Maggio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
NEANCHE IL PD GENOVESE DIFENDE IL PINOTTI PARTY, CI PENSA IL BERLUSCONES LUSSANA, GRAN STRATEGA POLITICO (INFATTI A GENOVA IL PDL HA SEMPRE PERSO) ED ESPERTO GASTRONOMO
Peccato che l’edizione genovese de “Il Giornale”, che comprende qualche paginetta locale, oltre
a quelle nazionali, la leggano in pochi.
Se qualche politologo o esperto in comunicazione la analizzasse per almeno una settimana (di più sinceramente non avremmo il coraggio di chiedergli, come sacrificio rituale) potrebbe facilmente comprendere come mai Genova, a differenza di Bologna o di altre città dell’Emilia, della Toscana “rossa”o del Piemonte, vede il centrodestra in minoranza da decenni.
Il fatto stesso che il quotidiano diretto dal sig. Santanchè venda a Genova, nell’edizione del lunedì, giorno in cui è privo della cronaca locale, le stesse copie degli altri giorni, testimonia che i non certo numerosi lettori lo acquistano indipendentemente dalla sue pagine locali.
Che ci siano o meno, sarebbe la stessa cosa probabilmente. Il che non depone a favore della sua efficacia.
E qua sbagliano: perchè leggere soprattutto gli editoriali del caporedattore locale, Massimiliano Lussana, è estremamente interessante ed educativo, guai se non ci illuminasse ogni giorno con la sua visione strategica su come deve essere la destra genovese: perbene, berlusconiana e gastronomica.
Ovviamente da quando Fini è passato all’opposizione, la lista dei buoni è diminuita, mentre è aumentata quella dei politici da attaccare.
Ma Lussana è notoriamente uomo di mondo, ama avere buoni rapporti con (quasi) tutti e soprattutto con la sinistra locale, si compiace delle congratulazioni e dei riconoscimenti che gli vengono dai notabili del Pd.
Ogni tanto fa finta di litigare salvo poi riconciliarsi a tavola.
E’ cosi che volano via antipatie, contrasti e magari anche querele.
E a Lussana non poteva sfuggire la vicenda “No Pinotti, no party” e prendere due tramezzini con una fava: essere invitato dalla Pinotti al party e usufruire pertanto del servizio di lusso e bastonare i finiani che contestano la senatrice Pd per una festa sopra le righe, in un periodo di grave crisi occupazionale ed economica, in cui tante famiglie non arrivano a fine mese.
Scrive Lussana: “chi ha aderito in buona fede a Fli non poteva mai pensare che la sua forza moderata fosse arruolata per distribuire volantini contro un compleanno privato, pagato con soldi privati. Roba che nemmeno ai tempi delle contestazioni sessantottine sarebbe accaduta”.
Oddio che scandalo, madame…
Abituato a giustificare una destra che rincorre da venti anni i soliti beceri temi dei rom e degli immigrati, ad enfatizzare minuzie e quisquilie, a costui giunge forse difficile comprendere che un personaggio politico ha una veste pubblica quando vuole dare al suo compleanno una immagine mediatica?
Si informi Lussana sul motivo per cui è stata data pubblicità alla festa, con relativa lista di invitati e cornice di lusso.
Se Lussana ha ritenuto di ricamarci sopra solo ora, il motivo è un altro: si è reso conto che l’iniziativa ha avuto un impatto molto forte nell’opinione pubblica cittadina (e lo testimoniano le centinaia di persone che hanno espresso solidarietà a Fli).
Lussana evita così di dire due cose che la sua sensibilità giornalistica ha certamente captato: le critiche feroci che sono salite dalla base Pd , spiazzata di fronte all’immagine pubblica di una casta di sinistra che affitta location di lusso e da una destra sociale che contrappone precarie, disoccupate, emerginate, ragazze madri.
La seconda cosa è che la base Pdl sta con Fli in questa battaglia: si informi Lussana su quanti e qualificati esponenti del Pdl (e di partiti di sinistra) hanno sostenuto questa “beffa futurista”, congratulandosi in privato con gli organizzatori.
Ecco allora il motivo del patetico tentativo de Il Giornale di difendere la Pd Pinotti: “è stata una serata gradevole, molto sobria, senza eccessi e soprattutto lontanissima da sprechi e lussi. Certo, una magnum di spumante c’era ( una sola per 300 invitati? n.d.r.). Certo, la torta ai frutti di bosco era grande. Certo, le focacce al formaggio non sono mancate. Certo, prosciutti, formaggi e sfiziosità abbondavano” scrive Lussana.
Si dimentica magari di scrivere quanti fossero realmente gli invitati, quanti gli uomini della sicurezza privata ingaggiati, come fosse esclusiva la location….
Ma si spinge a garantire: “tranne che Roberta sia stata malignamente truffata dai signori del catering, che abbia speso trentamila euro per la festa è assolutamente impossibile”.
Poi pero ci ripensa :.”anche se ne avesse speso trecentomila o tre milioni di euro, non sarebbe questo il punto. Il punto centrale è che trovo sacrosanto scandalizzarsi per lo spreco di soldi pubblici, non per come uno usa i suoi, di soldi”
Infatti, Lussana, ognuno i suoi soldi li spende come crede.
Ma con che coerenza va poi in Tv a dire di voler rappresentare le precarie, le disoccupate, le famiglie in difficoltà ?
Come fa a dichiarare che qualsiasi famiglia con due stipendi avrebbe potuto permettersi una festa del genere?
Forse lei, che ha un stipendio da 15.000 euro al mese, con un marito direttore generale della Asl, non certo quelle di impiegati, operai e pensionati.
Chi si candida a sindaco deve avere una veste pubblica adeguata: se una
voleva che la sua festa rimanesse privata, perchè ha invitato i direttori dei quotidiani genovesi?
Perchè la cosa rimanesse riservata?
Ma ci faccia il piacere, direbbe Totò.
Alla festa della Pinotti la senatrice ha potuto scegliere tra 14 diversi tipi di divise da far indossare nell’occasione al personale di sala.
Che abbia chiesto il parere tecnico a qualche giornalista che di camerieri e di servizi se ne intende?
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Maggio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LA SCONFITTA AL PRIMO TURNO LA MORATTI HA MESSO SUL TAVOLO UN ALTRO MILIONE DI EURO PER LA RIMONTA…IL DETTAGLIO DEL DILUVIO DI QUATTRINI INVESTITI PER LA RICONFERMA A SINDACO, TRA FESTE, MANIFESTI, BANCHETTI, APPOGGIO ALLE LISTE COLLEGATE, SPAZI PUBBLICITARI
Cinque anni fa, per il suo debutto come candidata sindaco, Letizia Brichetto Arnaboldi dichiarò di aver speso, per la campagna elettorale, 3.642.900 euro. Una cifra più alta, invece, risultò tra le “erogazioni liberali” a partiti e enti depositate alla Camera: Gianmarco Moratti aveva donato 6.335.000 euro al comitato elettorale della moglie.
Quelle cifre, per quanto milionarie, oggi scolorano.
Soltanto in fatture ufficiali, entro lunedì prossimo, i Moratti e il Pdl avranno speso oltre quindici milioni.
Inutile fare calcoli, pensare cosa si potrebbe comprare con tutti quei soldi: finora non sono serviti ad assicurare la vittoria al primo turno.
Bilanci depositati alla mano, la seconda campagna elettorale di Letizia Moratti è già costata 7 milioni e mezzo, al netto del milione in più che si presume stia spendendo in questi giorni di feroce rincorsa del suo avversario Giuliano Pisapia. Il Pdl, partito di cui la Moratti ha preso la tessera, non è da meno: nel bilancio preventivo depositato per legge all’Albo pretorio, il partito ha dichiarato 3 milioni di spesa.
In più, per non sbagliare, ha aggiunto anche 500mila euro per la campagna elettorale nei consigli di zona cittadini: nove zone, 4.500.000 euro.
Soldi sprecati, si potrebbe dire: perchè il centrodestra ha perso in tutte le circoscrizioni.
Costa organizzare cene elettorali, inondare la città di maxi manifesti, comprare i gazebo con schermi al plasma e biliardini.
Nel preventivo – la Moratti l’ha depositato solo dopo Pisapia che, con l’intera coalizione, non superava il milione e mezzo – per la «produzione, l’acquisto o l’affitto di materiale e mezzi di propaganda» è iscritta la spesa di un milione.
Altri due sono serviti per distribuire questo materiale e per comprare spazi su radio, tv, giornali, cinema, teatri.
Con un milione e 350mila euro è stato pagato il «personale utilizzato e ogni prestazione o servizio inerente alla campagna»: dai comunicatori agli pseudo-volontari per i gazebo.
Letizia – anzi, Gianmarco – non ha però solo pagato la sua campagna elettorale di 4 milioni e mezzo ufficiali.
Ha pagato una cena elettorale per mille donne e ha finanziato le tre liste civiche che l’hanno sostenuta, con risultati in gran parte deludenti.
I “Giovani per Expo” hanno preventivato una spesa (che dovrà poi essere ritirata, fra un mese, con le fatture reali) di 970mila euro: la lista ha preso 1208 voti, come dire che convincere ogni elettore è costato 803 euro.
Fuori da queste cifre, per ammissione della stessa Moratti, è il libro patinato inviato a 600mila famiglie sui “Cento progetti realizzati” dalla giunta.
La tesoreria del Pdl, invece, dovrà saldare il conto della festa di fine campagna di otto giorni fa: 180mila euro per riempire via Dante di tavolate di cibo e bevande, con concerto di Ron, Meneguzzi e Scanu.
Ma tutto questo, come si è visto, non è bastato.
Ora servono nuovi sforzi. E nuovi, massicci investimenti.
Dopo il divorzio consensuale con la Sec, società di comunicazione vicina a Cl che non aveva condiviso la strategia della Moratti di accusare con falsità Pisapia, la Moratti ha rivoluto accanto a sè un vecchio amico, Paolo Glisenti (e il suo braccio destro Roberto Pesenti): per lui, si dice, niente assegno milionario, ma la promessa – visto che, comunque, la Moratti resta commissario di Expo – di un ritorno nel board dell’evento da cui si dovette dimettere per le troppe polemiche anche legate al suo presunto stipendio di 750mila euro l’anno (come consulente della Moratti in Comune, ha invece di certo preso di soldi pubblici 472.200 euro in tre anni).
Con un congedo dal suo incarico in Amsa è arrivato – e non gratis – per occuparsi del web un altro ex uomo della Moratti, Filippo De Bortoli.
Sta partendo, poi, la nuova tranche di affissioni, volantini, spot, che costerà all’incirca mezzo milione.
E per tentare di riempire le piazze – visti i precedenti poco lusinghieri – si cercano artisti disposti a mettere la faccia (a pagamento, s’intende) per concerti pro-Moratti.
Tre eventi con contorno di gadget e buffet, in tre periferie.
Costo stimato: 100, 150mila euro per ognuno.
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Maggio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
L’ASSEMBLEA NAZIONALE DEI FINIANI HA DIMOSTRATO CHE URSO E RONCHI RAPPRESENTANO SOLO SE STESSI…ORA RINVIANO IL RITORNO AL PDL PERCHE’ NON SANNO SE BERLUSCONI E’ ANCORA IN GRADO DI GARANTIRE LORO QUALCOSA E PER QUANTO TEMPO
Fuori il ‘pornoberlusconi’ dal centrodestra. 
E, soprattutto, ben venga — rapidamente, s’intende — la fine del Cavaliere.
È tutta colpa sua, del “grande inquinatore del centrodestra italiano”, dell’uomo che “disdegna la legalità alleandosi con una forza antinazionale come la Lega” e soprattutto, “che appoggia a Napoli un uomo di Cosentino inseguito dalla Procura per fatti di camorra” se la legislatura sta tramontando — e male — anzi — tempo.
Certo, ammette Fini, qualche errore è stato commesso, “ma io rivendico la strategia di un percorso avviato quando eravamo ancora nel Pdl e lo rialzerei anche oggi quel famoso dito; errori sì, ma la strategia era giusta.
C’è l’estremismo alla base del Pdl e della Lega; dietro Lettieri c’è l’ombra di Cosentino, non si può votare. Comunque, Berlusconi ha perso ma il governo arriverà alla fine della legislatura”.
Una triste considerazione che mal si concilia con un popolo finiano determinato a far fuori il Cavaliere e a costituirsi al più presto come forza politica “di governo”.
Che, però arranca e rischia di perdere ancora pezzi.
Ma respira la prospettiva di “una nuova primavera che avanza” e sente — almeno a detta di un Carmelo Briguglio in grande spolvero — che “la terza Repubblica è vicina e noi ci candidiamo a governarla”.
E se, per arrivare a questo più che ambizioso traguardo ci si dovrà turare il naso e votare i candidati di sinistra contro Berlusconi, ebbene si faccia: “Come si fa — si è chiesto, impunito, Gianmario Mariniello di Generazione Italia — a superare il berlusconismo votando i candidati di Berlusconi?”.
Già .
Ecco allora che dietro quelle “mani libere” ai prossimi ballottaggi, strategia peraltro già annunciata qualche giorno fa, ma ratificata ufficialmente dall’assemblea nazionale, si cela un disegno che punta dritto al cuore del Cavaliere; votare e far votare per Pisapia e De Magistris.
Insomma, Milano e Napoli valgon bene un voto al centrosinistra.
Berlusconi — è stato l’invito del capogruppo Benedetto Della Vedova — si dedichi alle sue passioni senili e lasci la politica”.
“Se avessi parenti a Milano — è stato il passaggio di Nino Strano, quello che festeggiò a mortadella e champagne la caduta del governo Prodi — mi verrebbe troppo difficile dir loro di votare Moratti”.
Perfino lui.
Che ha sdoganato Pisapia benedicendo persino la pazza idea “di trasformare Milano in capitale del turismo gay; San Francisco ne ha beneficiato, in fondo…”.
La linea è chiara. Perchè, incita Italo Bocchino sempre più a suo agio nei panni dell’incendiario, “Fli non farà mai la ruota di scorta del berlusconismo!”. Qualcuno, invece, ancora ci pensa. E medita di fare le valigie.
Doveva essere il gran giorno dell’addio di Adolfo Urso e Andrea Ronchi, il primo lusingato da fin troppo tempo dalle invitanti pressioni di La Russa e Gasparri, il secondo con tanta voglia di andarsene per una pruriginosa storia personale ancora non risolta e, comunque, in vista di un lauto compenso garantito da Berlusconi.
Già : ma Berlusconi è ancora in grado di garantire qualcosa?
E, semmai perdesse Milano, quale sarebbe la prospettiva di un doloroso ritorno a casa?
Ecco, ieri all’assemblea nazionale di Fli, residence di Ripetta stracolmo di tutto il gotha dei “neri” di un tempo, Urso e Ronchi sono rimasti tutto il tempo immobili tra la platea inneggiante le tonanti parole di Italo Bocchino sotto lo sguardo compiaciuto di un silente Gianfranco Fini.
Nessuna presa di posizione ufficiale, solo un “non ora ” come risposta alla ripetuta richiesta di fare una scelta definitiva e, soprattutto, apparentemente impermeabili alle critiche feroci che più che un oratore gli ha sparato addosso: “Stiamo sempre a parlare di falchi e colombe — ha ironizzato Fabio Granata — ma almeno chiudiamo una categoria, quella dei piccioni viaggiatori che vanno di qua e di là ”.
Solo al momento del voto della relazione di Italo Bocchino, Urso e Ronchi hanno lasciato la sala, saettati da sguardi torvi e da qualche fischio sommesso.
Se il Cavaliere non perderà Milano, subito dopo i ballottaggi, i due finiani lasceranno senza dubbio Fli, ma fino a quel momento Bocchino potrà parlare di “partito unito, pronto a essere determinante alle prossime elezioni; sconfitto Berlusconi a Milano, avremo una prateria davanti”.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
ORA ANCHE IL BANCHIERE PONZELLINI PRENDE LE DISTANZE DAL CARROCCIO IN CRISI DI IDENTITA’: “MAI VOTATO LEGA”…. ESASPERANDO IL CONFLITTO SOCIALE IN DIVERSI QUARTIERI POPOLARI, LA LEGA HA FINITO DI PAGARNE LO SCOTTO PROPRIO IN QUELLE ZONE… LA EVIDENTE INADEGUATEZZA DELLA SUA CLASSE DIRIGENTE
La notizia, a Milano, è che la Lega non sta facendo la campagna elettorale per il ballottaggio.
Deve essere altrove, ma dove?
I big si danno appuntamento nel fortino di via Bellerio, raggiungibile da Varese e Bergamo con la tangenziale nord, senza metter piede nella metropoli contesa dove nessuno di loro peraltro ha casa.
Zero comparsate televisive. Zero comizi programmati.
Solo cinque giorni dopo la breccia di Pisapia, il Carroccio fa atto di presenza appiccicando in giro dei manifesti-spauracchio su un’inverosimile Zingaropoli. Già gli appuntamenti centrali del 29 aprile e del 13 maggio scorsi, con un Bossi in tono minore e una Moratti in camicetta verde seta, avevano richiamato un pubblico inequivocabilmente scarso; confermando l’impressione che la reconquista di Palazzo Marino non fosse in cima alle aspirazioni del capo leghista.
Come spiegare altrimenti la testa di lista rinunciataria affidata a un giovane come Matteo Salvini, certo popolare fra gli ascoltatori di “Radio Padania” per le sue sparate contro i rom “peggio dei topi”, ma ben lontano da un profilo amministrativo, di governo?
Vero è che dai tempi lontani di Marco Formentini (sindaco) e di Giancarlo Pagliarini (ministro del Bilancio) Milano non ha più avuto un dirigente leghista di rilievo nazionale.
Proprio quest’ultimo, il vecchio Paglia, quando ha capito che Bossi accodaval a Lega alla Moratti, gli ha fatto il dispetto di candidarsi sindaco con una lista autonoma.
E ora, dopo aver goduto del voto disgiunto di almeno un migliaio di elettori leghisti, per il ballottaggio dice di aver già deciso: “La Moratti non è mica adatta a fare il sindaco”.
Se i big restano lontani, chiusi nella periferia di via Bellerio, chi presidia per conto di Bossi la Milano degli affari e dei danèe?
L’uomo a cu ila Lega delegava la sua rappresentanza nell’establishment ambrosiano, il banchiere Massimo Ponzellini, all’indomani della scoppola elettorale s’è fatto vedere alla Scala per il concerto di Daniel Barenboim, mal rasato e faccia scura.
Non sembra più nemmeno lui, forse perchè la vigilanza di Mario Draghi sta creando un sacco di grane alla sua Banca Popolare di Milano.
Aduso negli ultimi anni a ostentare la parentela col potente capo lumbard Giancarlo Giorgetti, ora il Ponzellini si affretta a dichiarare — ohibò — di non avere mai votato Lega.
E con fatalismo soggiunge: “Quando il vento cambia, chiniamo la testa”.
Rinfoderato il sogno di orientare la prossima successione di Giuseppe Guzzetti al vertice della Fondazione Cariplo, i dirigenti leghisti racconteranno forse ai nipotini quella serata di gala al Castello Sforzesco, era il 2 ottobre 2009, quando i potenti li omaggiavano e il vicepresidente dell’Unicredit, Fabrizio Palenzona, commise perfino l’ingenuità di presentarsi in cravatta verde alla prima del kolossal “Barbarossa”.
Chi se ne importa dello sperpero di denaro pubblico per la produzione del film, aggravato dal fiasco successivo ai botteghini: Milano pareva ai loro piedi. Tanto è vero che alle regionali del 2010 la Lega a Milano balzò al 14%.
Un voto d’opinione che seppero valorizzare grazie a un luogo comune mai verificato: il mito del Carroccio unico partito di massa radicato sul territorio.
Davvero? Pochi mesi dopo la serata della Lega superpotente al Castello Sforzesco, febbraio 2010, scoppiava la rivolta degli immigrati nel quartiere di via Padova.
Ma è proprio lì che verranno al pettine i nodi di un movimento nordista che ha dirottato su Roma i dirigenti più capaci, ignorando la crucialità di Milano.
Oggi te lo dicono sottovoce: “Se avessimo candidato Roberto Maroni a Palazzo Marino, invece di metterlo a capo del Viminale…”.
Fatto sta che drammatizzare le tensioni della società multietnica ha provocato una reazione ben diversa da quella attesa, fra i cittadini coinvolti in continue, inutili provocazioni.
L’ultima, lo scorso Natale, quando un dissennato assessore comunale cercò di vietare le luminarie d’auguri scritti nelle varie lingue degli immigrati.
Un sopruso cui si oppose lo stesso Matteo Salvini.
L’offesa recata a quartieri difficili dove operano però numerosi soggetti impegnati nell’integrazione, ha finito per punire gli imprenditori della paura: nei seggi di via Padova, via Adriano, via dei Transitila Legaha subito un tracollo di voti.
Così come nelle altre zone in cui ha esasperato lo scontro, intorno ai campi rom e ai centri sociali.
I risultati del voto comunale, con una flessione di quasi cinque punti percentuali rispetto alle regionali dell’anno scorso, confermano chela Legaa Milano è un partito d’opinione dall’elettorato molto fluttuante.
Un’esigua minoranza.
E’ vero che dispone di una base di militanti significativa, caratterizzata da un rapporto fideistico con i loro capi.
A orientarli, però, è una potente ideologia, non un modello di governo amministrativo.
“La base sta dove sto io”, si è vantato giovedì Umberto Bossi.
Ma non a caso per limitare le defezioni e motivare i suoi a votare la detestata Moratti, deve far ricorso alle solite trivialità in stile “zingaropoli” della cosiddetta, famigerata “pancia leghista”.
Col rischio di innescare un effetto perverso, sulle frequenze di “Radio Padania Libera”: l’emittente di via Bellerio, diretta da Matteo Salvini, che viene spacciata per termometro degli umori popolari.
Trasmette sfoghi xenofobi e lamentele antiromane, alimentando l’equivoco di una Milano molto distante da quella reale.
Col risultato di rendere impossibile alla Lega un’evoluzione moderata; tanto meno un rinnovamento dei suoi quadri milanesi, condannati all’agitazione e negati all’amministrazione. Irrimediabilmente minoritari.
Quando poi la realpolitik impone di sostenere la Moratti o di schierarsi con Berlusconi contro i giudici, giocoforza il mugugno dilaga finchè si spengono i microfoni e si censurano i blog.
La leggenda della “pancia leghista” spacciata per volontà popolare, diviene un racconto impossibile quando la realtà impone smentite evidenti: i costi e le tortuosità del federalismo; il crollo della diga anti-immigrati nel Mediterraneo; l’anacronismo delle proteste contro i festeggiamenti dell’Unità d’Italia.
Milano è sensibilissima nel cogliere le novità della storia, dalla rivoluzione araba alla nuova politica americana.
Per la prima volta la Lega avverte l’inadeguatezza del suo vocabolario, di più, la necessità di una revisione strategica.
Affiorano così, fra i militanti, le domande più scomode.
Ma Bossi è ancora lucido? Perchè dovremmo credere al talento politico del Trota e dei cortigiani? La lottizzazione delle cadreghe di sottogoverno non ci sta rendendo uguali agli altri partiti?
Per tacitare l’inquietudine, la risposta viene dilazionata al raduno di Pontida, domenica 19 giugno.
Come se di nuovo il rito comunitario e il discorso del capo, suggellati da un giuramento, potessero miracolosamente infondere l’armonia perduta.
Magari col favore della solitudine politica e dell’opposizione che fra i militanti esercitano un fascino nostalgico.
Mentre i dirigenti sanno benissimo che lasciare il governo, dopo dieci anni quasi ininterrotti, sarebbe molto costoso.
Il vero trauma che sta vivendo la Lega non è la perdita di una Milano che mai è stata sua, dove si muove con disagio, distante dagli oligarchi Pdl e ancor più dalla sindaca miliardaria. No.
La delusione cocente è scoprire che la decadenza di Berlusconi reca sventura anche ai suoi alleati.
Berlusconi consuma, dissipa il suo patrimonio di consensi, non lo trasferisce. Dal Castello Sforzesco a via Padova, risuona patetica quella voce rauca che da un quarto di secolo ripete “La Legace l’ha duro!”, esponendosi a crudeli verifiche.
Gli vogliono bene, proteggono la sua vecchiaia.
Ma Bossi sa di non poterli chiamare a raccolta in difesa della Moratti.
La Lega è altrove.
Gad Lerner
(da “La Repubblica“)
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Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile
OLTRE 300 INVITATI DELLA GENOVA BENE HANNO CELEBRATO I 50 ANNI DELLA SENATRICE PD NEL LUSSUOSO CONTESTO DI VILLA ROSETTA… FUORI VOLANTINAVANO LE DONNE FUTURISTE CON UNA DELEGAZIONE DI RAGAZZE MADRI, SENZA CASA, PRECARIE, DISOCCUPATE, EX TOSSICODIPENDENTI…. CLAMOROSO SUCCESSO DELLA MANIFESTAZIONE DI FLI: CENTINAIA DI PERSONE SOLIDALI CONTRO LA CASTA
“Oltre 300 invitati sono arrivati alla spicciolata a Villa Rosetta, lascito affidato all’Istituto Don
Orione a Mulinetti di Recco; ad accoglierli la senatrice Pd Roberta Pinotti, nonostante le polemiche seguite a questo suo raffinatissimo party per festeggiare i cinquant’anni.
Dentro la villa agenti della Digos e all’esterno body guard a controllare, lista degli invitati alla mano, gli ospiti.
Una decina, all’esterno, le persone disagiate che con la loro silenziosa presenza vogliono ricordare alla senatrice che esistono ragazze-madri senza casa, precari, disoccupati, giovani che tentano il recupero dalla droga o dopo avere conosciuto il carcere minorile.
Con loro Paola Cassinelli Del Guercio a testimoniare, per le donne del Fli, la situazione degli “ultimi”.
(da Levante News)
“Roberta Pinotti non ha proprio l’atteggiamento della regina della festa per i suoi 50 anni, celebrati nella nobile dimora di Villa Rosetta, a Mulinetti.
C’è quasi tutto il Pd, ma anche papabili per prossime nomine e poi un po’ tutte le cariche cittadine, dal presidente del porto a quasi tutti gli assessori regionali.
Dell’imminente corsa per le elezioni genoovesi nessuno parla.
Forse per la protesta che hanno inscenato le donne di Futuro e Libertà , l’argomento resta tabù.
Là fuori, oltre il cancello, Paola Del Guercio (ispirata al blitz nei giorni scorsi da un ex missino doc come Riccardo Fucile) insieme ad altre ragazze porge volantini agli invitati.
Dicono che un parlamentare del Pd offende i cittadini spendendo cosi tanti soldi per una festa.”
(da il Secolo XIX)
Sull’iniziativa di Fli torneremo in dettaglio, anche alla luce dell’incredibile successo che ha riscosso in città , con congratulazioni che arrivano da destra e da sinistra, ma soprattutto da tanti cittadini comuni.
L’amica Paola è stata sommersa da centinaia di sms, fermata per strada da tanti genovesi che volevano dirle: “finalmente una destra vera, diversa, che si occupa della povera gente”.
E tra chi si dichiara d’accordo ci sono anche esponenti politici del Pdl e del Pd, non diciamo altro.
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Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile
LA SORPRESA CHE AVREBBE DOVUTO RISERVARE BOSSI E’ LA SOLITA PATACCA LEGHISTA RICICLATA…IL SINDACO DI ROMA NON MOLLA I SUOI FEUDI, MENTRE FAMIGLIA CRISTIANA ATTACCA “L’ARROGANTE OCCUPAZIONE TELEVISIVA” DI BIN BERLUSCOKEN
E’ durata poco l’attesa per la sorpresa annunciata ieri da Roberto Calderoli per ribaltare il voto delle elezioni amministrative a Milano.
In un’intervista alla Padania il ministro leghista ha scoperto le carte svelando quelle che secondo il Carroccio saranno le novità in grado di confermare Letizia Moratti a sindaco del capoluogo lombardo.
Decentramento dei ministeri, riforma del fisco e Senato federale: ecco, afferma Calderoli, le “prossime mosse” del governo.
L’uscita di Calderoli ha fatto venire allo scoperto lo stesso Umberto Bossi. Decentrare alcuni ministeri a Milano e intervenire sulla pressione fiscale, secondo il leader del Carroccio, “sono tutte e due cose possibili”, certo è che “dobbiamo portare i ministeri a Milano e penso ne arriveranno due”.
Parole che dopo il disimpegno della prima fase della campagna elettorale fanno ora da prologo all’annuncio di una partecipazione in prima persona a sostegno di Letizia Moratti. “Sì, mi impegnerò contro Pisapia, perchè rischia di trasformare Milano in una zingaropoli”, ha affermato Bossi.
“Farò almeno un comizio”, ha precisato.
Il leader leghista è intervenuto anche sulle indiscrezioni sui possibili scenari futuri delal maggioranza. “Tremonti è molto amico di Berlusconi, non gli farebbe mai uno scherzo del genere, non accetterebbe”, ha sostenuto Bossi rispondendo alla domanda dei giornalisti se il ministro dell’Economia potrebbe sostuire Berlusconi nel ruolo di premier.
l clima all’interno del centrodestra resta comunque teso e la promessa di portare due ministeri da Roma a Milano sembra preludere a nuovi conflitti. L’annuncio di Bossi e Calderoli è stato subito bocciato come “telenovela” dal sindaco della capitale Gianni Alemanno.
“Ribadisco che sono pure balle – ha tagliato corto Alemanno – i ministeri da Roma non si muovono. La Lega può fare tutti gli annunci che vuole ma Roma è capitale secondo la Costituzione e tutti i ministeri e le agenzie che hanno sede a Roma non si spostano e il Pdl – e lo stesso premier – sono garanti di questa situazione”.
Intanto anche il settimanale cattolico Famiglia Cristiana esprime oggi tutta la sua indignazione per l’occupazione televisiva compiuta l’altra sera da Silvio Berlusconi. Ieri, scrive in un editoriale sul suo sito internet il periodico, “sono state scritte due brutte pagine: una da un primo ministro e proprietario di televisioni che si arroga prerogative inaccessibili agli avversari politici; l’altra da un giornalismo tv che non tiene dritta la schiena ma si genuflette”.
Se già il titolo del commento rivela gli umori del giornale (“L’arroganza a reti unificate”), il testo scritto da Giorgio Vecchiato è ancora più duro.
Sulle “cinque interviste in un colpo solo” Vecchiato osserva che “è stato lui a imporle. Un primo pacchetto ai tre tg di mediaset, che sono cosa sua sebbene Berlusconi sostenga da sempre di non interessarsi alle sue aziende, almeno in prima persona.
Evidentemente ci sono altre persone cui basta ricevere una telefonata, pronte a obbedir tacendo. Poi i due maggiori tg della Rai, primo e secondo: e qui il discorso, già parecchio delicato, ulteriormente si complica”.
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Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile
SONO BEN 10 LE MOSCHEE SORTE A MILANO DA QUANDO GOVERNANO PDL E LEGA: CHI VOGLIONO PRENDERE PER I FONDELLI?…HANNO VOTATO UN ANNO FA UN EMENDAMENTO DI RIFONDAZIONE COMUNISTA CHE HA INTRODOTTO GIUSTAMENTE i LUOGHI DI CULTO PER TUTTE LE RELIGIONI E ORA SPARANO AI PASSERI?
“Garanzia di luoghi di culto per tutte le religioni rappresentate in città , di ogni culto”. 
L’impegno non è estrapolato dal programma di Giuliano Pisapia, che secondo la Lega in spolvero celodurista vorrebbe riempire Milano di minareti, ma dal Pgt firmato Letizia Moratti e approvato dalla maggioranza in Comune.
Che, con due emendamenti approvati dalla maggioranza nel giugno 2010, prevede la realizzazione delle moschee e anche “le aree di sosta per i nomadi”.
Il consigliere del Carroccio, Matteo Salvini, era assente alla votazione ufficialmente perchè impegnato nel suo incarico di europarlamentare o comunque non ha avuto il coraggio di esprimere il suo dissenso, squagliandosi.
Gli sarà sfuggito il Pgt voluto dalla maggioranza di cui ha fatto parte per cinque anni, tanto da essersi guadagnato la poltrona di vicesindaco in caso di vittoria della Moratti.
Va detto: Salvini ha spesso criticato le decisioni della giunta, come su Ecopass.
Salvo però allinearsi allegramente.
“Ma ero da solo”, ripete.
Come se uno anche da solo non potesse votare contro.
In realtà al momento l’unico confermato sarebbe ancora Salvini, con le 8913 preferenze, gli altri sei consiglieri di cui parla gli sono stati garantiti da Moratti: in caso di vittoria il premio di maggioranza sarà spartito anche con il Carroccio.
Così Salvini si impegna in una campagna elettorale dagli antichi toni belligeranti che ricorda quella di dieci anni fa, quando i vari Borghezio giravano per Milano gridando “Bastoni a Palazzo Marino”.
Uno slogan studiato per il candidato consigliere Massimiliano Bastoni che però non ha mai avuto grande fortuna: lunedì ha conquistato appena 602 voti.
Ed è il secondo più votato dopo Salvini.
Visti i “risultati” è difficile immaginare che il Pdl sia disposto a lasciare posti in consiglio, considerato che 600 voti li ha presi il 31esimo candidato della lista. Ma in campagna elettorale è lecito dire di tutto.
Soprattutto se il candidato sindaco che si sponsorizza deve recuperare sette punti di distacco dall’avversario in due settimane.
Si spara su Pisapia. E sul suo programma.
“Trasformeranno Milano in una zingaropoli”, è l’accusa più gettonata.
Ma anche “Pisapia vuole costruire la moschea più grande d’Europa” piace molto, tanto che persino Silvio Berlusconi, nella maratona televisiva serale (cinque tg diversi: Studio Aperto, Tg4, Tg5, Tg1 e Tg2), lo dice: “La sinistra prevede la costruzione di una grande moschea”.
Ignorando però che a Milano di moschee ce ne sono già dieci, abusive e non. Tutte sorte in questi anni in cui il comune è stato guidato proprio dal centrodestra.
Da viale Jenner a via Padova, poi Cascina Gobba, via Quaranta, via Stadera, via Meda e altre.
Luoghi di culto. Indispensabili in una città che aspira a tornare a essere una metropoli europea, tanto che la giunta di Letizia Moratti ha dovuto far fronte al problema e ha inserito nel Pgt la “garanzia di costruire luoghi di culto per tutte le religioni rappresentate in città ”.
Approvato dal consiglio.
Così come approvati dalla maggioranza due emendamenti al testo che hanno specificato come la garanzia è “per ogni culto”.
Così a Milano oggi è riconosciuto il diritto per tutte le religioni di richiedere aree dove poter realizzare i propri luoghi di culto.
Un Pgt fortemente voluto da Carlo Masseroli, assessore ciellino della giunta morattiana. In pieno accordo con il sindaco e con la maggioranza.
Eppure i manifesti della Lega recitano “Milano zingaropoli con Pisapia, più campi nomadi e la più grande moschea d’Europa”.
Il candidato del centrosinistra ovviamente smentisce e smaschera per primo il giochino della maggioranza: “Mi accusano di voler prevedere una struttura multiculturale e multietnica dicendo che comporterebbe decine di moschee, la zingaropoli; ma dovrebbero considerare quanta credibilità ha questa affermazione. Bossi e tanti elettori della Lega non sanno che il centro multiculturale è già previsto dal piano di governo del territorio approvato dal centrodestra”.
Nel dettaglio entra Pierfrancesco Maran, consigliere uscente del Pd e riconfermato con 3530 preferenze. “In occasione dell’adozione del Pgt, nel luglio del 2010, il consiglio con una votazione bipartisan aveva introdotto le innovazioni sul diritto ai luoghi di culto. E, sempre il consiglio comunale, a maggioranza, questa volta con il solo voto del centrodestra e di Letizia Moratti, aveva poi approvato l’intero Piano. Se Letizia Moratti ha cambiato idea deve proporre una modifica, cioè una variazione, del suo Pgt, intervenendo contro se stessa”.
La Lega fa finta di nulla.
Igor Iezzi, segretario provinciale e candidato consigliere comunale sconfitto con appena 363 voti, ribatte che il Pgt “è stato approvato in Consiglio comunale senza il nostro voto”.
Il determinante voto leghista?
Se ci fosse stato l’eurodeputato Salvini il Pgt mica sarebbe stato approvato.
Il pallista non ha neanche avuto il coraggio di essere presente e votare contro, figurarsi…
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Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile
GRAZIE A QUESTO RUOLO DI BARZELLETTIERE STA SALENDO NELLE PREFERENZE DEL PREMIER, NOTO UTILIZZATORE FINALE… PETTINATURA DA PARROCO E BLAZER DA YACHTMAN SEMBRA ARRIVATO DA “LA SAI L’ULTIMA?” DIRETTAMENTE A MONTECITORIO
Il gioviale Giorgio Stracquadanio deputatissimo Pdl è un collezionista e questo non depone granchè: spesso i collezionisti sono vittime di ossessioni. Stracquadanio, però, ha occupato una postazione fino a poco fa inedita: quella di porta-barzellette, nel senso che le va raccogliendo.
Non per se stesso, ma per interposta persona.
L’utilizzatore finale è lui, il grande Capo Silvio.
Non che il premier l’abbia mai investito ufficialmente dell’incarico, ma la cosa è nota negli ambienti che contano (quelli dei barzellettieri): il prestigioso incarico Stracquadanio, à§a va sans dire, se lo è straguadagnato.
Ora il ridanciano deputato, pettinatura da parroco, guardaroba da yachtman, blazer marinari, oro da tutti i bottoni (giusto: a Montecitorio non si passeggia forse in Transatlantico?) è incappato in una nuova gustosa storiella.
Che gioia per Berlusconi, Stracquadanio dovrebbe essere una Pasqua! Invece, tentenna dopo l’indignazione suscitata dall’elegante barzelletta sulla mela (al sapor di… abbiamo tutti saputo di cosa) di cui è l’orgoglioso fornitore. La neo gag, a quanto pare, sarebbe terribile e quindi il Cavaliere ne andrebbe ghiotto, pronto a raccontarla pure in Consiglio europeo.
Rispetto a questa, la mela e dintorni sarebbe quasi adatta a Biancaneve, esperta del ramo, nel senso del frutto.
Il potere ha sempre creato nuovi mestieri e nuove mansioni.
Il Cavaliere gran raccontatore e inventore della militanza della barzelletta ha bisogno di un fornitore di materia prima e fresca.
Un tempo, quando la politica non era show, c’erano figure più arcaiche.
C’era lo spazzolatore di forfora (accompagnava il doge bianco Carlo Bernini). Il giocatore di spizzichino (variante del tresette caro a Ciriaco De Mita). Il segretario sommelier (Enrico Manca andava pazzo per il bicchierino di porto). Oggi Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia con psicosi dell’avvelenamento, gira con l’assaggiatore, manco fosse un Borgia, una maharani, o Alì Babà .
Il porta-barzellette è ruolo nuovo e di spicco nella filologia comunicativa del Cavaliere, uomo di spettacolo e avanspettacolo, prima di tutto.
E gli argomenti delle barzellette esprimono bene le metamorfosi e le evoluzioni del rapporto con la pancia del suo popolo, con le istituzioni, con la percezione di poter alzare il tiro. In principio, il filone preferito era napoleonico.
Poi, dalle storielle in cui Dio era suo vice e Gianni Letta girava il mondo per mausolei e santi sepolcri all’altezza, lui risorgeva e via così con miracoli di ogni tipo – altro che padre Pio – si è arrivati al simpatico genere da osteria.
Ora Stracquadanio vive in uno stato di beatitudine.
Dopo una performance in cui ha dato in escandescenze ad “Annozero” ma che secondo lui ha spezzato il gioco di Santoro (prima di andarci, ha studiato tutte le puntate precedenti), ha ricevuto una telefonata di Berlusconi: “Sei stato bravissimo”, gli ha detto.
Per paura di spezzare l’incanto in cui si trova, esita, dopo il fattaccio della mela, a riportare al premier la nuova scabrosissima barzelletta.
L’ha sottoposta come test a varie persone: ululando lo hanno pregato di interrompere il racconto: “E’ quasi da crisi di governo”.
Il barzellettiere di gran rango deve anche saper usare il pudore preventivo.
Denise Pardo
(da “L’Espresso“)
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Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile
LO SMARRIMENTO DELLA DESTRA…. LE ANALOGIE TRA LA VITTORIA DI FINI AL PRIMO TURNO A ROMA NEL 1993 E QUELLA ATTUALE DI PISAPIA A MILANO…LA CERTIFICAZIONE DELLA DISPERAZIONE DI CHI METTE IN ATTO LA CACCIA ALLE STREGHE
Lo stato confusionale in cui è precipitato il centrodestra dopo la vittoria di Pisapia a Milano, ex
Berluscoland, è del tutto comprensibile, così come l’afasia del Cavaliere.
Meno logico lo smarrimento della destra dentro e fuori al Pdl, perchè la destra un evento così lo ha già visto e dovrebbe essere capace di riconoscerlo. Successe nel ’93.
Allora l’outsider che stupì tutti con il successo al primo turno era Gianfranco Fini. E il potere che si sgretolò tra il primo e il secondo turno a Roma fu quello della Democrazia cristiana, assai più antico e radicato di quello del patron del Milan.
In molti hanno rimosso il fatto che il famoso endorsement berlusconiano in favore di Fini arrivò dopo la vittoria al primo turno, quando un Cavaliere sicuramente più giovane e intuitivo fiutò l’aria di disfacimento della Balena Bianca.
Le stesse, identiche accuse su cui oggi il Pdl imbastisce la sua campagna contro Pisapia — amico dei violenti e dei centri sociali, ex-estremista convertito al doppiopetto — erano all’epoca rivolte ai missini, giudicati dal sistema di potere del tutto impresentabili in un contesto democratico.
E lo stesso slogan che oggi i milanesi hanno visto su tutti i muri sopra al simbolo del Pdl (“Non lasciamo la nostra città in mano alla sinistra”) all’epoca impiastrava la Capitale, tale e quale ma rovesciato di segno: “Non lasciamo la nostra città in mano alla destra”.
Oggi come ieri, una strategia risibile e di retroguardia, che anzichè creare improbabili mobilitazioni contro i “nuovi barbari” certifica la disperazione di chi l’ha messa in atto.
E allora è davvero singolare che la destra non riconosca il dèjà vu che si sta dipanando sotto i suoi occhi.
Possibile che i La Russa, gli Alemanno, gli Storace, i Matteoli, i Ronchi, che quella stagione l’hanno vissuta da protagonisti, non ne annusino la simmetria con l’attuale?
Possibile che non vedano le analogie tra il crollo dell’impero democristiano e la rapidissima decadenza del berlusconismo?
Possibile che gli sfugga la nemesi del “fuori casta” Giuliano Pisapia arrivato a chiudere il ciclo dell’ex fuori casta Silvio Berlusconi?
Al di là degli esiti del ballottaggio, c’è una frana sociale e culturale mai evidente come adesso, che passa persino per gli ascolti televisivi, uno dei termometri più osservati in questi anni di videocrazia: il crollo del tg di Minzolini, lo scarso successo della striscia di Ferrara, il disastro del programma di Sgarbi ci dicono che il milieu berlusconiano ha smesso di essere attrattivo persino per l’elettorato che ancora segue il Cavaliere.
Non ascoltano, non guardano, non sentono?
Forse è vero, come ha scritto ieri Marco Tarchi sul Foglio, che il limite di Gianfranco Fini e dei finiani in questa fase è “non saper accoppiare la spregiudicatezza tattica e il senso dell’opportunità , che per un politico di professione sono doti importanti, alla sagacia strategica”.
Ma il resto della destra, quella che da mesi immagina una “fase due” del Cavaliere fondata a turno sul miraggio delle riforme economiche o del rilancio delle grandi opere, sui Responsabili o sulla riconquista del voto cattolico tramite il testamento biologico comincia a somigliare alle classi dirigenti scudocrociate che nei primi otto mesi del ’93 credevano di tenere insieme la baracca dando pieni poteri a Mino Martinazzoli, rilanciando la polemica anticomunista e alzando i toni contro i complotti della magistratura.
Insomma, il berlusconismo “muore democristiano” trascinando con sè chi avrebbe in teoria la sensibilità e gli anticorpi per capire ciò che sta accadendo, con due significative differenze rispetto al ’93.
La prima è che nè da Casalecchio di Reno nè da altri centri commerciali arriveranno endorsement “rivoluzionari” a suggerire possibili soluzioni alla crisi.
La seconda è che non si potrà rubricare questo finale di stagione sotto la voce del “golpe giudiziario”, come si è fatto venticinque anni fa azzerando l’analisi sul fallimento della Prima Repubblica in favore della sbrigativa lettura sulla “manovra dei pm”, visto che stavolta sono stati gli elettori a punire con un verdetto chiarissimo un sistema di potere orgogliosamente impermeabile ai cosiddetti attacchi della magistratura.
Così, a differenza che in passato, toccherà alla politica immaginare e costruire i nuovi scenari, ammesso che ne sia ancora capace dopo un ventennio di animazione sospesa.
Incrociamo le dita.
Flavia Perina
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