria del presidente. “Se Battisti resta qui, un problema in meno per noi”.
Il Cavaliere guidava un gruppo di imprenditori italiani.
Contratti importanti; importantissime le commesse Finmeccanica.
Nel governo di Dilma Rousseff, il Carvalho dal bisnonno mantovano è diventato ministro. Intellettuale interessante: filosofo che ha studiato Teologia e animato negli anni ’80 la Pastorale Operaia del cardinale Arns mentre condivideva con Lula la fondazione del Pt.
“Non ero li, avverte Carta, ma conosco bene la persona che ha riferito: ne ho piena fiducia”.
Ed è la fiducia di un giornalista protagonista della stampa brasiliana.
Ha fondato e diretto due quotidiani, un mensile, tre settimanali. È arrivato da Genova nel 1946: aveva 13 anni.
È rimasto italiano di passaporto, ma brasiliano fino all’ultima abitudine. La prima direzione nel 1966: Jornal da Tarde, edizione della sera dell’Estado de Sà£o Paulo che il padre (redattore capo del Secolo XIX di Genova) aveva trasformato in grande giornale.
Mino attraversa gli anni della dittatura con difficoltà ; finisce in prigione…
Per imparare il mestiere frequenta le redazioni di Time, Spiegel e il Panorama di Lamberto Sechi.
Civita (ebreo fuggito dalla Milano delle leggi razziali) gli chiede di inventare un settimanale e Carta inventa Veja, il più venduto nel paese.
Poi dirige Istoà‰ che ricorda L’espresso.
Un giorno ascolta il discorso di un sindacalista dalla barba lunga e nera “in apparenza rude ma con la sottigliezza di un Bertoldo metalmeccanico”.
Gli dedica la copertina e il Brasile scopre Lula.
L’ultima creatura, CartaCapital.
Tre mesi fa Lula va in redazione a festeggiare il compleanno del giornale. Perchè un presidente così grazia Battisti…?
“Ignoranza. Non ha capito le conseguenze di una decisione che nessuno, del resto, gli ha spiegato. I suoi uomini se ne sono disinteressati. La posizione di CartaCapital è chiara: il piccolo delinquente romano, che ha imparato in galera una politica sciagurata deve scontare l’ergastolo. È vero che l’ergastolo non esiste in Brasile, di qui i cavilli sulla “persecuzione”, ma è anche vero che i terroristi rossi e neri, pentiti e non pentiti, in Italia sono tutti in libertà . Ho invitato Dirceu a un faccia a faccia: il mio giornale è conosciuto per il rispetto e l’indipendenza. Sacre le domande, sacre le risposte. Ma all’ultimo momento Dirceu telefona: “Non so niente di Battisti. Cosa vengo a dire…?”. Senza tenerezza abbiano raccontato la defezione”.
Josè Dirceu è allenato al silenzio. Teorico che ha disegnato il Pt assieme a Lula, ricorda certi fantasmi di Le Carrè.
Arrestato dai militari della dittatura mentre organizzava la protesta degli studenti, passa da un carcere all’altro e viene liberato (assieme ad altri 14 politici) in cambio del rilascio del console generale Usa, Elbrik, sequestrato da chi lottava nella clandestinità . Esilio a Cuba, scuola di guerriglia…
Un chirurgo gli cambia la faccia e con largo viaggio torna a casa, passaporto falso. Va in giro a vendere mobili, copertura per organizzare il malcontento; si sposa e battezza il figlio col finto nome.
Appena i militari smobilitano, progetta il Partito dei Lavoratori.
Diventa l’ombra potentissima del Lula presidente: uno scandalo lo costringe alle dimissioni.
Il racconto di Carta è un viaggio nei gironi del Pt. “Battisti resta perchè Lula alle prese con gli equilibri del partito vuol calmare l’inquietudine della sinistra radicale, non sempre intellettuali con amici in Francia. A parte il disinteresse di Berlusconi, la piramide brasiliana è complessa. In Brasile nessun magnate o politico di peso va in galera. A differenza dei privilegi italiani, si presenta in tribunale e ascolta la condanna, ma tutto continua come prima”.
La rete che avvolge il caso Battisti comincia dal suo avvocato: Luis Eduardo Greenhalg, ex deputato Pt, “predatore che si dice di sinistra ma ha difeso Daniel Dantas”, Sindona della finanza brasiliana. Traffico di intercettazioni, finanziamenti occulti e la matassa nera del caso Telecom Italia. Finisce in galera, ma il presidente del Tribunale supremo lo libera due giorni dopo e per i due poliziotti che lo hanno incastrato carriera finita. Dantas querela CartaCapital: Mino Carta trionfa. Disegnato l’impianto della difesa di Battisti, Greenhalg passa la mano ma lo stratega è sempre lui…
“Tutto il mondo è paese, in Brasile e in Italia. Guai toccare certi tabernacoli. Mi spiace per Lula: si fida male e non sa di dare una mano alla destra di Roma”. Disinformazione che continua nei giornali: Dalmo Dallari scrive sulla Folha de Sà£o Paulo che Battisti era stato perseguitato in Italia da un governo fascista.
Era l’Italia di Moro e Berlinguer.
Errore di chi non è informato…?
Forse, ma la figlia di Dallari è l’amica del cuore del senatore Eduardo Matarazzo, discendente dei miliardari e senatore Pt.
“Peccato”, sospira Carta…
Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, criminalità, denuncia, economia, emergenza, Esteri, Giustizia, governo, Politica, radici e valori | Commenta »
Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
UN RICHIAMO AI POSSIBILISTI CHE VORREBBERO ANCORA TRATTARE UN PATTO DI LEGISLATURA CON CHI, CON ARROGANZA, HA RIFIUTATO OGNI PROPOSTA… LA LINEA DI BASTIA E’ ALTERNATIVA AL BERLUSCONISMO
In questi giorni di ripresa dell’attività politica, alcuni amici sono stati protagonisti di
curiose quanto sofferte riflessioni sul “che fare”.
Sinceramente hanno destato, e credo non soltanto in chi scrive, più di una perplessità poichè sembrano frutto di una rimozione mentale, misteriosa e preoccupante, sulle vicende che hanno portato la nostra comunità umana e politica dalla rottura con il Pdl, dopo mesi di minacce, aggressioni mediatiche, intrighi e aspre battaglie, alla sfiducia del 14 Dicembre.
Mi sembra di ricordare che Futuro e Liberta a Bastia Umbra abbia indicato un percorso fortemente condiviso dalla nostra base militante e d’opinione: costruire l’alternativa politica a Berlusconi e al berlusconismo.
Ricordo nitidamente gli interventi appassionati e coerenti di tutti nostri parlamentari, anche dei tre che poi, “fulminati sulla Via di Damasco”, hanno dato vita ad uno dei voltafaccia piu disgustosi e imbarazzanti della storia repubblicana.
A Bastia, tra i tanti interventi, quello di Pasquale Viespoli fece apparire moderato e impallidire, per radicalismo di toni e contenuti, anche quello del sottoscritto e tutti gli interventi dei cosiddetti “falchi”.
Il resto è storia recente ma, dopo il voto di sfiducia, improvvisamente, alcuni amici sembrano aver perso la memoria e rimosso le polemiche feroci di luglio, la questione morale, la farsa dei probiviri, l’espulsione di Fini.
Nessuna rimembranza sulla vergognosa gogna mediatica nei confronti di Gianfranco Fini e sulla vera motivazione della costituzione dei gruppi parlamentari autonomi, per arrivare alla costruzione di un movimento politico che rappresentasse la destra repubblicana e legalitaria.
Quindi, il voto di sfiducia e la “gloriosa” pagina del 14 dicembre.
Rimuovendo come non esistente la vergognosa campagna acquisti e dimenticando i toni sempre oscillanti tra l’insulto e la minaccia nei nostri confronti, oltre che la insidiosa quanto squallida azione di logoramento e delegitimazione, ecco che improvvisamente si attacca la linea di Bastia Umbra, si prova a gettare la croce su alcuni di noi e, magia, ci si riscopre “responsabili”, teorizzando con argomentazioni sofferte il passaggio dalla mozione di sfiducia al patto di legislatura…
A questi amici, con semplicità e franchezza, e credo in buona compagnia, rispondo che non è che è stata sbagliata la linea: hanno semplicemente “acquistato” 3 dei nostri parlamentari, salvandosi in calcio d’angolo grazie ad un drappello di ascari.
E faccio inoltre sommessamente notare che tutto questo logoramento sui “finiani pronti a passare”, parallelamene al combinato disposti delle aperture illogiche ad un nuovo sostegno a Berlusconi, sono utili solo a farci arrivare “svuotati” a Milano e a farci perdere il sostegno e l’entusiasmo di chi ha creduto e crede ancora in “una certa idea dell’Italia e della Politica”.
Per questo appare francamente imbarazzante ogni richiamo al generico “senso di responsabilità ” o a improbabili patti di legislatura, peraltro regolarmente rispediti al mittente, con arroganza, da Berlusconi.
La nostra risposta deve essere politica e culturale.
E deve essere alternativa a Berlusconi e al berlusconismo, in coerenza con le ragioni per le quali siamo nati e sulle quali abbiamo costruito un percorso di rottura.
E per le quali siamo passati all’opposizione.
Solo così daremo senso all’appuntamento congressuale di Milano: il resto sono solo chiacchiere da filosofi della “Magna Grecia”.
Fabio Granata
argomento: Berlusconi, destra, Fini, Futuro e Libertà, Parlamento, Politica | 1 Commento »
Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
UNICO OBIETTIVO: MANTENERE IL MALATO IN VITA AD OGNI COSTO…”LO DOBBIAMO SALVARE, NON POSSIAMO PERMETTERCI CHE MUOIA”…UN PAIO DI MEDICI PENSANO PERO’ SIA MEGLIO STACCARE LA SPINA
Andando a cercare nell’archivio delle definizioni più opportune, alla fine l’unica che sembra calzare alla perfezione sulla condizione attuale del governo Berlusconi è proprio questa: accanimento terapeutico.
Perchè un consesso di “dotti, medici e sapienti” è alle prese con un’impresa disperata: salvare un paziente in fin di vita con qualsiasi espediente a disposizione.
E così stanno mettendo in campo di tutto.
Hanno iniziato con la compravendita sottobanco di protesi artificiali (marca Scilipoti-Siliquini); hanno proseguito con il tentativo di pratiche voodoo che, così assicurano gli stregoni, succhierebbero energie vitali al nemico di turno (per informazioni contattare Mago Belpietro, grande esperto in arti magiche maligne).
Ma dopo le prime ottimistiche reazioni, il paziente, adesso, sembra stare peggio di prima.
Tanto che qualcuno ha proposto di chiamare un prete, non si capisce ancora se con la speranza di un ultimo miracolo o per l’esigenza dell’estrema unzione.
Tra una preghiera e l’altra, tra un fioretto e l’altro, il malato per nulla immaginario è sempre più disperato.
C’è chi vuole attaccarlo alla macchina delle riforme, chi invece preferirebbe utilizzare quella della crisi.
“Lo dobbiamo salvare perchè non possiamo permetterci che muoia”: il ragionamento dominante sembra essere questo.
Ma intanto qualcuno, sottovoce, inizia a sussurrare di come spartirsi l’eredità . E qualcun altro affonda la mano nel ricco cassetto dell’argenteria di famiglia. Un paio di medici sembrano non avere più speranze e cominciano a pensare che forse sarebbe meglio staccare la spina.
Anche se il paziente non ne vuole sapere.
No, lui pensa di essere immortale.
Dice di stare benissimo.
Non ha nemmeno sottoscritto il suo testamento biopolitico.
In realtà , non sa cosa scriverci.
Filippo Rossi
Farefuturoweb
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, emergenza, governo, PdL, Politica, radici e valori | 1 Commento »