Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NEI PIANI DEL GOVERNO UN TAGLIO DI 486 MILIONI DI EURO PER LE SPESE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, PARI AL 16,7%
La linea di Mario Monti sui costi della politica è già tracciata.
Ne ha dato un assaggio a fine anno con una circolare molto severa inviata a tutta la pubblica amministrazione con la lista dei numerosi tagli da adottare, dalle missioni delle strutture pubbliche alle auto blu.
Ma in attesa delle decisioni che prenderà il Parlamento su se stesso, e cioè sugli stipendi di deputati e senatori, tema che Palazzo Chigi «non può» affrontare direttamente, arriveranno presto altri segnali «pesanti» su tutto il resto della macchina statale, là dove invece il presidente del Consiglio «può» e «vuole» intervenire.
E lo farà già nei prossimi giorni, per dare il segnale che l’argomento gli interessa, eccome, e che se invece gli altri, intesi come parlamentari, non prenderanno misure ritenute adeguate, lui invece partirà subito con le forbici per aggiustare in fretta alcuni disequilibri.
Prima di tutto gli stipendi dei manager di Stato e degli alti dirigenti del pubblico impiego, a partire da quelle cariche che arrivano a produrre emolumenti da capogiro, ben più alti di quelli dei parlamentari, per non parlare delle rispettive liquidazioni.
È in gran parte pensando a questa voce di spesa, che era stata già discussa e ipotizzata per la manovra di fine anno, che il premier ha detto ieri al Sole 24 Ore che «prenderà presto misure forti».
Anche perchè non cessa mai di ricordare che alcuni suoi ministri, che presentavano cumuli di retribuzione, hanno già provveduto a rinunciarvi.
A dar man forte all’azione di governo sarà la commissione Giovannini sugli stessi costi della politica che non ha terminato il suo lavoro di comparazione con le retribuzioni degli altri Paesi europei: dopo le anticipazioni di fine anno sui parlamentari, continuerà il suo lavoro nei prossimi mesi concentrandosi su numerosi enti e uffici pubblici e non solo su Camera e Senato.
Il secondo segnale che intende inviare Palazzo Chigi sul fronte dei costi della politica è quello del rigore interno alla publica amministrazione.
E anche della severità .
Perchè ai responsabili dei vari ministeri non è sfuggito un passaggio fondamentale di quel testo del 30 dicembre, firmato da Monti come ministro dell’Economia ad interim.
E cioè che il ministero «vigilerà sull’osservanza da parte degli enti delle direttive governative che mirano al contenimento e al monitoraggio della spesa pubblica, segnalando eventuali inadempimenti ai competenti uffici del ministero».
In altre parole, ci sarà una commissione di controllo della spesa di ogni dicastero che avrà il compito di «segnalare» chi non rispetta le regole.
Dopodichè si potrebbe anche passare alle sanzioni.
La lista, lunga 36 pagine, degli impegni da rispettare «per la riduzione delle spese diverse da quelle obbligatorie e inderogabili» va dalla stretta sugli incarichi onorifici (gettone di presenza al massimo di 30 euro), fino ad una diminuzione dell’80 per cento delle spese per relazioni pubbliche e convegni e alla riduzione delle missioni e delle auto-blu (il cui censimento terminerà il 20 gennaio).
Il terzo capitolo riguarda gli affitti della pubblica amministrazione.
Si tratta di circa un miliardo di spesa l’anno.
L’idea è quella di trasferire gli uffici pubblici che non risiedono in immobili dello Stato in strutture appartenenti al Demanio (ad esempio le caserme dismesse). È vero che si tratta di un’operazione complessa e che porterebbe a benefici concreti solo dopo tre-quattro anni (a causa del trasloco tecnico e umano da realizzare), ma se finora non è stata fatta è per controindicazioni politico-elettorali (per le reazioni di chi sarebbe oggetto del provvedimento).
Un governo tecnico potrebbe invece farcela.
Quarta voce, quella legata all’abolizione delle Province: per ora è stata, di fatto, bloccata, ma la Presidenza del Consiglio intende effettuare ulteriori controlli sui risparmi effettivi dell’operazione e riaprire, in tempi brevi, il discorso con le parti interessate.
Resta congelato al momento anche l’assetto della Protezione Civile. Anche su questa struttura si intende operare una verifica dei costi, pure se non necessariamente con il passaggio alle dipendenze del Viminale, ipotizzato all’inizio del governo Monti.
Infine Palazzo Chigi: lo spending review di quest’anno fissa le spese a 2 miliardi e 413 milioni di euro, vale a dire 486,8 milioni in meno rispetto all’anno scorso: un meno 16,7 per cento che Mario Monti vuole far valere di fronte alle inevitabili resistenze che potrà incontrare la sua riforma in non pochi settori della complessa macchina statale.
Roberto Zuccolini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
IL TASSO DI OCCUPAZIONE DELLE DONNE SENZA FIGLI IN ITALIA TRA I 25 E I 54 ANNI E’ PARI AL 63,9%: LA MEDIA UE E’ DEL 75,8%….IL TASSO DELLE DONNE OCCUPATE E’ TRA I PIU’ BASSI D’EUROPA: PEGGIO DI NOI FA SOLO MALTA
Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i
54 anni è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%. “Una differenza che si fa abissale – dice Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis – quando si parla di giovani e donne”
Anno nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che per occupazione, retribuzione e condizione femminile l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda.
Lo dice l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.
Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania il tasso, per la stessa fascia di età , è dell’81,8%. Malta è ferma al 56,6%.
“Siamo un paese così tradizionalista e ingessato”, sospira Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis.
“Troppo lontano dagli obiettivi europei”.
E la lontananza diviene abissale quando “si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene geolocalizzato al Sud e nelle isole. Lo ricorda l’Istat proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle ragazze è in cerca di occupazione.
Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%.
Alla fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al 46,7% per le sole donne.
Anche la Grecia è sopra di noi, con il suo 48,1%. E la disoccupazione? In Italia il totale del primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli uomini, 9% per le donne.
Al netto del lavoro nero.
Non solo: una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi. “Dipende dai contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti interni sì”.
La parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore di lavoro una valvola di flessibilità in caso di necessità di ridimensionamento dell’attività produttiva”, dice la sociologa. Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”, per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità ”.
“E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”.
È il “clou della discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani, sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno tamponato gli ammortizzatori sociali”.
Eppure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 aveva già posto come obiettivo quello di aumentare il tasso di occupazione globale dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più del 60% entro il 2010.
Una percentuale che vorrebbe dire un aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà dei figli passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo virtuoso di imprenditoria e occupazione, con l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione femminile italiana.
Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto nelle attività di cura costituisce un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del 14,3%.
In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie: dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi a bassa fertilità .
Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del lieto evento.
“Ci siamo lasciati alle spalle i tristi episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo numero di anni”, racconta Carla Collicelli.
Ma oggi “la donna con contratto atipico si trova in una condizione altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà per maternità difficilmente potrà riprendere il proprio posto in seguito”.
In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di molte scuole materne permette all’occupazione femminile di rimanere invariata in caso di uno o due figli.
“Da noi invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su una sanità nella media che comincia a scricchiolare con liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la sociologa. Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.
In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico.
In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”.
In alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono due.
Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono guai”.
Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O meglio: figlie, mogli, sorelle.
“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di applicare criteri di proporzionalità di genere rispetto alla composizione della categoria”. D’altro canto era il 1932 quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora oggi, “sono tutti uomini, e in età avanzata”, dice la vice direttrice del Censis.
Angela Gennaro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
FINO AL 19 GIUGNO LO STIPENDIO ANDRA’ AL FISCO
Un’altra lunga settimana di lavoro. Da dedicare, ahimè, interamente al Fisco.
Eh sì, quest’anno dovremo faticare sette giorni in più rispetto al 2011 per pagare tasse e contributi.
Colpa delle manovre – estive ed invernali, non fa molta differenza – richieste dall’Unione Europea per cercare di tamponare il nostro deficit.
E, soprattutto, la crisi dei debiti sovrani.
Agli italiani, lo sappiamo, è stato chiesto un grosso sacrificio.
Ma solo rapportando le maggiori tasse introdotte nei mesi scorsi ai giorni di lavoro necessari per pagarle, questo sacrificio emerge ora con tutta la sua evidenza.
Nel 2012 un quadro, o un impiegato con un buon stipendio (47.216 euro lordi) – scelto dal 1990 dal Corriere della Sera come contribuente tipo per determinare il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale – dovrà lavorare fino al 19 giugno per sfamare l’appetito di Erario, comuni ed enti previdenziali.
E solo dal 20 giugno potrà , finalmente, cominciare a guadagnare per se stesso e per la sua famiglia.
Fanno 171 giorni di schiavitù fiscale. Nel 2011 la corvèe finiva il 14 giugno (il 2012 è bisestile, quindi lo spostamento in avanti del traguardo è di sette giorni).
Quattro giorni di schiavitù tributaria in più, invece, per l’altro contribuente, un operaio con moglie e figlio a carico, che, avendo un reddito inferiore (23.649 euro), potrà festeggiare il suo Tax Freedom Day il 14 maggio.
L’anno scorso poteva brindare alla liberazione già l’11 maggio. (L’amaro 2012-Guarda il grafico)
Anno nuovo, elaborazione nuova.
Il Tax Freedom Day ha cambiato faccia.
Il modello inventato nel 1990, infatti, non era più adatto a registrare i profondi cambiamenti subiti dal nostro sistema fiscale.
E, soprattutto, quelli registrati negli ultimi mesi con un netto aumento delle imposte indirette (Iva) e di quelle sui beni (Imu, patrimoniale sugli investimenti finanziari).
A cui avrebbe dovuto accompagnarsi una riduzione del carico fiscale sul lavoro e quindi delle imposte sui redditi.
Ma questi sgravi non si sono finora visti. Speriamo, anche su questo fronte in una fase 2. Mentre in passato il focus dell’elaborazione era basato sul singolo contribuente, e sulla sua borsa della spesa, ora si cercherà di evidenziare piuttosto la dinamica delle singole imposte: l’Iva, le accise, le patrimoniali. Inoltre si è dato maggiore peso, per quanto riguarda i consumi, ai dati medi italiani.
Ne è uscito un miglioramento della situazione dell’impiegato.
Basti pensare che, se si fosse utilizzato il vecchio criterio, il Tax Freedom Day sarebbe arrivato il 30 giugno, praticamente a metà anno.
Anche in questo caso lo slittamento in avanti sarebbe stato comunque di sette giorni, il che evidenzia la bontà del nostro modello.
Con la nuova elaborazione l’ormai insostenibile pesantezza del Fisco emerge, comunque, con tutta evidenza: 171 giorni di lavoro su 366 equivalgono a una pressione tributaria del 46,7%.
Quindi molto più alta della media.
Per l’operaio, invece, la nuova modalità di calcolo è addirittura peggiorativa. Ma vediamo ora l’identikit dei nostri due contribuenti tipo.
Il quadro ha moglie e un figlio a carico, abita in una casa di sua proprietà con rendita catastale di 1.100 euro (pari alla media della rendita delle abitazioni A2 di tipo civile della provincia di Milano).
Per il calcolo dell’addizionale regionale Irpef si è applicata quella della Regione Lombardia, mentre per quella comunale si è utilizzata l’aliquota dello 0,426% corrispondente al rapporto tra il gettito dell’addizionale e la sua base imponibile.
Il reddito del 2012 è stato rivalutato dell’1,8% rispetto a quello del 2011 (dati Istat). I suoi risparmi ammontano a 40.000 euro di cui 12.160 in conto corrente e 27.840 in titoli e fondi
La stima dell’Iva e delle accise a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi nelle sue abitudini di spesa rifletta quelle medie delle famiglie di tre componenti come rilevate dall’Istat nell’indagine annuale sui consumi. Stesse considerazioni per l’operaio: rendita della casa 446 euro, valore medio abitazioni A3.
In conto corrente ha circa 6.000 euro. Stesso aumento degli stipendi, stessa composizione del nucleo familiare.
Ma che cosa ha fatto spostare in avanti di così tanto il Tax Freedom Day?
Soprattutto l’Imu che vale da sola tre giorni di lavoro.
Poi l’aumento dell’Iva, che nel 2012 dovrebbe rincarare ancora. Forte aumento anche per le accise sui carburanti.
E poi, come ogni anno, si fanno sentire i morsi dell’accoppiata tasse-inflazione: salgono i redditi, ma l’Irpef con le sue aliquote progressive sale più velocemente. Un mostro che divora il reddito. E che nessuno prova a combattere.
Pensando piuttosto a circondarlo di altri mostriciattoli.
Massimo Fracaro e Andrea Vavolo
(da “Il Corriere delle Sera”)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
SOLO IL 20% DEGLI IMMOBILI SOTTRATTI ALLA CRIMINALITA’ VIENE RICONVERTITO A FINI PUBBLICI E SOCIALI… IL RESTO RIMANE A MARCIRE
A Nola l’appartamento confiscato al clan Russo è vuoto da anni perchè al piano superiore ci
abita la moglie di un boss, al piano dì sotto vive la figlia e, per usare un eufemismo, la situazione non è di quelle favorevoli al riutilizzo sociale del bene.
A Castellammare di Stabia, in via Partoria, c’è una casa di circa 200 metri quadri confiscata al clan D’Alessandro.
Ma ci abita ancora la moglie del capoclan della camorra, peraltro assegnataria del 50 per cento dell’immobile, parzialmente abusivo.
Chi la sfratta? Nessuno. E il tempo passa.
Sono solo due esempi tra decine e decine nel napoletano e nel casertano.
Nel migliore dei casi, il bene si svaluta, va in rovina e diventa antieconomico per chi deve metterci le mani.
Oppure resta nel sostanziale possesso di familiari o prestanome collusi. Nel peggiore, viene distrutto e vandalizzato dai clan che devono lanciare un segnale a chi di dovere.
In Campania soltanto il 20 per cento dei beni immobili sottratti alla criminalità organizzata viene concretamente reimpiegato a fini pubblici e sociali attraverso l’avvio di attività di interesse collettivo.
Il resto rimane a marcire.
Con i tempi tra la confisca e l’assegnazione che possono superare i dieci anni.
Per poi finire spesso a un Comune che però, per le ragioni più disparate, di fatto non riesce a farne (o a farne fare) alcun uso.
I dati emergono dagli atti in corso di pubblicazione di un workshop di tre giorni che ha coinvolto il consorzio Sole per la gestione dei beni confiscati — che raggruppa la Provincia di Napoli e 19 comuni del napoletano — e le procure di Napoli, Nola e Torre Annunziata.
Schede tecniche e bozze di resoconti di ispezioni che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare.
Documentazione che illustra una situazione molto meno rosea di quella che appare dalle statistiche ufficiali dell’Agenzia per i Beni Confiscati, dove campeggia un 50 per cento di assegnazioni.
“Ma il loro dato tiene conto anche dei beni semplicemente assegnati alle amministrazioni comunali nei quali però non viene fatto niente e restano vuoti” spiega la dirigente della Legalità e Sicurezza della Provincia di Napoli Lucia Rea, responsabile del Consorzio Sole. In Campania sono 1689 le case, gli immobili e le aziende confiscate ai clan.
Una fetta consistente degli 11.705 beni confiscati sull’intero territorio nazionale. Incrociando le storie, i report dei comuni e scarpinando sui territori, al netto delle situazioni delle aziende — che hanno un altro iter — si certifica purtroppo una realtà più amara di quel che appare: solo due immobili su dieci servono a qualcosa.
Gli altri fanno la fine della Masseria Castello di Pomigliano d’Arco, 8000 metri quadri e uno scheletro edilizio sottratti al clan Foria e abbandonati al nulla della periferia.
Confiscata il 26 giugno 2000, ci sono voluti 8 anni per assegnare la masseria all’amministrazione comunale.
Esiste un progetto per trasformarla in un centro di aggregazione giovanile, e i rendering allegati ai lavori del workshop fanno apparire un fabbricato bellissimo e moderno.
C’è un problema, però.
I 3 milioni e 364mila euro stanziati dal Pon Sicurezza per la realizzazione del centro sono stati bloccati perchè la Gestline ha fatto valere sull’immobile un’ipoteca di poco più di 10.000 euro.
Ipoteca legata alle insolvenze dei vecchi proprietari, ovvero i clan.
“Perchè negli ultimi anni i camorristi — ricorda Rea — si sono fatti furbi. Mentre avanzavano le inchieste e le condanne nei loro confronti, hanno acceso mutui sui beni immobili a rischio confisca. Incassando soldi, molti soldi, contanti, più facili da far ‘sparire’”.
E lasciando ai magistrati delle misure di prevenzione patrimoniale beni immobili appesantiti da gravami finanziari.
Un rimedio c’è: far sentenziare a un giudice che la banca non ha accertato la buona fede del mutuante (i finanziamenti, spiegano gli investigatori, venivano concessi per inesistenti ‘ristrutturazioni’). Ma ci vuole tempo. Molto tempo.
Che si aggiunge agli anni già trascorsi tra la confisca e l’assegnazione. A Villaricca l’appartamento sul corso Italia confiscato alla camorra nel 2009 ed assegnato al Consorzio Sole nel 2009 dovrebbe diventare una casa di accoglienza per diversamente abili.
E sapete perchè il progetto Pon da 363.000 euro non va avanti, stoppato da due azioni di pignoramento, una da 41.000 euro e un’altra da appena 1.306 euro? Perchè l’Enel ha reclamato circa venti anni di bollette non pagate.
L’inutilizzo dei beni strappati alla delinquenza però non può essere spiegato solo con l’esistenza di pendenze ipotecarie.
Dietro ci sono piccole e grandi paure, collusioni, debolezze.
La dottoressa Rea ne ha di cose da raccontare: “Io sono stata a lungo in giro a vedere la situazione dei beni confiscati del napoletano e posso dire che i comuni molto spesso non hanno il coraggio di mettere le mani su beni la cui confisca rappresenta un evidente smacco per i clan ai quali sono stati sottratti. E parlo in particolare delle case dove hanno abitato i boss o dove continuano ad abitare i loro sodali. Si palesano così atteggiamenti di non scelta, chiamiamola così. Un esempio? In un comune dell’area vesuviana i funzionari dell’ufficio tecnico non riuscivano a trovare le chiavi della casa da aprire. E chissà perchè non si trovava nemmeno un fabbro disponibile. Ma vorrei ricordare anche i casi in cui siamo riusciti a fare qualcosa di concreto e di utile, ci sono belle realtà sul territorio che operano grazie ai beni confiscati”.
Ed allora eccone un piccolo catalogo, ovviamente incompleto.
A Portici in un appartamento nella centrale via Diaz, tolto al clan Vollaro, attraverso una procedura di evidenza pubblica è stata aperta una sede dell’Associazione Italia Celiachi.
A Castellammare di Stabia, in via Santa Caterina, un soppalco confiscato ai D’Alessandro, e assegnato al comune soltanto 15 anni dopo la confisca, è diventato grazie all’associazione Asharam un centro per immigrati in difficoltà (e soltanto recentemente i ragazzi dell’associazione sono riusciti ad ottenere la conferma dei finanziamenti necessari per la prosecuzione dell’attività ).
A Portici, nella spettacolare Villa Fernandez, una volta appartenuta al clan Rea, è stato aperto un centro di assistenza per tossicodipendenti.
Forse l’intervento più bello e significativo è stato compiuto a Giugliano, nel Complesso Rea, esteso su 32.000 metri quadri.
Venne conferito al Consorzio Sole quando era ancora occupato da 32 nuclei familiari. E’ stato restituito alla collettività “nonostante — sottolinea la Rea — l’atteggiamento poco collaborativo dell’amministrazione locale”.
Oggi si chiama “Parco Ammaturo“, in memoria del Dirigente della squadra mobile della Polizia di Stato assassinato dalle Brigate Rosse nel 1982.
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
SI TRATTA DEL LIVELLO PIU’ ALTO DAL 2004… NEL SUD OLTRE 1,1 MILIONI DI “SCORAGGIATI” (AL NORD 279.000, AL CENTRO 190.000)
In Italia gli scoraggiati, ovvero quelli che dichiarano di non essere alla ricerca di un lavoro perchè ritengono che non riusciranno a trovarlo, sfondano la soglia del milione e mezzo, raggiungendo nel terzo trimestre 2011 quota 1 milione 574 mila.
Si tratta del livello più alto da quando sono iniziate le serie storiche, ovvero dal 2004. E’ quanto emerge dai dati Istat, in base a confronti tendenziali.
Si tratta di un numero in crescita da tempo, spinto dalla crisi.
Basti pensare che nel terzo trimestre del 2004 gli scoraggiati superavano appena il milione.
Nel giro di sette anni si contano così oltre mezzo milione in più di persone che restano fuori dal mercato del lavoro perchè sfiduciate e convinte che trovare un’occupazione sia ormai una missione impossibile. Solo nel terzo trimestre del 2011, sempre facendo riferimento alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 64 anni, l’Istat registra un balzo annuo di 95 mila unità (+6,5%).
Guardando alle differenze tra uomini e donne, il divario risulta molto accentuato: 1 milione e 31 mila donne contro 543 mila maschi. E ancora più marcati sono i gap a livello territoriale: nel Mezzogiorno ci sono 1 milione 105 mila scoraggiati, nel Nord 279 mila e nel Centro 190 mila.
Se poi si considerano quelli che dichiarano di non cercare lavoro perchè in attesa dell’esito di passate ricerche, allora alla cerchia si aggiungono 719 mila persone, un gruppo in forte crescita su base annua (+63 mila unità , +9,6%). Per un conto totale di 2 milioni 293 mila.
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
CROLLA LA FIDUCIA NEI POLITICI E NELL’EUROPA, SI SALVANO SOLO NAPOLITANO E LE FORZE ARMATE
Come sono cambiati gli atteggiamenti degli italiani verso lo Stato e le istituzioni? 
Per rispondere possiamo utilizzare i dati dell’indagine di Demos, giunta alla 14a edizione.
Suggeriscono un’immagine nota, quanto consumata: il declino.
Oggi è considerato un “fatto” indiscutibile, sotto il profilo economico. Ma lo è anche sul piano del civismo e del rapporto con lo Stato e le istituzioni.
1) La fiducia nelle istituzioni e nelle organizzazioni sociali, infatti, scende in modo generalizzato, nell’ultimo anno, con poche eccezioni (fra cui la “scuola”, che però perde credito rispetto a dieci anni fa).
2) In particolare, colpisce il livello – davvero basso – raggiunto dai principali attori su cui si fonda la democrazia rappresentativa. Per primi, i partiti, a cui crede meno del 4% dei cittadini. Mentre la fiducia nel Parlamento viene espressa da circa il 9% degli intervistati. Oltre quattro punti meno di un anno fa.
3) Si tratta di una tendenza simile a quella che coinvolge – e travolge – gli organismi del sistema economico e finanziario. Per prime le banche, verso cui manifesta “stima” il 15% dei cittadini; 7 punti meno di un anno fa. Ma la metà rispetto al 2001. Non molto più alta – intorno al 20% – risulta la considerazione verso le istituzioni economiche europee e internazionali: la Bce e il Fmi. Appare basso anche il grado di consenso verso le rappresentanze delle categorie socioeconomiche: associazioni imprenditoriali (24%) e sindacato. Soprattutto la Cisl e la Uil, ben sotto il 20%.
4) Il sistema politico e quello economico appaiono, dunque, privi di riferimenti credibili fra i cittadini. Perfino le istituzioni di garanzia mostrano segni di debolezza. La “Magistratura”, soprattutto, perde 8 punti di fiducia, nell’ultimo anno. Un altro segno della fine di un ciclo. Visto che il “consenso” verso i magistrati è sempre stato in stretta relazione con il “dissenso” verso Berlusconi.
5) Fra gli orientamenti che emergono da questa indagine, il più netto e appariscente è, forse, il crollo di fiducia nei confronti della Ue. Verso cui esprime (molta-moltissima) fiducia il 37% dei cittadini: oltre 13 punti meno di un anno fa, ma 16 rispetto al 2001. All’indomani dell’introduzione dell’euro. Quando la maggioranza assoluta degli italiani si diceva euro-convinta.
6) Ciò sottolinea la crisi di governabilità di cui soffre la società italiana. Che – da sempre – non crede nello Stato (di cui si fida meno del 30% dei cittadini), tanto meno nei partiti (quasi metà degli italiani ritiene che non siano necessari alla democrazia) e, quindi, nel Parlamento (“presidiato” dai partiti). Ma oggi diffida – molto – anche dell’Unione Europea. Mentre, in passato, i due orientamenti procedevano in modo simmetrico. Perchè gli italiani compensavano la (e reagivano alla) sfiducia nello Stato e nel governo italiano con la fiducia nella Ue. E con una crescente identità locale Ma la speranza nei governi locali e nel federalismo appare, anch’essa, molto raffreddata, rispetto al passato.
7) Alla Bussola pubblica degli italiani restano, così, pochi punti cardinali. Le “forze dell’ordine”, che riflettono il senso di insicurezza sociale. Oltre al Presidente della Repubblica, che è divenuto – negli ultimi dieci anni – il principale appiglio della domanda di identità nazionale degli italiani. Un sentimento rafforzato, nel 2011, dalle celebrazioni del 150enario. In questa indagine, il Presidente conferma la credibilità conquistata in questi anni. Ottiene, infatti, (molta-moltissima) fiducia da parte del 65% della popolazione. Eppure anch’egli arretra in misura sensibile rispetto al 2010: quasi 6 punti. Risente, probabilmente, dell’insoddisfazione sollevata presso alcuni settori sociali dalla manovra finanziaria del governo Monti. Un sentimento che si “scarica”, in qualche misura, anche sul Presidente. Percepito, a ragione, come il principale sostegno (politico) a favore del governo (tecnico). Tanto più di fronte alla debolezza che affligge i partiti e il Parlamento. Ma anche le organizzazioni di mobilitazione e di integrazione sociale.
8) D’altronde, anche la fiducia verso la più importante istituzione religiosa, la Chiesa, appare in sensibile calo. Oggi si attesta al 45%: 2 punti meno di un anno fa, ma 14 rispetto al 2001.
Tutto ciò ripropone l’immagine del “declino” che ha coinvolto i principali riferimenti istituzionali e dell’identità sociale degli italiani. Non solo lo Stato, ma anche l’Europa, la Chiesa; e ancora, il mercato e le organizzazioni di rappresentanza. L’indice di fiducia complessivo nelle istituzioni politiche e di governo, dal 2005 ad oggi, è sceso infatti, dal 42% al 33%. Mentre, nello stesso periodo, la fiducia nelle istituzioni sociali ed economiche, nell’insieme, cala dal 35% al 26%.
Più che di declino, forse, converrebbe parlare di “recessione”.
9) Ciò marca una differenza profonda rispetto agli anni Novanta, quando la sfiducia nello Stato e nelle forme di partecipazione collettiva si accompagnò all’affermarsi del mito del mercato, del privato, dell’individuo, della concorrenza, dell’imprenditore. Oggi, al contrario, l’insoddisfazione verso i servizi privati è cresciuta molto più di quella verso i servizi pubblici. E la domanda di ridurre la presenza dello Stato nei servizi – scuola e sanità – si è ridotta al punto di apparire ormai residuale. Mentre il grado di partecipazione sociale non è “declinato”, ma, negli ultimi anni, si è, anzi, allargato sensibilmente. In particolare, hanno conquistato ampio spazio le nuove forme di partecipazione sociale: il consumo critico, i movimenti di protesta, le mobilitazioni che si sviluppano, sempre più, attraverso la rete. Comportamenti particolarmente diffusi fra i giovani e fra gli studenti. I più colpiti dalla crisi, ma anche dalla sfiducia.
10) Da ciò l’immagine di una “società senza Stato”, (come recita il titolo di un libretto pubblicato di recente dal “Mulino”). Che, però, ha paura di restare senza Stato. E reagisce. Seguendo molte diverse vie. E vie molto diverse. La “sfiducia” – ma anche la “protesta” e la mobilitazione. Emerge, nel complesso, una diffusa resistenza alla “privatizzazione” dei servizi, all’individualizzazione dei riferimenti di valore e degli stili di comportamento, all’affermarsi delle logiche finanziarie e di mercato in ogni sfera della vita: a livello pubblico e privato. Sfiducia politica e partecipazione, dunque, coesistono presso le componenti sociali più vulnerabili. I ceti periferici, ma soprattutto i giovani, che manifestano incertezza e paura verso il presente, oltre che verso il futuro. E reagiscono insieme. Non solo per cercare soluzioni e per cambiare le cose. Ma per superare la solitudine e la frustrazione che li affliggono La partecipazione e la protesta agiscono, quindi, come una sorta di terapia. Contro la sfiducia e contro l’isolamento.
Si delinea, così, una stagione incerta.
Un ciclo politico si è chiuso, dopo quasi vent’anni. Lasciandoci spaesati. Privi di riferimenti istituzionali e politici. Insoddisfatti del pubblico e delusi dal privato. Senza fiducia.
Ma quel che verrà dopo non è chiaro – e un nuovo ciclo ancora non si vede. Tuttavia, la scelta di Monti di investire nel “civismo” – attraverso la centralità “mediatica” attribuita alla lotta all’evasione fiscale – appare una risposta poco “tecnica” e, invece, molto “politica” al problema sollevato da questa indagine.
Restituire i cittadini allo Stato. Per restituire lo Stato ai cittadini.
Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”)
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