Destra di Popolo.net

IL CAPITANO DE FALCO: “MACCHE’ EROE, DOVEVO SALVARLI TUTTI”

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

“QUELLA NOTTE HO PIANTO…ORA DIMENTICATEVI DI ME, HO BISOGNO DI SILENZIO PER CAPIRE SE C’E’ ANCORA UNA SOLA POSSIBILITA’ DI TROVARE QUALCUNO VIVO. PERCHE’ IL MIO MESTIERE E’ SOCCORRERE”

Capita di essere o diventare quello che forse si è ma che non si vuole essere. Neppure per il breve spazio di un giorno. Un eroe.
“Gesù, che ho fatto di straordinario? Io ho fatto solo il mio dovere. Quello che avrebbe fatto qualunque altro uomo, donna, marinaio al mio posto quella notte”.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, classe 1964, ha la cantilena dolce di chi è nato a Napoli ed è cresciuto a Ischia. “Sant’Angelo di Ischia. Ci tengo”.
Ed è l’unica civetteria di un uomo che non dorme da quattro giorni, con le gote traslucide della pomata che serve a mare per evitare che la pelle si spacchi per il freddo e il sole.
“Comandante, comandante c’è un mayday” lo richiama una sorridente sottocapo della Guardia costiera. Lui si gira di scatto: “Ma che dici?”. E lei ridendo: “Sono le sue figlie, vorrebbero sapere se è ancora vivo, e soprattutto dov’è”.
Maria Rosaria e Carla hanno 12 e 5 anni e con la madre, Raffaella sono il suo mondo. Alloggiano con lui in una delle foresterie della guardia costiera di Livorno dove lui, Gregorio, è arrivato nel 2005, come capo della sezione operativa.
Arrivava da tre anni di comando della Capitaneria di porto di Santa Margherita Ligure e, prima di allora, da Genova e Mazzara Del Vallo.
Le sue prime destinazioni, dopo il concorso in Guardia costiera nel 1994, l’accademia a Livorno e una laurea in giurisprudenza da fuori sede alla statale di Milano.
Una prima volta per una famiglia (Gregorio, il fratello Domenico e la sorella Ines) che di marinai non ne aveva mai avuti.
Facebook e ogni genere di social network si scambiano da ore gli audio delle sue conversazioni con il comandante Francesco Schettino come fossero la metafora epica della lotta tra eroismo e codardia.
In un curioso incrocio di destini in cui l’eroe e il codardo parlano lo stesso dolce dialetto, il napoletano. Epperò come spesso accade, la furia lucida e indignata di quella notte di questo capitano di fregata – “Glielo ordino torni a bordo di quella nave, cazzo” – non rende ragione di un’indole.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, da venerdì notte piange.
Ha pianto all’alba di sabato 14 quando ha avuto chiaro che nel ventre della balena ferita erano rimasti donne, uomini forse bambini.
Ha pianto di rabbia – come conferma uno dei suoi superiori – mordendosi il labbro inferiore pensando alla irragionevole “disumanità ” di un altro comandante che dà  le spalle a chi gridando viene inghiottito dall’acqua gelida.
“È vero sì, piango, mi capita di piangere, non credo sia una debolezza. L’umanità  non è una debolezza”.
“Vi posso chiedere un favore? Dimenticatevi di me. Smettete di parlare di me. L’eroe non sono io”.
Eppure, l’intuizione che sulla Concordia stava succedendo qualcosa…
“L’intuizione? L’eroe è il mio sottocapo Alessandro Tosi, è lui che ha capito tutto quella notte. È lui che alle 22,07 guardando un puntino verde su un monitor senza sapere nulla che non fosse una telefonata dai carabinieri di Prato mi ha detto, “comandante, quella nave da crociera va troppo piano, 6 nodi… che ci fa a 6 nodi e a rotta invertita la Concordia? Comandante, chiamiamoli. Lì c’è un guaio”.
Capite chi è l’eroe?”. Sì ma… “Sì ma niente. Un altro eroe? Sapete chi ha salvato quasi tutte le persone quella notte dopo che il comandante aveva abbandonato la nave? Un ragazzo meraviglioso del nostro elisoccorso. Marco Savastano. È questo il nome che dovete scrivere. E dovreste fare una pagina di soli nomi di marinai della Guardia costiera, della Marina militare, della Finanza, dei carabinieri, dei vigili del fuoco, della Protezione civile, che quella notte hanno dimenticato se stessi per gli altri. Savastano, dicevo. Lo hanno calato su quella nave al buio, con una muta invernale e un palmare, non una radio, non un filo con noi. Si è buttato a capofitto lì dentro senza pensare alla sua vita ma a quella di chi cercava di salvare. Si muoveva in un ambiente che non conosceva, tra suppellettili sfasciate, acqua, passeggeri che gridavano al buio. Chi è l’eroe? Io che strillavo con Schettino o lui, che ascoltava le urla di supplica di quelli che volevano essere salvati e non capivano perchè perdeva tempo ad imbracare alle barelle spinali i feriti più gravi da tirare su con l’elisoccorso?”.
Ascoltando De Falco capisci perchè, quando chiedi di lui in caserma, di come sia la vita in questo parallelepipedo color ocra, casa della Guardia costiera, che guarda il mare di Livorno ti rispondono che il comandante de Falco “è l’ufficiale più generoso, l’uomo più disponibile della nostra piccola famiglia”.
E capisci anche perchè, in queste ore, ripeta come un mantra una sola richiesta: “Io ora ho bisogno di silenzio”.
Per dormire? “Per lavorare. Per capire cosa è accaduto e se c’è ancora solo una possibilità  di trovare qualcuno vivo, perchè il mio mestiere è questo, soccorrere. Per questo quella notte urlavo”.
De Falco saluta. Nella mano destra ha un sacchettino che tiene stretto. Cos’è? “Un regalo di due amici. Me l’hanno portato stamattina dicendo che mi volevano ringraziare per quello che ho fatto. È un libro, la biografia di Steve Jobs. Non so quando potrò cominciare a leggerlo. Magari comincerà  mia moglie. Buon lavoro”

Carlo Bonimi e Marco Mensurati
(da “La Repubblica”).

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L’ULTIMO CONGRESSO DELLA LEGA, QUANDO LA NAVE INCOMBEVA SU BERLUSCONI E BOSSI VOLEVA VIRARE

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

RISALE AL LONTANO MARZO 2002, ALTRO CHE GESTIONE DEMOCRATICA DEL PARTITO…ORA MARONI CHIEDE UN CONGRESSO, MEGLIO TARDI CHE MAI: MA DOVE E’ STATO IN QUESTI DIECI ANNI?

Può sembrare di dubbio gusto ricordarlo proprio in questi giorni, ma l’ultimo che si svolse dall’1 al 3 marzo 2002 al Filaforum di Assago, resta impresso nella memoria dei pochi che ancora la coltivano come “il congresso della nave”, e non solo perchè Bossi lo aprì proclamando: “Finalmente la virata è conclusa, adesso la nave è pronta a lanciarsi in mare con una rotta ben chiara e una direzione sicura”.
Come sfondo congressuale c’era inizialmente un biondo guerrieriero celtico, ma a tal punto muscoloso da richiamare certa iconografia gay (e l’apprezzamento del presidente dell’Arci-gay Grillini).
Fatto sta che dopo il discorso marinaro del Senatùr il guerriero fu fatto sloggiare e al suo posto sopra il podio arrivò un bastimento tirato da un rimorchiatore con la scritta “Stiamo girando la nave!”
Al congresso venne applaudito Berlusconi, che recava un messaggio di Mamma Rosa in dialetto milanese, e fu fischiato il rappresentante dell’Udc.
Il trentino Boso si presentò invano alla carica di presidente, la cui durata nel nuovo statuto non avrebbe dovuto superare un anno.
Bossi ebbe anche modo di maltrattare un militante che aveva pronunciato la parola “governance” e caldeggiò un ricambio generazionale (”Sta arrivando il momento di mettere i giovani”) lasciando intendere, invero in modo piuttosto approssimativo, che di lì a poco si sarebbe anche potuto ritirare.
Il congresso lo scongiurò a rimanere al suo posto, con il che la democrazia leghista ebbe il proprio compimento.
Chiamato sul palco insieme ad altri giovanissimi atleti, ricevette una medaglia l’allora quattordicenne Renzo Bossi, distintosi in alcune gare.
Comprensibilmente orgoglioso, papà  Umberto sottolineò che aveva gareggiato “nonostante fosse stato affetto da influenza nei giorni scorsi”.

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LE SUPERVILLE DEI CASALESI ABBANDONATE DALLO STATO

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

MOLTE DELLE ABITAZIONI CONFISCATE RESTANO ABBANDONATE: NEL 30% DEI CASI LA BUROCRAZIA BLOCCA O ALLUNGA A DISMISURA I TEMPI

Le ville dei boss le riconosci subito. Sono concepite e costruite nel segno dell’ostentazione.
Abbondano tutte di colonnati, marmi, capitelli, archi. Alcune sembrano rivisitazioni trash del Partenone.
All’interno non manca quasi mai la vasca idromassaggio, il camino, scalinate ricoperte di marmo pregiato e ogni tipo di fregio.
Poi c’è il bunker nascosto da qualche parte. Si entra da una botola e si va sotto terra.
uella di Francesco Schiavone detto “Cicciariello”, cugino e omonimo del più famoso Sandokan, capo dei casalesi, non si discosta troppo.
Ma in via Bologna ce ne sono una dietro l’altra. Alcuni la chiamano “la via degli Schiavone”. Praticamente c’è tutta la famiglia. O meglio, c’era.
Molte di queste abitazioni lo Stato le ha confiscate o lo sta per fare.
Ma poi restano abbandonate. Ed è peggio che se ci abitasse ancora il boss.
La villa di Cicciariello doveva diventare un asilo nido. La regione Campania aveva concesso anche il finanziamento. Da sei mesi è tutto fermo.
La società  Agrorinasce che si occupa del recupero del beni sottratti alla camorra è in attesa di un certificato: una perizia sismica.
Da sei mesi l’ufficio del Genio civile – che dipende sempre dalla Regione Campania – non ha istruito nemmeno la pratica.
Intanto gli affiliati al clan hanno vandalizzato tutto. Distrutto il mobilio, sventrato porte e finestre, incendiato la cucina, sradicato le piante nel giardino.
Così, non solo lo rendono inutilizzabile, ma moltiplicano i costi per lo Stato che deve recuperarlo.
Secondo l’Agenzia nazionale dei beni confiscati nel 30 % dei casi la burocrazia blocca o allunga a dismisura i tempi di consegna degli immobili confiscati (a causa di ipoteche sul bene, comproprietà  di quote, azioni giudiziarie, etc).
Un caso emblematico è quello della “masseria degli Schiavone” a Santa Maria la Fossa.
E’ un’area di 220 ettari, appartenuta alla Cirio.
Prima della confisca ci lavoravano 800 persone ma oggi è un paesaggio spettrale.
Gli eredi del boss hanno messo in campo i migliori avvocati per tentare la revoca della confisca.
In pratica accusano lo Stato di procedere senza averne titolo.
«Il paradosso è che dopo circa un anno di attesa, un giudice è cambiato e ora bisogna rifare tutto daccapo» dice sconsolato Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce.
In altri casi, per ritardare l’assegnazione, è bastato che alcuni tecnici comunali facessero una errata o imprecisa individuazione del bene da confiscare.
Ma non sempre è merito degli avvocati del clan. Molto spesso è lo Stato a complicarsi la vita. Con situazioni che rasentano il ridicolo.
A Casapesenna c’è una bellissima villa a tre piani.
Apparteneva a Vincenzo Zagaria, altro camorrista in galera.
Da 20 anni è abbandonata perchè – sembra incredibile – i magistrati inserirono nel dispositivo di confisca solo il fabbricato e non il giardino circostante.
Per il Tribunale, infatti, il fabbricato risulta essere il frutto di attività  illecita ma non il terreno su cui nasce, intestato ai genitori.
Oggi per accedere alla casa occorre chiedere il permesso ai familiari del boss. Che naturalmente lo negano.
La percentuale dei beni abbandonati sale se si aggiungono quelli consegnati ma che lo Stato non riesce a utilizzare per mancanza di soldi.
Poco distante da quella di Sandokan, c’è la villa di Luigi Venosa, altro boss condannato all’ergastolo. La confisca risale a circa 12 anni fa.
Ci sono voluti 5 anni solo per trovare un finanziamento (in questo caso è intervenuto il ministero dell’Interno).
Nel frattempo hanno portato via i pavimenti, le finestre, le ringhiere e persino le piastrelle della cucina.
Tutta la trafila che va dal sequesto all’assegnazione da parte dei comuni può durare dai 10 ai 15 anni.
Dopodichè arrivano alle cooperative specializzate nella riconversione dei beni mafiosi.
Che riescono a compiere veri e propri miracoli. Proprio accanto a un terreno confiscato e abbandonato, un gruppo di ragazzi ha fatto nascere le terre di don Peppe Diana. Tutto è coltivato e produttivo.
Un’insegna colorata dice che lì la burocrazia e la camorra hanno perso.

Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera”)

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“VADA A BORDO, CAZZO”: ONORE, GLORIA E DISONORE

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

PER FORTUNA IN ITALIA PER OGNI SCHETTINO C’E’ ANCHE UN DE FALCO…DOPO LA DIFFUSIONE DELLE TELEFONATE TRA IL CAPO DELLA CAPITANERIA DI PORTO DI LIVORNO E IL COMANDANTE DELLA CONCORDIA, IL WEB SI SCATENA TRA STIMA E INDIGNAZIONE

La nave prende voce. E risuona in tutta Italia.
Passa dai telegiornali, rimbalza tra le stanze degli uffici, esce dai computer, dalle radio, dai profili dei social network.
Frasi, toni, risposte e domande che danno un quadro più chiaro di una notte buia.
Si ascoltano, riascoltano e mentre la Costa Concordia si inclina e affonda lenta, i contorni dei protagonisti del naufragio diventano più netti. Il capitano, gli ufficiali, la capitaneria di porto.
Chi ha aiutato, chi è andato via, chi ha avuto troppa paura, chi ha mantenuto il controllo, chi ha tentennato.
Ma la voce della nave oggi è quella di Gregorio De Falco, capo della Capitaneria di porto di Livorno. Esce dalle telefonate nelle ore 1 del naufragio con Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia.
E’ la sua voce oggi a fare eco ovunque.
Il timbro deciso come nei film di guerra in bianco e nero, come gli eroi dei fumetti. Ma purtroppo è tutto vero.
De Falco ha una voce e l’impostazione d’altri tempi.
E non ci sono descrizioni che valgano più di quel tono indignato per far immaginare la scena di una sola notte.
Non è questione di processi nè giudizi.
C’era il capitano della nave su una scialuppa. C’erano le persone ancora intrappolate dentro.
C’era il capo della capitaneria in una stanza, alla radio, che cercava di capire la situazione, che spingeva il comandante a tornare indietro.
Per fare quello che lui, dalla sua stanza, non poteva fare.
Al telefono, rumori di fondo, altre persone intorno, caos. Schettino che si giustifica: “Ma si rende conto che è buio e qui non vediamo nulla …”.
De Falco, perentorio: “E che vuole tornare a casa Schettino? E’ buio e vuole tornare a casa? Salga sulla prua della nave tramite la biscaggina e mi dica cosa si può fare, quante persone ci sono e che bisogno hanno. Ora!”.
L’allarme alla capitaneria era arrivato da una passeggera della Concordia, tramite i carabinieri.
Da quel momento una serie di telefonate legano i due comandanti.
La prima dalla capitaneria il comandante Schettino la riceve verso mezzanotte e mezza (00,32).
Gli viene chiesto quante persone sono ancora a bordo.
Pochi minuti dopo (00,42) una nuova telefonata. De Falco chiede quante persone devono ancora essere evacuate. Schettino risponde un centinaio di persone. Inizia a contraddirsi. E’ fuori la nave.
De Falco è infuriato, capisce che sta mentendo ma non alza il tono, smuove il comandante, che sembra sperduto. “Comandante, ha abbandonato la nave?”, chiede De Falco. E’ gelido.
Spazientito, non vuole perdere tempo, per perdere le staffe ci sarà  tempo: “Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto… veramente molto male… le faccio passare un’anima di guai. Vada a bordo!”, dice.
All’1,46 le comunicazioni si fanno più concitate.
L’ufficiale della guardia costiera alza la voce.
Schettino: “Comandà , io voglio salire a bordo, semplicemente che l’altra scialuppa qua… ci sono gli altri soccorritori, si è fermata e si è istallata lì, adesso ho chiamato altri soccorritori…”.
De Falco: “Lei è un’ora che mi sta dicendo questo. Adesso va a bordo, va a B-O-R-D-O!. E mi viene subito a dire quante persone ci sono”.
Schettino: “Va bene comandante”.
De Falco: “Vada, subito!”
Gregorio De Falco è di origini napoletane, arruolato in Marina nel settembre del 1993, arrivato a Livorno nel 2005.
Vent’anni di esperienza alle spalle.
Venerdì sera era a capo della sala operativa della Capitaneria e coordinava un team di cinque persone.
Insieme a lui c’erano il capoturno, un operatore radio, l’operatore dell’apparecchiatura Port approach control (Pac), l’ufficiale di ispezione e l’ufficiale operativo, De Falco appunto.
Che in un’intervista sul Tirreno ha detto: “Abbiamo fatto solo il nostro dovere, cioè portare a regime il soccorso. La Capitaneria è un’istituzione sana, bellissima, semplice. Io sono innamorato del lavoro che faccio”.
E tutti hanno immaginato il timbro in cui l’ha dichiarato.
La rete, dopo aver sentito le voci della nave, si è scatenata.
Su Twiiter gli hashtag sono diversi, tre di questi hanno quasi 20 post al minuto (#vadaabordocazzo – #schettino – #defalco).
Su Facebook, sono nati subito altrettanti fanclub per De Falco e uno a sostegno di Francesco Schettino con duemila iscritti.
Continuano a riempirsi di commenti.
Post di stima per De Falco e indignazione per Schettino. Onore, gloria, e disonore.
L’Italia buona e l’Italia irresponsabile.
Qualcuno invita a non accanirsi troppo sul comandante della Concordia, a non renderlo vittima di un “tribunale del popolo”.
Ma non funziona così.
Funziona che la rete è viva, e commenta.
“La telefonata fra il comandante De Falco e Schettino andrebbe tradotta subito in tedesco. Monti apprezzerebbe”, dice un utente.
E un altro “Direi che vadaabordocazzo dovrebbe essere l’hashtag per tutti quelli che dicono ‘non è un problema mio'”.
E poi “Viva l’Italia del Comandante della Capitaneria di Porto”.
E ancora. “Comunque quella di De Falco è la cazziata del secolo”. E anche: “Io son qua, sto coordinando, ma scusate: che r’è na biscaggina?? Ccà  c’stamm’ muzzann’e fridd!! Tenimm’l ummid intelloss!”, scrive il rapper Frankie Hi Nrg, anche lui su Twitter.
E mille altri, come: “grazie al cielo in italia per ogni schettino, c’è anche un de falco”.
Così la tenacia di un uomo del quale tutti hanno ascoltato la voce, oggi ha battuto i tentennamenti di un altro che avrebbe dovuto restare a bordo.
Che invece ha risposto al telefono da una scialuppa di salvataggio.
Che non aveva contato i passeggeri rimasti a bordo.
Che era al sicuro con gli altri ufficiali.
Che negli audio registrati sembra un bambino nel panico sgridato da un adulto.
Ma soprattutto un comandante che nel pericolo, non è riuscito a rispettare il codice d’onore.
Di lui deciderà  il tribunale, deciderà  la legge.
La reazione della rete è solo una critica alla voce che ha tentennato, alle bugie scoperte, e al disonore.

Katia Riccardi
(da “La Repubblica“)

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“L’INCHINO”, CONSUETUDINE SOLO ITALIANA: NESSUNO E’ MAI INTERVENUTO PER PORVI FINE

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

GIA’ 52 VOLTE LA COSTA CONCORDIA AVEVA FATTO PASSAGGI RAVVICINATI ALL’ISOLA DEL GIGLIO SENZA MAI RICEVERE SANZIONI…. PER EVITARE LA TRAGEDIA SAREBBE BASTATO RISPETTARE IL CODICE DI NAVIGAZIONE

“Inchini tollerati”. Lo sono stati fino a qualche ora prima della tragedia sulla Costa Concordia che ha provocato morti e feriti incagliandosi sulla scogliera davanti al porto dell’Isola del Giglio.
Nei registri delle capitanerie di porto che dovrebbero controllare il traffico marittimo, emerge che la “Costa Concordia” – così come tutte le altre navi in zona e in navigazione nel Mediterraneo e nei mari di tutto il mondo – era “seguita” da Ais, un sistema internazionale di controllo della navigazione marittina che è stato attivato da alcuni anni e reso obbligatorio da accordi internazionali dopo gli attentati dell’11 settembre (in funzione anti-terrorismo) e dopo tante tragedie del mare avvenute in tutto il mondo.
L’Ais è un sistema che viene utilizzato (e lo è stato anche nel caso della Costa Concordia) proprio per evitare collisioni tra navi in navigazione o altri tipi di incidenti.
E questi sistemi, allestiti dalla Selex di Finmeccanica, sono attivi in tutte le capitanerie di porto italiane.
Con un comando centrale a Roma – al comando generale della Guardia Costiera – e giù giù fino ai grandi porti ed i piccoli centri della Guardia Costiera sparsi in tutte le isole del Mediterraneo.
Come provano i tracciati, registrati dal sistema Ais, quindi visibili a tutti, anche la “Costa Concordia” era sotto monitoraggio del sistema Ais.
Ma nessuno, alle 21.24 di quella tragica sera, quando quel bestione di acciaio ha virato improvvisamente di 45 gradi dirigendosi verso l’isola del Giglio, ha ritenuto di intervenire chiamando via radio il comandante Francesco Schettino, anche per sapere se era accaduto qualcosa di anomalo.
La nave viaggiava a una velocità  di 15 nodi all’ora e si è diretta sotto la costa dell’isola del Giglio indisturbata.
Fino a quando la chiglia ha urtato contro lo scoglio a poco meno di 200 metri dalla costa, che l’ha bloccata facendola inclinare e provocando morti e feriti.
E che l’Ais fosse in funzione lo dimostrano anche le dichiarazioni del sottocapo della capitaneria Tosi che quella sera – quando ha ricevuto la telefonata dai carabinieri di Orbetello allertati da una telefonata della figlia di un passeggero che era a bordo della Costa Concordia – ha subito risposto: “Un attimo che attivo l’Ais”.
E quando l’ha attivato ha scoperto che la nave era ormai incagliata dando l’allarme alla capitaneria di Porto di Livorno e al comandante De Falco che poi si è messo in contatto con il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino.
Si è scoperto così che quel passaggio così vicino all’isola del Giglio era un omaggio all’ex comandante della Costa Concordia Mario Palombo ed al maitre della nave che è dell’isola del Giglio.
Si è scoperto anche che per ben 52 volte all’anno quella nave aveva fatto gli “inchini”.
Inchini che fino all’altro giorno, fino a prova contraria, erano stati tollerati: nessuno fino ad allora aveva mai chiesto conto e ragione ai comandanti di quelle navi.
Nessuno aveva cercato di capire perchè passassero così vicini alla costa dove per legge è anche vietato (se una piccola imbarcazione sosta a meno di 500 metri dalle coste, se beccata dalle forze dell’ordine, viene multata perchè vietato).
Figuriamoci se a un bestione come la Costa Concordia è consentito “passeggiare” in mezzo al mare a 150-200 metri dalla costa.
Il comandante Schettino, come confermano le indagini e le conversazioni radio con la capitaneria di porto di Livorno, ha fatto errori su errori, ma nessuno prima gli ha vietato di avvicinarsi troppo all’isola del Giglio.
Quando si è incagliata era troppo tardi.

Francesco Viviano
(da “La Repubblica”)

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NAUFRAGIO: IL CAPRO ESPIATORIO NON LIBERA TUTTI

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

DAVVERO C’E’ UN SOLO RESPONSABILE DELLA CATASTROFE DELLA COSTA CONCORDIA?… E CHE BISOGNA FARE PER EVITARE CHE SI POSSA RIPETERE?

Mai come ora bisogna avere il coraggio di dirlo: se la tragedia della “Costa Concordia” deve insegnare qualcosa a questo paese (e a tutti noi) non può essere solo la favola feroce e consolatoria del capro espiatorio, il pericolo pubblico, il matto solitario che libera con la catarsi della sua colpa le coscienze e le responsabilità  di ognuno.
Nessuno può essere solo, e messo in condizione di far danno, soprattutto se regge sulle sue spalle 4000 vite. Nessuno può più agire in modo così arbitrario, anche se è del tutto fuori controllo.
Il capitano Schettino, ovviamente, ha fatto del suo meglio per disonorare il suo grado. Ha avuto una condotta colposamente criminale e omicida.
L’Italia, grazie a lui, ripiomba improvvisamente nello stereotipo del latinismo cialtrone, con la macchietta del gradasso che innesca una catastrofe per una bravata.
Il capitano Schettino ha messo a rischio vite umane per un azzardo goliardico, ha tradito il suo mandato nel momento del bisogno, abbandonando la nave e negando la propria negligenza fino all’inverosimile, proprio nella migliore tradizione dei ministri recalcitranti alle dimissioni e dei politici “a-propria-insaputa”.
Ovvero negare la realtà  fino all’indifendibile (e anche oltre).
Il capitano Schettino, insomma, è un colpevole ideale, un uomo che si consegna all’opinione pubblica armato solo della propria indifendibilità .
Nell’ultima intervista prima dell’arresto, a Tgcom 24, di fronte a una domanda esplicita sulla sua fuga non si peritava di affermare sicuro, con aria cipigliosa e persino risentita: “Siamo stati gli ultimi ad abbandonare la nave!”.
Pochi minuti dopo finiva in stato di fermo, subito dopo veniva giustamente torchiato dagli inquirenti, per mettere in discussione le sue balle.
La favola difensiva del comandante è l’eterna faccia della cialtroneria nazionale, “l’albertosordismo” che si incarna inverosimilmente nella realtà , senza perdere il tono a un tempo drammatico e caricaturale della migliore commedia all’italiana: al tormentone di “A me m’ha rovinato la guera!”, si sostituisce la nenia ridicola di “Lo scoglio non era segnalato sulle carte”, perchè c’è sempre una forza maggiore che si invoca per liberarsi delle responsabilità  personali ineludibili.
L’ultima ipotesi investigativa formulata dalla Procura di Grosseto, se possibile, aumenta ancora di più il peso accusatorio che grava sulle spalle di Schettino, se è vero come sospettano gli inquirenti in queste ore, che persino il recupero della scatola nera fosse finalizzato alla sua possibile manipolazione.
Eppure, detto questo, non è solo la disonestà  di un uomo che è in gioco oggi, ma qualcosa di più importante e di molto più delicato.
Non può essere accettabile la favoletta dell’uomo solo al comando, del pazzo kamikaze che perde il controllo senza che nessun meccanismo di controllo sia attivato.
Non possiamo accettarlo.
Di fronte all’ordine di evacuazione della Capitaneria di Livorno, il comandante raccontava la balla dell’avaria e continuava imperterrito nel suo piano di occultazione della verità .
Ma l’alibi della catena di comando insindacabile e il delirio di “Guarda la tua isola!”, non ci sollevano dal problema della responsabilità  ultima.
Dobbiamo davvero accettare l’idea che nel tempo della “geolocalizzazione”, nessuna centrale di controllo, alla Costa Crociere, avesse idea di cosa stesse capitando?
Nel tempo dei telefonini possiamo davvero pensare che nessuno a terra sapesse davvero cosa stava accadendo?
Che per una lunga ora in cui non è stato dato l’allarme a nessuno sia venuto un solo dubbio?
E la traiettoria finale della Concordia che finisce sugli scogli invece di essere evacuata si spiega solo con la logica dell’emergenza?
Come sempre in Italia, al cialtrone corrisponde l’eroe per caso, e al capitano che fugge, si oppone la bella figura del commissario di bordo, Manrico Giampedroni, che si fracassa la gamba per salvare i passeggeri.
Eppure, nella catarsi consolatoria del capitano fuori di senno, qualcosa non torna: anche nelle forze armate, e persino in un teatro di guerra (è successo ad esempio in Kosovo) esiste sempre la possibilità  di appellarsi alla polizia disciplinare se il comandante della missione mette a rischio i civili o i suoi soldati.
Anche sotto la gerarchia ferrea di una divisa, l’ufficiale che si rifiuta di obbedire a un ordine insensato viene dispensato dall’obbligo dell’obbedienza assoluta e dal destino del tribunale militare.
Persino se siamo dispersi nell’Atlantico con in tasca un iPhone siamo sempre tracciabili in tempo reale.
È curioso che chi ha abbandonato la sua nave durante le operazioni di soccorso, e che ha detto no a un invito a riprendere il proprio posto, si sia poi offerto volontario per recuperare la scatola nera.
Ed è altrettanto sospetto il silenzio con cui la Costa Crociere che lo ha in qualche modo sostenuto fino all’ultimo momento utile, salvo scaricarlo solo quando ogni difesa è diventata insostenibile.
Forse, fra qualche anno, scopriremo che Schettino in queste ore ha difeso qualcosa di più che se stesso.
Forse, da questa tragedia impareremo che il capitano non può restare solo sul ponte della nave come nelle canzoni di De Gregori e che un meccanismo di controllo deve impedire che la responsabilità  possa sfociare nell’arbitrio.

Luca Telese blog

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ITALIA DEI POVERI O DEI FURBETTI? REDDITI DA 16.000 EURO L’ANNO

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

I DATI UFFICIALI DEL MINISTERO, REDDITI MEDI: ORAFI 12.300 EURO, TAXI 14.200, NEGOZI DI SCARPE 7.700, LAVANDERIE 8.800, CENTRI DI BELLEZZA 5.300, MECCANICI 24.300, PROFUMERIE 10.800

A scorrere il dettagliato elenco sui redditi medi dei lavoratori autonomi che il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha messo in rete ieri, si ha l’idea di un Paese poverissimo, dove i cittadini lavorano per il gusto di farlo e non per portare a casa un qualche guadagno.
Un Paese, dove, sotto ai notai, ai farmacisti e ai medici, categorie privilegiate, si agita una plebe cenciosa di tassisti, noleggiatori, orafi, sarti, costruttori di barche, ristoratori, negozianti di scarpe, pellicciai, gestori di stabilimenti termali o balneari, albergatori e baristi, che non riesce ad arrivare alla fine del mese.
Dalle complicate tabelle degli studi di settore relativi al periodo di imposta 2009 (quello delle dichiarazioni dei redditi 2010), fanno capolino gestori di discoteche che invece di fare soldi – come uno immaginerebbe – perdono di media 4.700 euro l’anno, centri benessere e terme, attività  già  avviate (la statistica non tiene conto del primo anno di esercizio) che stanno aperti solo per perderne 5.300.
Noleggiatori che passano ore in auto per portare a casa, a fine anno, una perdita netta di 6.100 euro di media.
Un Paese disgraziato e bizzarro, quello che emerge dai numeri della contabilità  della finanza pubblica, dove un negoziante di scarpe, abbigliamento, pelletterie e accessori dichiara un reddito medio di 7.700 euro l’anno (641 euro al mese), che non solo è ampiamente sotto la soglia di povertà  (indicata dall’Istat in mille euro al mese, e circa 1600 con due figli a carico), ma è anche sensibilmente più basso di chi, quello stesso lavoro, lo esercita senza avere un negozio. Il commerciante ambulante di calzature e pelletterie dichiara infatti 11.100 euro l’anno. Sempre povero, ma meno povero.
Certo più ricco di chi confeziona abiti su misura. Lavoro che dovrebbe essere considerato alla stregua di un hobby se in un anno porta a un guadagno dichiarato di 7.500 euro (625 euro al mese).
Così come gestire un impianto sportivo. In media frutta 100 euro l’anno.
È un paese povero, il nostro.
Sono poveri i parrucchieri (11.900 euro l’anno).
Sono poveri i baristi (15.800 euro l’anno, quasi meno dei loro dipendenti).
Sono poveri gli orafi, che con 12.300 euro l’anno di reddito medio chissà  come faranno ad acquistare la materia prima per le loro creazioni.
Fanno vita grama i gestori di stabilimenti balneari (13.600 euro l’anno), le profumerie (11.400 euro), i cartolai (10.800 euro), le agenzie di viaggio (11.300).
Avere una lavanderia è un bidone. In un anno produce un reddito di 8.800 euro.
Poveri tassisti. Il governo si è messo in testa di liberalizzare un settore già  ridotto alla fame. Avere un taxi significa portare a casa un reddito di 14.200 euro l’anno, meno di un operaio. Una miseria.
Molto peggio dei farmacisti (che almeno 109.700 euro l’anno li dichiarano), dei notai (310.800 euro di media), degli studi medici (68.300 euro), anche degli idraulici (30.500 euro), da sempre considerati evasori d’imposta.
I tassisti guadagnano meno dei salumieri (17.100), dei fruttivendoli (15.300), dei pescivendoli (14.300), dei ricchissimi panettieri (25.100).
Anche gli erboristi (14.700) e i pasticcieri (19.000) possono dirsi fortunati di non aver pensato, nella vita, di mettersi alla guida di un’auto pubblica.
Gli psicologi dichiarano 20.800 euro l’anno, poco più dei veterinari (19.200).
Sono poveri i librai (12.500), i grossisti di mobili (15.900), i venditori di animali (10.300).
Gli architetti, con 30.500 euro l’anno, sono meno abbienti dell’ampia schiera degli avvocati (58.200), dei gestori di sale giochi (41.900), delle agenzie di pompe funebri (48.700).
Sono numeri che, annota il ministero dell’Economia, risentono della crisi di questi anni. E, probabilmente, anche di un certo tasso di furbizia e mancanza di controllo tutta italiana.

Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Costume, denuncia, economia, povertà | Commenta »

ARRIVA UNA SPERANZA PER I DIMENTICATI DELL’ASINARA

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

PER GLI OPERAI DI PORTO TORRES, CONDANNATI DA MESI ALLA DISOCCUPAZIONE, SI APRE UNA SPERANZA: I CANCELLI DELLA VINYLS POTREBBERO RIAPRIRSI GRAZIE AL PROGETTO DELLA FINAMBIENTE

Ci sono sconfitte che possono partorire vittorie.
Ci sono cadute rovinose che preludono a resurrezioni inaspettate, come quella che si prospetta in queste ore per gli operai di Porto Torres: solo pochi mesi fa erano stati condannati alla disoccupazione irreversibile, e adesso — invece — sono di nuovo appesi al lumicino di una nuova (e bella) speranza industriale.
Così, i cancelli della Vinyls, appena chiusa dopo il fallimento dei suoi dirigenti e la prova di incapacità  di ben tre diversi ministri del governo Berlusconi, potrebbero riaprirsi per il coraggio di una impresa privata che ha preparato un piano di riconversione dello stabilimento con lo scopo di realizzare nove produzioni ecologiche nel campo degli oli riciclati e dei biocombustibili.
E dunque, dopo la drammatica chiusura dell’industria chimica, e dopo un anno di protesta dei suoi operai con la clamorosa trovata mediatica dell’Isola dei cassintegrati (“l’unico reality reale, purtroppo”), dopo tanti inganni e tante promesse in fumo, dopo la bella solidarietà  generazionale fra padri lavoratori e occupanti e figli internettiani (leggere il bellissimo romanzo Asinara Revolution di Michele Azzu e Marco Nurra, appena uscito da Bompiani) dopo mille compratori volatilizzati nel nulla, è una iniezione di speranza quella che si prospetta dopo la presentazione del progetto della Finambiente, una industria privata che propone di acquistare la fabbrica, riconvertire l’impianto, ed assumere gli oltre cento operai del vecchio stabilimento che in questi mesi erano rimasti senza lavoro.
Il piano è stato già  vagliato dai commissari liquidatori che hanno in mano la gestione dell’industria chimica e adesso attende solo il via definitivo del ministero dello sviluppo economico.
Ha qualche possibilità  di riuscita?
Tutto è nel mani di Finambiente, una società  che fino a ieri aveva stabilimenti a Genova, Alessandria, Palermo e Cagliari.
E che fino ad oggi ha operato nel campo della raffineria chimica, producendo basi per oli per motore riciclati e occupandosi di bonifiche.
Adesso, con il nuovo progetto, la società  vuole produrre, proprio a Porto Torres, approfittando della poderosa rete infrastrutturale e della centrale energetica che fino a ieri alimentava il petrolchimico, gli oli finiti (dalla materia prima al barattolo) e una nuova linea di biodiesel derivati da scarti vegetali.
Un progetto che secondo le stime di Finambiente dovrebbe costare 65 milioni di euro, e che i tre comuni interessati (Sassari, Porto Torres e Alghero) considerano una vera e propria manna.
Infine, dettaglio non solo simbolico, la società  ha assunto come responsabile delle relazioni istituzionali Tino Tellini, uno degli operai che era stato leader dell’isola dei cassintegrati.
Un segnale, insomma, che la Finambiente vuole proseguire il suo progetto con una attenzione particolare al territorio, agli operai, e al suo capitale umano.
Dietro questa impresa c’è un imprenditore, Bartolomeo Bonura — genovese, 57 enne — che fino a ieri ha operato con molta discrezione.
“In tempi di crisi si potrà  pensare che questa sia una operazione temeraria. Data la situazione lo è. Ma siccome in questo momento il mercato tiene e la nostra società  riesce a fare fronte solo al 20 % degli ordinativi — spiega — è il momento migliore per porre le basi di un salto di qualità ”.
E a chi oppone lo scetticismo di prassi, dopo i tanti fallimenti di questi anni, Bonura risponde molto semplicemente: “Oggi fatturiamo 25 milioni di euro l’anno, e per questo progetto, che quando arriva a regime occuperà  30 operai in più della vecchia Vinyls senza nessun pericolo per l’ambiente, non chiediamo nemmeno una lira di denaro pubblico. Se esiste una garanzia delle nostre intenzioni — conclude l’imprenditore — questa è la prova migliore che non cerchiamo sussidi nè avventure”. E se chiedi a Tino Tellini perchè si sia imbarcato in questa impresa risponde in modo ancora più semplice: “Perchè spero che riusciremo a restituire un lavoro ai miei compagni”.
Solo il tempo — e l’impegno dell’Eni per un accordo territoriale di programma — potranno dire se questo sogno potrà  diventare realtà .

(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Lavoro | Commenta »

MISSIONE DI RADIO PADANIA A LOURDES: “LA MADONNA SOSTIENE L’IDENTITA’ PADANA”

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

IL 31 DICEMBRE L’EMITTENTE LEGHISTA HA MANDATO IN ONDA UNO SPECIALE SUL VIAGGIO AL SANTUARIO…PER CHIEDERE ALLA MADONNA DI RICONOSCERE LA PADANIA

Delegazioni di leghisti a Lourdes per chiedere alla Madonna il riconoscimento della Padania.
Perchè l’Immacolata capisce tutte le lingue, idiomi lombardi inclusi.
La prova? E’ apparsa a una bambina a cui ha parlato in bergamasco.
Per i militanti del Carroccio, poi, la cittadina francese è la meta di pellegrinaggio prediletta, a differenza di Roma che è ormai caduta nella mani di Satana.
Tutto questo è andato in onda il 31 dicembre da Radio Padania.
La registrazione è stata segnalata su L’AntiComunitarista, il blog di Daniele Sensi dove è stato postato l’intervento di Andrea Rognoni, l’inviato della radio del Carroccio.
Rognoni si era già  distinto in passato per avere definito il terremoto in Abruzzo un “segno profetico dell’imminente islamizzazione dell’Europa”, dichiarato che “Anna Frank non è una santa e crepi con Satana chi ci accusa di moralismo” e invitato i padani a recarsi alla Malpensa “alla ricerca del Sacro Graal” lo scorso luglio .
“Siamo in giro per il mondo — spiega in collegamento Rognoni — per uno specialino di 20 minuti da Lourdes” che “sta bene come luogo di elezione perchè siamo durante le cosiddette feste di Natale”.
Nonostante, osserva, alcuni preferiscano passarle “sulle piste da sci di qualche località  montana padano alpina deturpata dalle strutture turistiche”.
L’inviato è insieme a una delegazione di militanti per avanzare alla Madonna richieste spirituali a sostegno dell’identità  padana.
“Maria — spiega — non sta a guardare in faccia soltanto agli stati nazione, alle proterve realtà  raffigurate dalle capitali effettive riconosciute da Strasburgo e Bruxelles, ma in qualche modo volge il suo sguardo pietoso anche verso la Padania che non è stata ancora riconosciuta ufficialmente”, prosegue.
E si augura un futuro in cui gli idiomi padani siano importanti quanto le lingue nazionali. Con l’aiuto della Madonna, ovviamente.
“Chissà  che non ci sia un cartello — dice — che riporti il ‘Padre nostro’ in lingua lombarda, veneta, piemontese emiliana” perchè Maria “volge lo sguardo comprensivo anche verso queste realtà ”.

Eleonora Bianchini
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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