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IL BRACCIO DESTRO DI TREMONTI: BENEFICIATO DI PROVVEDIMENTI AD HOC, ORA SOTTO INCHIESTA A NAPOLI

Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile

SI CHIAMA MARCO MILANESI, E’ IL CONSIGLIERE POLITICO E L’UOMO DI FIDUCIA DEL MINISTRO: UNA CARRIERA ILLUMINATA DA PROMOZIONI ALL’OMBRA DI TREMONTI… DEPUTATO E VICECOORDINATORE DELLA CAMPANIA, ACCANTO A COSENTINO, ORA E’ FINITO INDAGATO PER CORRUZIONE

Brillante, affidabile, capace di difendere le sue opinioni anche di fronte ai superiori.
Chi ha conosciuto Marco Milanese quando era ufficiale della Guardia di Finanza, lo ricorda così.
Se per far colpo sul comandante era necessario un taglio di capelli scolpito, il più militaresco possibile, lui non si sentiva obbligato ad andare dal barbiere.
“Non era un tipo servile e questo le persone intelligenti lo apprezzavano”, raccontano.
A dispetto delle qualità  che gli vengono attribuite da chi ha lavorato insieme a lui, Milanese, 51 anni, è l’uomo che oggi mette in imbarazzo Giulio Tremonti. Giovedì 23 dicembre il ministro dell’Economia è stato ascoltato a Roma come testimone dai magistrati napoletani che indagano su una truffa da decine di milioni di euro, che ha già  portato a dodici arresti.
E che ha coinvolto Milanese, consigliere politico e uomo di fiducia del ministro, indagato per corruzione per una serie di sontuosi regali che avrebbe ricevuto – ma che lui nega – da Paolo Viscione, 68 anni, l’avvocato accusato di aver organizzato la truffa, assieme al figlio Vincenzo.
Poco conosciuto al grande pubblico, Milanese è uno dei rari personaggi capaci di ritagliarsi un ruolo da protagonista al fianco di Tremonti.
Secondo nella squadra del ministro solo al capo di gabinetto Vincenzo Fortunato, nel giro di pochi anni ha saputo passare dai ranghi della Guardia di Finanza al parlamento, dov’è deputato dal 2008.
Inanellando poi una serie di incarichi assegnati da Tremonti, alla Rai e nella nascitura Banca del Sud, ma anche alla Camera e nel Popolo della Libertà , dov’è arrivato a fare da vice coordinatore per la Campania, al fianco del discusso ex sottosegretario Nicola Cosentino, nei confronti del quale lui non ha mai fatto mancare parole di sostegno: “Esprimo incondizionata solidarietà  all’amico Nicola”, disse nel settembre 2008, quando infuriavano le polemiche sulle accuse di contiguità  con la malavita.
Un politico in ascesa, insomma, sicuro di sè, la cui vicinanza a Tremonti trasforma l’inchiesta napoletana in un affare delicato: se nell’operato di Milanese venissero trovate ombre, a tradire il ministro sarebbe stato uno dei suoi; se invece le accuse si rivelassero vuote, sarebbe forte il sospetto che dietro la fuga di notizie – a oggi la posizione di Milanese è coperta dal massimo riserbo da parte della magistratura – ci sia un regolamento di conti.
Per intuire chi è l’uomo capace di dare del tu a Tremonti e, nel contempo, di intrattenere rapporti con Paolo Viscione – “un mio compaesano di Cervinara, provincia di Avellino”, come l’ha definito lui – bisogna tornare all’inizio della parabola di Milanese.
Da Cervinara, al confine fra Irpinia e beneventano, vengono i genitori.
Le cronache dicono che papà  Raffaele avrebbe costruito mezzo paese. Stando alle carte, però, l’impresa di cui era titolare – la Appia Shopping Center Immobiliare – naviga in brutte acque da tempo, avendo traversato varie procedure fallimentari.
Milanese figlio, nato lontano dai luoghi di famiglia, a Milano, trova invece la sua strada all’Accademia della Guardia di Finanza, dove nei primi anni Ottanta è compagno di Dario Romagnoli, che diventerà  poi socio dello studio di commercialisti fondato da Tremonti.
Romagnoli è uno studente capace, alla fine del corso si classifica al primo posto su 67 partecipanti. Milanese termina al 27esimo posto.
La svolta nella carriera arriva a fine 2001, quando Tremonti è ministro dell’Economia e cerca un ufficiale per fargli da aiutante di campo, una specie di segretario particolare.
Serve discrezione, occorre uno in grado di tenere la bocca chiusa sugli incontri riservati del ministro. Ed è lecito immaginare che, per valutare o magari per segnalare la candidatura di Milanese, Tremonti abbia chiesto un parere al suo vecchio compagno di studi Romagnoli.
Fatto sta che l’ufficiale ottiene il prezioso posto e dà  il via alla scalata.
Già  nel 2003 diventa capo della segreteria del ministro, dove sembra in grado nel giro di pochissimo tempo di far pesare la sua posizione: l’eterno antagonista di Tremonti, Vincenzo Visco del Pd, lo accusa di aver favorito la nomina di un parente, Alessio Vaccariello, prima come direttore aggiunto dell’Agenzia delle Entrate in Lombardia, poi direttore in Veneto.
Fatto sta che, messo a riposo dal governo Prodi, Vaccariello rientra in pista nel 2008, quando – tornati Tremonti e Milanese – ottiene la presidenza di tre società  di Equitalia.
La sua personalissima miniera d’oro, però, Milanese sembra averla trovata alla Scuola di Formazione del ministero delle Finanze, dove comincia a insegnare con Tremonti ministro.
Un ruolo che gli frutterà  in seguito alcune critiche ma anche, proprio quando l’Università  taglia a tutto spiano, di strappare per legge un titolo accademico.
Le critiche arrivano dalla Corte dei Conti che, nel 2008, in un’analisi sulla gestione negli anni dal 2001 al 2006, accusa la scuola di aver assegnato troppi incarichi ai collaboratori più stretti del ministro, prestando “scarsa attenzione ai profili di incompatibilità  dei docenti”, causando un’eccessiva “lievitazione dei compensi” e assegnando “obiettivi tanto indeterminati quanto improbabili”.
Il titolo accademico, invece, gli giunge grazie a una legge dell’agosto 2008, che permette a lui e ad altri uomini di fiducia di Tremonti – tutti docenti alla Scuola – di acquisire il titolo di professore ordinario, che Milanese esibisce nella sua biografia.
In effetti, nelle pieghe delle normative tremontiane, qualche dettaglio utile a Milanese ogni tanto scappa.
È il caso, ad esempio, del decreto Milleproroghe 2009, che concede ai docenti militari distaccati presso la Scuola che decidono di rientrare nel corpo militare di ottenere le stesse promozioni attribuite “al primo dei militari promossi che lo seguiva nel ruolo di provenienza”.
Il colonnello in congedo Milanese, dunque, se volesse indossare ancora la divisa, potrebbe diventare generale, a dispetto degli anni passati sui banchi parlamentari in servizio per il Pdl.
A patto che, da Napoli, non giungano cattive notizie.

Claudio Pappaianni e Luca Piana
(da “L’Espresso“)

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IN ITALIA PER I RIFUGIATI POLITICI NON C’E’ ACCOGLIENZA, SOLO CARTE, TIMBRI E CONDIZIONI DI VITA DISUMANE

Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile

CROLLO DELLE DOMANDE, TAGLIO AI FINANZIAMENTI, MANCANZA DI UNA LEGGE ORGANICA IN MATERIA A TUTELA DEI DIRITTI SANCITI DALLA COSTITUZIONE…SONO CIRCA 26.000 I RICHIEDENTI, MA ABBIAMO CREATO SOLO 3.000 POSTI….IN GERMANIA SONO OSPITATI 580.000 RIFUGIATI, IN INGHILTERRA 290.000, IN FRANCIA 160.000… LA CIVILTA’ DI UN PAESE SI MISURA ANCHE DA QUESTI ELEMENTI

L’Italia è sempre meno un Paese per rifugiati.
L’odissea dei 140 somali, accampati da anni nell’ex ambasciata di via dei Villini a Roma, denuncia le carenze di un sistema di accoglienza, che comincia a scricchiolare: crollo delle domande di protezione, taglio ai finanziamenti, mancanza di una legge organica sull’asilo.
In Italia, il diritto di asilo è garantito dall’articolo 10 comma 3 della Costituzione: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà  democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Il richiedente asilo è dunque una persona che ha presentato domanda ed è in attesa della risposta dello Stato in merito alla concessione dello status di rifugiato.
“In base a una direttiva europea lo Stato deve garantire l’assistenza e l’accoglienza ai richiedenti asilo”.
Qual è allora il problema? “E’ che una volta concesso lo status di rifugiato (solitamente in 3/4 mesi), lo Stato italiano non ha sulla carta più alcun dovere di accoglienza verso il cittadino straniero, che deve camminare ormai con le proprie gambe”.
Ma come funziona l’accoglienza dei richiedenti asilo?
Il sistema avviato in via del tutto sperimentale nel luglio del 2001 è stato istituzionalizzato dalla legge 189 del 2002, con la costituzione del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR).
Le risorse vengono assegnate dal ministero dell’Interno, mentre la struttura di coordinamento del Sistema è affidata all’ANCI: l’associazione dei comuni italiani.
Tra il 2002 e il 2009 sono stati accolti nella rete SPRAR 26.432 richiedenti e titolari di protezione internazionale, per il 74% uomini e per il 26% donne.
529 sono i bambini e le bambine che, dal 2005 al 2009, sono nati in Italia da una mamma accolta nei progetti SPRAR.
I Paesi maggiormente rappresentati nel Sistema di Protezione sono Eritrea, Somalia, Afghanistan, Etiopia, Nigeria e Turchia.
E’ poi aumentata la presenza dei minori non accompagnati richiedenti asilo: nel 2006 gli accolti erano 31, mentre nel 2009 sono stati ben 320. Un sistema, dunque che funziona, ma non senza falle.
Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo oggi ha a disposizione 3.000 posti, organizzati in piccole strutture disseminate in 130 Comuni in tutta Italia. Il problema è che è sottodimensionato.
Abbiamo liste d’attesa molto lunghe, circa 1.000 persone l’anno scorso non sono riuscite ad accedere al Sistema” e quindi ai progetti d’accoglienza sul territorio.
Le falle del sistema e il fatto che lo Stato italiano non ha doveri formali verso chi è stato riconosciuto oramai come rifugiato, spiegano la difficile situazione del nostro Paese.
E questo, nonostante i rifugiati siano solo 55mila.
A titolo di comparazione, la Germania ospita circa 580mila rifugiati, il Regno Unito 290mila, i Paesi Bassi e la Francia ne ospitano 80mila e i 160mila ciascuno.
Non solo. Secondo i dati UNHCR, nel 2009 il numero delle nuove istanze di asilo presentate alle Commissioni territoriali sono state 17.603: quasi la metà  in meno rispetto al 2008 (- 42,3 per cento).
Un crollo dovuto agli effetti del Trattato con la Libia e dei respingimenti in mare di tutti i migranti, profughi o meno senza distinzione di sorta.
Nonostante i numeri contenuti, la vita di molti rifugiati in Italia resta comunque drammatica.
Secondo il CIR, solo a Roma vivono 1.500 rifugiati in condizioni abitative di drammatico degrado. Veri e propri ghetti, come quello di via Arrigo Cavaglieri (Romanina), quello di via Collatina, quello di via dei Villini, la baraccopoli di Ponte Mammolo o il binario 15 della Stazione Ostiense.
Molti somali che si trovano accampati nell’ex ambasciata nel gergo burocratese vengono chiamati “casi Dublino.
Si tratta di persone che sono arrivate in Italia e qui hanno chiesto asilo ma che, non potendo sopravvivere senza alcuna assistenza e senza un lavoro, si sono successivamente spostate in altri paesi dell’Unione Europea dove hanno poi avanzato una nuova domanda, in contrasto con il Regolamento di Dublino il quale stabilisce che nei paesi dell’Ue si può richiedere asilo una sola volta e che è il primo paese europeo in cui si entra a dover vagliare la domanda.
Insomma, chi è entrato in Italia, qui deve rimanere, anche senza lavoro o alloggio..
Oltre alla carenza di fondi, l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea senza una legge organica in materia di asilo, che riconosca dei diritti di assistenza anche a chi ha ottenuto lo status di rifugiato.
Vogliamo essere un Paese civile, europeo e occidentale, ma non sappiamo neanche garantire i diritti elementari che in altri Paesi vengono assicurati.

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L’INCUBO DELLA LEGA: NON POTERSI SPENDERE LA PALLA DEL FEDERALISMO FARLOCCO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA COMMISSIONE SULLA RIFORMA FEDERALISTA E IN QUELLA SUL BILANCIO MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE SONO ALLA PARI, IL GOVERNO NON HA I NUMERI… LA LEGA CHIEDE IL VOTO PERCHE’ LA MAGGIORANZA NON E’ PIU’ TALE E LA RIFORMA PATACCA RISCHIA DI FERMARSI

Federalismo o voto?
Berlusconi si trova “in trappola”, stretto tra i numeri risicati della sua maggioranza e l’ultimatum della Lega.
Anche ieri sera ha rassicurato Bossi che “tutto andrà  bene”, che “non ci saranno problemi, soprattutto sui tempi”, ma neppure lui ormai lo può garantire.
Perchè l’iter del federalismo rischia la paralisi almeno in due delle tre commissioni chiamate a esprimere un parere se l’opposizione dovesse fare fronte comune.
Nella commissione bicamerale per l’Attuazione del federalismo fiscale c’è una situazione di sostanziale parità  tra gli schieramenti.
Il Pdl può contare su 11 parlamentari, la Lega su tre.
Con loro si potrebbe schierare Helga Thaler dell’Svp, per un totale di 15 voti su trenta.
Altrettanti voti avrebbe sulla carta il fronte anti Berlusconi.
Fino ad oggi i partiti dell’opposizione non hanno avuto una posizione comune. Per esempio sul federalismo demaniale , l’Idv aveva votato a favore, mentre il Pd si era astenuto.
Contro si erano espressi Udc e Api.
Se l’opposizione si unisse, sul federalismo municipale si arriverebbe all’impasse.
Stessa situazione alla commissione Bilancio della Camera.
La maggioranza può contare su 24 deputati (17 del Pdl, 5 della Lega più Giampiero Catone e Bruno Cesario del gruppo misto che il 14 dicembre hanno votato la fiducia al governo).
E 24 sono anche i rappresentanti delle opposizioni: 15 del Pd e 2 dell’Idv, più 7 del terzo Polo (3 di Fli, 2 dell’Udc, 1 dell’Mpa e 1 di Api).
Nessun problema ha invece la maggioranza alla commissione Bilancio del Senato. Il Pdl ha 11 senatori e la Lega 2 per un totale di 13. Dodici invece sono i rappresentanti delle opposizioni.
In base alla legge 42 del 2009, che ha dato la delega al governo per l’attuazione del federalismo, tecnicamente l’esecutivo può comunque adottare i decreti attuativi (e la legge delega non decade anche in caso di elezioni anticipate) se le tre commissioni non si esprimono entro i 60 giorni previsti. Ma si tratta di un’estrema ratio che farebbe mettere di traverso forse anche Napolitano.
Una situazione traballante.
Che ha visto i finiani uscire allo scoperto e proporre al Cavaliere un “patto di legislatura”: “Metta a punto 3 o 4 riforme fondamentali”, ha proposto Italo Bocchino, ma l’offerta è come se fosse caduta nel silenzio.
Il Cavaliere sa che i numeri che gli chiede Bossi non ci saranno (40 deputati in più). E per ora prende tempo.
Ma quando si tratterà  si votare i provvedimenti in commissione, se l’opposizione sarà  compatta, il federalismo patacca rischierà  di arenarsi.
La Lega ha due possibilità : o riuscire a far passare un federalismo farlocco per poterlo spendere nella futura campagna o reclamare il voto contro chi ha bloccato la madre di tutte le patacche.
E’ la sceneggiata già  scritta cui si assisterà  nelle prossime settimane.

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COME LAVORANO E QUANTO GUADAGNANO GLI OPERAI TEDESCHI: 1.800 EURO AL MESE E STRAORDINARI TRAMUTATI IN FERIE

Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile

SINDACATO UNICO E SCIOPERI RARISSIMI: COSI’ L’INDUSTRIA E’ TORNATA A SORRIDERE… AUMENTO DEL 2,7% DEI SALARI CON DUE MESI DI ANTICIPO, SETTIMANA DI 35 ORE, MASSIMO DUE TURNI GIORNALIERI….I GIORNI DI SCIOPERO VENGONO PAGATI AI LAVORATORI DAL SINDACATO IG METALL

L’anno appena iniziato promette ai lavoratori tedeschi non solo la sicurezza del posto di lavoro, ma anche una busta paga più consistente del previsto.
Il presidente della Daimler, pur facendo girare a pieno regime gli impianti della Mercedes, è costretto a far attendere almeno tre mesi per la consegna di uan vettura della classe C e annuncia un utile di 7 miliardi di euro.
Ad approfittare di questo boom non saranno solo gli azionisti, ma anche i lavoratori che si vedranno anticipare di due mesi gli aumenti del 2,7% del salario che sarebbero dovuti scattare ad aprile.
Sul piano del salario, che in Germania è variabile di regione in regione con contratti di diversa natura siglati dalla IG Metall, il potente sindacato dei metalmeccanici, un operaio non qualificato che inizia a lavorare alla catena di montaggio a Stoccarda porta a casa 1.924 euro lordi al mese.
In media un operaio di settimo livello dell’industria automobilistica guadagna 2.600 euro lordi, pari a 1.800 euro netti al mese.
Ferma in tutta la Germania rimane poi la durata della settimana lavorativa, fissata a 35 ore, come pure il numero dei due turni giornalieri che solo in situazioni di enorme richiesta possono essere elevati per un certo tempo a tre, e previo accordo sindacale.
Sul piano degli straordinari, il cui cumulo di ore viene di solito compensato con i giorni di ferie supplementari, il massimo consentito dai contratti è di 10 ore la settimana. In ogni caso non più di 20 ore al mese.
Nel caso che lo straordinario venga retribuito, il pagamento di ogni ora risulta superiore del 25% a quello di una normale ora lavorativa, mentre per il lavoro notturno è previsto un supplemento del 30%.
Il punto di forza del sistema produttivo tedesco è dato dal fatto che le aziende hanno a che fare con un solo sindacato, il colosso IG Metall, mentre la conflittualità  aziendale è di fatto inesistente, anche perchè i contratti vengono rinnovati con puntualità .
Anche gli scioperi sono rarissimi: per essere indetti è necessario che tre quarti dei lavoratori votino a favore dello stesso.
Procedura che si ripete anche quando si deve decidere di porre fine all’agitazione.
Durante lo sciopero il salario non versato dall’azienda viene pagato al lavoratore dal sindacato.
Uno studio pubblicato ieri ha rivelato come l’89% dei tedeschi non ha il minimo timore di perdere il posto di lavoro, percentuale che arriva al 91% per chi ha tra i 55 e i 65 anni,
Insomma, un altro mondo.

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BOCCHINO: “LA CHIESA DEVE RISPETTARE LO STATO: NON PUO’ FARE PRESSIONI ECCESSIVE”

Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile

“SUI TEMI ETICI OGNUNO RISPONDE ALLA PROPRIA COSCIENZA”…”UN PASSO INDIETRO DI BONDI SAREBE OPPORTUNO”…”ASPETTIAMO L’ESPLOSIONE DI QUESTO CENTRODESTRA ESTREMISTA A TRAZIONE LEGHISTA”

E’ il momento dei conti.
Nervi saldi, maggior equilibrismo, attenzione alle sfumature: ora i gruppi parlamentari valuteranno la propria forza su temi specifici. Ostici.
Fine vita, legge elettorale, mozione contro il ministro Sandro Bondi, aborto, alcuni degli scogli.
In mezzo, sempre la Chiesa (“Che deve influenzare, ma senza fare pressioni”, spiega Italo Bocchino). Qualcuno rischia grosso. A partire da Futuro e Libertà , ancora alle prese con lo schiaffone del 14 dicembre scorso, quando tre deputati gli hanno girato le spalle.
Onorevole Bocchino, partiamo dal fine vita…
In tutti i partiti è una questione rimessa alla coscienza dei singoli, sarebbe grave se un tema così importante venisse utilizzato come strumento per far nascere divisioni interne.
Divisioni che in Fli esistono.
Se lei prende il Pdl, troverà  anche quella di un Matteoli laico contro un Gasparri cattolico.
Qual è la sua?
Trovare un equilibrio che rispetti la laicità  dello Stato e allo stesso tempo la nostra cultura cattolica.
Andiamo al concreto: l’avrebbe staccata la spina a Eluana Englaro?
No. Nel mio testamento biologico chiederò l’accanimento terapeutico, però rispetto chi decide il contrario: la laicità  sta proprio in questo. Mio padre, ad esempio, volle che a un certo punto ci si fermasse.
Parliamo di aborto: in Lombardia Formigoni è stato condannato da Tar per “eccessive restrizioni”
La situazione è complicata: sono un anti-abortista convinto e anche un po’ estremista. In Italia bisognerebbe fare una sorta di tagliando alla 194, una legge nata per tutelare la vita e che è diventata uno strumento di interruzione di gravidanza post-rapporto. Anche se adesso non c’è la possibilità  , in Parlamento, di intervenire in maniera laica. Insomma, si aprirebbe uno scontro epocale.
Meglio lasciare tutto cosi?
Temo di sì.
E su Formigoni?
Ribadisco: i cambiamenti devono avvenire per la via maestra, quella parlamentare e non negli escamotage delle attuazioni da parte delle regioni.
Quindi Formigoni ha sbagliato?
Prescindo dal fatto e dal merito. Mi limito al metodo.
Legge elettorale: quale vorrebbe?
Non deve mai essere un dogma ma uno strumento. Detto questo, è chiaro che quella che abbiamo non va bene, l’abbiamo applicata due volte e altrettante è andata in crisi. Il Mattarellum ha dimostrato ben altro, con due legislature di cinque anni.
Quindi?
È fondamentale farla insieme. L’unico problema è su quale modello trovare la convergenza.
Ma lei cosa preferirebbe?
Non è importante, certo il ritorno al Mattarellum non mi convince molto. Oppure si potrebbe lasciare la legge attuale, con due modifiche: il premio di maggioranza solo oltre il 45% e di far eleggere almeno la metà  dei parlamentari nei collegi.
Mozione-Bondi: voterà  per le sue dimissioni?
Decideremo insieme a tutta la nuova coalizione, ma il mio giudizio è lo stesso emerso dal sondaggio dei Club della Libertà .
Di un passo indietro…
Esatto, sarebbe opportuno.
Oltre al ministro della Cultura, c’è qualche altro esponente del governo che dovrebbe lasciare?
Non faccio valutazioni personali.
Neanche sulla Brambilla?
No, no, non voglio entrarci. Quella di Bondi è una questioni politica perchè c’è una mozione all’ordine del giorno. Mentre mi tengo fuori dalle questioni personali.
Bè, le inchieste de “il Fatto” sul ministro del Turismo denunciano ben altro.
Deve essere valutato dai giusti soggetti. Certo non sono episodi edificanti.
Crede ancora nell’anti-berlusconismo?
Credo non possa essere la nostra missione: il problema non può essere lui, la questione è quella di costruire.
Tornasse indietro, rifarebbe quell’incontro con il premier poco prima del voto?
Prima di una rottura bisogna verificare tutte le strade.
Quindi non è stato un errore?
Gli errori non si giudicano a caldo, ci vuole il tempo medio e lungo.
È passato un mesetto…
È ancora poco.
Bene, ampliamo la prospettiva temporale: un errore fatto in questi sei mesi?
Non le so dire, non è facile: è stato un periodo talmente concitato. Credo che l’errore di fondo, di tutti, sia stato quello di non generare un dialogo virtuoso all’interno del Pdl. E lì è nato il cortocircuito.
Questo è un Bocchino inedito, meno falco e più colomba: tutto questo perchè è stato indicato come tra i più odiati dentro a Fli?
Non sono odiato, nel caso si può sempre verificare dentro l’assemblea del gruppo, oppure chiedere un congresso e votare. Non c’è problema.
Dopo i tre deputati persi il 14, teme altre fuoriuscite?
Non penso, ma il nostro progetto va oltre la conta. Noi aspettiamo solo l’esplosione di questo centrodestra estremista a trazione leghista.
In questa intervista ha parlato spesso di valori laici: c’è una Chiesa troppo presente nel dibattito politico?
Sono molto rispettoso delle posizioni, sono cattolico ma non praticante. Al di là  di questo c’è sicuramente una forte influenza della Chiesa, bisogna fare in modo che questa influenza abbia il giusto peso, senza mai sconfinare nella pressione. È inaccettabile per uno stato laico.
Questione di fede?
Purtroppo la fede non si sceglie, si incontra.

Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IN DIFESA DEL BRASILE

Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile

MASSIMO FINI: “IO NON CONSEGNEREI BATTISTI ALL’ITALIA NEMMENO SE FOSSI IL BURKINA FASU”… “ALL’ESTERO CI VEDONO PER QUELLO CHE SIAMO: UN PAESE IN CUI SONO SALTATE TUTTE LE REGOLE DELLO STATO DI DIRITTO”

Se io fossi nei panni delle autorità  brasiliane non consegnerei Cesare Battisti all’Italia.
Che garanzie di giustizia può dare un Paese il cui presidente del Consiglio dichiara quasi quotidianamente, anche in sedi estere, che “la magistratura è il cancro della democrazia italiana”, che “all’interno della magistratura esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi”, che “i giudici sono antropologicamente dei pazzi”?
Dice: ma Battisti è stato condannato molti anni fa, nel 1985, nel 1991, nel 1993, prima dell’era berlusconiana.
Ma se la Magistratura è il “cancro della democrazia” non lo è diventata improvvisamente dall’avvento di monsieur Berlusconi, se la suo interno ci sono “associazioni a delinquere”, ci sono oggi come potevano esserci anche ieri.
Che garanzie hanno le Autorità  brasiliane che Battisti non sia stato condannato da qualche gruppo di magistrati felloni?
Nel suo parere favorevole all’estradizione di Battisti l’Avvocatura dello Stato brasiliano dice: “Non si deve tralasciare di riconoscere che lo Stato italiano è indiscutibilmente uno Stato democratico di Diritto e che le sue decisioni devono considerarsi espressione della volontà  dei propri cittadini”.
Ma proprio questa precisazione dice che in Brasile si hanno dei dubbi sulla effettiva democraticità  del nostro Stato.
Nessuno si sentirebbe in dovere di chiarire che la Germania o la Svezia o l’Olanda sono “Stati democratici di Diritto”, sarebbe dato per presupposto, per implicito, per scontato.
E in effetti     l’Italia non è uno Stato democratico.
Non è democratico un Paese in cui la Magistratura, che è l’organo di garanzia dell’osservanza delle leggi, quello che ci consente di essere uniti e di non darci alla giustizia privata, alla faida, è delegittimata.
Non è uno Stato     democratico quello in cui il presidente del Consiglio, proprio in base a questo sospetto sulla Magistratura dello Stato di cui pur è guida, si sottrae, con vari espedienti, alle leggi del suo Paese.
In realtà , nel caso Battisti, scontiamo anni di garantismo peloso.
Di destra e di sinistra.
Da noi esiste un signore, Adriano Sofri, che è stato condannato a 22 anni di reclusione per l’assassinio sotto casa di un commissario di polizia, dopo nove processi, di cui uno, caso rarissimo in Italia, di revisione, avendo quindi goduto del massimo di garanzie che uno Stato può offrire a un suo cittadino. Eppure Sofri ha scontato solo sette anni di carcere e, senza aver
potuto usufruire dei normali benefici di legge, che non scattano dopo solo sette anni su ventidue, è libero da tempo, e scrive sul più importante quotidiano della sinistra, La Repubblica, e sul più venduto settimanale della destra, Panorama, e da quelle colonne lui ci fa quotidianamente la morale ed è onorato e omaggiato dall’intera intellighentia che, ad onta di tutte le     sentenze, lo ritiene, priori e per diritto divino, innocente.
Perchè, soprattutto vedendo le cose dal lontano Brasile, non potrebbe essere innocente anche Cesare Battisti che ha     potuto usufruire solo dei tre normali gradi di giudizio?
In verità  siamo noi, noi italiani, che ci siamo messi in questa situazione giuridicamente ambigua che con lo Stato di diritto e la democrazia non ha nulla a che vedere.
E Silvio Berlusconi che ha guidato per quattro volte il governo ha dato il suo potente e determinante contributo alla delegittimazione della giustizia dello Stato di cui pure è a guida e, con essa, alla delegittimazione del nostro Paese.
Nella sostanza e nell’immagine.
Per cui è patetico che adesso facciamo le suorine scandalizzate perchè il Brasile non ci vuole consegnare l’assassino Cesare Battisti.
Raccogliamo ciò che, in questi anni, abbiamo seminato.
All’interno ci consideriamo un Paese democratico.
All’estero ci vedono per quello che siamo e appariamo: un Paese in cui sono saltate tutte le regole dello Stato di diritto.
Io non consegnerei Battisti all’Italia nemmeno se fossi il Burkina Faso.

Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PRESSING DI BOSSI E TREMONTI: “SILVIO, IL VOTO E’ ORMAI INEVITABILE”

Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile

CERCHERANNO DI CONVINCERE IL PREMIER CHE PER GOVERNARE SERVONO ALMENO 40 DEPUTATI… CON L’ATTUALE MAGGIORANZA NON SI “POTREBBE PORTARE AVANTI NEMMENO L’ORDINARIA AMMINISTRAZIONE”… MA BERLUSCONI VEDE UNA TRAPPOLA E NON MOLLA LA POLTRONA

L’appuntamento è per stasera: la “cena degli ossi”.
Una tradizione alpina, che quest’anno potrebbe vedere seduti allo stesso tavolo non solo Tremonti e Bossi, come al solito, ma anche Berlusconi.
Il menù gastronomico sarà  l’opposto del menù politico.
Durante la rituale abbuffata di ossi di maiale, lenticchie, fagioli con la cipolla, soppressa, salame di camoscio, vino e grappa, Giulio e Umberto spiegheranno all’amico Silvio che la festa, per il governo, è davvero finita.
E che le elezioni anticipate sono ormai inevitabili. Non per volontà  politica della Lega, ma per contabilità  aritmetica in Parlamento.
Questa, dunque, potrebbe essere la svolta delle ultime ore.
Un appuntamento conviviale per i lumbard, che può diventare uno snodo esiziale per la legislatura.
Il padrone di casa è il ministro dell’Economia, che è già  in loco (ieri, muto come un pesce, sciava sulle piste tra Auronzo e Misurina) e che come ogni anno, tra San Silvestro e la Befana, riunisce all’Hotel Ferrovia di Calalzo di Cadore il vertice del Carroccio. Il Senatur, ovviamente, ma anche Calderoli e Castelli.
La novità , appunto, è che stasera potrebbe sedersi a tavola anche il presidente del Consiglio.
Invitato dallo stesso Tremonti, in pieno accordo con Bossi, per fare il punto della situazione.
Una situazione tutt’altro che eccellente, per la maggioranza forzaleghista amputata della componente finiana, e dunque in procinto di tramutarsi in una minoranza “cadornista” nelle Commissioni parlamentari,   forse addirittura nell’aula di Montecitorio.
Proprio a partire da questa consapevolezza, che il superministro condivide con il leader padano, i due cercheranno di far capire al Cavaliere che “la linea di Cadorna” non conviene a nessuno.
Non solo non conviene alla Lega, che in questo momento secondo i sondaggi lucra il massimo dei consensi potenziali.
Ma non conviene neanche allo stesso Berlusconi, primo ad essere danneggiato da una logorante ed estenuante “guerriglia parlamentare”, che non gli risparmierebbe comunque una rovinosa Caporetto.
La posizione del premier è nota.
Vuole durare, a qualsiasi prezzo.
In primo luogo perchè sul fronte giudiziario si profila un’ipotesi a lui non sgradita: se davvero (come sembra probabile secondo le ultime indiscrezioni) la Consulta l’11 gennaio si acconciasse ad emettere una sentenza “interpretativa con rigetto” del ricorso sulla legge per il legittimo impedimento, il Cavaliere sarebbe sostanzialmente salvo.
Lo scudo processuale che lo protegge, ancorchè rimesso di volta in volta alla decisione di merito dei tribunali che lo convocano in udienza, resterebbe in piedi.
E questa, per lui, è la cosa che conta di più, e che da sola basterebbe a indurlo a non interrompere, a nessun costo, la legislatura.
In secondo luogo, perchè per ragioni legate alla sua vocazione cesarista e plebiscitaria il Cavaliere non contempla mai lo scenario della sconfitta, quale sarebbe comunque una caduta del suo attuale governo.
Per questo si ostina ad intensificare la campagna acquisti dei deputati.
Anche qui, a qualsiasi prezzo.
La possibilità  di imbarcare tutta intera l’Udc sembra sfumata. Casini resiste, come dimostra la lettera con la quale chiede al presidente del Consiglio di intercedere presso Putin per garantire il rispetto dei diritti umani nei confronti di Khodorkovskij: una vera “provocazione” per Silvio, che non farà  mai un affronto del genere all'”amico Vlady”.
Quindi, per il Cavaliere resta in ballo solo la possibilità  di ingaggiare qualche singolo parlamentare, tra i futuristi pentiti e i centristi indecisi.
Ma anche in questo caso, la compravendita sembra non dare i frutti sperati. Per questo il premier penserebbe anche a soluzioni estreme, come far dimettere da parlamentari almeno una decina tra ministri e sottosegretari, e far posto così ad altrettanti deputati che consoliderebbero la fragilissima “quota 314” raggiunta il 14 dicembre alla Camera.
Con questo rafforzamento, Berlusconi è convinto di poter reggere fino al 2013.
E di far passare le leggi che gli servono per ragioni di coalizione (come il federalismo fiscale) e quelle che gli stanno a cuore per ragioni di giurisdizione (la riforma della giustizia, le intercettazioni, il Lodo Alfano costituzionale). Questo, stasera, cercherà  di spiegare ai suoi commensali. “Possiamo andare avanti, abbiamo il dovere di governare”.
Ma dall’altra parte del tavolo si troverà , come richiede il rito della cena padana, due “ossi” duri.
Tremonti e Bossi la vedono in tutt’altro modo.
La situazione è quella “che vedono tutti”. L’assunto di partenza del Senatur e del superministro è che un conto è la “maggioranza di un giorno”, un altro conto è una “maggioranza di governo”.
Quella di cui oggi dispone il Cavaliere appartiene alla prima fattispecie, non più alla seconda.
Ed è per questo che le elezioni anticipate sono e restano lo “scenario più probabile”.
Nelle commissioni parlamentari (a partire dalla Bilancio, cioè la più importante) Pdl e Lega non hanno più la maggioranza.
Per ristabilirla servirebbe rimpinguare l’attuale coalizione con “non meno di 40 deputati”. Impensabile, persino se riuscisse il capolavoro di spaccare il Terzo Polo, separando Casini da Fini.
Tremonti e Bossi cercheranno di dimostrare a Berlusconi che tutte le soluzioni intermedie di “allargamento” non tengono. Perchè una “parziale maggioranza numerica” serve a poco. Puoi vincere la battaglia di un giorno, ma perdi la guerra della legislatura. Servirebbe una “vera maggioranza organica”, che non c’è più e non si può ricreare.
Ecco perchè il “cadornismo” – è il concetto che il superministro e il Senatur ribadiranno alla cena – rischia di essere solo un danno. Per tutti.
Il Cavaliere dovrà  prenderne atto: resistere con questi numeri non solo non ti consente di “fare le grandi riforme”, dal federalismo al fisco al mercato del lavoro.
Allo stato attuale, non ti consente nemmeno di “portare avanti l’ordinaria amministrazione”, dal decreto milleproroghe alle norme sul made in Italy. Ogni votazione diventa “una roulette russa”: sei appeso alla “missione di un sottosegretario”, o a qualunque “imboscata dell’opposizione”.
Anche sulla teorica “fase due” dello sviluppo, cioè il rilancio della crescita economica attraverso qualche norma che allarghi i cordoni della borsa e permetta al governo di offrire qualcosa di concreto alle parti sociali, i margini non ci sono.
Tremonti lo va ripetendo da giorni: sappiamo tutti che abbiamo un “vincolo esterno” da rispettare, e che i mercati ci tengono nel mirino con lo “spread” del rendimento tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi.
Al Tesoro circola un’iperbole: qualunque nuova legge di spesa tu vari, ammesso che il Parlamento te la approva, non fai in tempo a pubblicarla in Gazzetta ufficiale che devi già  “rialzare le tasse perchè nel frattempo sono aumentati i tassi”.
Questo diranno Umberto e Giulio, nella stube dell’Hotel Ferrovia: “Così non si va da nessuna parte, tanto vale tornare a votare”.
Proveranno a persuadere Berlusconi che in questo atteggiamento non c’è alcuna “malsana pulsione nichilista”, ma solo una “sana logica realista”.
Che non c’è nessuna volontà  di affossare la sua leadership, anche se, come sostiene un ministro che lo conosce bene, “lo stesso Bossi gli sarà  fedele fino all’ultimo minuto, ma appena vede che la situazione si impaluda, ci mette cinque minuti a cambiare strategia…”.
Ora ci siamo dentro fino al collo, nella palude.
Sarà  difficile far ingoiare al premier questa verità , insieme alle lenticchie e al salame di camoscio.
Che vi partecipi o no, questa “cena degli ossi” gli resterà  sullo stomaco.

Massimo Giannini
(da “la Repubblica“)

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IN ITALIA I MUTUI CASA PIU’ CARI D’EUROPA: SOTTO ACCUSA LE BANCHE

Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile

ALLARME DEI COSTRUTTORI: 9.000 EURO DI COSTI EXTRA PER I TASSI TROPPO ALTI… IN ITALIA TASSI DEL 4,1% CONTRO LA MEDIA UE DEL 3,7%… LE BANCHE TENDONO AD EROGARE IL TASSO VARIABILE

Sono in Italia i mutui più cari d’Europa. Lo denuncia l’Ance.
Messi al tappeto dalla crisi, i costruttori edili puntano il dito anche contro il caro mutui, che secondo loro finisce per costituire un ostacolo alla ripresa del mercato immobiliare.
Sotto accusa le banche, che rispetto agli altri Paesi della Ue, finiscono per far pagare di più i finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione.
Per dimostrarlo l’Ance ha preso come base di riferimento i tassi sui mutui alle famiglie della Bce e ha ipotizzato un finanziamento in Italia e Eurolandia pari a 150mila euro (durata di 25 anni).
Quindi ha tirato le somme: il risultato è che lo stesso mutuo in Italia costa 9mila euro in più.
Se sottoscritto a settembre, perchè ad agosto la cifra arrivava a 17mila euro.
Ma prendendo per buono settembre “è come se le famiglie italiane pagassero per dodici mesi in più rispetto a quelle europee”, sottolinea l’Ance nel rapporto “Il credito nel settore delle costruzioni in Italia”.
Comportamento che secondo l’associazione dei costruttori è poco giustificato perchè “la rischiosità  delle famiglie italiane è rimasta molto bassa dall’inizio della crisi a oggi, al contrario di quanto accaduto in molti Paesi europei, caratterizzati da un forte indebitamento individuale”.
Un aspetto che non è sfuggito all’Abi, che nell’ultimo report di dicembre evidenzia come “l’incidenza delle sofferenze dei debitori famiglia si contiene all’1,5% del totale erogato”.
Sotto accusa, secondo l’associazione dei costruttori, va messo il differenziale dei tassi di interesse tra Europa e Italia: mentre in Eurolandia a settembre i tassi medi sui mutui erano al 3,74%, in Italia la media era al 4,1%, con una differenza dello 0,36%.
Un margine che a settembre, ammette l’Ance, si è ridotto, dopo il massimo di agosto (0,69%), ma che stenta a sparire.
C’è una “resistenza a scendere dei tassi rispetto all’Irs 10 anni (il tasso base di indicizzazione)”, scrive l’associazione, che ricorda come la stessa Banca d’Italia nella relazione annuale, abbia denunciato il più alto livello dei tassi.
Ma c’è di più, continua l’Ance.
Gli italiani non solo pagano rate più salate, ma spesso sono “costretti” ad assumersi rischi di cui farebbero volentieri a meno.
“I tassi maggiormente richiesti dalle famiglie – scrivono i costruttori – sono il fisso e il variabile con cap (che ha un tetto che blocca gli aumenti)”.
Le banche, accusa l’Ance, “continuano però a erogare più della metà  dei mutui a tasso variabile”.
E dato che “le aspettative sui tassi sono al rialzo, da tempo si esprimono dubbi su questo comportamento che mina la solidità  del mercato”.

Barbara Ardù
(da “la Repubblica“)

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LA CORTE DEI CONTI: “MASI RESTITUISCA ALLA RAI 700.000 EURO”

Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile

I GIUDICI CONTABILI RITENGONO INGIUSTIFICATE LE BUONUSCITE DI 935.000 EURO ALL’EX CONDUTTRICE DEL TG1 BUTTIGLIONE E DI 700.000 EURO ALL’EX DIRETTORE DI RADIORAI DEL BOSCO… MASI ACCUSATO DI DANNO ERARIALE: ELARGIVA SOMME PER LIBERARSI DI GIORNALISTI A LUI NON CONGENIALI

Comincia male il 2011per il direttore generale della Rai Mauro Masi.
La Corte dei Conti gli contesta di aver procurato un danno erariale alla Rai, l’azienda che dirige e che ha i conti in rosso.
La Corte quantifica il danno in 680mila euro, che il dg Rai dovrebbe pagare di tasca propria per gli “esborsi ingiustificati” a carico dell’azienda legati alla cessazione del rapporto di lavoro dell’ex conduttrice del Tg1 Angela Buttiglione e Marcello Del Bosco (direttore di Radiorai fino all’agosto 2009). Cifre record per dei pre-pensionati: 935 mila euro per la Buttiglione (sarebbe andata comunque in pensione nel 2010) e 700mila euro per Del Bosco.
Il vice procuratore generale Massimo Di Stefano a dicembre ha depositato gli atti dell’istruttoria e chiesto la condanna del dg Rai.
L’udienza è fissata per il 7 aprile.
Masi dovrà  difendersi dall’accusa di aver pagato con soldi pubblici un discutibile “patto di non concorrenza e obbligo di riservatezza della durata di due anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro”.
Alla Buttiglione oltre all’incentivo (515mila euro) sono stati dati 420mila euro per astenersi da attività  concorrenti alla Rai dopo il licenziamento; per Marcello Del Bosco allo scivolo (435 mila euro) si sono aggiunti 260 mila euro, sempre per un patto di non concorrenza.
La Corte dei Conti si è messa in moto dopo gli esposti del consigliere Antonino Rizzo Nervo
La Corte nel censurare l’esborso “ingiustificato” praticato da Masi ricorda che “la decisione del Cda Rai di rimuovere i due giornalisti, senza decidere una ricollocazione adeguata al tipo di incarichi rivestiti in precedenza, implica di per sè l’insussistenza del timore che essi intraprendessero attività  concorrenti in grado di danneggiare l’azienda”.
Immotivato quindi l’esborso di ulteriori 680mila euro da parte del servizio pubblico per un “patto di non concorrenza”.
Sul tema degli sprechi Rai, la magistratura contabile ha passato ai raggi X anche i casi di dirigenti Rai “cessati” da precedenti incarichi e “rimasti privi di collocazione” o “ricollocati con ritardo, continuando peraltro a percepire lo stipendio”.
Si parla delle vicende del direttore di RaiTre Paolo Ruffini e dell’ex dg Rai Claudio Cappon.
Ruffini era rimasto senza incarico dal 25 novembre 2009, intraprendendo un contenzioso giudiziario con l’azienda, e la Corte segnala un “ulteriore danno erariale pari alla retribuzione corrisposta al dirigente durante il periodo in cui era rimasto senza incarico”.
Il magistrato Massimo Di Stefano ricorda che un “ulteriore danno erariale deriva dalla mancata ricollocazione del dottor Claudio Cappon”, ex direttore generale Rai.
Masi, pur di allontanare dirigenti sgraditi, ha insomma prodotto cause di lavoro costose e votate al fallimento.
Paolo Ruffini è stato reintegrato alla guida di RaiTre il 20 luglio 2010 da un giudice del lavoro. Claudio Cappon è stato nominato ad di NewCo Rai International.

Leandro Palestrini
(da “La Repubblica“)

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