Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA DEL “FATTO” AL COSTRUTTORE CHE RIDEVA DOPO IL TERREMOTO IN ABRUZZO E CHE ORA HA DECISO DI COLLABORARE CON LA MAGISTRATURA CHE INDAGA SULLA “CRICCA”….”HO PAGATO UN MILIONE DI EURO” : TRA I BENEFICIARI ANCHE L’ATTUALE SOTTOSEGRETARIO CARLO MALINCONICO
Francesco de Vito Piscicelli riassume così al Fatto la molla che lo ha spinto a collaborare con la Procura di Roma: “Quelli che andavano in vacanza gratis o che ho pagato sono tutti ai loro posti al ministero e alla presidenza del Consiglio. Io che lavoravo e pagavo per non avere rotture, sono trattato come se fossi il mostro. Mi braccano le troupe di Mediaset perchè atterro sulla spiaggia per il vento? Ora mi incazzo e racconto tutto”.
I pm romani hanno fatto il punto con i Carabinieri del Ros. Piscicelli sarà risentito.
Gli indagati sono cinque e tra questi ci sono il commissario dei mondiali di nuoto Claudio Rinaldi e il magistrato contabile Antonello Colosimo.
Gli altri tre sono funzionari che hanno avuto un ruolo nel controllare i cantieri dei mondiali del nuoto.
Piscicelli ha accettato di parlare con il Fatto e finalmente fa nomi e cifre: “Ho pagato un milione di euro in contanti complessivamente ai funzionari più tanti favori e incarichi di lavoro. Mi hanno spennato come un pollo, capito? Altro che mostro. E ora mi minacciano anche”.
Piscicelli chi la minaccia?
Ho appena finito una lunga seduta per una denuncia con i carabinieri della caserma di Orbetello. Stamattina sono uscito dal cancello della mia villa all’Argentario e ho trovato ad aspettarmi tre persone, tutte con la pistola che si vedeva sotto il maglione.
Mi hanno minacciato pesantemente. È la seconda volta che succede.
La prima volta era stato a piazza di Spagna, all’uscita da un ristorante. Ero da solo e anche allora ho denunciato tutto ai magistrati. Quel giorno mi hanno detto: ‘Stia attento a quello che fa’. Non sembravano delinquenti comuni, ma persone di un certo livello. Non vogliono che parli con i pm.
Piscicelli perchè all’improvviso ha deciso di collaborare?
A luglio mi sono presentato spontaneamente ai pm perchè non sopportavo più questa situazione. Mi trattano come se fossi colpevole di chissà cosa. Solo per una telefonata maledetta nella quale mio cognato dice quella battuta da c…., sui terremotati scusi il termine e io non lo contraddico perchè ero stanco nella notte. Ma io non ho mai lavorato a L’Aquila.
A dire il vero gli investigatori sostengono che era proprio lei a parlare. Comunque la sua immagine è rimasta inchiodata a quella telefonata. Ad altri è andata meglio. Carlo Malinconico, che ha fatto le vacanze a spese sue, è sottosegretario
Io non ho nulla contro Malinconico. Non ho mai lavorato con lui ma l’ho conosciuto e lo considero una bella persona. Ma le pare possibile che a mi fanno fuori da tutto, mi mettono in carcere e mi trattano come un mostro mentre lui invece è diventato sottosegretario alla presidenza del Consiglio? A me sospendono la licenza di volo solo perchè mi chiamo Piscicelli e non certo per l’atterraggio sulla spiaggia in pieno inverno con il vento forte, mentre a lui nessuno dice nulla. Ma si è accorto che ieri non c’era traccia in nessun articolo del nome di Malinconico mentre io, pure se collaboro con la Procura, sono sempre il mostro? Non sarà che c’entra il fatto che lui era presidente della federazione degli editori dei giornali e ora è alla Presidenza del consiglio?
Allora ce la racconti finalmente questa storia delle vacanze di Malinconico a Porto Ercole
Dunque un giorno mi chiama Angelo Balducci e mi invita a prendere un aperitivo nel centro di Roma. Io vado e lui mi dice: “Francesco mi devi prenotare due vacanze. La prima a Capri per due amici francesi, che però pagano loro e non ti devi preoccupare di altro che di prenotare. La seconda, invece all’hotel Pellicano di Porto Ercole, l’ospite è Carlo Malinconico, però in questo caso ti prego di anticipare tu la somma”.
Piscicelli, ma lei è un ingegnere o un agente di viaggio? E poi che vuol dire anticipa tu?
Angelo Balducci era potentissimo allora. Sapeva che conoscevo bene Roberto Sciò, il padrone dell’hotel Pellicano e non potevo dire di no. Gli feci solo presente che una camera al Pellicano costa 1500 euro a notte. Così anticipai i soldi e ancora oggi aspetto che Balducci me li restituisca.
I Carabinieri del Ros di Firenze hanno accertato che lei ha pagato 9 mila e 800 euro, come da fattura alla sua società . Ma sostengono che lei avrebbe pagato ancora altre volte. Insomma quell’aperitivo con Balducci quanto le è costato?
Sì è vero, un’altra volta Diego Anemone mi chiese di prenotare di nuovo pagando ma non mi sono fatto fregare e ho chiesto a Diego di anticiparmi i soldi. Ho pagato in contanti sì ma con i soldi suoi.
Ha chiesto i soldi indietro a Malinconico o a Balducci?
Ma scherza? Malinconico non mi aveva chiesto nulla. Quanto a Balducci, non è elegante fare una cosa del genere. In certi ambienti non si usa. Certamente speravo che Balducci me li restituisse, ma non avrei mai osato chiederli. Mi costituirò parte civile nel processo e me li ridarà .
A chi ha dato i soldi?
Questo lo deve chiedere ai magistrati. Io noto che i funzionari che lavoravano con me sono ancora tutti lì. Per esempio Paolo Zini che dirigeva i lavori o il commissario Claudio Rinaldi. Un magistrato mi ha chiesto di mettergli a disposizione il mio autista per un anno. Il coordinatore per la sicurezza, Pierpaolo Gandola, voleva uno stipendio in nero di 2 mila e 500 euro al mese. Ma l’ho pagato un mese solo e poi ho detto basta. Poi ho dato un incarico di progettazione spendendo 700 mila euro a un team all’interno del quale c’era il figlio della dottoressa Natalia Muzzatti, Fabio Frasca, perchè era una funzionaria importante del ministero e mi chiese Angelo Balducci, tramite l’ingegnere Bentivoglio di aiutare il figlio.
Dichiarazioni tutte da verificare. Il magistrato contabile Antonello Colosimo che però ieri ha dichiarato “sono completamente estraneo”. Mentre Fabio Frasca replica: “Facevo parte di un team con altri due progettisti e mi occupavo della parte strutturale per tutte le gare a cui ha partecipato Piscicelli per i mondiali di nuoto, il compenso stabilito era di 80 mila euro”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
SARKOZY SI ALLEA CON MONTI: NON BASTA IL RIGORE, OCCORRE DIFENDERE LA MONETA, RAFFORZARE IL FONDO E STIMOLARE LA CRESCITA
Mario Monti si presenta all’incasso. 
È cominciata ieri a Parigi la tournèe europea del capo del governo italiano il cui obiettivo è quello di trasformare in aiuto e solidarietà il credito politico che ha accumulato con la manovra di risanamento dei conti pubblici italiani: uno sforzo «che non ha eguali nel resto dell’Unione europea».
Monti ha due valide ragioni a sostegno delle sue richieste.
La prima è che effettivamente lo sforzo compiuto dal Paese è di gran lunga superiore a quello degli altri partner europei e che i conti pubblici italiani risanati non giustificano in termini razionali una così pesante penalizzazione del nostro debito pubblico.
La seconda è che, proprio per questi motivi, l’Italia oggi sta pagando il prezzo di una sfiducia dei mercati che non riguarda tanto le nostre capacità intrinseche di risanare il bilancio, quanto la tenuta complessiva dell’euro e la disponibilità della Germania a difendere la moneta unica.
È chiaro che chi scommette contro la valuta europea lo fa prendendo di mira gli anelli più deboli dell’Unione monetaria.
Ma, se fino a ottobre gli alti tassi italiani riflettevano l’inazione e la scarsa credibilità del governo Berlusconi, dopo il varo della manovra di dicembre essi rispecchiano soprattutto le esitazioni e le ambiguità della Germania.
Quello che Monti sta andando a spiegare in Europa è che i contribuenti italiani non possono pagare, oltre che per i propri errori passati, anche per i dubbi della cancelliera Merkel e per le sue preoccupazioni elettorali.
Ma in politica, e soprattutto nella politica europea, avere ragione non basta. Occorre anche saperla imporre ai partner.
E l’unico vero interlocutore di Monti, oggi, è la cancelliera tedesca.
Proprio per questo la strada che da Roma porterà il presidente del Consiglio mercoledì a Berlino passa per Bruxelles e per Parigi.
Se vuole riuscire a strappare la Merkel dalle sue amletiche esitazioni, il Professore ha bisogno che le istituzioni comunitarie e soprattutto Sarkozy cambino il tono e il volume del loro discorso europeo.
Due anni di timide resistenze alle pressioni tedesche e di ancor più timidi messaggi lanciati alla Germania ci hanno condotti sull’orlo dell’abisso.
Ora è tempo di mettere le timidezze da parte e di esigere con fermezza che i tedeschi riempiano la loro parte del “patto di Bruxelles”: quando, all’ultimo vertice, la Merkel ottenne di iscrivere in un nuovo trattato le regole del rigore di bilancio in cambio di una promessa ad accettare meccanismi di solidarietà che mettano il debito europeo al riparo dagli attacchi speculativi.
È ancora presto per dire se Monti sia riuscito nel suo proposito.
La «totale identità di vedute» tra Italia e Francia, di cui ha parlato ieri Sarkozy proprio nel momento in cui l’Italia reclama pubblicamente a gran voce misure di consolidamento della moneta unica, lasciano sperare che il presidente francese, avendo finalmente trovato nell’italiano un alleato di peso e prestigio, metterà da parte le cautele degli ultimi due anni.
Il vertice tripartito di Roma, il 20 gennaio, potrebbe dunque diventare il punto di svolta che consenta all’Europa di accoppiare al rigore di bilancio anche quegli strumenti di difesa della moneta, dagli eurobond al rafforzamento del Fondo ad un diverso ruolo della Bce, che finora la Germania ha ostinatamente negato.
Ma il compito di Monti, già di per sè non facile, è reso ancora più arduo da un secondo obiettivo europeo che il presidente del Consiglio non può certo trascurare.
Nel negoziato che è ripreso ieri a Bruxelles sul testo definitivo del nuovo Trattato sull’unione di bilancio, l’Italia è infatti impegnata a cercare di ammorbidire le condizioni sul ritmo di riduzione del debito e a ritagliare uno spazio di manovra che permetta ai governi misure per stimolare la crescita.
Su entrambi questi fronti, le richieste italiane si scontrano con l’indisponibilità della Germania.
Berlino, proprio grazie ai bassissimi tassi di interesse che la crisi dell’euro le garantisce sia sul debito pubblico sia sul finanziamento delle imprese, non ha troppa difficoltà nè a ridurre il debito nè a stimolare la crescita economica. L’Italia ha invece un bisogno vitale di evitare condizioni capestro sul risanamento e di trovare in Europa quel sostegno alla crescita che i conti nazionali non permettono.
Il governo Berlusconi aveva risolto il problema da par suo, ottenendo una ambigua formula sulla considerazione di «fattori rilevanti» nella riduzione del debito che aveva venduto in patria come la garanzia che non saremmo stati costretti a manovre troppo drastiche.
Una ennesima operazione di immagine che si è rivelata priva di sostanza: il nuovo Trattato, infatti, per ora non prevede gli sconti che erano stati promessi dal precedente governo.
Monti quindi si trova nella difficile condizione di dover convincere la Merkel a fare concessioni sui termini del Trattato, e allo stesso tempo di esigere dalla Germania che dia il via libera ad un sistema di garanzie congiunte sul debito europeo.
In termini negoziali, non è certo una posizione di forza.
Ma il presidente del Consiglio sa che l’Italia non è in grado di sopravvivere nè ad un Trattato capestro, nè ad un prolungarsi dell’instabilità dell’euro.
Nella partita che si giocherà da qui a marzo deve vincere su entrambi i fronti, pena il tracollo del Paese.
Una ipotesi, quella del collasso italiano, che, fortunatamente, fa paura ai nostri partner almeno quanto fa paura al Professore.
E questa, in fondo, è forse l’unica vera arma che ha a disposizione per cambiare il corso della storia.
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
STORIE DI AZIENDE NEI TEMPI DIFFICILI DELLA CRISI: “IN 5 ANNI DI CRESCITA DA 5 A 35 DIPENDENTI, LE BANCHE MI FACEVANO LA CORTE, ORA CHIEDONO DI RIENTRARE DAI PRESTITI”
«Non resisto più». Si firma Matteo ed è un piccolo imprenditore.
Spiega come si senta assalito da tutto e da tutti: «Non so ancora quante umiliazioni dovrò subire. Quante telefonate, raccomandate, ufficiali giudiziari, responsabili vendite degli istituti giudiziari, notai, tutto per levare il protesto». Matteo si sente abbandonato a se stesso e racconta la storia amara «di quel direttore di banca che ogni anno mi faceva gli auguri dal compleanno a Natale».
Ceste di regali, vino, agende, calendari, «mi chiedeva se volevo soldi per ampliare, per costruire un nuovo capannone».
Oggi quando Matteo chiama in banca risponde la segretaria, «mi dice che il dottore è impegnato o malato e mi ricorda subito dello sconfino e del mutuo non ancora pagato, mi rammenta che è partita la raccomandata per il rientro immediato del castelletto, del fido, delle carte di credito. Lei sì che ha memoria».
Matteo è solo uno dell’incredibile numero di imprenditori e artigiani che hanno scritto al forum aperto da Corriere.it sulla crisi delle piccole aziende.
Uomini e donne che si sentono dimenticati, lasciati soli con i loro debiti e le loro angosce, con i dipendenti da licenziare e le speranze tradite.
«Tutti ti girano le spalle – scrive Alberto 46 – io e il mio socio avevamo un’azienda nel meccano-tessile, dinamica, innovativa, esportatrice».
In 5 anni sono passati da 300 mila a 5 milioni di fatturato, da 5 a 35 dipendenti poi «il tessile è stato il primo ad essere travolto, i pagamenti internazionali sono sempre più difficili, le banche aspettano solo i rientri». Provano a resistere, convocano i sindacati, i dipendenti, cercano nuovi azionisti, presentano un concordato.
«Io e il mio socio abbiamo perso tutto anche le nostre abitazioni che avevamo messo in garanzia. E ci domandiamo perchè all’imprenditore che fallisce onestamente non viene riconosciuta la stessa dignità e lo stesso rispetto del lavoratore che perde il lavoro?».
Dimenticato si sente anche Miccad che aveva creato 7 posti di lavoro e a causa dei mancati pagamenti delle aziende municipalizzate si è vista la casa pignorata, la macchina venduta e il telefono staccato.
«È vero che ho 50 anni però conosco bene due lingue e appena finisco di pagare faccio i bagagli e vado all’estero. Vi vedrò dal satellite».
La tentazione di trasferirsi è contagiosa e anche un altro imprenditore che si firma provocatoriamente «Il fesso» scrive: «Mi trasferirò in Svizzera a fare le cose altamente tecnologiche, qui nessuna banca ti dà retta e ti apre un conto».
Uomini e donne che non trovano più la solidarietà delle comunità e si trovano a dover fare scelte difficili.
Manuela racconta: «Insieme al mio compagno ho una piccola attività in Sardegna ma il lavoro è praticamente fermo. Non riusciamo più nemmeno a pagare il telefono e lui ha deciso di lasciare qui me e i figli per cercare lavoro a Milano. Ma almeno una volta al mese dovrà tornare a vedere i ragazzi? Ma sommando costo della vita e trasporti ce la farà ?».
Alzi la mano chi non ha mai sognato di aprire un agriturismo, business e benessere in un colpo solo.
Luka lo ha fatto nel 2003, ha comprato un podere in Toscana e l’ha ristrutturato.
La banca prima lo ha incoraggiato ad aprire, a comprare nuovi terreni e poi, con la crisi, lo ha lasciato in braghe di tela.
Commenta Graziano: «La verità oggi è che l’andamento delle nostra attività non dipende più dal nostro entusiasmo, dalle idee originali, dal nostro carattere o dalla capacità di affrontare i problemi. Lo Stato impone e pretende, le banche ostacolano il credito. Mi sono reso conto di tutto ciò e ho chiuso l’azienda».
Prima di mollare la presa un artigiano che ama il suo mestiere fa di tutto per evitare il peggio come un lettore che si firma «Un fu imprenditore»: «Ho ridotto i costi all’osso tagliando ovunque, ora non so più dove tagliare e dovrò iniziare a non pagare i fornitori, come già hanno cominciato a fare alcuni miei clienti. Dopo le utenze toccherà ai dipendenti. La chiamano discesa controllata».
Nel settore calzaturiero i “piccoli” si sentono martellati dalla concorrenza sleale dell’estero e da chi produce fuori e poi scrivere sulle scarpe made in Italy.
Come Rudizzo «dopo 40 anni che la nostra azienda è sul mercato non ce la facciamo più, in più i signori delle banche ci stanno scavando la fossa e siamo costretti a chiedere aiuto ai fornitori».
La globalizzazione «è stata una mazzata sui piedi» aggiunge Lettore 333. «L’Unione europea si deve dare una regolata e mettere paletti alla delocalizzazione e ai rapporti con la Cina. E meno male che i cinesi cominciano giustamente a chiedere salari più alti!».
Qualcuno pur in questa condizioni di mercato sfavorevole ce la fa e se capita è grazie alla capacità di esportare.
Come Ilaria Mugnaini che ha una piccola azienda di abbigliamento per bambini: «Ho diversificato il mio prodotto cercando di posizionarmi nella fascia alta e ritagliandomi una nicchia. La differenza l’ha fatta l’estero che assorbe il 70% del mio fatturato, il restante 30% di fatturato Italia è un disastro in quanto produci, fatturi ma non sai mai quando riscuoterai e questo non è giusto. Non possiamo noi imprenditori fare da banca per gli altri».
Sono un figlio di imprenditore scrive il giovane Amartya che si dice fortunato perchè è stato mandato a studiare fuori. «La società di mio padre da 10 anni paga solo tasse senza vedere utili e come sia possibile ciò rimane un mistero italiano».
La parola Stato molti piccoli imprenditori la scrivono tutta in maiuscolo.
Uno psicologo potrebbe spiegarci che è una forma di soggezione, di paura. Lo chiamano «muro insuperabile», lo accusano di trattarli «da nemici», di tenere in piedi l’anacronistico articolo 18 ma soprattutto si lamentano perchè non paga.
Un imprenditore napoletano che si firma «Avvilito» sostiene che lo Stato è il suo debitore primario, rimborsa con 24 mesi di ritardo e non garantisce nemmeno i pagamenti tra privati.
«È l’unico Stato europeo con una polizia fiscale – rincara R.S. – ma abbiamo uno dei tassi di evasione fiscale più alti e quindi la Guardi di Finanza serve a poco».
Nella 1968 se la prende anche lei con uno Stato che «ci chiede di pagare le tasse su cifre mai incassate».
Ed è quasi un coro. «Ci sono alcuni mesi come maggio, agosto e novembre che il 16 del mese si spendono cifre mostruose tra tasse e Iva, quasi la metà dell’utile di un anno, uno sproposito» denuncia Marco.
È assurdo anche il sistema che «ti fa pagare le tasse sulle rimanenze di magazzino perchè ci si paga pure l’Inps, pago l’Inps su del materiale che non ho venduto. E poi quando non si riesce a pagar tutto arriva Equitalia che nel pieno rispetto della legalità si prende tutto quello che trova».
Il nome di Equitalia, l’agenzia pubblica di riscossione oggetto in queste settimane di attacchi dinamitardi, ricorre tante volte nei messaggi degli «imprenditori dimenticati» di Corriere.it .
I giudizi sono forti e gli epiteti ancora peggio.
L’accusa è di non comprendere le dinamiche della crisi e di essere la spada di Damocle che si abbatte impietosa su chi è stato ridotto al lastrico dai mancati pagamenti della pubblica amministrazione.
Uno Stato che non dà ma mena.
«Sono un 35enne di Milano – scrive Fax76 – sono un lavoratore autonomo da sempre, mai fatto il dipendente, ho debiti per 350 mila euro dovuti a incassi non pervenuti e lo Stato non ti aiuta a riprenderli. Così sono entrato mio malgrado nel mondo dei decreti ingiuntivi».
Persino quando finanzia le imprese per la ricerca e l’innovazione lo Stato si mostra patrigno e profondamente ingiusto.
Spiega Paolo Sensini: «Chi prende i finanziamenti? Guardate i titoli delle ricerche proposte, dei progetti. È fuffa, fuffa allo stato puro nell’80% dei casi. E sono sempre i grandi a trarne beneficio. Quei grandi che scrivono bilanci di 200 pagine in cui tutto è possibile. Prendono i soldi, ci fanno cassa e nessuna ricerca».
Dario Di Vico
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
DAI 54 MILIARDI DELL’81 AI 275 DI OGGI….E IN MEZZO TRE CONDONI E TRE SCUDI
“Non ho mai pagato le tasse e me ne vanto. Le tasse sono come la droga, le paghi una volta e
poi entri nel tunnel». Cetto La Qualunque può stare sereno: l’Italia è da almeno tre decenni sulla strada della disintossicazione.
Se nell’agosto 1981 l’ex ministro delle Finanze Franco Reviglio, che in quell’incarico aveva al proprio fianco il giovane Giulio Tremonti, rivelò in una intervista al Mondo che l’evasione fiscale si poteva valutare «in circa 28 mila miliardi, pari a sette-otto punti del reddito nazionale», oggi il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ci solleva: trent’anni dopo siamo fra il 16,3% e il 17,5% del Prodotto interno lordo.
Ossia fra 255 e 275 miliardi di euro. Più del doppio in rapporto al reddito del Paese.
E siccome i 28 mila miliardi di lire del 1981 equivalgono a 54 miliardi di euro attuali, significa che trent’anni dopo la denuncia di Reviglio l’infedeltà fiscale si è in valore assoluto moltiplicata per cinque.
Un risultato che farebbe esultare lo straordinario personaggio creato dal comico Antonio Albanese per mettere il dito nell’occhio a una certa politica ingorda e affaristica.
Conseguito, peraltro, in seguito a ben tre condoni tombali che hanno coperto con la loro efficacia ben 25 di quei trent’anni.
Senza parlare dei tre diversi scudi fiscali che hanno consentito di regolarizzare con un pezzo di pane miliardi di euro esportati illegalmente.
Redditometro e cavalli
Non servì la legge sulle «manette agli evasori», arrivata nel 1982, che fece una sola vittima illustre: Sofia Loren.
Non servì l’invenzione del redditometro, una specie di questionario spedito dal fisco ai presunti contribuenti facoltosi autori però di dichiarazioni modeste, che in Parlamento subì per anni un bombardamento a tappeto.
I diportisti ricorsero al Tar costringendo il governo a fare una parziale marcia indietro, la Lega pretese centri di assistenza comunale per aiutare i cittadini a compilarlo.
Poi un bel giorno del 1998 si scoprì che non si trattava, come speravano i suoi ideatori, di uno strumento perfetto.
Su 76.025 cartelle spedite ad altrettanti contribuenti sulla base delle incongruenze rilevate con il redditometro, in ben 32.081 casi i destinatari erano riusciti a dare spiegazioni plausibili mentre gli evasori conclamati erano «soltanto» 12.247.
Quasi tutti (10.271) salvi grazie al meccanismo dell’«accertamento con adesione», una specie di accordo con il Fisco grazie al quale si paga quel che si può.
E il redditometro subì un colpo, se non mortale, comunque letale.
Si passò allora al «riccometro», che venne bersagliato ancor più pesantemente. Il presidente della Confcommercio Sergio Billè lo qualificò come uno «strumento da epoca staliniana».
Al cattolico Pier Ferdinando Casini faceva invece venire in mente «l’Inquisizione». Mentre per l’aennino Adolfo Urso si trattava semplicemente di una cosa «barbara». Aggettivo che fu riservato anche a un’altra iniziativa: la «delazione» alla Guardia di finanza.
Bastava telefonare al 117, il numero del centralino delle Fiamme Gialle. Autore: l’ex ministro Vincenzo Visco, che per questo si attirò critiche di ogni genere.
Perfino dalla Chiesa. Il teologo dell’ Osservatore Romano Gino Concetti tuonò: «Nessuno Stato democratico può autorizzare i propri cittadini allo spionaggio fiscale». Ma all’inizio fu un successone. Nei primi dieci giorni arrivarono 12 mila telefonate. Poi, lentamente, la «delazione» scemò.
Nel 2007 la Cgia di Mestre calcolò che non arrivavano più di 25 chiamate al giorno.
Quell’anno fu la volta dell’Isee, ovvero «Indicatore di situazione economica equivalente»: serviva a verificare se chi accedeva per ragioni di basso reddito ai servizi sociali gratuiti e magari girava con una Mercedes da 100 mila euro ne avesse effettivamente diritto. Risultati, pochini.
Tanto che, scoppiata la crisi, non si è deciso di ridare vita a una nuova versione del redditometro.
Ovviamente fra i mugugni dei politici. «Non credo che sia opportuno inserire tra le voci per accertare il reddito le spese per le scuole private, anche se costose», ha eccepito il senatore del Pdl Stefano de Lillo.
Mentre il suo collega di partito Antonio Tomassini, presidente della commissione Sanità , ha chiesto di escludere anche gli equini: «Il cavallo dev’essere riconosciuto come animale d’affezione e non come bene di lusso».
Già , e chi non è affezionato alla sua Ferrari?
Ha raccontato Nunzia Penelope nel suo libro «Soldi rubati», recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie: «Nel 2010 la Guardia di finanza ha scoperto un evasore ogni ora, mentre nel 2009 erano solo uno ogni 71 minuti. In cifre, stiamo parlando di 8.850 imprenditori che hanno operato esclusivamente nel sommerso, responsabili di oltre 20 miliardi di ricavi non dichiarati, di 19 mila lavoratori in nero e di un’evasione contributiva per 600 milioni».
Yacht per nullatenenti
Ma se nello sport dell’evasione fiscale l’Italia è seconda soltanto alla Grecia e se da trent’anni a questa parte il fenomeno non ha fatto che crescere, nonostante ogni governo, di destra e di sinistra, si sia impegnato a combatterla, ci devono essere ragioni profonde.
Forse le stesse che hanno spinto l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a diramare, un giorno di febbraio del 2005 a Radio Anch’Io, questa specie di tanaliberatutti: «L’evasione di chi paga il 50% dei tributi non l’ho inventata io. È una verità che esiste. Un diritto naturale che è nel cuore degli uomini».
E che si traduce, purtroppo per i nostri conti pubblici, in cifre raccapriccianti.
I contribuenti italiani che dichiarano al Fisco oltre 200 mila euro sono 77.273, pari allo 0,18%.
Come questo dato si possa conciliare con quello delle 206 mila auto di lusso (costo medio, 103 mila euro) vendute ogni anno nel nostro Paese, è francamente incredibile. Il bello è che il Fisco lo sa da decenni.
Come sa, ha scritto nell’agosto del 2010 l’ Ansa , che «il 64% degli yacht che circolano in Italia sono intestati a nullatenenti o ad arzilli prestanomi ultraottantenni o a società di comodo italiane o estere per evadere le tasse».
Oppure che lungo gli 8 mila chilometri delle nostre coste sono disseminate 42 mila imbarcazioni di un certo valore i cui proprietari dichiarano, se va bene, 20 mila euro l’anno.
Ecco perchè i risultati ottenuti recentemente dall’Agenzia delle entrate di Attilio Befera, con un recupero di 10 miliardi di imposte evase nel 2010, per quanto importanti, non sono che una goccia nel mare.
Tanto più perchè è il sistema a essere profondamente marcio. Esclusivamente, va detto, per tornaconti elettorali e responsabilità di una classe politica miope e incapace.
Ispezioni (e scorte)
Prendete gli studi di settore. Sono un’invenzione di metà anni Novanta per evitare la minimum tax che voleva Giuliano Amato.
Di fatto, è un patto scellerato fra l’amministrazione fiscale e i lavoratori autonomi, elettori considerati evidentemente molto preziosi. Ai quali il Fisco dice: puoi evadere fino a quel punto.
Se lo superi, ti veniamo a controllare.
Una scelta in qualche modo obbligata, visto anche la scarsità di mezzi per eseguire i controlli. Basta dire che la Guardia di finanza, forte di 65 mila effettivi, deve assicurare anche una quota dell’ordine pubblico (avete visto i finanzieri con i blindati alle manifestazioni) e delle scorte ai politici e agli alti burocrati statali.
Carabinieri e poliziotti da soli non ce la fanno: nella sola città di Roma, ha raccontato il Messaggero , ci sono 2 mila persone sotto tutela.
E per ognuna delle cinquanta volanti addette alla sicurezza dei cittadini, circolano nella capitale 400 (quattrocento) auto blu di scorta.
Va da sè che in un sistema del genere si annidano anche illegalità di ogni genere. Come quelle dei 100 mila lavoratori autonomi, ha rivelato Roberto Ippolito nel suo libro «Evasori» pubblicato tre anni fa da Bompiani, che scontano l’acquisto di beni strumentali senza però averli fisicamente.
Si parla di 3.329 ristoranti senza cucina o tavoli, 480 farmacie senza scaffali, 555 lavanderie senza lavatrici e perfino 137 tassisti senza il taxi.
Insomma, in un mondo perfetto gli studi di settore non dovrebbero esistere. Anche perchè in qualche caso riescono a essere perfino vessatori.
Il fatto è che il nostro è un mondo altamente imperfetto: diversamente non ci troveremmo in questa situazione.
Nel regno dell’ingiustizia fiscale ha poi un posto di rilievo una burocrazia assurda, che alimenta anche la corruzione.
Basta pensare ai 68 adempimenti e 19 uffici in media da contattare per aprire un’attività in Italia: dove, dice la Confartigianato, sono appena 112 su 8.101 i Comuni in grado di consentire a un imprenditore lo svolgimento di tutte le pratiche online, senza doversi fisicamente recare allo sportello.
Per non dire dell’impunità .
Nel Paese europeo a più elevato tasso di evasione non c’è neanche un detenuto in carcere con quell’accusa. Invece negli Stati Uniti, dove non pagare le tasse è considerato un reato molto serio, fra il 2000 e il 2007 hanno varcato la soglia di una galera federale 11.691 persone. Detenzione media: 30 mesi.
L’oro del Canton Ticino
Come stupirsi allora che oltre al record dell’evasione l’Italia detenga pure quello, altrettanto poco invidiabile, dell’esportazione illecita dei capitali?
Ma se è vero, come sempre ripete la Corte dei conti, che i condoni sono il più grande incentivo per l’evasione, gli scudi fiscali non sono forse il miglior viatico per la fuga dei capitali?
Dopo il primo «scudo» del 2001-2003 l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti annunciò su questo giornale tolleranza zero verso gli spalloni. Prefigurando perfino l’installazione di telecamere alla frontiera con la Svizzera.
Sei anni dopo, ecco invece un nuovo scudo fiscale, che ha consentito di regolarizzare una somma addirittura superiore a quella del 2001-2003, cioè 104 miliardi di euro contro una settantina.
Denari di proprietà per il 66% di cittadini residenti in Lombardia e per il 58% depositati nei caveau delle banche svizzere.
Delle due l’una: o quei soldi non erano rientrati con il primo «scudo», oppure le minacce non hanno affatto dissuaso gli esportatori.
Nè tanti quattrini, ripuliti quasi gratis, hanno alleviato le difficoltà dell’Italia.
A dispetto di quello che aveva dichiarato Tremonti il 16 dicembre 2009: «È una colossale manovra di potenziamento della nostra economia, mai verificatosi per un Paese, dato dal fatto che capitali che erano fuori tornano in Italia e servono per tenere aperte le imprese, non licenziare, gestire i rapporti fra creditori e debitori».
Per giunta, con la crisi la fuga dei capitali è ripresa alla grande.
Se è vero, come dicono voci attendibili, che le cassette di sicurezza delle banche elvetiche hanno fatto il pieno di beni e valori provenienti dal Bel Paese.
Nel solo mese di settembre hanno preso la strada del Ticino 13 tonnellate d’oro provenienti dall’Italia. Paolo Stefanato ha scritto sul Fatto Quotidiano che l’Associazione banche ticinesi «stima in 130 miliardi di euro i fondi neri depositati da soggetti italiani in Svizzera».
Ma c’è pure chi parla di somme molto superiori: 300 miliardi, forse più.
Che sono fuori dalle nostre frontiere e lì resteranno, a meno di qualche miracolo. Per esempio, un nuovo elenco di depositi made in Italy sul modello di quei 5.439 contenuti nella lista sottratta alla filiale ginevrina della Hsbc dall’ex dipendente Hervè Falciani.
La Guardia di finanza ha accertato un’evasione di 180 milioni soltanto per 774 di quei patriottici correntisti: oltre metà lombardi. E poi dicono che gli italiani sono sempre più poveri…
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
CALDEROLI SU MONTI HA PROPRIO SBAGLIATO STRATEGIA, ACCUSANDOLO DI AVER MANGIATO IL COTECHINO A FINE ANNO…PER FAR DIMENTICARE ALLA BASE LEGHISTA IL NULLA COMBINATO A ROMA DAI DEPUTATI DEL CARROCCIO, E’ INUTILE TIRARE PETARDI CHE POI TI ESPLODONO IN MANO
Non conosco personalmente Calderoli e non avete idea di quanto ne soffra: quell’uomo è a conoscenza di segreti, riguardo alla scelta degli abiti e degli aggettivi, che temo mi resteranno preclusi per sempre.
Se però avessi confidenza con lui, gli direi che su Monti sta sbagliando strategia.
Accusare il premier di aver mangiato il cotechino di san Silvestro a Palazzo Chigi con la sua famiglia di noti trasgressivi è stato un errore.
E non solo perchè ha offerto il destro al perseguitato di prendere elegantemente per i fondelli il persecutore, fornendo la lista dei negozi in cui la moglie aveva fatto la spesa.
Molto più grave, dal punto di vista di Calderoli, è che la rivelazione sulle gozzoviglie montiane non avrà indotto i patrioti padani a scandalizzarsi, ma a riflettere sulla circostanza che, da buon lumbard, Monti aveva lavorato anche l’ultimo dell’anno.
Capisco che per scaldare la base leghista e farle dimenticare il nulla combinato a Roma dai suoi rappresentanti sia necessario tirare petardi contro il nuovo governo.
E’ la mira che mi sembra scentrata.
Di questo presidente del Consiglio si potrà dire che è un tecnocrate, che è il genero preferito dai tedeschi, persino che appartiene a una setta di banchieri o di vampiri, ammesso sia ancora possibile cogliere la differenza.
Ma fare le pulci alla sobrietà di Monti è come esplorare il cotè razzista di Obama: vano esercizio retorico.
Specie se a farle, le pulci, è uno che ha condiviso l’avventura politica e stilistica di Berlusconi, accettando senza fare una piega che le auto di Stato venissero usate per scarrozzare le escort del sultano.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
SOCIETà€ OFFSHORE E RESIDENZE FITTIZIE AL SERVIZIO DEI FURBONI DELLE TASSE
Una palazzina anonima in viale Campania, poco distante dal centro di Milano. Niente nomi
altisonanti sui citofoni, targhe in ottone o arredi sfarzosi nell’androne d’ingresso.
Ma chi bussa a quella porta sa benissimo dove andare e a chi rivolgersi.
Benvenuti nel supermarket della finanza occulta.
Basta prendere appuntamento e il gioco è fatto.
Sugli scaffali, scaffali virtuali, c’è tutto quel che serve per nascondere all’estero patrimoni di ogni taglia.
Può partire da qui, da questo studio tributario specializzato in fiscalità internazionale, la giornata tipo dell’evasore medio.
Per dire, serve una società off shore a cui intestare la barca, l’auto di lusso, la casa o
perfino l’aziendina di famiglia?
Ce n’è per tutti i gusti e gli esperti professionisti dello studio di viale Campania sapranno indicare le soluzioni migliori.
Finanziarie con base in Irlanda, Nuova Zelanda, a Londra e negli Stati Uniti.
Ce ne sono a decine, tutte con base oltrefrontiera e un domicilio italiano a Milano.
Nomi come Mesa yachting, Tualatin, Belior, Dikson, Coind e tante altre ancora con i marchi più strani ed esotici, come emerge da una recente indagine della Guardia di Finanza. Supermarket dell’evasione come questo, nascosti dietro il paravento di rispettabili studi professionali, sono decine e decine in Italia. Passa da lì, il grande fiume del denaro nero. Denaro sottratto al Fisco che viaggia per centinaia, a volte migliaia di chilometri semplicemente da un computer all’altro.
Certo non mancano gli evasori fai da te, quelli che si avventurano in terra svizzera con la valigia gonfia di bigliettoni da 500.
Oppure di lingottini ”oro, che di questi tempi, complice una sapiente e occulta pubblicità delle banche elvetiche, vanno alla grande.
Il grosso del lavoro, però, si può fare dal salotto di casa, con l’assistenza, ovviamente, di un esperto del settore.
Prendiamo il caso di un imprenditore che voglia dare un taglio al reddito aziendale per pagare meno tasse.
La soluzione, vecchia come il mondo, è quella della fatture per prestazioni inesistenti emesse da società create ad hoc, le cosiddette cartiere.
Il Fisco non accetta documenti emessi da società off shore con base nei Paesi della cosiddetta black list, tipo Panama o le Antille, ma con l’Inghilterra, che fa parte della Ue, tutto diventa più semplice.
L’ideale è trasferire a Londra addirittura la propria residenza fiscale.
Una residenza fittizia, ovviamente, perchè il furbetto in questione trascorrerà sulle rive del Tamigi solo poche giornate all’anno.
Infatti la legge del Regno Unito prevede la tassazione solo del reddito prodotto all’interno di confini del Paese.
Chi svolge attività altrove, per esempio in Italia, non paga nulla al fisco britannico e spesso riesce anche a farla franca anche con il nostro erario perchè non risulta residente in Italia.
È una soluzione adottata soprattutto da professionisti, artisti, cantanti.
Per smascherare l’evasore il fisco dovrebbe riuscire a dimostrare che il sedicente residente a Londra ha mantenuto il centro dei suoi affari in Italia, dove trascorre più di metà dell’anno. L’imprenditore evasore può poi trasferire il denaro nero sul conto aperto in una banca svizzera.
Anche in questo caso però non c’è bisogno di spalloni e di avventurosi attraversamenti della frontiera.
Molto semplicemente succede che il professionista di fiducia dell’evasore nostrano contatta il suo corrispondente a Lugano chiedendogli di depositare una certa somma su un determinato conto bancario a disposizione del cliente italiano.
La stessa operazione viene completata in Italia per conto del fiduciario svizzero che così si vede restituito il denaro anticipato.
Semplice no? Si chiama compensazione e tra i furbetti delle tasse va alla grande.
Una volta arrivato in Svizzera, però, il denaro nero sempre più spesso prende di nuovo il volo verso altre destinazioni ritenute ancora più sicure.
Un esempio: giusto un mese fa la Banca della Svizzera italiana (Bsi) uno dei più importanti istituti sulla piazza di Lugano ha aperto la sua terza sede ad Hong Kong, che si aggiunge a quelle già attive a Singapore.
Gran parte del denaro che affluisce da quelle parti arriva dall’Europa e in particolare dall’Italia. Perchè l’estremo Oriente è considerato una zona al riparo dalle offensive del fisco di Roma. Particolare importante: la Bsi batte bandiera italiana perchè appartiene alle Assicurazioni Generali.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
PER LE FIAMME GIALLE SONO PRIORITARIE LE VERIFICHE SUI DIPENDENTI DEL SETTORE
Sprechi nella spesa pubblica equiparati all’evasione fiscale.
Il comandante generale della Guardia di Finanza Nino Di Paolo indica ai reparti territoriali le priorità per il 2012 e in cima alla lista inserisce proprio le verifiche sull’attività dei dipendenti pubblici con un’attenzione particolare agli esborsi illegittimi nel settore sanitario.
Sono i risultati ottenuti nell’ultimo anno a segnare il percorso da seguire, perchè nel 2011 l’incremento delle verifiche in questo campo ha fatto aumentare di quasi dieci volte le somme recuperate passando dai circa 30 milioni di euro frodati nel 2010 ai 276 milioni di euro degli ultimi dodici mesi.
Cifra record che si somma a quelle incamerate grazie agli accertamenti sui doppi lavori svolti dai dipendenti senza ottenere l’autorizzazione e dunque, nella maggior parte dei casi, senza coprire l’orario di lavoro e senza pagare le tasse.
Dipendenti di enti locali e di aziende pubbliche che svolgono per i privati l’attività per la quale sono invece remunerati dallo Stato.
Doppi incarichi e frodi sanitarie
I conti sono presto fatti: ai 3.300 impiegati e funzionari che hanno svolto doppi incarichi negli ultimi tre anni per un totale di circa 30 milioni di euro e con un danno erariale che supera i 55 milioni di euro, devono sommarsi tutti i dipendenti pubblici denunciati per aver provocato perdite finanziarie al Servizio sanitario nazionale.
Negli ultimi dodici mesi sono stati effettuati 1.927 controlli e le persone denunciate sono state 2.137 con una frode che, appunto, sfiora i 280 milioni di euro.
Lo scorso anno c’erano stati 1.401 interventi e i dipendenti scoperti a commettere illeciti erano stati 1.891, ma i soldi da recuperare erano in totale poco meno di 30 milioni di euro.
Nel 2009, quando erano state effettuate 1.827 ispezioni, con 3.459 persone denunciate, la frode accertata era stata molto superiore a quella dell’anno scorso, oltre 98 milioni di euro.
Quanto basta per riscrivere la lista delle priorità anche tenendo conto, come viene sottolineato nelle linee di intervento, che «la difficile situazione dei conti pubblici e le note dinamiche di crescita della spesa sanitaria rendono indispensabile ragionare in termini di utilizzo razionale delle risorse, a cominciare da quelle che si potrebbero liberare dall’eliminazione delle inefficienze, degli sprechi e delle frodi».
Sono due i settori nei quali si concentreranno i servizi relativi alla Sanità : «Le condotte illecite degli operatori di settore, che tendono ad intercettare gli ingenti flussi di spesa destinati al campo sanitario e sono solitamente riscontrati nella gestione e nella fornitura di beni o servizi sanitari; i comportamenti dei privati cittadini finalizzati a fruire di prestazioni a condizioni a cui non avrebbero diritto».
Nel primo caso i controlli riguarderanno in maniera particolare le procedure di ricovero, nel secondo le esenzioni dal pagamento dei ticket. In entrambe le circostanze i benefici si ottengono grazie a false certificazioni e dunque si inciderà soprattutto sui controlli documentali.
Un’attività che sarà effettuata in collaborazione con le Asl grazie a un protocollo d’intesa stilato con le Regioni che consente l’accesso ai sistemi informatici e dunque il controllo delle posizioni dei cittadini che beneficiano delle erogazioni del servizio sanitario nazionale.
Danni erariali per2 miliardi
La direttiva specifica come sia necessario «proseguire le azioni intraprese ai fini della stabilizzazione dei mercati finanziari e della situazione economica, della ripresa della crescita, della riduzione dell’incidenza del debito pubblico, nonchè del contrasto all’evasione e all’elusione fiscale».
E specifica che «l’apporto della Guardia di Finanza all’attuazione delle priorità fissate dall’Autorità di Governo dovrà essere basato sulla concentrazione delle risorse operative» proprio su quei fenomeni illegali che maggiormente incidono sulla spesa pubblica.
Anche perchè sono i risultati della Corte dei Conti a dimostrare quanto sia fondamentale per le casse dello Stato incidere con vigore in questo settore.
Nel 2009 il capitolo relativo alla spesa sanitaria ha portato al «deferimento» davanti ai giudici contabili di 427 soggetti con un danno segnalato all’erario di 715 milioni di euro. Nei 12 mesi successivi si è passati a 520 citazioni e una contestazione economica complessiva di 830 milioni.
Nel 2011, nonostante sia salito a 1.402 il numero delle denunce, il danno finanziario è stato di 291 milioni di euro. In totale nel triennio fanno 2.349 dipendenti pubblici che hanno lucrato un totale di un miliardo e 836 milioni di euro.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
PER IL PDL “L’AGENZIA DELLE ENTRATE FA PROPAGANDA E INCITA ALL’ODIO SOCIALE”…IL DIRETTORE: “A PAROLE SONO TUTTI CONTRO L’EVASIONE, MA SOLO QUANDO NON LI RIGUARDA PERSONALMENTE”
Non bastano le cifre che fotografano una situazione del tutto fuori controllo. 
Al Pdl il blitz dell’Agenzia delle entrate a Cortina proprio non piace. Quei funzionari del Fisco in giro per la celebre località turistica nei giorni di Capodanno rappresentano uno spettacolo da non replicare, tuonano dall’ex maggioranza di Berlusconi, mentre la Lega chiede polemicamente che analoghe azioni vengano fatte anche al Sud.
Nel mirino finisce direttamente Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate e presidente di Equitalia, il “profeta” del fisco “forte e gentile” caldeggiato da Tremonti.
“L’Agenzia delle entrate non deve assumere una configurazione politica, mediatica e anche propagandistica” tuona Fabrizio Cicchitto, al quarto giorno consecutivo di esternazioni sull’argomento.
Befera, dice il capogruppo Pdl alla Camera, “non è all’altezza di ruoli e compiti che, lo ripetiamo, richiedono sobrietà e senso di responsabilità “. Segue a ruota il deputato Osvaldo Napoli (Pdl) che denuncia come “solleticare sentimenti di rivalsa o di odio sociale sia l’ultimo gradino della deriva dell’Italia”.
La premessa di ogni commento è sempre uguale: il governo Berlusconi ha fatto moltissimo contro l’evasione e nessuno contesta i controlli, ma il modo in cui sono stati fatti.
Però, poi, il fuoco di fila è diretto.
Secondo Giancarlo Galan, ex governatore veneto e ministro del governo Berlusconi, il blitz a Cortina sa di “trovata propagandistica”, fatta da “un fisco poliziesco”.
Il sistema delle Agenzie delle Entrate, aggiunge Galan lanciando una stoccata all’ex collega Tremonti, “non mi piace, è stato costruito in un modo odioso, eliminando cose che non funzionavano, ma anche ciò che andava bene e creando un qualcosa che non va”.
Chiede che il fisco guardi anche oltre il confine del Po Maurizio Paniz, componente della commissione Giustizia della Camera: “Vedremo se lo stesso avverrà a Capri, Taormina o in Costa Smeralda perchè il Nordest non deve continuare a sostenere, con l’impegno dei suoi lavoratori, il peso del resto d’Italia”.
Ancora irritato è il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, che minaccia cause per danni di immagine e bolla le informazioni sul blitz dell’Erario come “incomplete, superficiali e costruite solo per creare un caso”.
“Contro l’evasione si sta sviluppando lo stesso odio qualunquistico e giacobino che circola da mesi contro la politica – afferma Francesco Pionati, segretario dell’Alleanza di centro – . Così il Paese si avviterà sempre più in una spirale senza via d’uscita, con un aumento della violenza”.
Ma anche alla Lega il blitz non è andato giù.
Il governatore del Veneto, Luca Zaia, si dice convinto che tutta la faccenda sia un attacco ai primati turistici del Veneto, mentre l’ex sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, invita gli ispettori a rivolgere le proprie attenzioni alle “riviere marine e le città turistiche nelle quali c’è l’abusivismo degli insediamenti mafiosi”.
Voci critiche si alzano ancora dai commercianti. “Uno show mediatico che non si è visto “nemmeno per la cattura di un boss mafioso”, taglia corto la Confcommercio di Cortina d’Ampezzo.
Dietro il caso Cortina, però, i dati danno ragione all’Agenzia delle Entrate e i controlli proseguiranno: “Al di là di singole località ci dobbiamo aspettare ulteriori attività di questo genere, ma non ci sarà bisogno di aspettare quest’estate, la stagione invernale è ancora lunga. Ce le dobbiamo aspettare anche in altre località di turismo tipicamente invernale” spiega Luigi Magistro, direttore dell’accertamento all’Agenzia delle entrate.
Il direttore Befera, invece, ironizza sulle polemiche: “A Cortina – dice – abbiamo fatto andar bene gli affari, in quel giorno. I ristoranti hanno aumentato i loro ricavi del 300% rispetto allo stesso giorno dell’anno precedente. Quindi non abbiamo danneggiato il turismo, tutt’altro: abbiamo favorito gli esercizi commerciali”.
Rispondendo a una domanda su una datata dichiarazione di Silvio Berlusconi (“se uno Stato mi chiede il 50% di quello che guadagno mi sento moralmente autorizzato ad evadere”), Befera aggiunge: “Se si dice che evadere è giusto vuol dire che non siamo in un mondo civile. In ogni caso se i controlli li abbiamo fatti a Cortina non è per un pregiudizio verso qualcuno, ma perchè sapevamo, segnalazioni alla mano, a cosa andavamo incontro”.
“I controlli – conclude Attilio Befera – si faranno ancora” e “gli italiani devono decidere che cosa vogliono. E lo dico a chi, come Beppe Grillo, sull’argomento mi pare in confusione. Perchè a parole tutti sono d’accordo a fare la lotta all’evasione, ma solo quando non li riguarda”.
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER MONTI: “LAVORIAMO MANO NELLA MANO CON FRANCIA E GERMANIA VERSO LA COSTRUZIONE EUROPEA”… SARKOZY E MERKEL A ROMA IL 20 GENNAIO…IL PRESIDENTE FRANCESE: “MONTI ISPIRA FIDUCIA AI LEADER EUROPEI”
Un grido d’allarme ma anche un messaggio di fiducia. Il premier Mario Monti a Parigi, prima tappa della sua missione europea, vede Sarkozy e si presenta con questo biglietto da visita ai partner Ue: l’Italia è tornata a ricoprire il suo ruolo tra i ‘big’ grazie a uno sforzo “senza pari tra gli altri Stati membri”.
Perchè l’Europa è come “un alpinista che cammina su un crinale. E’ un momento cruciale ma si può raggiungere la meta”.
Nel pieno della crisi economica continua il lavoro del governo Monti per dare via alle riforme interne ma anche per richiamare l’Europa alle proprie responsabilità .
Un doppio binario che vede in premier impegnato in un tour europeo (mercoledì andrà dalla Merkel per “trattare sulle rigidità tedesche”) in vista del vertice europeo del 30 gennaio.
“E’ essenziale prendere insieme le decisioni che consentano di dimostrare la fiducia che abbiamo sull’Europa e sull’ euro e che potranno permettere di pagare tassi più bassi” dice il premier.
E da Sarkozy arrivano parole di stima: “Monti ispira fiducia ai leader europei, tra Roma e Parigi sulla Ue c’è una perfetta identità di vedute. Crediamo nell’euro e siamo d’accordo sul fatto che in una fase così delicata per l’unione europea e l’eurozona è essenziale che che ogni stato membro faccia fino in fondo ciò che deve fare per consolidare i bilanci e le riforme”. Poi l’annuncio di un vertice a tre con la Merkel e Monti che si terrà il 20 gennaio.
Il premier, al termine di un pranzo di lavoro di un’ora e mezza a Parigi con il primo ministro francese Francois Fillon, descrive un’Italia “che lavora mano nella mano con la Francia, così come con la Germania (che oggi ha visto crollare gli ordinativi industriali del 4,8%), per proseguire insieme verso la costruzione europea”.
Per questo Italia, Francia e Germania devono “aiutarsi” per “eliminare i dubbi che caratterizzano la zona euro quanto al suo futuro”.
Un fronte comune europeo che deve affrontare le politiche per la crescita finanziate dal disavanzo. “Non facciamo come Penelope, disfacendo di notte quello che si è fatto di giorno”.
Vede un rischio Monti.
Ovvero “la nascita e lo sviluppo di incomprensioni di fondo tra popolazione e stati membri con il ritorno a pregiudizi tra nord e sud dell’Europa, tra vecchi e nuovi stati, con un potenziale di grande divisione”.
In un’Europa dove la crescita “stenta e rischia di fermarsi”.
Un’Europa “che è dimostrata più debole di quanto pensavamo che fosse e questo in particolare per le difficoltà a fare fronte ad una crisi che non riguarda l’euro ma riguarda gli aspetti finanziari e di bilancio pubblico di alcuni paesi”.
Un’Europa che si trova “in questi anni ad essere contemporaneamente più forte e più debole e a vedere nella sua storia, più che mai, l’esito della propria sfida nelle proprie mani e non in quelle di altri”.
Tobin Tax.
Disco verde sulla Tobin tax.
“Il mio governo ha fatto un’apertura sulla tassazione delle transazioni finanziarie” e su questo “elemento di convergenza” si sta lavorando” sottolinea Monti in sintonia con l’intenzione della Francia di andare avanti “il più velocemente possibile” nel varo della Tobin Tax.
Il premier italiano, però, avverte: “E’ necessario che i vari paesi europei non vadano avanti da soli nell’applicazione”.
Lapidario Sarkozy: “Sulla Tobin Tax Parigi andrà avanti anche da sola se non riusciremo a convincere gli altri partner europei”
Euro.
“La crisi non riguarda l’euro come moneta, ma il bilancio di diversi Paesi nell’ambito dell’Eurozona” spiega il premier.
“Il rischio principale di questa crisi è quello della nascita e dello sviluppo di possibili divisioni tra popolazione e Stati membri, con il ritorno di pregiudizi tra nord e sud dell’Europa – osserva il Professore – La gestione rapida ed efficace dela gestione dell’euro deve portare all’unione e non alla divisione dei Paesi dell’Europa”.
Piuttosto servo “munizioni” per fare in modo “che sparisca dalla mente dei mercati il rischio relativo alla permanenza dell’Euro”.
Italia.
L’Italia è un Paese “che per corrispondere alle attese e non ai vincoli imposti dall’Europa con un’azione concentrata di disciplina di bilancio ha messo in opera riforme in vigore dal 1 gennaio” dice Monti annunciando altre misure “nel giro di due mesi.
“Con questo treno di misure da approvare entro due mesi l’Italia viaggia verso un bilancio in pareggio nel 2013, sarà uno sforzo credo senza pari” aggiunge il premier.
“Era giusto che lo facessimo, non era facile accettarlo. Ora gli italiani hanno bisogno di vedere che il quadro europeo evolva positivamente”.
Poi l’annuncio che, “nel giro di due mesi”, ci saranno nuove misure economiche.
E vale la pena di ricordare che Monti aveva escluso nuove manovre.
Infine, una battuta ‘politica’: “Sono un primo ministro che non ha affrontato le elezioni, se no mi sarei guardato dal candidarmi…”.
Passera.
“L’Europa deve dare una risposta alle aspettative e dobbiamo ammettere che la via seguita per gestire la crisi è stata molto deludente”.
E’ questa l’opinione del ministro dello Sviluppo Corrado Passera – partecipando ad un convegno a Parigi, organizzato dal ministro dell’Industria Eric Besson, sul ruolo dell’Europa – secondo cui i governi “non si stanno muovendo con sufficiente rapidità “.
Secondo Passera, però, “ciascun paese deve fare i compiti a casa per contribuire al salvataggio, ma l’Europa deve essere in grado di rispondere alle aspettative e di affrontare i rischi” che ci sono, “il modo in cui la crisi è stata gestita è molto deludente”.
Per il ministro “serve un vero mercato unico europeo e c’è bisogno di maggior coordinamento” sulle iniziative economiche.
“Dobbiamo rafforzare il bilancio europeo ma abbiamo bisogno di innovazione, infrastrutture, di maggiore competività e l’Europa può dare un supporto importante – sottolinea il ministro – Dobbiamo avere il coraggio per affrontare la crisi con gli strumenti giusti. In Europa ci stiamo muovendo nella giusta direzione ma occorrono tempi più veloci”.
E serve anche “un’autentica Banca centrale con risorse e strumenti necessari per affrontare la stabilità e la liquidità dei mercati finanziari”.
Secondo Passera “non c’è un piano d’azione che valga per tutti. L’Italia è un caso emblematico: negli ultimi mesi abbiamo portato avanti una serie di iniziative per 80 miliardi di euro”.
(da “La Repubblica“)
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