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FAVORI PADANI: LA REGIONE RENDE EDIFICABILI 80.000 METRI QUADRI DI TERRENO DEL SEN. LEGHISTA FILIPPI

Gennaio 24th, 2011 Riccardo Fucile

DA DESTINAZIONE AGRICOLA IL TERRENO PASSA A COSTRUIBILE: IL PROGETTO PREVEDE L’EDIFICAZIONE DI UN GRANDE CENTRO COMMERCIALE…UN ASSESSORE PDL SOLLEVA IL CASO E NON VOTA, ZAIA SI INCAZZA: “NON SONO AMMESSI OBIETTORI”… ZAIA CI SPIEGA QUANTO GUADAGNA IL SEN. FILIPPI CON QUESTA OPERAZIONE?

Ottantamila metri quadri di terreno di proprietà  di un senatore leghista che diventano edificabili e destinati all’ennesimo centro commerciale nel Vicentino. Forse alla notizia sarebbe stato messo il silenziatore se la Lega e il Pdl non avessero problemi seri di dialogo.
Così quel sì della Regione Veneto a favore della variante al piano regolatore per l’area di proprietà  del senatore Alberto Filippi, giovane imprenditore folgorato sulla strada per Pontida e anche lui “minacciato” da cimici nel suo ufficio, rischia di diventare un caso.
Politico, almeno per adesso.
Anche perchè il dissenso dell’assessore del Pdl Elena Donazzan — che al momento del voto in giunta se n’è andata — non è stato preso bene dal governatore Luca Zaia che, senza giri di parole, ha detto che “in giunta non esistono obiettori di coscienza.
O si vota a favore oppure si fanno mettere a verbale i motivi del no o dell’astensione. Una terza opzione non esiste”.
Donazzan, da parte sua, ha risposto che l’operazione, “oltre all’imbarazzo che può provocare va contro le parole spese in campagna elettorale a favore del piccolo commercio”.
Il risultato è una tensione tra Lega e Pdl che tutti i giorni rischia di finire in un divorzio.
I protagonisti della bega sono entrambi duri e puri.
Il governatore del Veneto Zaia lo conosciamo bene: è un leghista della prima ora, ha manie di grandezza (quando era presidente della Provincia di Treviso si fece ristrutturare una reggia) e se Umberto Bossi comanda lui esegue a testa bassa.
Donazzan Elena, classe 1972 da Bassano del Grappa, assessore all’istruzione, lavoro e formazione del Veneto, malleabile lo è poco.
Viene da una famiglia di “tradizione militare”, come lei spiega, e a 18 anni era già  presidente provinciale del Fronte della Gioventù a Vicenza.
Nel 2005, raccolte 13 mila preferenze, era già  assessore con Galan e dopo le 22 preferenze ottenute nel marzo del 2010 Zaia non ha potuto far altro che confermarla.
Alla svolta dei finiani ha preferito il Pdl e, nell’ultima uscita pubblica ha messo al bando nelle scuole della sua regione tutti i libri di quegli scrittori che in passato avevano firmato appelli pro-Battisti, da Roberto Saviano a Daniel Pennac passando per Massimo Carlotto. Roba da medioevo, come ha detto Alain Elkann. Capito il personaggio.
Così in giunta non ci ha pensato due volte a far emergere quei contrasti e quando è stato il momento di votare sul centro commerciale che sorgerà  sui terreni del leghista Filippi ha alzato i tacchi ed è uscita.
Un’area, quella di cui parliamo, da tempo sotto i riflettori.
Secondo un’inchiesta del Giornale di Vicenza quell’area venne acquistata dalla famiglia Filippi come terreno agricolo.
Lo stesso senatore scrisse che quel terreno fu acquistato a 70 euro al metro quadro (cifra comunque irrisoria, un terreno agricolo in quella zona costa poco meno, forse 35) ed era destinato al deposito di prodotti chimici e senza alcun intento speculativo.
“Fu il Comune e il sindaco di Montebello Vicentino a non ritenere opportuno che si insediasse nel territorio comunale un’attività  a rischio d’incidenti rilevanti.
Il senatore Filippi — secondo le parole del suo avvocato Andrea Faresin — non poteva considerare privi di rilievo l’orientamento del Comune e quello della comunità  locale e rinunciò, quindi, all’approvazione del progetto relativo al nuovo deposito che la normativa vigente avrebbe ammesso”.
Capito il buon cuore di Filippi?
Sono stati gli altri, gli enti locali, a fare si che l’area avesse un cambio di destinazione d’uso e dunque potesse diventare il terreno fertile per un nuovo centro commerciale.
Ma ha fatto di più Filippi. Due mesi fa ha dichiarato che “visto che è stata cambiata la destinazione d’uso dell’area so che non potrò installare la mia azienda. Quindi andrò in cerca di un’altra area in zona e metterò in vendita i terreni in questione senza nè richiedere nè attendere eventuali licenze per la grande distribuzione ed evitando, così facendo, ogni operazione immobiliare, comunque lecita. Ci rimetterò un sacco di soldi, ma lo so bene che pago la scelta di darmi alla politica”.
Nel frattempo le autorizzazioni sono arrivate e l’area è ancora di proprietà  di Filippi.
E oggi più che mai lui e i suoi terreni sono sotto i riflettori a causa delle posizioni assunte dall’assessore Donazzan e alla replica a Zaia che parlava di obiettori di coscienza.
“Ha ragione il presidente Zaia — ha detto provocatoriamente Donazzan — la prossima volta argomenterò il mio voto contrario, anche se si dovesse trattare di qualcosa che non è strettamente legato al provvedimento. Abbiamo approvato un piano urbanistico molto dettagliato, per certi versi molto atteso, che per una piccola parte per me valeva come espressione di contrarietà  dove prevede un’enorme area a finalità  commerciale. E la ragione principale è il rispetto dell’impegno preso durante le ultime elezioni regionali da parte di questa maggioranza di non eccedere nell’autorizzazione a nuovi centri commerciali, sottolineando una posizione culturale di difesa del piccolo commercio”.
E ancora, riferita a Filippi: “Il senatore non è del mio partito, non è imbarazzante per me ma per la Lega. Certo che quando ci sono interessi diretti in gioco la questione diventa imbarazzante per tutti”.
Per adesso l’unico a guadagnarci è Filippi che ha fatto un grosso affare.
La polemica tra Lega e Pdl non sappiamo come andrà  a finire, ma le parole e le posizioni peseranno in futuro.
E quel matrimonio nel nome della governabilità , in Veneto come a Roma, appare destinato a finire.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“PALAZZO CHIGI CI HA RACCONTATO UNA BALLA”: I DUBBI DEL QUESTORE DI MILANO SUL CASO RUBY

Gennaio 24th, 2011 Riccardo Fucile

NELLE RELAZIONI SULLA NOTTE PASSATA IN QUESTURA SCOMPARSI I RIFERIMENTI A BERLUSCONI E MUBARAK… UNA RELAZIONE DELLE VOLANTI NEGA LA CORRETTEZZA DELLE PROCEDURE, NEI COLLOQUI REGISTRATI EMERGE LA CONCUSSIONE

Per capire come mai sia scattata per Silvio Berlusconi l’accusa di concussione basta mettere in fila le frasi dei protagonisti.
È come un telefilm tipo “La squadra”.
Corso Buenos Aires, ore 19,13.
Ermes C., poliziotto, cerca, attraverso il 113, che registra ogni chiamata, il pm di turno dei minori Anna Maria Fiorillo.
Poliziotto (in attesa): “… poi ti spacco le gambe appena ti vedo per la strada”.
Ruby in sottofondo: “Vengo con te a far l’amore allora”.
Poliziotto: “No, te con me non vieni da nessuna parte”.
Nel frattempo, arriva la pm di turno, l’agente spiega la situazione della “minorenne marocchina”, scappata da una comunità  e accusata di furto a Milano.
Fiorillo: “Potrebbe chiedere alla ragazza come faceva a pagare l’affitto?”.
Poliziotto: “Sì. “Come facevi a guadagnare i soldi per l’affìtto?” Dice che fa la ballerina di danza del ventre presso alcuni locali di Milano”.
Fiorillo: “Ah ecco, la ballerina di danza del ventre… Noi non siamo abituati a fare andare in giro i minorenni così… dica a questa ragazza … che non credo proprio che resterà  in Italia, tra poco è maggiorenne e se va avanti così ci sarà  l’ordine di espulsione… salvo che la signorina non accetti di inserirsi in un progetto educativo. Quindi praticamente la smetta di scappare e di prenderci in giro”.
Poliziotto: “Dai terminali risulta un vecchio precedente per furto”.
Fiorillo: “Vede, è una sbandata, quindi la mette in una comunità , sperando che sia che sia aperta. Se non dovesse accoglierla, l’autorizzo a trattenerla fino a domani mattina finchè il pronto intervento non si metterà  in moto per trovarle un posto o per vedere dov’è finito il padre”.
Le procedure, sino a questo momento, sono perfette. E vanno avanti così. Sempre attraverso il 113 il poliziotto avvisa (ore 20.43) il commissario capo di turno, la dottoressa Giorgia Iafrate, che già  sa: “La teniamo qui e domattina eventualmente trovano la comunità “.
Poliziotto: “Consideri che la signorina è un modellino, molto sole”.
Ruby ci resta male, nel telefono viene registrato un battibecco.
Poliziotto: “Eh no, non l’ho detto “volgare”, “da sole” ho detto, stai calma…”.
Iafrate: “Ma perchè, com’è vestita ‘sta ragazzina?”.
Poliziotto: “Con un toppino tipo prendisole e dei jeans, ma non ha altro addosso”.
I poliziotti hanno il permesso farle cercare degli abiti a casa dell’amica Michelle Coincecao, ma nel frattempo Michelle è in fibrillazione.
Chiama Giuseppe Spinelli (la “cassa continua” delle Papi-girl), chiama Silvio Berlusconi che è a cena a Parigi e non risponde. Gli manda un sms.
E così arriviamo alle 23,49: mentre il poliziotto Landolfi cerca una comunità  per Ruby, arriva la telefonata di Berlusconi.
Ora sappiamo che Ruby in questura a Milano è per lui una notizia destabilizzante. Più di Noemi. Più di Patrizia D’Addario.
Ruby era un habituè dei festini a luci rosse di Arcore.
Dal verbale del capo di gabinetto Pietro Ostuni: “Il Presidente del Consiglio mi ha detto che vi era in questura una ragazza di origine nord africana, che gli era stata segnalata come nipote di Moubarak, e che un consigliere parlamentare, la signora Minetti, si sarebbe fatta carico di questa ragazza. La telefonata fini così”.
Una grandine di telefonate di Ostuni si abbatte in seguito sulla neo-poliziotta Iafrate.
Dal verbale del questore Vincenzo Indolfi: “Mi sono preoccupato che la gestione della minorenne fosse stata lineare… Il fatto che la Presidenza del Consiglio avesse raccontato una balla per me era poco importante”.
La “balla” del premier: a questo siamo, in via Fatebenefratelli (e in Italia). Inutile ripetere come e perchè un fax in Sicilia (dall’interno 5723, ora 2.20) e una relazione delle volanti smentiscono la correttezza delle procedure: Ruby esce alle 2, ma gli accertamenti su di lei (“la gestione lineare”?) finiscono solo alle 4.
Quando cioè i suoi genitori, svegliati a Letojanni “dichiarano di non avere i documenti della figlia e negano qualsivoglia parentela con Moubarak”.
Più interessante aggiungere un dettaglio che era sfuggito.
Domanda dei pm a Pietro Ostuni: “Come mai in questa relazione non vi è traccia della telefonata ricevuta dal Presidente del Consiglio” e della sua bugia ai poliziotti?
Ostuni non lo sa. Non sa rispondere.
Il dato di fatto è che le relazioni sono “omissive”.
Ma se – domanda basilare – chiunque di noi avesse inventato una simile “balla”, che cosa gli sarebbe successo “dopo” da parte della polizia?
È stato o no l’abuso della sua “qualità ” di capo del governo a far ottenere a Berlusconi (non certo nell’esercizio delle sue funzioni ministeriali) qualche cosa di impossibile per i cittadini normali?
Ma Berlusconi si è già  assolto: ha agito perchè è “buono di cuore”.

Piero Colaprico
(da “la Repubblica“)

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FEDERALISMO FISCALE: I MOTIVI PER CUI I COMUNI SI OPPONGONO ALLA PATACCA CENTRALISTA DI CALDEROLI

Gennaio 24th, 2011 Riccardo Fucile

IL GOVERNO HA TAGLIATO IL 60% DELLE RISORSE AI COMUNI, ORA MANCANO 4 MILIARDI… IL DECRETO E’ SOLO UN’OPERAZIONE DI FACCIATA SU IMPUT CENTRALISTA: OGNI IMPOSTA LOCALE SLITTA AL 2014, NEL FRATTEMPO I BILANCI DEI COMUNI SONO A RISCHIO FALLIMENTO

I tagli si sono abbattuti su tutti gli enti locali, la nuova fiscalità  municipale ne compenserà  solo alcuni, e solo in parte.
Ecco perchè l’Anci, insieme alle opposizioni, ha chiesto “una pausa di riflessione” per la delega al federalismo fiscale, e perchè l’Anci giovane insiste sull’estensione della tassa di soggiorno a tutti i Comuni (attualmente la possibilità  è data solo ai Comuni capoluogo di provincia).
Roberto Reggi, sindaco di Piacenza e vicepresidente Anci, riferendosi all’apertura del ministro Calderoli sul possibile accoglimento di alcune modifiche richieste dall’associazione al testo del decreto sul federalismo fiscale parla di “operazione di facciata”.
Cosa c’è dietro la facciata?
Secondo i calcoli della Voce.info le misure economiche varate nel 2010 hanno operato per gli enti locali tagli che riducono le risorse in media del 60%.
Un’operazione che suona molto più centralista che federalista.
Come vengono compensati questi tagli?
Per i Comuni in particolare è prevista la compartecipazione del 2% all’Irpef a partire dal 2014.
Ma fino al 2014?
La disciplina transitoria non rassicura i Comuni, anche perchè, insiste Reggi, da un lato “sembra di assistere al gioco delle tre carte con un testo che cambia continuamente”, dall’altro “di autonomia reale non ce ne restituiscono, ci propinano un meccanismo di perequazione complicatissimo e centralistico, oltre a toglierci risorse”.
Un esempio per tutti: l’Imu, l’imposta municipale unificata sulle seconde case, slitta al 2014, con un’aliquota che verrà  decisa di anno in anno dal governo centrale attraverso la legge di stabilità .
Il che significa che gli enti locali non potranno preparare un bilancio di previsione finchè lo Stato non avrà  definito l’aliquota.
“Sono due le questioni fondamentali — ha spiegato il presidente dell’Anci Chiamparino — una sull’assetto che dovrà  avere l’imposta nel 2012: nel decreto si dice che l’aliquota che dovrà  alimentare questo tributo verrà  fissata di anno in anno dalla legge di stabilità . Ma se ogni anno si deve contrattare il dato dell’aliquota è evidente che il provvedimento non funziona.
Inoltre, il governo ha riproposto l’esenzione per gli edifici di culto e per quelli non a scopo di lucro.
Questo equivale a una quantità  di risorse che mancheranno.
Chi le copre? I comuni?
Siamo già  a 4 miliardi di euro in meno tra tagli e trasferimenti”.

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FINI: “BERLUSCONI SI DIMETTA, L’EQUILIBRIO TRA POTERI E FUNZIONI DELLO STATO E’ L’ESSENZA DELLA DEMOCRAZIA”

Gennaio 24th, 2011 Riccardo Fucile

“IL POTERE POLITICO NON DEVE TEMERE DIMINUZIONE DI AUTORITA’ DALLE INCHIESTE DEI GIUDICI, OCCORRE RISPETTO TRA ISTITUZIONI”… ”IL PDL E’ ANIMATO DA UNA CONCEZIONE PATRIMONIALE E PARAFEUDALE DELLA POLITICA”…”IL VERO TRADIMENTO E’ PROMETTERE RIFORME E RIVOLUZIONI E POI ATTUARE LA POLITICA DEL GIORNO PER GIORNO”

Il presidente della Camera Gianfranco Fini considera opportuno che Silvio Berlusconi si dimetta.
Lo dice in un’intervista al Corriere Adriatico, rilasciata alla vigilia del primo congresso regionale di Futuro e Libertà  delle Marche che si tiene lunedì ad Ancona, in coincidenza con la prima giornata dei lavori del Consiglio permanente della Cei, anch’esso in programma nel capoluogo marchigiano.
Al cronista che gli fa osservare come, mentre lui ha osservato «un silenzio istituzionale sul Rubygate», gli esponenti di Fli in più occasioni abbiano parlato di necessità  di dimissioni del presidente del Consiglio, Fini risponde: «Ovviamente condivido le loro dichiarazioni».
Quanto ai rapporti fra potere politico e magistratura, Gianfranco Fini si dice convinto che «l’equilibrio fra poteri e funzioni dello Stato è l’essenza della democrazia. E ci deve essere sempre rispetto tra gli esponenti delle varie istituzioni. Il potere politico – osserva – non deve temere diminuzioni di autorità  o di sovranità  dalle inchieste dei giudici. Se esistono patologie nel sistema, queste patologie devono poter emergere alla luce del sole, nella fisiologia e nella normalità  dei rapporti istituzionali. Ad avvantaggiarsene sarebbe innanzitutto la qualità  della vita democratica».
In un altro passaggio dell’intervista, Fini denuncia «la concezione patrimoniale e para-feudale della politica» che a suo avviso anima il Pdl, dove la discussione interna è stata «brutalmente soffocata».
«Il vero tradimento – conclude – è promettere riforme e persino “rivoluzioni” per poi attuare la politica del giorno per giorno, e del basso profilo riformatore».

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IL TENTATO BLITZ DEL PDL PER SPOSTARE L’INCHIESTA SULLA PROSTITUZIONE MINORILE A MONZA

Gennaio 24th, 2011 Riccardo Fucile

A OTTOBRE ERA STATA VARATA IN SENATO L’ENNESIMA LEGGE AD PERSONAM PER BLINDARE IL PREMIER DAL CASO RUBY, STRAPPANDO LA COMPETENZA   A MILANO….LA NORMA E’ SALTATA ALLA CAMERA DOPO LE PROTESTE DELLA POLIZIA POSTALE E LA FERMA OPPOSIZIONE DI   GIULIA BONGIORNO

L’uovo di Colombo. Un magico, salvifico emendamento ad personam per tirar fuori dai guai il Cavaliere spunta anche nel caso Ruby.
Ciao ciao a Boccassini, Forno, Sangermano.
Addio alla “famigerata” procura di Milano. Benvenuta quella di Monza.
Dove, ipotizzano le menti giuridiche del premier – che tra settembre e ottobre 2010 molto hanno appreso dell’inchiesta in corso su Ruby – non ci potrà  essere la stessa acredine verso il premier.
Detto fatto.
Quale miglior “uovo” della convenzione di Lanzarote, grande isola delle Canarie?
Là  nel 2007 è stata firmata un’intesa europea per proteggere i minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale.
Le leggi di ratifica non hanno mai grande appeal mediatico.
Vecchio del 23 marzo 2009, firmato da Frattini, Alfano e Carfagna, il ddl è passato alla Camera il 19 gennaio 2010.
Non se lo fila nessuno, ma a ottobre ecco un balzo avanti: l'”uovo di Lanzarote” entra nel lungo elenco delle leggi a misura di Berlusconi.
Roberto Centaro, senatore pidiellino, fa una piccola ma significativa modifica: un emendamento che trasferisce i reati di pedopornografia e prostituzione minorile dalla competenza delle grandi procure (le direzioni distrettuali antimafia: e a Milano il capo è Ilda Boccassini) alle piccole procure come Monza (le circondariali).
Centaro sostiene che “Ruby non c’entra niente”.
Lo fece, spiega ieri a Repubblica, perchè s’accorse che le “procurine” indagavano di più, mentre le grandi erano oberate di lavoro.
Fatto sta che quella modifica di legge viene votata al Senato e s’avvia alla Camera per la conferma.
Un paio di mesi ancora e sarebbe stato un po’ meglio per l’indagato Berlusconi. Ma il Pdl non ha fatto i conti con gli investigatori.
E non “quelli di Milano”.
Quando la nuova regola è finita sotto gli occhi del capo della polizia postale Domenico Vulpiani è scoppiato il finimondo.
Una lettera di fuoco alla presidente della commissione Giustizia della Camera, la finiana Giulia Bongiorno, ha rotto i giochi.
Vulpiani mette l’aut aut: “Se spostate la competenza, io smetto di indagare”.
Il Pd s’accorge dello svarione. Idem i futuristi.
Un emendamento firmato dalla democratica Donatella Ferranti e dalla relatrice finiana Angela Napoli rimette le cose apposto. Marcia indietro.
Ma, nel frattempo, che cos’era successo di concreto?
Vediamo alcuni passaggi.
Ad agosto, appena cinque giorni dopo l’ultimo interrogatorio in procura, Ruby aveva mandato questo sms a Nicole Minetti: “Amorino ti prego mi manderesti per messaggio il numero di Spinelli o di Gesù Cristo capisci a me: ho bisogno, ho cambiato scheda e il loro numero lo perso!”.
La minorenne non se la sta passando benissimo.
Le altre papi-girl parlano tra di loro del “casino della Ruby” e lei invoca il ragionier Giuseppe Spinelli: “Guardi signor Spinelli, io sono veramente nella merda. .. lui mi aveva detto che mi avrebbe aiutato per tutto il periodo. .. ho cercato di chiamare Villa Grazioli, Villa San Martino, non mi risponde”.
Sino al 6 ottobre, quando sono i berlusconiani a cercare Ruby disperatamente.
Qualche notizia è trapelata.
Vogliono capire che cosa sta accadendo tra la procura milanese e la minorenne che frequentava Arcore.
Spunta Luca Risso come accompagnatore di Ruby. La scorta a un appuntamento: “Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante… Ti racconterò, ma è pazzesco! Siamo solo a gennaio 2010 e in mezzo – comunica Risso alla sua fidanzata – ci sono pezzi da 90”.
L’interrogatorio vede insieme “Lele, l’avv., Ruby, un emissario di Lui, una che verbalizza… lei è su, che si sono fermati un attimino perchè siamo alle scene hard con il pr… “.
Pr uguale presidente.
Cioè c’è un cioè gigante.
I berlusconiani si fanno dire da Ruby il contenuto di un interrogatorio segretato.
E poco dopo, il 13 ottobre, la legge fa il balzo avanti in Senato.
La frenesia è generale, Ruby il 26 ottobre parla con il padre, gli dice che è uscito “il nome ma non sono riportati nè il cognome nè niente, riguardo il mio incontro con Berlusconi eccetera hai capito?”.
A Ruby vengono offerti molti quattrini, ce n’è traccia in molte telefonate.
Due sono più precise di altre.
Il 27 ottobre la legge che modifica la competenza sulla prostituzione passa al Senato – è una coincidenza – e Ruby chiama la “cassa continua” Spinelli.
Il tono della ragazza è cambiato: “La situazione sta diventando veramente molto critica, glielo dica in questo momento perchè voglio avere notizie il più presto possibile. Salve”.
Il giorno dopo Ruby cambia il telefonino (santa ingenuità ) e racconta che Berlusconi l’ha chiamata per dirle “Ruby, ti do quanti soldi vuoi, ti pago, ti metto tutta in oro ma l’importante è che nascondi il tutto, nascondi il tutto, non dire niente a nessuno”.
Questo il quadro cronologico.
Centaro comunque non demorde: “Le procure distrettuali sono oberate di mille compiti e li trascurano. Chiederò di ascoltarli, se sbaglio cambierò idea, altrimenti riproporrò pari pari l’emendamento”.
Su Ruby e sulle indagini difensive di Niccolò Ghedini adesso però si sa molto di più rispetto all’inizio di ottobre.

Piero Colparico e Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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IN RAI BASTA UNA NOTIZIA DI REGIME ALLA SETTIMANA: LO STESSO TEMA PUO’ ESSERE TRATTATO SOLO UNA VOLTA OGNI SETTE GIORNI

Gennaio 24th, 2011 Riccardo Fucile

COSI’ SE IL LUNEDI BRUNO VESPA PARLA DEI FESTINI DI ARCORE, BALLARO’ E ANNO ZERO NON POSSONO PIU TRATTARLO NEI GIORNI SUCCESSIVI….LA LIBERTA’ DEL SERVIZIO PUBBLICO CONCEPITA DA PDL E LEGA E’ LA CENSURA PREVENTIVA

Proposta Pdl: un tema a settimana.
Già  il titolo promette tanto: atto di indirizzo sul pluralismo della Commissione parlamentare di Vigilanza per la Rai.
Istruzioni per l’uso per il Consiglio di amministrazione di viale Mazzini che può interpretarle a modo suo.
Il deputato Alessio Butti, capogruppo del Pdl in Vigilanza, ieri ha presentato la sua bozza.
Un manifesto, in pochi punti, per dire: noi, maggioranza al governo, vediamo così il servizio pubblico. O meglio, prescriviamo: “Per garantire l’originalità  dei palinsesti è opportuno, in linea generale — si legge — che i temi prevalenti trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell’arco di otto giorni successivi alla loro messa in onda”.
Tradotto: se il lunedì Porta a Porta (Raiuno), nel suo stile, parla di Ruby e dei festini di Arcore, Ballarò (Raitre) il martedì e Annozero (Raidue) il giovedì devono tacere.
Ma se il pensiero è unico, il conduttore è doppio.
Perchè Butti immagina due “giornalisti di diversa estrazione culturale” (di che tipo?) a moderare un dibattito in studio: “La Rai deve studiare e sperimentare”.
Gianluigi Paragone (l’Ultima parola) boccia l’idea: “Sbagliata. C’è il rischio che il talk-show sia monopolizzato dai conduttori e che si crei confusione”. E
sui temi da non sovrapporre è ironico: “A me che vado in onda il venerdì resta solo l’anticipo della Domenica sportiva”.
Lucia Annunziata (In Mezz’ora) sente odore di chiusura: “S’avvicinano le elezioni. E per questo si preparano a sospendere l’informazione”.
E c’è un secondo indizio: il direttore generale Masi ha congelato i palinsesti che vanno da marzo a giugno, proprio nella parentesi utile per il voto.
Ma nel dibattito in Vigilanza, in un’aula deserta, non poteva mancare l’argomento Annozero, editoriale di Marco Travaglio e contraddittorio.
Butti non l’ha dimenticato, e l’ha inserito nel suo documento che, soltanto tra un paio di settimane, verrà  votato nella commissione presieduta da Sergio Zavoli e poi recepito dal Cda di viale Mazzini: “Quando la trasmissione prevede l’intervento di un opinionista a sostegno di una tesi, è indispensabile garantire uno spazio adeguato anche alla rappresentazione di altre sensibilità  culturali”.
Il testo del Partito democratico, relatore Fabrizio Morri, è (molto) più morbido e fa soltanto un riferimento ad Augusto Minzolini: “I direttori di rete e di testata devono evitare di rappresentare i propri giudizi personali o valutazioni che non siano improntati alla massima imparzialità  e obiettività ”.
Ieri in Rai e dintorni politici erano impegnati a polemizzare con Giovanni Floris che, a differenza di sempre, non ha passato in diretta la telefonata di Silvio Berlusconi, ma l’ha invitato in studio per martedì prossimo sul tema Ruby e per le inchieste della Procura di Milano.
L’accusa più significativa è arrivata dal consigliere di viale Mazzini in quota Pdl, anzi fedelissimo del premier, Antonio Verro: “È intollerabile che il conduttore di una trasmissione del servizio pubblico si permetta di decidere di non mandare in onda la telefonata del presidente del Consiglio”.
E Floris s’è difeso citando i precedenti, ovvero lunghi e incontenibili interventi senza rispondere alle domande: “Abbiamo pensato che fosse meglio fare così, visto come erano andate le cose le ultime volte che aveva chiamato, e visto che domenica scorsa lo avevamo invitato a partecipare alla puntata di ieri. Già  martedì potrà  venire a Ballarò per confrontarsi con noi e gli altri”.

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IL VERO “ORRORE” E’ ISOLARE I MAGISTRATI

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

ROBERTO SAVIANO RISPONDE A MARINA BERLUSCONI DOPO IL DISCORSO DELLO SCRITTORE TENUTO ALL’UNIVERSITA’ DI GENOVA, IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO DELLA LAUREA HONORIS CAUSA IN GIURISPRUDENZA DA PARTE DELL’ATENEO

Ho ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza, mi è stata conferita dall’Università  di Genova; è stata una giornata per me indimenticabile.
Credevo fosse fondamentale impostare la lezione, che viene chiesta ad ogni laureato, partendo proprio dall’importanza che il racconto della realtà  ha nell’affermazione del diritto.
Soprattutto quando il racconto descrive i poteri criminali.
Senza racconto non esiste diritto.
Proprio per questo ho voluto dedicare la laurea honoris causa ai magistrati Boccassini, Forno e Sangermano del pool di Milano.
Marina Berlusconi dichiara che le fa orrore che parlando di diritto si difenda un magistrato. Così facendo avrei rinnegato ciò per cui ho sempre proclamato di battermi.
Così dice, ma forse Marina Berlusconi non conosce la storia della lotta alle mafie, perchè difendere magistrati che da anni espongono loro stessi nel contrasto all’imprenditoria criminale del narcotraffico non vuol dire affatto rinnegare.
Non c’è contraddizione nel dedicare una laurea in Giurisprudenza a chi attraverso il diritto cerca di trovare spiegazioni a ciò che sta accadendo nel nostro Paese.
Mi avrebbe fatto piacere ascoltare nelle parole di un editore l’espressione “orrore” non verso di me, per una dedica di una laurea in Legge fatta ai magistrati.
Mi avrebbe fatto piacere che la parola “orrore” fosse stata spesa per tutti quegli episodi di corruzione e di criminalità  che da anni avvengono in questo paese, dalla strage di Castelvolturno sino alla conquista della ‘ndrine di molti affari in Lombardia.
Ma verso questi episodi è stato scelto invece il silenzio.
Orrore mi fa chi sta colpevolmente e coscientemente cercando di delegittimare e isolare coloro che in questi anni hanno contrastato più di ogni altro le mafie.
Ilda Boccassini, coordinatrice della Dda di Milano, ha chiuso le inchieste più importanti di sempre sulle mafie al Nord.
Pietro Forno è un pm che ha affrontato la difficile inchiesta sulla P2 ed ha permesso un salto di qualità  nelle indagini sugli abusi sessuali, abusi su minori.
Antonio Sangermano, il più giovane, ha un’esperienza passata da magistrato a Messina, recentemente ha coordinato un’inchiesta, una delle prime in Italia, sulle “smart drugs”, le nuove droghe.
Accusarli, isolari, delegittimarli, minacciare punizioni significa inevitabilmente indebolire la forza della magistratura in Italia, vuol dire togliere terreno al diritto.
Favorire le mafie.
È difficilissimo in questa fase storica italiana parlare al grande pubblico di come la parola possa contrastare un potere fatto di grandi capitali, di eversione, di forza militare, di grandi investimenti internazionali.
Ogni volta che mi trovo a parlare nelle università  piuttosto che in tv, c’è sempre dell’incredulità : come è possibile che lobby così potenti possano avere paura della parola?
In realtà  forse la dinamica è un po’ più complessa.
Non è la parola in sè, scritta, pronunciata, dichiarata, ripresa, quella che fa paura.
È la parola ascoltata, sono le persone che ascoltano e che fanno di quella parola le proprie parole.
È questo che incute timore alle organizzazioni criminali.
Paura che non riguarda semplicemente la repressione, loro la mettono in conto, come mettono in conto il carcere.
Ma quasi mai mettono in conto l’attenzione nazionale e internazionale.
Che poi significa semplicemente una cosa: significa dire che queste storie non riguardano solo gli addetti ai lavori, i politici locali, i magistrati, i cronisti, ma riguardano anche noi.
Quelle storie sono le nostre storie, quel problema è il nostro problema, e va risolto perchè è come risolvere la nostra stessa esistenza.
Raccontare è parte necessaria e fondamentale del diritto.
Non raccontare è come mettere in discussione il diritto.
Può sembrare un pensiero astratto ma quando si entra in conflitto con le organizzazioni, il loro potere, il loro modo di fare, allora si inizia a capire.
E si capisce perchè, non solo in Italia, c’è chi investe energie e interviene non sul racconto delle cose, ma su chi le racconta.
Come se il narratore fosse responsabile dei fatti che sta narrando.
Si invita per esempio a non raccontare l’emergenza rifiuti a Napoli per non delegittimare la città : quindi non sono i rifiuti che delegittimano la città  ma chi li racconta.
Se un problema non lo racconti, e soprattutto se non lo racconti in televisione, quel problema non esiste.
È una sorta di teoria dell’immateriale, ma in realtà  fa capire quanto sia fondamentale la necessità  di raccontare.
Non è una particolarità  italiana, dicevo. In Messico per esempio negli ultimi sei mesi sono stati ammazzati 59 giornalisti: ragazzi che avevano aperto dei blog, che avevano fondato delle radio, giornalisti delle testate più importanti.
Caduti per mano del narcotraffico, che è oggi il più potente del mondo e che ha deciso di impedire la comunicazione di quello che sta succedendo in Messico con una scelta totalitaria, nell’eliminazione sistematica di chiunque tenti non solo di raccontare.
Qualsiasi persona che inizi a raccontare diventa immediatamente un nemico, un pericolo perchè accende la luce, anche piccola, ma che può interessare.
Ricordo una persona che ho molto stimato, e avevo conosciuto quando decise di esprimermi solidarietà  nei momenti più difficili della mia vita: Christian Poveda.
Aveva deciso di andare in Salvador a raccontare la Mara Salvatrucha, potentissime bande di strada che controllano lo spaccio della coca.
Poveda li riprende con il loro consenso e ne fa un documentario dal titolo La vida loca, meravigliosamente tragico, forte perchè anche lì c’è quel principio: queste storie diventano le storie di tutti.
Ebbene Poveda con questo documentario comincia ad accendere luci ovunque, anche sui rapporti tra le Maras e la politica. Iniziano ad arrivare i giornalisti.
E il 20 settembre del 2009 sparano in testa a Christian, che muore in totale silenzio, sia in Italia che in Europa, lasciando in qualche modo una sorta di ormai fisiologica accettazione: hai scritto di queste cose, o meglio hai ripreso questo cose, non puoi che essere condannato.
Spesso la morte non è neanche la cosa peggiore.
Chi prende questa posizione, chi usa la parola per raccontare, per trasformare, paga un prezzo altissimo, nella delegittimazione, nell’isolamento e in quello che devono pagare i loro cari.
La poetessa russa Anna Achmatova vive il periodo della rivoluzione bolscevica, il regime la considera una dissidente, una sorta di scarto della società  del passato da modificare.
Il suo ex marito che è un grandissimo poeta, viene fucilato, bisognava indebolirla in tutti i modi.
Lei era già  diventata una poetessa di fama soprattutto in Francia, quindi era difficile toccarla senza dare un’immagine repressiva della Russia sovietica.
La prima cosa che fanno è cercare di spezzarle la schiena poetica: le arrestano il figlio.
Lei è disposta a scambiare la vita del figlio con la sua.
Non serve a molto, lui resta in carcere e lei racconta una scena bellissima: ogni mattina migliaia di donne si mettevano in fila davanti alle carceri sovietiche portando dei pacchi, spesso vuoti, soltanto per vedere l’espressione del secondino.
Se il secondino accettava il pacco significava che la persona, marito, figlio, fratello, padre, era viva.
Se non lo accettavano era stata fucilata.
Quando lei si presenta il secondino la riconosce: “Ma lei è Anna Achmatova”. Lei fa cenno di sì, e la persona che sta dietro: “Ma lei è una poetessa, quindi può raccontare tutto questo”.
Lì c’è una poetessa, piccola magra, devastata dai suoi drammi, che diventa all’improvviso la speranza.
I versi diventano la speranza: può raccontare, può far esistere, cioè può trasformare.
Mi sono sempre chiesto come si fa a vivere così, come hanno fatto queste persone a sopportare decenni di delegittimazione, per aver scritto poesie o anche solo delle canzoni. Come è successo a Miriam Makeba, a cui il governo bianco sudafricano ha inflitto trent’anni di esilio per il disco “Pata pata”, una canzone che racconta di una ragazza che vuole solo danzare, divertirsi, che vuole essere felice.
Ma questo fa paura, voler vivere meglio fa paura, Miriam Makeba fa paura.
E più canta nei teatri di tutto il mondo, più l’Africa intera si riconosce in quella canzone, che non parla di indipendenza, di lotta ai bianchi, ma di voglia di vivere e felicità .
Fin quando non arriva il governo Mandela che la richiama in Sudafrica.
È anche questa l’incredibile potenza della parola.
Per questo sono convinto che il racconto sia parte del diritto, non può esistere il diritto senza racconto.
Ma oggi, e non è solo la mia opinione, in Italia chi racconta ha paura.
Certo, siamo in una democrazia, non abbiamo a che fare con un regime, con le carceri. Non siamo in Cina.
Ma non si può negare che chiunque oggi decida di prendere in Italia una posizione critica contro il potere, contro il governo, rischia la delegittimazione, rischia di essere travolto dalla macchina del fango.
Quando accende il computer per iniziare a scrivere sa già  cosa gli può succedere.
La formula è scientifica e collaudata: “Se tu racconti quello che dai magistrati è considerato un mio crimine, io racconto il tuo privato. Tutti hanno scheletri nell’armadio, quindi meglio che abbassiate lo sguardo e molliate la presa”.
Ma per gli intellettuali raccontare è una necessità , comunque la si pensi.
E in queste ore il loro compito è quello di dire che non siamo tutti uguali, non facciamo tutti le stesse cose.
Certo, tutti abbiamo debolezze e contraddizioni, ma diverso è l’errore dal crimine, diversa è la corruzione dalla debolezza.
Mentre si cerca di far passare il concetto che siamo tutti “storti” per coprire le storture di qualcuno.
Oggi si parla molto di gossip e il gossip è rischioso, perchè lo si usa per nascondere i fatti emersi dalle inchieste e per dimostrare che “fanno tutti schifo”.
E il compito, ancora una volta, delle persone che ascoltano, che scrivono e che poi parlano, è quello di discernere, di capire, ovunque esse siano, con i figli a tavola, nei bar, comunque la pensino.
C’è una bellissima preghiera di Tommaso Moro: Dio aiutami ad avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, di sopportare le cose che non posso cambiare ma soprattutto dammi l’intelligenza per capire la differenza.
Questo è il momento in cui in noi possiamo trovare la forza di cambiare e comprendere finalmente che non dobbiamo credere che tutto quello che accade sia inevitabile e quindi soltanto sopportare.
Infine, dedico questa laurea e questa giornata, che ovviamente non dimenticherò per tutta la vita, a tre magistrati: alla Boccassini, a Forno e a Sangermano, che stanno vivendo, credo, giornate complicate solo per aver fatto il loro mestiere di giustizia.

Roberto Saviano

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IL PDL NON VA IN PIAZZA PER IL PREMIER: A MILANO CRESCE LA RIVOLTA DELLA BASE DEL PDL CONTRO BERLUSCONI

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

LA RUSSA E GELMINI HANNO DOVUTO RINUNCIARE AI BANCHETTI E AL VOLANTINAGGIO A SOSTEGNO DEL PREMIER PER MANCANZA DI MILITANTI…LA BASE CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA MINETTI, DELLA RONZULLI, DELLA ROSSI E DI PURICELLI…”LA MINETTI CI HA FATTO PERDERE 300.000   VOTI”: FORTE IMBARAZZO NEI CIELLINI

Ignazio La Russa e Mariastella Gelmini hanno dovuto ripiegare: niente banchetti nè volantinaggio in giro per Milano: i consiglieri di zona del Pdl si sono ribellati.
Più che una fronda interna si tratta della base lombarda del partito: Sara Giudice, figlia del socialista Vincenzo, il “noto estremista fascista” (come si definisce), Roberto Jonghi Lavarini e Fabrizio Henning, hanno lanciato una rivolta contro “i nani e le ballerine eletti nelle istituzioni”, raccogliendo oltre duemila adesioni e chiedendo le dimissioni dei consiglieri regionali lombardi Nicole Minetti e Giorgio Puricelli, della deputata Maria Rosaria Rossi e dell’europarlamentare Licia Ronzulli.
Tutti coinvolti nello scandalo dei festini ad Arcore e “con incarichi istituzionali e nomine”.
Giudice sintetizza la posizione degli oltre duemila firmatari. “Vogliamo essere i rottamatori del centrodestra, esigiamo pulizia nel partito; i vertici del Pdl accolgano la nostra richiesta e impongano a Minetti di dimettersi. Altrimenti dovremo recepire il messaggio: se i giovani che il partito vuole sono quelli come lei allora sono io che     non mi riconosco più nel partito”.
Giudice già  un anno fa aveva denunciato lo scandalo della candidatura di Minetti nel listino blindato di Roberto Formigoni.
“Se avevamo dei dubbi oggi quei dubbi sono divenuti certezze assolute”, spiega Jonghi Lavarini. “Le intercettazioni della Minetti non lasciano spazio a interpretazioni, è evidente il motivo per cui è stata messa in lista. Così come Ronzulli o a Roma sulla Rossi, tutti avevano perplessità  sulle candidature che uscivano dal cilindro di Berlusconi. Ronzulli addirittura una volta si presentò pretendendo di diventare coordinatore regionale del partito al posto della Gelmini, una vergogna”.
Dopo la pubblicazione delle intercettazioni risulta evidente quale sia il motivo dell’ascesa politica “di alcuni di loro”, prosegue Lavarini.
“Il problema è che se per la Minetti un pompino vale 300 euro, per noi la Minetti vale 300 mila voti in meno che regaliamo alla Lega”.
Ci sono, aggiunge, “posizioni indifendibili, se n’è accorto persino Lupi.
Lo ha riconosciuto anche Romano La Russa, in camera caritatis, così fan tutti; forse la Santanchè finge di non vedere la realtà , mentre Formigoni si è chiuso nel silenzio”.
Niente banchetti nè volantini a Milano, dunque: “Si deve fare pulizia, basta così”.

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BERLUSCONI NON SI FIDA PIU’ DEL PDL: “TANTI CINGUETTANO CON FINI”

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL   PREMIER TEME CHE I PM ABBIANO IN MANO ALTRE CARTE: MA SE AVESSE LA COSCIENZA A POSTO, PERCHE’ MAI DOVREBBE AVERE QUESTO TIMORE?… ATTACCA FINI PER LANCIARE UN MESSAGGIO AI SUOI: ATTENTI A NON TRADIRMI… MA SONO MOLTI I DEPUTATI IN ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME

Un attacco a freddo, apparentemente incomprensibile, quello portato ieri dal premier a Gianfranco Fini.
Con l’effetto di accendere un faro sul presidente della Camera, di renderlo di nuovo “l’antagonista”, in qualche modo restituendogli anche quella visibilità  un po’ appannata dopo la sconfitta del 14 dicembre.
E allora perchè?
“Fini ormai è un nemico, mi vuole morto, ed è bene – è la spiegazione del Cavaliere, riferita da chi ci ha parlato – che se lo ricordino tutti quanti. Anche tra i nostri vedo qualcuno che già  cinguetta con Fli”.
Il sospetto infatti è che alcuni, dentro il Pdl, non si stiano stracciando troppo le vesti per i guai del presidente del Consiglio.
Non lo stiano difendendo allo stremo, non ci stiano “mettendo la faccia”.
Magari pensando già  al “dopo”, immaginando scenari in cui la legislatura prosegue con il rientro di Fli in maggioranza.
Ma senza Berlusconi a palazzo Chigi.
Un timore acuito dalla voce, che gli è stata prontamente spifferata, di colloqui intercorsi tra alcuni suoi ministri con i finiani Andrea Ronchi e Pasquale Viespoli. Senza contare il disagio di Gianni Letta per le prese di posizione del mondo cattolico sullo scandalo Ruby o i dubbi di Giulio Tremonti, emersi nell’ultimo Consiglio dei ministri, sulla possibilità  di proseguire la legislatura senza avere più il controllo della commissione Bilancio.
Insomma, c’è un 38esimo parallelo sopra il quale futuristi e berlusconiani
hanno ripreso a incontrarsi, parlando di quello che potrebbe accadere se il Cavaliere dovesse schiantarsi.
E ci sono “troppi candidati a succedermi”, si lamenta l’interessato.
Con l’uscita di ieri, il premier ha fatto capire a tutti che non è questo il momento della diplomazia.
Anche perchè la convinzione di molti, tra gli uomini più vicini al premier, è che i magistrati di Milano abbiano in serbo dell’altro.
“Ci deve essere per forza un coniglio nel cilindro – ipotizza un esponente di governo del Pdl – altrimenti i pm sarebbero dei pazzi ad andare a uno scontro con quattro fregnacce sulle escort. Uscirà  fuori dell’altro”.
È anche la certezza del premier, del resto.
Convinto che quella ingaggiata dai pm contro di lui sia “una guerra dove non si faranno prigionieri”, uno scontro nel quale non verrà  applicata la convenzione di Ginevra.
La paura che “l’attacco al governo” non sia esaurito e che debba presto a tardi aggiungersi un nuovo capitolo fa il paio con il sospetto di “giochi torbidi” in corso da parte di “qualche batteria dei servizi segreti”.
Una paranoia alimentata da episodi come le “strane visite” di ignoti a casa di Gianfranco Rotondi o Saverio Romano.
O i mesi in cui, “mentre chi doveva vigilare è sembrato non accorgersi di nulla”, i cancelli di Arcore sono stati tenuti sotto sorveglianza.
“Mi chiedo se sia normale che il presidente del Consiglio – ha affermato ieri lo stesso Berlusconi, alzando il velo sulle ipotesi che in queste ore si affastellano ai piani alti del Pdl – sia sottoposto ad intercettazioni e spionaggio”.
In ogni caso, in attesa che la polvere si depositi e si comprenda meglio quali carte abbia effettivamente in mano la procura, Berlusconi si prepara al peggio. Fissando a metà  maggio la data di un possibile redde rationem elettorale. L’operazione di allargamento della maggioranza è stata messa in stand-by. “Eravamo a buon punto – riferisce chi c’ha lavorato per settimane – ma all’ultimo ci siamo fermati. Erano pronte alla Camera tre persone in più di quelle che poi hanno dato vita al gruppo dei responsabili.
E, se non ci fosse stata Ruby, sarebbero presto salite a sette”.
Anche la nascita del gruppo di responsabilità  al Senato è stato congelata. Sarebbe servito a riequilibrare i numeri nelle commissioni bicamerali, per il momento non se ne farà  nulla.
La ragione è che, se davvero i pm riusciranno a mettere nell’angolo Berlusconi, il Cavaliere intende difendersi nell’unico modo che conosce: andando alle elezioni anticipate.
E allora non serviranno deputati e senatori in soccorso del governo, anzi potrebbero risultare d’impaccio.
Perchè cadrebbe l’alibi per spingere Napolitano a sciogliere le Camere.
Anche lo slittamento del voto sul federalismo viene letto in questo luce.
Sarebbe infatti la Lega a provocare lo strappo, adducendo come pretesto proprio l’impossibilità  di condurre in porto la sua riforma.
“Inoltre – spiega uno dei registi del mancato allargamento – , se proprio si deve andare a votare, che senso ha imbarcare gente che poi vorrà  essere candidata nelle nostre liste?”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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